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domenica 31 agosto 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #3

Terzo telegramma da Venezia, tra mostri creatori e umani creati, Napoli e il sottosuolo, manager d'hotel sconnessi, e gocce di poesia famigliare.


Frankenstein (Concorso), voto 7.5. Del Toro adatta la storia di Frankenstein toccando tutte le corde ricorrenti nel suo cinema: dall'umanità del mostro alla mostruosità dell'uomo, passando per la ricerca dell'amore e della connessione. Visivamente sontuoso (il laboratorio di Viktor è splendido, così come le scene nell'Artico), a livello tematico non rivoluziona un mito già esplorato più volte dalla cinematografia, riprendendo toni e situazioni già viste sia in altri adattamenti (il mostro è molto debitore dell'incarnazione vista in Penny Dreadful), sia in altri lavori di Del Toro. Forse era inevitabile, visto che questo mito ha formato la poetica deltoriana, e ha finito quindi per permearne l'opera. Rimane però la sensazione che si potesse fare di più, trovare chiavi nuove che qui sono invece assenti, fatta eccezione per uno spunto tolkieniano su come la morte sia un dono e non una maledizione da cui fuggire (la creatura è qui immortale) e un Viktor che è l'incarnazione della mascolinità tossica, con Elizabeth che diviene da amata desiderio proibito e capriccio di un bambino mai veramente cresciuto (Viktor beve solo latte durante il film). Splendida prova del cast, con Oscar Isaac mostro-creatore, Elordi dolente quanto basta, e Mia Goth ambigua e carismatica, cuore emotivo del film.

Sotto le Nuvole (Concorso), voto 6.5. Gianfranco Rosi torna sulle note di Sacro GRA, il documentario che gli valse il Leone d'oro nel 2013. Questa volta la protagonista è Napoli, e in particolare il suo rapporto con il sottosuolo, dalla Napoli sotterranea ai terremoti causati dai Campi Flegrei e dal Vesuvio. Il suo approccio al documentario come commedia umana mostra però la corda, alternando racconti molto riusciti (il centralino dei pompieri meriterebbe un film dedicato) ad altri meno efficaci (la parte archeologica risulta, alla lunga, ripetitiva), oltre a indugiare troppo in inquadrature "a effetto" che soddisfano la vista ma appesantiscono la narrazione.

The Souffleur (Orizzonti), voto 3. Una storia potenzialmente interessante (il manager di un hotel cerca disperatamente di evitarne la chiusura) viene raccontata in maniera non lineare, per suggestioni: il gioco potrebbe anche funzionare (è la cifra stilistica di Lynch), ma qui deraglia miseramente, risultando del tutto disconnesso. Si salvano solo la breve durata (meno di 90', un miracolo di questi tempi) e un Willem Dafoe piacevolmente gigione.

Father Mother Sister Brother (Concorso), voto 8.5. Il film del cuore del Concorso finora, anche se meno ambizioso di altri visti fin qui. Jarmush realizza un film sull'essere famiglia attraverso tre episodi disconnessi narrativamente ma fortemente interconnessi a livello tematico ed emotivo, come i movimenti di una sonata. Delicato e fragile come un fiore, ma con radici che affondano profonde, scavando nell'anima. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier

sabato 16 dicembre 2023

Ferrari

Il motore sotto il cofano


Modena 1957. Enzo Ferrari, ex pilota e fondatore dell’omonima e celeberrima casa automobilistica, si trova ad affrontare una crisi personale e professionale. L’azienda è in grave difficoltà finanziaria, e il matrimonio con la moglie Laura è entrato in crisi in seguito alla morte del loro unico figlio, Dino, e la moglie non sa ancora che Enzo ha un figlio, Piero, nato fuori dal matrimonio. Il riscatto – professionale e, forse, anche personale – passa dalla vittoria nella “Mille Miglia”, leggendaria e folle gara di velocità.

In una scena di Ferrari, Enzo invita il piccolo Piero a immaginare il funzionamento di un motore senza averlo davanti, un motore sempre nascosto dal cofano ma così centrale al funzionamento dell’automobile; un motore la cui bellezza (o bruttezza) è importante tanto quanto la bellezza esteriore dell’automobile. Questo dialogo, all’apparenza secondario, racchiude in sé il tema centrale del film: il rapporto tra pubblico e privato, tra ciò che si vede e ciò che si nasconde sotto il cofano, invisibile, ma senza il quale l’auto non può nemmeno mettersi in moto.

Nonostante offra due diverse facce al mondo – energico e imperscrutabile in pubblico, fragile ed emotivo in privato, Enzo Ferrari scopre sulla sua pelle che le due sfere non sono separate, ma sono vasi comunicanti che è impossibile tenere completamente isolati. La sua crisi privata e famigliare si riverbera anche sulla sua azienda e sulla sua capacità di tenerla a galla. Ferrari, di fronte a questa doppia sfida, fa ciò che gli riesce meglio: rilancia, anziché arretrare, alzando il livello della sfida per sé e per i suoi dipendenti. 

Sembra strano che Michael Mann, in un film fatto di corse di automobili, di adrenalina e velocità, decida di occuparsi della sfera privata del protagonista. Eppure è proprio dalla tensione tra pubblico e privato che scaturisce la forza di Ferrari, l’energia che si accumula in silenzio, sotto traccia, e che poi esplode nel terzo atto, in cui la Mille Miglia, da semplice corsa, diventa molto di più: una sfida contro il tempo ma anche contro se stessi, contro un paese che non riesce a guardare avanti ma ha lo sguardo ostinatamente all’indietro e che però, nonostante questo, non riesce a distogliere lo sguardo dalle alchimie di motori del mago di Maranello. 

Mann evita la facile retorica e i pietismi che solitamente caratterizzano le descrizioni della sfera privata (chi scrive si è trovato, con un brivido di paura, a immaginare durante la proiezione come un regista medio italiano avrebbe trattato la materia, conferendole il classico taglio da “dramma da tinello”). Racconta il Ferrari privato con un taglio asciutto, cronachistico, aiutato anche dall’ottima prova di Adam Driver e Penelope Cruz (con buona pace di Favino e della sua sterile polemica veneziana), maestro e maestra dell’emozione trattenuta, della rabbia e della frustrazione accennate ma mai pienamente lasciate esplodere. 

Il Ferrari pubblico è invece raccontato con pathos, adrenalina, emozioni pulsanti, vive, di chi vede ogni giorno la morte in faccia. Mann dirige le scene delle corse con mano impeccabile, realizzando una Mille Miglia a tutto gas perfetta a livello visivo e di ritmo. 

Ferrari è un film di emozioni e ambizioni, sia realizzate che frustrate; è uno spaccato biografico di un uomo di contraddizioni, che sognava la normalità ma al tempo stesso desiderava l’immortalità, il brivido, il superare i propri limiti, ancora, e ancora, e ancora, fino alle estreme conseguenze.

****

Pier


Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

giovedì 31 agosto 2023

Telegrammi da Venezia 2023 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra con tantissimi titoli interessanti, che promette belle sorprese e anche qualche inevitabile delusione.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

Comandante (Concorso), voto 5.5. La storia vera di Salvatore Todaro, raccontata con un comparto visivo e attoriale di buon livello ma con una sceneggiatura da film TV Rai, troppo retorica e didascalica nonostante qualche guizzo ben riuscito. Belle le scene nel sommergibile, ma non basta a salvare il film.

Gli Oceani Sono i Veri Continenti (Giornate degli Autori), voto 8.5. Un film italiano fresco e poetico, esordio al lungometraggio di Tommaso Santambrogio, che racconta la vita a Cuba e l'eterno struggersi tra il desiderio di partire e quello di non perdere le proprie radici. Un film che parla di nostalgia, di abbandono, di un sogno cubano che non c'è più, delle sirene di un sogno americano che attrae e respinge, ma soprattutto parla di amore: amore fraterno, amori in crescendo, amori perduti, amore per un'isola decadente ma irrimediabilmente romantica, tutto fotografato in un bianco e nero struggente, pittorico. 

El Conde (Concorso), voto 8. Larrain racconta Pinochet attraverso un film ibrido, cangiante e multiforme, che mischia ingredienti apparentemente incompatibili come Nosferatu (e più in generale l'espressionismo tedesco, fin dalla scelta del bianco e nero), Wes Anderson, What We Do in the Shadows e la satira politica alla Armando Iannucci: un film che parla di fascismi e di ritorno degli stessi, con un Pinochet vampiro raccontato da una voce narrante la rivelazione della cui identità non mancherà di divertire lo spettatore. Il film si sfilaccia un po' troppo nel finale, ma regala grandissimi momenti di satira e visivi.

A Cielo Abierto (Orizzonti), voto 6. I figli di Guillermo Arriaga portano sul grande schermo una vecchia sceneggiatura del padre, interessante mix tra road e revenge movie, in cui tre ragazzi viaggiano per il Messico per vendicare un vecchio torto, finendo per scoprire se stessi. Nulla di eccessivamente originale, ma la trama funziona, i tre protagonisti sono bravissimi ed empatici, e la visione intrattiene. 

Dogman (Concorso), voto 7. Un ragazzo cresciuto in una gabbia per cani per scelta del padre violento ritrova se stesso grazie al rapporto con gli animali, scoprendo un'anima da performer e da paladino dei deboli. Partendo da una storia di cronaca, Luc Besson immagina la nascita di un individuo straordinario ma solitario (che ricorda a tratti il suo Lèon), segnato dalla vita ma deciso a viverla secondo i suoi termini. Quella che in superfice sembra un thriller che racconta la origin story di un villain di Batman diventa quindi una riflessione sulla diversità e la solitudine, sull'elaborazione del trauma, sul sadismo e sulla sofferenza subiti che, per una volta, non chiama altra sofferenza e altro sadismo, ma un tentativo di redenzione che passa dalla comunione con la natura e con gli animali. Non si raggiungono le vette di Joker, ma il film funziona e intrattiene. Ottima prova di Caleb Landry Jones nel ruolo del protagonista.

Ferrari (Concorso), voto 7.5. Un film che racconta il Ferrari pubblico e quello privato in un momento chiave della sua vita, e il rapporto ineludibile tra le due sfere. Ferrari è un film di emozioni e ambizioni, sia realizzate che frustrate; è uno spaccato biografico di un uomo di contraddizioni, che sognava la normalità ma al tempo stesso desiderava l'immortalità, il brivido, il superare i propri limiti. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier

giovedì 1 settembre 2022

Telegrammi da Venezia 2022 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra con tantissimi titoli interessanti, che promette belle sorprese e anche qualche inevitabile delusione.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

White Noise (Concorso), voto 7. Una premessa: chi scrive ha detestato l'omonimo romanzo di Don DeLillo da cui è tratto il nuovo film di Noah Baumbach, trovandolo pretenzioso oltre il parossismo. Tuttavia, il film merita un voto alto perché Baumbach realizza un adattamento non solo rispettoso, ma anche migliore del materiale originale, escogitando trucchi intelligenti che trasformano i dialoghi senza costrutto di DeLillo in un interessante e simbolico rumore di fondo, e dirige i due protagonisti (Adam Driver e Greta Gerwig, ambedue bravissimi) a recitare con divertimento, donando al film quell'ironia tipica di altri libri post moderni (viene in mente La scopa nel sistema di D.F. Wallace) che invece manca nel romanzo di DeLillo. Baumbach dirige tutto con sguardo lynchiano, alternando assurdo e angoscia (con momenti quasi horror) attraverso atmosfere suggestive che conferiscono al film uno spessore e un'anima emotiva del tutto mancanti nel romanzo, puramente cerebrale.

La Marcia su Roma (Giornate degli Autori), voto 6.5. Un buon documentario sul potere del cinema come strumento di propaganda, in particolare nei regimi autoritari, attraverso l'analisi del ruolo che la manipolazione delle immagini ha avuto nel racconto della marcia su Roma e nell'affermazione del regime fascista.

Tàr (Concorso), voto 5.5. La caduta in disgrazia di una grande direttrice d'orchestra, vittima di se stessa e della sua incapacità di relazionarsi con gli altri (con un'eccezione), focalizzata com'è sulla musica e suo lavoro. Un film che poteva dostoevskijanamente raccontare l'autodistruzione innescata da un'ossessione ma cerca di farsi anche commento e critica sociale, finendo per essere tutto e niente e depotenziare l'ennesima straordinaria prova di Cate Blanchett.

Bardo (Concorso), voto 8. Dopo Cuarón, anche Iñárritu si cimenta con il proprio passato, ma lo fa con un film del tutto diverso: laddove ROMA giocava la carta della nostalgia, Iñárritu realizza un film liquido, in cui realtà e sogno, memoria e desiderio scivolano l'uno nell'altro, e passato e presente sono la stessa cosa. Il film è a metà tra Sorrentino e Lynch, ed è visivamente abbacinante e narrativamente sorprendente. Bardo è intriso di realismo magico, e attraverso i ricordi dell'alter ego filmico del regista racconta anche le contraddizioni di una nazione, il Messico, dall'identità negata eppure fiera, con un popolo di migranti che non riesce mai davvero a lasciare il proprio paese. Mezzo voto in meno per la lunghezza, eccessiva anche per un film così bello.

Living (Fuori Concorso), voto 8. Remake di un film di Kurosawa, Vivere, a sua volta tratto da La morte di Ivan Il'ič, Living è sceneggiato dal premio nobel Kazuo Ishiguro: e il suo tocco malinconico e riflessivo si vede, ed eleva la già eccezionale materia originale. Come un altro piccolo, grandissimo film visto alla Mostra (Still Life), Living parla della cosa più semplice e più complessa: la banalità e l'eccezionalità della vita. Bill Nighy è splendido nella sua dolente compostezza, nel suo bruciante, nuovo desiderio di vivere nascosto sotto un'apparenza pacata e gentile. Un piccolo gioiello.

Pier

mercoledì 3 novembre 2021

The Last Duel

La verità della vittima


Jean de Carrouges e Jacques Le Gris sono due nobili rivali dal carattere molto diverso: impulsivo e tradizionale de Carrouges, calcolatore e arrivista Le Gris. Quando de Carrouges sposa Marguerite de Thibouville, Le Gris ne è subito attratto. Approfittando di un'assenza di de Carrouges, Le Gris violenta Marguerite. Quando questa lo confessa al marito, scoprirà quanto poco valga la sua parola di fronte a quella del marito e del suo stupratore.

Spesso i film storici diventano un'occasione per riflettere su qualche aspetto della società contemporanea: attraverso lo sguardo "filtrato" del passato, il film storico permette di vivisezionare strutture di potere e dinamiche sociali che sono in atto ancora oggi. The Last Duel rientra appieno in questo filone: attraverso il racconto dell'ultimo "duello di Dio" legittimato dalla legge nella Francia del XIV secolo, Scott affronta il tema della cultura dello stupro e della mascolinità tossica attraverso un racconto alla Rashomon. 
Il film ci mostra gli eventi dal punto di vista dei tre protagonisti: l'accusato, il marito della vittima, e soprattutto la vittima, trattata come un oggetto e costretta a continue umiliazioni per sostenere la veridicità delle sue accuse. Un fatto storico, ma ancora attuale: sarebbe, infatti, bello dire che le cose sono cambiate, ma la cronaca di dice, purtroppo, che non è così.

Quello che sorprende, tuttavia, è l'angolazione con cui Scott la racconta, soffermandosi senza alcuna pietà sulla vanagloriosa visione di sé dei due uomini protagonisti, pieni di sé al punto di distorcere la realtà più per mantenere la propria immagine di "uomini onorevoli": indicativa, in questo senso, è soprattutto il punto di vista dello stupratore, che non nega lo stupro ma lo trasforma in un sesso consensuale, in cui il diniego della vittima viene interpreato come sintomo di desiderio. 

La scelta registica, vincente in tal senso, è di ripetere per tre volte quasi tutta la vicenda, anziché solo lo stupro, e soprattutto di ridurre al minimo le variazioni tra le tre versioni della storia. Sfruttando il rigore della certosina sceneggiatura  (scritta da Nicole Holofcener insieme al premiato duo Affleck & Damon), Scott si concentra su piccoli dettagli (delle scarpe tolte o perse), espressioni, reazioni, sfruttando la variazione del punto di vista per mettere a nudo come la visione di sé dei due protagonisti - virili, grandi amanti, onorevoli - sia un'illusione, messa a nudo dallo sguardo spietato di Marguerite. 
Il duello finale mette ulteriormente a nudo l'ottusità dei protagonisti, smontando la mitologia dle "cavaliere onorevole" per offrirci un combattimento per nulla onorevole, rude, grezzo. 

Questa scelta registica, tuttavia, presenta anche degli svantaggi: alla lunga, l'originalità del film ne soffre, e la ripetitività a tratti si fa sentire. Tuttavia, il film resta asciutto, efficace e attuale, e mette perfettamente a nudo non solo le storture della società patriarcale, ma anche quelle indotte da un'idea di mascolinità animalesca e brutale che permea l'agire e il pensare dei due protagonisti. Il film riesce a catturare l'attenzione anche grazie a un'ottima prova dei protagonisti, tra cui spiccano un Ben Affleck stranamente (ma efficacemente) gigione e Jodie Comer, perfetta nella parte della protagonista.

*** 1/2

Pier

venerdì 10 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #6

Sesto e ultimo telegramma da Venezia 2021: l'ultimo film in concorso, il film di Ridley Scott sull'ultimo duello di Dio, qualche bella sorpresa nelle sezioni collaterali, e tanto altro.


Mama, Ya Doma (Orizzonti), voto 6.5. Un racconto sul lutto e sulla sua (non) accettazione, con una madre che rifiuta di credere alla morte del figlio: complotto o pazzia? L'idea è interessante e, pur non riuscendo mai a decollare veramente, offre un'efficace riflessione sul potere, grazie anche all'ottima prova dell'attrice protagonista.

Un Autre Monde (Concorso), voto 7.5. Un film sul lavoro e sullo sfruttamento dei lavoratori visto dal punto di vista di un manager che finisce per essere dilaniato dalle richieste del quartier generale e le preoccupazioni dei lavoratori. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Rhino (Orizzonti), voto 5. Un film erratico, che dopo una scena d'apertura di grande impatto visivo e narrativo si perde in un turbinio di violenza, spesso gratuita, senza riuscire né a trasmettere emozioni, né a stimolare riflessioni. 

The Last Duel (Fuori Concorso), voto 7.5. Il racconto dell'ultimo "duello di Dio" legittimato dalla legge nella Francia del XIV secolo. Il tema non potrebbe essere più attuale - una denuncia per stupro - e viene raccontato alla Rashomon, mostrandoci gli eventi dal punto di vista dei tre protagonisti: l'accusato, il marito della vittima, e soprattutto la vittima, trattata come un oggetto e costretta a continue umiliazioni per sostenere la veridicità delle sue accuse. La regia di Ridley Scott è poco originale ma solida, la sceneggiatura asciutta ed efficace: sarebbe bello dire che le cose sono cambiate, ma la cronaca di dice, purtroppo, che non è così. Ottima prova di tutti i protagonisti, tra cui spiccano un Ben Affleck stranamente (ma efficacemente) gigione e Jodie Comer, perfetta nella parte della protagonista.

Al Garib (Giornate degli Autori), voto 7.5. Un medico mancato trascina la sua esistenza in un frutteto che il padre non vuole nemmeno lasciargli in eredità. Un incontro a sorpresa con un guerrigliero ferito cambierà le sue prospettive. Un film che racconta la solitudine, il desiderio e l'incapacità di riscatto, l'attaccamento alle proprie radici: una storia di emozioni, rapporti umani, paesaggi splendidi e decadenti, che raccontano il dramma di una terra, la Siria, dove anche la speranza sembra ormai impossibile.

La Macchina delle Immagini di Alfredo C. (Orizzonti), voto 7. Curioso documentario narrato su una storia poco conosciuta, quella degli italiani bloccati in Albania dopo la cacciata dei fascisti e l'instaurazione di un governo comunista. Protagonista un cameraman del fascismo, che si ritrova a svolgere lo stesso lavoro per il neonato governo albanese. Il documentario mette in luce i meccanismi universali della propaganda, e la centralità dell'immagine filmata nell'alimentare il culto della personalità e del partito.

Per ora è tutto, appuntamento a più tardi per il Totoleone.

Pier e Simone

martedì 24 dicembre 2019

Star Wars Episodio IX vs. Episodio VIII: Un confronto filmico

Episodio IX - L'ascesa di Skywalker è appena atterrato nelle sale, e già rischia di passare alla storia come il film con la peggior ricezione di pubblico e critica di questa trilogia: primo film della nuova trilogia a ottenere un rating inferiore ad A su CinemaScore 1, unico a ricevere voti dei critici aggregati inferiori al 6 su Metacritic e RottenTomatoes, peggior incasso della trilogia.

Il film arriva dopo Gli Ultimi Jedi, film che fu peculiarmente accolto benissimo dai critici e, in teoria, malissimo dal pubblico in quanto troppo distante dal canone di Guerre Stellari (ma si veda la nota a fine articolo al tal proposito).

Questo articolo si propone di spiegare perché, a livello puramente filmico, Episodio IX è un film più povero di Episodio VIII. Non ci concentreremo sul "cosa", ma sul "come": per fare un paragone un po' azzardato, non ci concentreremo sulla storia raccontata nel libro, ma cercheremo di capire se il libro è scritto rispettando le regole della grammatica e della sintassi, e soprattutto se sia in grado di comunicarci la visione del suo autore.

Presenterò tre ragioni principali: non sono le uniche, ma sono quelle più evidenti e più meritevoli di discussione.
L'esercizio può sembrare gratuito, ma non lo è, perché ci permette anche di fare una riflessione su cosa sia il cinema di intrattenimento oggi, su cosa davvero significhi essere "rispettosi" di una saga e dei fan, e sul perché esistono discrepanze tra il giudizio di critici e pubblico. Ci offre la possibilità, insomma, di parlare di cinema e di critica cinematografica.

Questo non significa che ci sia nulla di male nell'apprezzare di più Episodio IX: le categorie del gusto sono soggettive e insindacabili. Se qualcuno si è emozionato di fronte al ritorno di Lando o alla rivelazione sulle origini di Rey, nessuno ha diritto di demonizzare questa posizione. Tuttavia, questo articolo cercherà di esulare dal gusto personale per concentrarsi su elementi oggettivi come l'occhio del regista e il rispetto della grammatica cinematografica.

Pronti? Allacciate le cinture, andiamo a incominciare.



1. Visione registica
Anche chi ha detestato Episodio VIII ha riconosciuto che Johnson aveva una visione registica molto forte. Ne abbiamo già parlato in dettaglio, quindi non ci dilungheremo: l'idea centrale del film era quella del superamento del passato. L'attaccamento ai genitori, la mitizzazione dei maestri e della loro epoca, le paure, le esperienze e i legami emotivi che ci impediscono di crescere e maturare: tutti i personaggi si trovavano ad affrontare un percorso che li costringeva a fare conti con il proprio passato e a liberarsi di alcuni fardelli. Il tema veniva declinato in moltissimi modi, sia narrativi che visivi: Luke che lancia via la spada laser, e Kylo che vede Luke ancora come lo ricordava e non si rende conto del trucco sono solo due esempi. Questa visione non può esulare da un abbandono del passato anche a livello metatestuale, avviando un processo di svecchiamento e innovazione che legittimamente non è piaciuto a molti fan (alcuni, molto meno legittimamente, hanno deciso di esprimere il proprio disappunto con minacce e petizioni senza senso - ma questa è un'altra storia).

La visione del film di Abrams è invece erratica, sparpagliata, indecisa: in una parola, assente. Difficile, se non impossibile, capire quale sia il tema portante di Episodio IX: "la scoperta delle origini di Rey" non è infatti un tema, ma un espediente narrativo per portare avanti la trama. Persino le implicazioni della scoperta di queste origini, come vedremo, sono quasi del tutto ignorate. La trama avanza a colpi di deus ex machina, senza un vero filo conduttore, e i personaggi sono sballottati da un pianeta all'altro, da un pericolo all'altro, senza che ci sia davvero possibilità di iniziare un discorso e portarlo fino in fondo. L'unico tema identificabile diviene quello di "rispondere alle critiche dei fan online", e persino a livello visivo Abrams non riesce a lasciare una sua impronta, cosa che gli era invece riuscita, e pure bene, in Episodio VII.


2. Sviluppo dei personaggi
Abrams aveva gettato delle basi interessantissime per i suoi tre protagonisti in Episodio VII: un soldato disertore, programmato per combattere e desideroso di fuggire e vivere in pace; una cercatrice di rottami dalle origini misteriose, incredibilmente dotata nell'uso della Forza; e un figlio reietto degli eroi di un tempo, un villain atipico, tentato dal lato chiaro laddove Anakin era tentato dal lato oscuro. Il grande merito di Abrams in Episodio VII era stato proprio questo: riabbracciare il passato, ma al tempo stesso proiettare la saga verso il futuro con nuovi personaggi dall'alto potenziale drammatico e narrativo (al punto che molti ritengono i primi 20 minuti, in cui non compaiono le vecchie conoscenze, i migliori del film).

Episodio VIII faceva sue queste suggestioni e le portava avanti con coerenza, anche se in direzioni diverse da quelle che era lecito aspettarsi. Finn, attraverso il controverso viaggio sul pianeta casinò (anche qui, ne abbiamo già parlato) riscopriva cosa significa fidarsi di qualcuno e battersi per una causa in cui crede, e non per un esercito che lo ha coscritto e suggestionato per fare di lui una macchina da guerra. Rey scopriva qualcosa di più su se stessa, ma soprattutto sul fatto che il suo destino era nelle sue mani, non in quelle di altri, muovendosi a tentoni verso una migliore conoscenza di sé e delle sue ambiguità: le scene di tentazione "a distanza" con Kylo rappresentano una delle migliori intuizioni di Johnson, una novità che si inserisce alla perfezione nella tradizione dei poteri Jedi. Kylo, infine, era tormentato dall'omicidio del padre, ma al tempo stesso lacerato dal desiderio di potere: la sua non-redenzione dopo la morte di Snoke compiva la sua consacrazione a nuovo villain della saga, e la sua resa alla sua rabbia e alla sua brama di autoaffermazione.

In Episodio IX l'arco dei personaggi nel migliore dei casi si blocca, e in altri viene del tutto distrutto, come se Abrams si fosse dimenticato di ciò che lui stesso ha scritto. Finn è talmente inconsistente da essere quasi inesistente, una spalla indistinguibile da Poe se non per il suo legame con Rey, e che sembra aver del tutto dimenticato il suo passato e i suoi traumi. Rey sembra bloccata, in stasi: la rivelazione sulle sue origini e i suoi poteri da "lato oscuro" offrirebbero la possibilità per un percorso parallelo e speculare a quello di Kylo, ma questa interessante suggestione viene ridotta a una visione di "dark Rey" abbastanza imbarazzante per resa visiva e contesto narrativo.

Kylo, infine, reagisce alla notizia del ritorno di Palpatine in maniera del tutto incoerente: un ragazzo roso dall'ambizione come lui, ossessionato dalla soppressione del passato ("uccidilo, se devi", declamava in Episodio VIII), decide di allearsi di punto in bianco con un Palpatine debole e mantenuto in vita dalle macchine, con il rischio evidente di vedersi messo da parte per Rey, vista la parentela tra i due. La gestione del rapporto tra Palpatine e Kylo è pedestre, e non sfrutta appieno il potenziale offerto dal fatto che fosse proprio Kylo a rivelare a Rey le sue (presunte) oscure origini: sarebbe stato più convincente, ad esempio, che Kylo fosse stato in combutta con Palpatine, e quindi al corrente dell'identità di Rey, fin dall'inizio, con Snoke a fare da specchietto per le allodole in un piano per condurre Rey al lato oscuro. Ancor peggio gestito è il rapporto tra Rey e Kylo, che rinuncia alla palpabile tensione sessuale e repulsione valoriale di Episodio VIII per abbracciare una più convenzionale schermaglia tra lato oscuro e lato chiaro, pallida eco di quella tra Darth Vader e Luke Skywalker nella trilogia originale, o tra Palpatine e Anakin nella trilogia prequel. Il bacio finale tra i due, per quanto emotivamente forte per quanto accade dopo, ha un decimo della tensione (erotica e non solo) del tocco tra le loro mani in Episodio VIII.



3. Fotografia e immagini
E veniamo all'elemento che, pur essendo il punto forte di Episodio IX, è anche quello dove il confronto con il predecessore diviene quasi imbarazzante: il comparto visivo. Episodio VIII ha regalato alcuni dei momenti visivi migliori della saga, dalla stanza del trono di Snoke al pianeta di sale, passando per il duello tra Luke e Kylo, ripreso in campo lungo come i duelli tra samurai di Kurosawa, una vera rivoluzione per la saga. Questi momenti venivano dispensati con cura, attraverso inquadrature ampie e ariose, con un sapiente uso del fuoco e della disposizione di personaggi e oggetti tra primo e secondo piano per creare profondità di campo. Questo dava tempo all'occhio dello spettatore di incamerare tutta la meraviglia e l'inventiva dell'immagine.

Un momento preparatorio, con inquadratura ampia, che fa crescere la tensione per lo scontro imminente.

Episodio IX ha momenti altrettanto spettacolari (il "parlamento" Sith, il combattimento in mezzo al mare) ma li butta via: le inquadrature sono affrettate, dal respiro corto, sacrificate sull'altare del ritmo frenetico che pervade tutto il film. Il tempo di realizzare cosa si sta vedendo e l'inquadratura è già scomparsa, passando a un primo piano, a un montaggio frenetico, a un altro pianeta. Il combattimento in mare è il duello principale del film, e viene coreografato in modo banale, senza darci modo di assaporare veramente la location e la posta in gioco per i due personaggi.

"E... Stop. Buona la prima, passiamo al prossimo pianeta."

Che la causa di questo "sacrificio" sia la fretta è indubbio, perché Abrams in Episodio VII ci aveva regalato inquadrature davvero magnifiche, con un'attenzione enorme per i giochi luci-ombra, come nella scena dell'omicidio di Han Solo, quando sull'esitazione di Kylo la luce vira per un secondo al blu, prima di tornare a essere rosso cupo nel momento in cui Kylo si risolve a uccidere il padre.

4. Conclusione
Per riassumere i tre punti precedenti, mi concentrerò su due scene dei due film - due scene che, a mio gusto personale, non sono nemmeno tra le migliori dei rispettivi episodi: la famosa "gita" a Canto Bight di Episodio VIII, e quella su Kijimi di Episodio IX. Ambedue i viaggi sono giustificati da un MacGuffin - rintracciare il personaggio di Benicio Del Toro in Episodio VIII, resettare la memoria di C-3PO in Episodio IX; ambedue i viaggi si incentrano su uno dei personaggi (Finn a Canto Bight, Poe a Kijimi). Laddove però il viaggio a Canto Bight rappresenta un punto cruciale per la crescita e maturazione di Finn (anche qui, ne abbiamo già parlato), il viaggio su Kijimi ci rivela solo nuovi elementi del passato di Poe, senza che questi vengano poi ripresi o che abbiano alcun effetto sull'evoluzione del personaggio. A che pro, quindi, introdurre nuovi indizi su un personaggio comunque secondario, per di più nel capitolo conclusivo?

A livello visivo, il confronto tra i due pianeti è impietoso: Canto Bight paga omaggio all'estetica della trilogia prequel, ma lo fa realizzando un sontuoso casinò in stile Belle Epoque, fotografato con una luce da quadro d'epoca e dotato di una sua personalità ben definita. Kijimi è l'ennesimo pianeta ghiacciato, e ciò che vediamo nel film è difficilmente distinguibile da un qualunque altro pianeta periferico visto nella saga, tra rottami, pattuglie del Primo Ordine, e squallore diffuso.

Un quadro di fine Ottocento

Un Power Ranger a spasso per Guerre Stellari

Eccoci quindi arrivati alla fine del confronto.

Perché, potreste chiedervi, condurre un'analisi di questo tipo?
Il motivo è semplice: in un'epoca in cui il cinema di intrattenimento la fa da padrone, e si susseguono polemiche sul tema (vedi le recenti uscite di Martin Scorsese sui film Marvel), questo confronto ci permette di vedere le differenze tra un prodotto di intrattenimento girato comunque con una precisa visione autoriale e uno girato senza visione e senza anima, con il solo scopo di intrattenere sul momento, senza lasciare alcuno spunto di riflessione ai fan. La visione di Episodio VIII può non piacere (rientriamo, appunto, nel campo del gusto), ma è evidente anche ai detrattori: la stessa reazione "piccata" dei fan è testimone del fatto che ci troviamo di fronte a qualcosa di preciso e definito. Episodio IX, invece, è cinema di intrattenimento di livello medio-basso, che non solo non ha una visione, ma manca proprio di quella coerenza di trama che sta alla base dell'intrattenimento di qualità.

In un'epoca in cui finalmente il cinema di genere sta ottenendo una sua dignità filmica (dopo anni di battaglie anche da parte della critica, si vedano siti come I 400 calci e Il Cineocchio), è davvero triste che un film di una saga gloriosa come Guerre Stellari scelga la strada "facile" dell'intrattenimento per stordimento - tanto più che Guerre Stellari, anche nei momenti peggiori come la trilogia prequel, si è sempre caratterizzata per il coraggio e la voglia di sperimentare, indicando nuove strade a industria e pubblico. Il gusto del pubblico potrà premiarlo - anche se, per ora, i segnali vanno in direzione opposta - ma speriamo di avervi spiegato perché, al di là dei legittimi gusti personali, tra i due film ci sia un abisso qualitativo dal punto di vista puramente cinematografico.

Pier


1: considero CinemaScore, e non il voto dell'audience di RottenTomatoes, perché quest'ultimo è facilmente manipolabile da bot e attacchi coordinati, come documentato qui. Se volete verificare da soli, Episodio VIII offre un perfetto esempio: il voto del pubblico de Gli Ultimi Jedi su IMDB è pari a 7.1 sulla base di 498.314 review - molto più in linea con il voto "A" di CinemaScore, e distantissimo dal 43% di RottenTomatoes. Questa discrepanza non può che essere spiegata con l'uso massiccio di bot e attacchi mirati sul più noto (e più "fragile") RottenTomatoes.


giovedì 19 dicembre 2019

Star Wars: Episodio IX - L'ascesa di Skywalker

(Non) finire ciò che si è iniziato


La resistenza è ridotta allo stremo, e il Primo Ordine dilaga sotto il nuovo comando di Kylo Ren. La galassia, tuttavia, viene turbata da una nuova minaccia. Da un suo angolo remoto e oscuro giunge una voce dal passato: è l'imperatore Palpatine, creduto morto, che giura vendetta! Sia Kylo Ren che Rey e quel che rimane della resistenza si mettono quindi sulle tracce del redivivo imperatore, anche se con scopi molto differenti.

Finire una saga non è mai facile: le aspettative sono elevatissime, e il rischio di lasciare i fan insoddisfatti è sempre molto alto. La missione è ancora più difficile se la saga in questione è la più popolare e longeva di sempre, quel Guerre Stellari che ha fatto sognare intere generazioni di spettatori, le cui aspettative hanno finito per stritolare persino il creatore stesso della saga. A questo aggiungiamoci il fatto di dover subentrare in corsa in un progetto che inizialmente avrebbe dovuto dirigere Colin Trevorrow, e il dover dar seguito a quel Gli ultimi Jedi che, se a parere di chi scrive è stato il migliore della nuova trilogia e una necessaria boccata d'aria fresca nella saga, a molti fan non è piaciuto proprio per nulla (ne abbiamo parlato in dettaglio qui).

Non era dunque facile la missione che attendeva J.J. Abrams, che aveva rilanciato con successo la saga firmando il primo capitolo della nuova trilogia, un mix ben riuscito tra la necessità di introdurre i nuovi personaggi (e, con loro, la saga a chi non la conosceva) e rassicurare i fan della prima ora sul fatto che avrebbero ritrovato le atmosfere amate. Chiamato all'impresa improba di cui sopra, Abrams ha risposto alla stessa maniera: rassicurando i fan. Laddove questa scelta aveva perfettamente senso in un primo capitolo che arrivava dopo anni di silenzio, la stessa scelta crea però problemi notevoli in un capitolo conclusivo, che dovrebbe tirare le fila di quanto visto fino a quel momento, senza introdurre troppi elementi nuovi in termini di personaggi e linee narrative. Abrams invece si fa prendere la mano dal fan service che aveva saputo così abilmente maneggiare in precedenza (anche fuori da Guerre Stellari), inserendo una serie di citazioni e ritorni eccellenti che sono soddisfacenti sul momento, ma che male si integrano con la trama del film e con la macrotrama della trilogia.

Questa ansia di compiacere i fan si traduce in un film ipercinetico ma troppo affrettato e frammentato, divertente in superficie ma con poca sostanza, che non lascia un attimo di respiro allo spettatore ma nemmeno ai personaggi e, soprattutto, alla trama, così densa di eventi e rivelazioni. I momenti potenzialmente emotivi vengono smontati poco dopo, e la ripetizione continua degli stessi meccanismi di suspense toglie progressivamente pathos alle successive situazioni dello stesso tipo.

Non aiuta che il fan service includa anche il rigetto ex post di alcune scelte di Johnson, che invece aveva costruito (per quanto a modo suo) sulle fondamenta gettate dallo stesso Abrams. La cosa di per sé non sarebbe un problema, dato che colpi di scena e ribaltamenti di prospettiva sono da sempre al cuore di Guerre Stellari (anche se, a parere di chi scrive, Abrams decide di rigettare una delle intuizioni migliori). Tuttavia, Abrams non dedica abbastanza tempo alla costruzione dei colpi di scena, né lascia agli spettatori il tempo per elaborarle e farle decantare: il risultato è un film che, se può soddisfare nel "cosa succede", lascia molto a desiderare sul "come" vengono costruiti e preparati i vari momenti chiave, con molte scelte che risultano inconsistenti e molto poco giustificate.


La scelta stessa di "resuscitare" Palpatine (già presente nel trailer) sembra appiccicata all'ultimo momento su una trama che sembrava destinata a una direzione diversa, e risulta così solo parzialmente soddisfacente: passato l'ovvio effetto nostalgia, resta pochino, e anzi ci si rende conto di come, per inseguire il ritorno a effetto, si sia di fatto demolito uno dei pilastri mitologici di Guerre Stellari (più riuscito e convincente, invece, il ritorno di Lando, protagonista di alcuni dei momenti migliori del film).
Anche a causa di questa orgia di citazioni, rimandi, e colpi di scena forzati, l'evoluzione dei personaggi subisce una brusca battuta d'arresto, con il solo Kylo Ren a mantenere una parvenza di profondità, anche se il sospetto è che sia più per le doti recitative di Adam Driver (splendida, a livello emotivo, la sua ultima inquadratura) che grazie alla sceneggiatura.

Se Abrams perde un po' le fila della trama, non perde mai il controllo della sua creatura dal punto di vista visivo. Chi ama Guerre Stellari per la ricchezza visiva e inventiva nella creazione di alieni, pianeti, e astronavi non rimarrà deluso: il racconto per immagini è ricco, immaginifico e appagante, soprattutto nelle scene chiave, in cui riesce a regalare quelle emozioni e quei brividi che la trama invece offre solo raramente.

L'ascesa di Skywalker è una conclusione in tono minore della nuova trilogia, più per il percorso che segue che per le tappe che tocca. La fretta e la presenza di molti elementi non funzionali alla vicenda principale fanno sì che l'impatto emotivo sia notevolmente ridotto rispetto a quanto avrebbe potuto essere, e che la spinta innovativa che Episodio VIII aveva saputo creare (nel bene o nel male) venga subito esaurita in un ritorno alle origini e al "classico" che risulta però posticcio.
Rimane quindi un'occasione mancata di chiudere al meglio una trilogia che aveva comunque saputo creare nuovi temi e personaggi senza necessariamente sacrificare quelli del passato, e che anzi aveva saputo fare della tensione tra passato e presente uno dei suoi punti chiave. L'ultimo film chiude l'arco narrativo senza lasciare questioni irrisolte, ma lo fa in una maniera che finisce per deformare la strada seguita finora e tornare goffamente sui suoi passi - una brusca inversione a U che lascia un senso di incompiutezza laddove dovrebbe esserci appagamento.

Sopravvive, tuttavia, la magia di Guerre Stellari, capace di emozionare anche al termine di eventi che a livello razionale non convincono, ma che, grazie alle immagini, alla nostalgia, o alla Forza, riescono comunque in alcuni momenti ad arrivare al cuore.

 ** 1/2

Pier

1: Non è uno spoiler, dato che Palpatine è già annunciato nel trailer, ma leggete con cautela. 
Un amico (grazie, N.G.) mi ha fatto giustamente riflettere su un punto chiave: il fatto che Palpatine sia ancora vivo significa che Anakin non era l'eletto, dato che non lo ha ucciso e dunque non ha riportato l'equilibrio nella Forza. Un cambiamento non da poco, e un tradimento della Saga ben più grave di quelli imputati a Rian Johnson. Strano che nessuno dei fan duri e puri (me compreso, sia chiaro) abbia sollevato tale obiezione già alla visione del trailer. 

domenica 8 dicembre 2019

Storia di un matrimonio

Quando il divorzio non è un fallimento



Charlie, regista di teatro, e Nicole, sua moglie e prima attrice, si stanno separando. Lui lavora a New York, lei vuole trasferirsi a Los Angeles, dove è cresciuta, per riprendere quella carriera televisiva interrotta per seguire Charlie. Inizialmente intenzionati a separarsi senza andare per vie legali, i due si ritrovano invece invischiati in una battaglia per l'affidamento del figlio che riporterà a galla ricordi dolorosi e li costringerà a confrontarsi con la prospettiva dell'altro su ciò che è stata realmente la loro storia.

Noah Baumbach è uno di quegli autori che sono famosi per ragioni imprecisate. Enfant prodige del cinema indipendente americano quasi per autoacclamazione, il suo cinema è finora spesso sembrato una pallida copia di quello di Woody Allen, con la parziale eccezione del film in cui la compagna-musa Greta Gerwig - a parere di chi scrive ben più degna di acclamazione di lui - ha deciso di illuminare il pretenzioso e vuoto didascalimo baumbachiano con la sua capacità nel raccontare emozioni e sentimenti reali.

Dopo anni di convivenza e partnership artistica, Baumbach sembra aver finalmente appreso la lezione della compagna: Storia di un matrimonio è un film finalmente scevro di manierismi, intellettualismi, e autocompiacimento, che racconta una storia intima, emozionante, e vero. Baumbach si spoglia della sua autocucita veste di narratore delle nevrosi contemporanea per tuffarsi in una vicenda parzialmente autobiografica, un divorzio doloroso che segna la fine di un sodalizio personale e artistico. Il regista fa centro decidendo di offrire (per quanto possibile, essendo lui parte coinvolta) la prospettiva di ambedue i coniugi, evitando così l'errore di Kramer contro Kramer, che finiva per concentrarsi prevalentemente sul padre.

Il film inizia con un meraviglioso espediente narrativo che, se all'inizio appare come un puro esercizio di stile, assume invece un forte significato con il prosieguo del film, in cui il non detto diventa la barriera più forte tra i due coniugi. Inizialmente intenzionati a separarsi amichevolmente, infatti, Charlie e Nicole finiscono preda di una serie di forze centrifughe che li portano a concentrarsi sui ricordi negativi, distorcendo o dimenticando come ciascuno dei due sia stato fondamentale per la crescita personale e professionale dell'altro. È più facile ricordare i torti che i momenti di arricchimento reciproco, i difetti piuttosto che i pregi: la memoria tradisce e inganna, ma è solo dal ricordo dei momenti felici che può arrivare la risoluzione del conflitto. Storia di un matrimonio è un film che fa del ricordo la sua cifra e la sua lente, concentrandosi sulle storie che raccontiamo a noi stessi e agli altri, e come queste spesso diventino talmente distanti da sembrare due narrazioni completamente estranee.

La cecità viene soprattutto da Charlie, che dal momento del matrimonio è cresciuto fino a diventare uno dei registi più stimati del panorama teatrale statunitense: immerso nelle sue routine e nella città che ama, non si accorge che i suoi desideri non sono necessariamente quelli di Nicole. La sua inconsapevolezza è una sottile forma di violenza, ma non può accorgersene se non con il distacco. Il momento della realizzazione è traumatico, e non può essere altrimenti: la violenza esplode, verbalmente e fisicamente, e attraverso questo momento di degradazione personale Charlie acquisisce contezza di ciò che è successo, del vero motivo per cui Nicole vuole un divorzio e vuole tornare a Los Angeles. Al tempo stesso, Charlie è vittima di un sistema "giusto", disegnato per proteggere le donne da mariti violenti, ma che finisce per allontanarlo artificialmente da suo figlio.


Proprio la causa legale costituisce il cuore del film, con tribunali e avvocati che finiscono per alienare, anziché avvicinare, i coniugi, distruggendo quello scudo di rispetto e affetto reciproco e facendoli scivolare in un imbarbarimento dei rapporti che pare non necessario quanto inevitabile. Laura Dern e Alan Alda rappresentano due estremi opposti ma complementari del sistema: se a pelle è impossibile non simpatizzare con il personaggio di Alda, che sembra genuinamente interessato alla riconciliazione, demonizzare l'avvocatessa rampante della Dern sarebbe profondamente sbagliato. In un monologo memorabile per scrittura e interpretazione, la Dern mette a nudo le contraddizioni di un rapporto all'apparenza idilliaco e paritetico, ma che in realtà è cresciuto a spese dell'individualità di Nicole, cannibalizzandone le ambizioni.

 Al centro di questo bandolo di emozioni ci sono due attori in stato di grazia: Adam Driver dimostra un range emotivo ed espressivo impressionante, dimostrando capacità comiche, drammatiche e di canto da grandissimo attore. Un paio di suoi momenti sono da applausi a scena aperta e, se non fosse per la presenza di Joaquin Phoenix tra i rivali, da Oscar istantaneo. Scarlett Johansson è forse alla miglior prova della sua carriera, in una prova in crescendo che va di pari passo con la consapevolezza del suo personaggio, cui riesce a donare un giusto mix di dolcezza e determinazione che è la chiave dell'equilibrio in termini di empatia con i due partner che pervade il film. Il suo monologo nello studio di Laura Dern non è uno dei momenti migliori del film solo per la sua eccessiva lunghezza, imputabile più a una recrudescenza di manierismo baumbachiano che alla sua splendida interpretazione.

Ciò che colpisce di più in Storia di un matrimonio, tuttavia, è la capacità di Baumbach di raccontare persone, emozioni, relazioni, declinando in una chiave finalmente personale le influenze woodyalleniane che, pur rimanendo evidenti, diventano feconde di nuove intuizioni e suggestioni anziché puro citazionismo onanistico. Il passaggio a una storia intima e personale fa sì che Baumbach racconti una storia più vicina a Bergman e all'Allen bergmaniano, in una storia in cui i sentimenti e i ricordi sono più importanti delle azioni, e piccoli gesti come allacciare una scarpa emozionano di più di grandi discorsi.

Con Storia di un matrimonio, Baumbach si spinge con successo in un territorio a lui finora sconosciuto, quello della sincerità, e realizza un film sublime per sensibilità e capacità di bilanciare comico e drammatico. Un film che parla a tutti, raccontando la fine di un sentimento senza demonizzare nessuna delle due parti. Il divorzio smette così di essere un fallimento, come troppo spesso viene rappresentato, per diventare semplicemente quello che è: la fine di un capitolo e l'inizio di un altro, che non cancella il bagaglio emotivo e l'arricchimento ma li rende parte di un "noi" che, pur non esistendo più a livello legale, continua a esistere su quello personale.

**** 

Pier

giovedì 29 agosto 2019

Telegrammi da Venezia 2019 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

La verité (Concorso), voto 7.5. Kore-Eda dirige il suo primo film fuori dal Giappone, e lo fa trovando un perfetto equilibrio tra le sue tematiche più intimiste e "familiari" e la nuova cultura, quella francese, in cui decide di calarsi. Il risultato è un film delizioso, fortemente emotivo ma anche esilarante, forse non all'altezza dei suoi capolavori, ma comunque efficace nel raccontare il fragile rapporto tra memoria e fatti, tra finzione e realtà. Catherine Deneuve è sublime in un ruolo che si fatica a non vedere come parzialmente autobiografico: la sua prova, perfetto connubio tra ironia al vetriolo e dolente senso di colpa, la mette già in prima fila tra le candidate alla Coppa Volpi.

Pelican blood (Orizzonti), voto 5. Come gestire una figlia talmente fuori controllo da sembrare posseduta? Fin dove può spingersi l'amore di una madre? Da queste interessanti premesse, calate in una Germania rurale fuori dalle strade più battute, il film ci porta in un incubo a occhi aperti, un thriller psicoanalitico che nel finale vira però in modo poco convincente verso il soprannaturale, gettando alle ortiche quanto di buono aveva fatto fin lì in termini di costruzione delle atmosfere. La regia rimane comunque di ottimo livello, aiutata anche dalle ottime prove delle tre protagoniste.

The perfect candidate (Concorso), voto 6.5. Un tema importante come quello dell’emancipazione femminile in Arabia Saudita, affrontato con intelligenza ed efficacia, ma scarsa originalità. Qui la recensione scritta per Nonsolocinema.

Marriage story (Concorso), voto 7.5. Chi scrive ama ben poco Noah Baumbach, enfant prodige per autoproclamazione che spesso pecca di grande pretenziosità senza avere alcuna sostanza. Il suo Marriage Story è invece una splendida sopresa: un film intimo, emozionante, vero (non per nulla è parzialmente autobiografico). Baumbach racconta un divorzio doloroso cercando di offrire la prospettiva di ambedue i coniugi (anche se, involontariamente, quella di lui prevale su quella di lei), dimostrando come il rispetto e l'affetto reciproco spesso non siano sufficienti a proteggerci dall'imbarbarimento dei rapporti generato dalla causa legale. È più facile ricordare i torti che i momenti di arricchimento reciproco, i difetti piuttosto che i pregi: come in Kore-Eda, la memoria tradisce e inganna. Adam Driver e Scarlett Johansson brillano nei ruoli principali, ma ciò che colpisce è la capacità di Baumbach di raccontare persone, emozioni, relazioni: in una parola, la realtà. Non sorprende, però, che sia riuscito a farlo solo dopo essersi spogliato degli orpelli pseudo-woodyalleniani che solitamente caratterizzano il suo cinema per spingersi in un territorio a lui finora sconosciuto, quello della sincerità.

Ad astra (Concorso), voto 6.5. James Gray, come tanti prima di lui, usa la fantascienza per parlare d'altro, e l'altro è la condizione dell'umanità e del pianeta Terra. Il messaggio ecologista/umanista parte sottotraccia, come un fiume carsico, ma cresce lentamente lungo il film, man mano che Brad Pitt si avventura nelle profondità del cosmo, sempre più lontano da quel mondo da cui sia lui che suo padre sembrano smaniosi di sfuggire. Il film ha ottimi momenti, sia visivi che narrativi, ma pecca di faciloneria sul finale, un po' troppo stereotipato e da lacrima facile, e nel messaggio, declinato in maniera efficace ma non esattamente originale.

Pier e Simone

mercoledì 20 dicembre 2017

Speciale Star Wars: Episodio VIII - Seconda parte

Nella prima parte di questo speciale su Gli Ultimi Jedi avevamo presentato delle recensioni negative. Oggi ripartiremo da lì per analizzare il film, cercando di tenere conto di tutte le opinioni per capire cosa abbia funzionato e cosa no. Questa volta ci saranno spoiler: se non avete visto il film, non proseguite oltre.

Ora posso rivelarvi un piccolo inganno: le recensioni pubblicate nella prima parte non erano di Episodio VIII, bensì de L’Impero Colpisce Ancora, unanimemente considerato il film migliore della saga di Guerre Stellari.

Era una trappola!
Proprio così: il gold standard della saga, il film contro cui vengono misurati e pesati (e, spesso, trovati mancanti) tutti i film ambientati nella galassia lontana lontana, ricevette un’accoglienza quantomeno contrastata (potete leggerne sul sito ufficiale di Star Wars).
E quindi, potrà dire qualcuno? Cosa dovrebbe dimostrare questo trucco (non Jedi) di bassa lega?
Che Episodio VIII è al livello di Episodio V? Ovviamente no.
Che critici e fan possono sbagliarsi? Anche, ma non è il punto centrale, semplicemente perché questo è vero di qualunque film e, in generale, opera d’arte.
Che i fan sono dei criticoni e stroncano i film “di pancia”, dando un peso eccessivo a dettagli marginali che vanno contro il loro concetto di cosa deve essere la saga? Assolutamente no. Ho deliberatamente evitato di ripescare commenti del pubblico dell’epoca (che, per inciso, erano dello stesso tenore di quelli dei critici) per evitare questo processo alle intenzioni, sia perché non mi interessa, sia perché ne hanno già scritto ottimamente altri (qui e qui).

Cosa, quindi, volevo dimostrare con questo piccolo inganno?
Un concetto in realtà molto semplice: l’innovazione genera controversie.
In generale, il nostro cervello è impostato per reagire più positivamente a storie ed emozioni familiari, e vedere la novità con una certa diffidenza, quasi come una minaccia. E se questo è vero in generale (qui potete leggere una sintesi - in inglese - di studi scientifici che spiegano questo fenomeno), lo è ancora di più per quanto riguarda i sequel, costretti a misurarsi con l’eredità ingombrante del predecessore. L’Impero Colpisce Ancora fu criticato semplicemente perché cambiò radicalmente struttura narrativa, tono e temi rispetto al primo film della saga, cui i fan si erano già fortemente affezionati nei tre anni intercorsi tra Episodio IV e Episodio V. Era un film innovativo, quasi radicale, e al tempo fu difficile comprendere appieno la portata rivoluzionaria dei suoi cambiamenti. Un contro esempio molto efficace viene dal recente Episodio VII: la reazione iniziale dei fan è stata estremamente positiva (in media) perché Episodio VII era rassicurante. Riprendeva i temi e le atmosfere della trilogia originale, introducendo nuovi personaggi ma calandoli nel panorama e nelle dinamiche della vecchia storia, fino a riprenderla quasi pedissequamente.
Oggi l’opinione sul film è sicuramente meno positiva, anche se a mio parere si tende troppo a concentrarsi sulle innegabili similitudini con Episodio IV come elemento negativo *.

E ora, veniamo a Episodio VIII. Qui iniziano i veri spoiler: se proseguite, lo fate a vostro rischio e pericolo.

Come detto nella nostra recensione, la missione di Rian Johnson era diversa: Gli Ultimi Jedi doveva essere innovativo, senza paura, radicale nelle sue scelte. Esattamente come l’Impero Colpisce Ancora. Il fatto che Episodio VIII sia innovativo non è in discussione: viene riconosciuto sia da chi ha amato il film, sia da chi lo ha odiato. Le critiche di questi ultimi si possono riassumere in larga parte con la frase “questo non è Guerre Stellari”, implicitamente sottolineando come sia un film che va molto lontano dalle loro aspettative. In sintesi, criticano il film per ragioni opposte a quelle per cui alcuni (si vuole sperare non le stesse persone) criticavano episodio VII: laddove quello era accusato di essere una copia carbone, questo viene accusato di essere troppo diverso.

Il punto diventa quindi capire se queste innovazioni abbiano senso o siano fini a se stesse. In altre parole, dobbiamo capire se queste innovazioni concorrano a formare una visione di insieme, o siano slegate e puramente provocatorie. Quello che vorrei fare con questa seconda parte è cercare di capire se le innovazioni proposte da Johnson funzionino / non funzionino ai fini della storia che il regista vuole raccontare e del messaggio che vuole trasmettere. La storia può comunque non piacere, e il messaggio non convincere, ovviamente. Tuttavia, sono convinto che una critica costruttiva e seria passi dall'abbandono delle categorie del “mi piace/non mi piace” per concentrarsi sulla coerenza dei vari elementi del film e sulla qualità  della realizzazione.

La visione di Johnson: Abbandonare il passato
Quando cerca di convincerla a unirsi a lui, Kylo Ren dice a Rey queste parole: “Lascia che il passato muoia. Uccidilo, se devi. È l’unico modo per diventare ciò che sei destinata a essere”. Questa non è una battuta, è una dichiarazione di intenti. E, come vedremo, non è l’unica volta in cui Johnson affiderà ai suoi personaggi battute che descrivono al tempo stesso la loro visione del mondo e la sua visione di regista.
Il tema del superamento del passato è il leit motiv del film, in cui dei giovani si trovano a dover fare i conti con una galassia lasciata in frantumi dalla generazione precedente, e cercano in tutti i modi di trovare la propria strada in un mondo in cui non esistono più certezze. Suona familiare? Se sì, è perché questa frase potrebbe essere contenuta in un qualunque rapporto ISTAT sui giovani.
Rian Johnson vuole realizzare un film che parli delle e alle nuove generazioni. Nel farlo, si rende conto che dovrà abbandonare parte dell’enorme bagaglio  rappresentato dalla trilogia originale. Per inciso, già JJ Abrams se ne era reso conto in Episodio VII, ma Johnson porta questa idea alle sue estreme conseguenze. Parleremo poi dell’evoluzione dei personaggi storici della saga, ma basti qui dire che è dal loro fallimento personale e “professionale” che ha origine tutta la vicenda narrata. Il Primo Ordine nasce dalla negligenza della Repubblica; Kylo Ren dal fallimento di Han e Leia come genitori e di Luke come maestro. Rey è stata abbandonata dai genitori su un pianeta deserto in cambio di rottami, ed è stata costretta fin da piccola a cavarsela da sola; Finn è stato strappato alla sua famiglia e condizionato a diventare una macchina per uccidere; in una galassia in cui fino a poco tempo prima esisteva la Repubblica, ci sono ancora pianeti in cui i poveri sono in schiavitù e i ricchi traggono profitto dalle guerre in atto, vendendo armi ad ambedue le parti. Dai tempi di Episodio VI nulla sembra essere cambiato in meglio.

Episodio VIII (ma, mi sentirei di dire, la nuova trilogia in generale) racconta la storia di chi, in un modo o nell’altro, vuole ribellarsi a questa situazione, urlare al mondo il suo disappunto per ritrovarsi a vivere in universo in rovina senza esserne minimamente responsabile. Sembra un cambiamento minimo, ma è in realtà radicale, perché sposta la saga dall’essere “la storia degli Skywalker” (per dirla con Kathleen Kennedy; ci torneremo), o comunque dello scontro Jedi-Sith, a essere una storia di giovani che vogliono trovare un loro posto nel mondo ma non hanno gli strumenti né le competenze per farlo, e devono quindi navigare a vista. Le loro imperfezioni, le loro scelte avventate e poco ponderate, che tanto hanno irritato alcuni fan, sono invece la logica conseguenza del loro carattere e dell’epoca in cui si trovano a vivere: un’epoca incerta, in crisi di valori, in cui le antiche certezze non esistono più e i vecchi maestri sono scomparsi o non hanno più la voglia o la capacità di insegnare.

Questa la visione di Johnson per il film. Andiamo ora ad analizzare i tre elementi di maggiore innovazione introdotti da Johnson: innovazione tematica, risultante nel tradimento delle aspettative; innovazione nei personaggi; e innovazione nella struttura narrativa.

Aspettative tradite, olio su pellicola
Le aspettative tradite: Personaggi e spettatori
Tutti i fan attendevano con trepidazione di sapere cosa avrebbe fatto Luke della spada che gli porgeva Rey. Nessuno, tuttavia, attendeva quella risposta con più trepidazione di Rey. E Luke cosa fa? Butta la spada. Non la rifiuta, non la restituisce: la butta via, con nonchalance, quasi non fosse affar suo, tradendo le speranze di Rey. E continuerà a farlo praticamente fino alla fine del film. Allo stesso modo, tutti si aspettavano di sapere chi fosse Snoke, e come avrebbe completato la trasformazione di Kylo Ren nel nuovo Darth Vader. E invece Snoke cosa fa? Insulta Kylo. Gli dice che non è il nuovo Vader, ma solo “un ragazzino con una maschera”, lontano anni luce dalla potenza del nonno. Ancora una volta, nessun fan può dirsi più deluso e ferito dello stesso Kylo, un ragazzo turbato alla disperata ricerca di un’identità, che finisce per uccidere il suo misterioso quanto ingombrante maestro. Infine, tutti aspettavano con ansia di sapere chi fossero i genitori di Rey, ed ecco invece l’ennesimo schiaffo in faccia, questa volta per mano di Kylo: i genitori di Rei sono dei contrabbandieri, che la hanno venduta (!) in cambio di alcuni rottami. Ancora una volta, la più delusa di tutti è Rey, che scopre (o, meglio, realizza – in cuor suo lo ha sempre saputo, come dice Kylo) di non essere affatto speciale come credeva.

I fan si sono sentiti ingannati, traditi, presi in giro, ma non poteva essere altrimenti, perché le aspettative dei fan erano le stesse dei personaggi. I nuovi protagonisti sono cresciuti nel mito di un passato dorato e di eroi leggendari, e sono stati scaraventati in un mondo che non somiglia per nulla a quel passato, né corrisponde alle loro aspettative. Anche loro, come i fan, credevano di tornare a un mondo fatto di Jedi che da soli fermano intere armate, di pilota di caccia che con voli spericolati sconfiggono interi battaglioni imperiali, e di Sith dalla potenza sovrumana in grado di piegare tutti al proprio volere. Quel mondo è finito, e i personaggi, come i fan, devono fare i conti con quello che percepiscono a tutti gli effetti come un tradimento. “Questa cosa non andrà come pensavi”, dice Luke a Rey, e Rey non lo accetta, non vuole accettarlo, e si ostina per lungo tempo a perseguire il suo piano di riportare Luke a casa e vincere così la guerra, senza (voler) capire che quel tempo è finito e non è destinato a tornare.

L’aspettativa tradita più grande, e quella che ha forse generato il maggiore disappunto, è quella della discendenza di Rey. La delusione è stata talmente grande che molti hanno già ipotizzato che Kylo stia ingannando Rey, e che lei sia in realtà una Skywalker/Kenobi/cugina di quarto grado di Mace Windu. Pur cosciente del fatto che la retcon che soddisfi i fan è sempre dietro l’angolo, mi espongo e dico che ritengo queste teorie alquanto improbabili e, soprattutto, poco desiderabili. In primo luogo, le tanto citate parole di Kathleen Kennedy non sono in contrasto con la presenza di un personaggio “nuovo”, non legato alla famiglia Skywalker, semplicemente perché Kylo Ren/Ben Solo è lui stesso uno Skywalker. E, se i sei film precedenti ci hanno insegnato una cosa, è che lo Skywalker protagonista è un angelo caduto, non un angelo del bene. Il protagonista dei precedenti sei film è Anakin, non Luke: perché qui il vero protagonista non potrebbe essere Ben? In secondo luogo, avere una “nessuno” come protagonista rappresenta una novità perfettamente coerente sia con lo spirito della nuova trilogia, sia con la saga originale (anche Anakin era un “nessuno” quando viene scoperto; e sì, mi ricordo la storia della sua immacolata concezione – roba che al confronto flying Leia sembra un capolavoro – ma voglio far finta di niente). Lo splendido finale degli Ultimi Jedi richiama volutamente il piccolo schiavo liberato di Episodio I, e suggerisce ancora una volta che chiunque può essere un Jedi, in quanto la Forza scorre anche nei “nessuno”, non solo in alcune famiglie.
Anche a voler fare a tutti i costi i cacciatori di indizi, si può notare un dettaglio importante: nel primo trailer di Il risveglio della Forza sentivamo Leia chiedere a Rey “Chi sei?”, sentendosi rispondere “Nessuno.” Quella scena fu poi tagliata dal film: e se fosse stato voluto, per evitare di uccidere fin da subito l’hype sulle origini di Rey? Quando Kylo le rivela la verità, lei in cuor suo già la conosce, esattamente come Leia in cuor suo sa già che Luke è suo fratello quando lo scopre ne Il ritorno dello Jedi.

Una breve nota, infine, sulla mancata rivelazione dell’identità di Snoke: nella trilogia originale non veniamo a sapere nulla dell’Imperatore. Tutto ciò che sappiamo su di lui viene dai sequel, e non ho mai sentito nessuno lamentarsi per questo. La biografia di Snoke – che non escludo scopriremo nel prossimo film, magari tramite dei flashback di Kylo – era davvero così importante ai fini della storia? Mi sentirei di dire di no.

Niente foto, grazie. Ci tengo alla privacy
Caratterizzazione ed evoluzione dei personaggi
Una delle critiche più lette e diffuse è legata ai personaggi. Da una parte si accusa Johnson di aver stravolto i personaggi originali, in particolare Luke; dall’altro si sottolinea l’assenza di un arco narrativo per molti dei nuovi personaggi.

Partiamo dai personaggi storici: come detto, i protagonisti più amati sono diventati degli adulti fallimentari. Ripetete con me: fallimentari. Han e Leia non sono stati capaci di costruire una relazione stabile, e hanno finito per separarsi, vittime del proprio orgoglio e della propria testardaggine; come genitori, non hanno saputo dare affetto e attenzione a Kylo Ren, lasciandolo in balia delle tentazioni di Snoke (in una dinamica che riprende il lento corteggiamento di Palpatine ad Anakin). Luke ha fallito come maestro, prima non riconoscendo il potenziale distruttivo del nipote, e poi pensando di assassinarlo nel sonno, tradendo la sua fiducia. Kylo Ren è un prodotto del loro fallimento, la conseguenza delle loro azioni.

Non è quindi sorprendente trovare un Luke completamente cambiato, diversissimo dal giovane ottimista che aveva redento suo padre Anakin. Luke ha fallito, e non ha saputo affrontare il proprio fallimento. Si è ritirato in se stesso, chiudendosi alla Forza e agli amici proprio quando questi avevano bisogno di lui. Luke non è Yoda, ritiratosi su Dagobah per mantenere viva la cultura degli Jedi: è colui che vuole celebrare il funerale di quella religione che tanta sofferenza ha portato a lui e alla sua famiglia. Il suo cambiamento non solo è giustificato, ma è fondamentale: solo dall’accettazione del fallimento (suo e della famiglia Skywalker) Luke può trovare il modo di rendersi utile. E proprio nel duello finale, nel momento supremo, riemerge il giovane sognatore e romantico che avevano conosciuto nella prima trilogia. Luke affronta Kylo Ren nello stesso modo in cui aveva affrontato suo padre: rifiutandosi di combattere davvero. Anche se non ha speranze di redimere il nipote come aveva fatto con Anakin, non trova comunque in se stesso la forza di ucciderlo, perché sa che comunque sarebbe sbagliato, e che dove lui ha fallito altri potrebbero riuscire. Si sacrifica per la causa, rinverdendo la leggenda degli Jedi ma soprattutto quella della ribellione con uno sforzo immenso, prima di fondersi con la Forza di fronte a un doppio tramonto come quello che c’era quando lo avevamo conosciuto. Una scena di forte commozione, e un doveroso tributo a un eroe imperfetto, come suo padre, ma capace di accettare e superare questa imperfezione, come suo padre.

Carisma a palate
Leia è forse l’unico punto fermo del film, anche se viene finalmente data attuazione a quel potenziale nascosto che ci era stato suggerito fin da episodio V. Peccato che la scena in cui la vediamo usare la Forza sia visivamente orribile, con Leia che fluttua nello spazio in una posa che è un mix tra quella di Superman e quella di Mary Poppins. Una scena che rappresenta oggettivamente uno dei momenti più bassi della saga,  che fornisce ai detrattori un sacrosanto motivo di critica, e che stupisce ancora di più in un film visivamente così curato come Episodio VIII (la stanza del trono di Snoke, la scena con la nave ribelle che si schianta sullo star destroyer a velocità luce e quelle sul pianeta di sale sono un’estasi visiva, e hanno infatti riscosso consensi unanimi).

Come puoi avere quella cafonata di Leia volante in un film in cui hai realizzato questa bomba visiva?
Riguardo ai nuovi eroi, quasi nessuno si sogna di criticare ancora Kylo Ren, un giovane irascibile, instabile, complessato, perennemente alla ricerca di se stesso e di un posto nel mondo. Kylo cambia di continuo, è un mare in tempesta, incapace di mantenersi stabile anche se lo volesse. Chi nel primo film lo aveva deriso per le sue crisi isteriche ha dovuto ricredersi: gli scoppi d’ira sono parte integrante di questo personaggio complesso e meravigliosamente sfaccettato, che la splendida prova di Adam Driver arricchisce di ulteriore profondità.

Rey sembra invece immobile, quasi statica in questo film. A un’analisi più approfondita, tuttavia, si rivela un’evoluzione ben delineata, forse poco appariscente ma coerente sia con il tema portante del film, sia con l’evoluzione del suo maestro nella trilogia originale. Rey arriva sull’isola dove si è ritirato Luke colma di speranza. Pensa di poter salvare la ribellione portando a casa Luke e che lui sconfiggerà da solo il Primo Ordine. Non si chiede nemmeno per un momento perché Luke si sia ritirato lì. Quando lo scopre, entra in una fase di rifiuto. Luke è l’eroe, Luke li salverà tutti. È lo stesso Luke a sbatterle in faccia la verità, quando le urla: “E cosa pensi che faccia? Che torni e sconfigga il Primo Ordine da solo?” Solo allora Rey si rende conto di quanto fosse naif il suo piano. Le sue certezze inscalfibili crollano, e si rivolge istintivamente all’altro ragazzo privo di certezze che conosce: Kylo, il nemico, l’uomo dall’energia instabile, la cui spada laser grezza è forse il miglior simbolo di ciò che vuole diventare la nuova trilogia. Attraverso l’interazione con Kylo, Rey cambia completamente, o meglio, accetta la realtà: non sarà Luke a salvare la galassia. Nessun deus ex machina, questa volta, nessuno scontro decisivo tra Bene e Male: la battaglia si combatte nelle zone di grigio, ed è in ciò per cui si combatte (come dice la morente Rose a Finn) che si trova la differenza tra buoni e cattivi. Può sembrare un cambiamento minore, ma non lo è: Rey segue un percorso simile a quello di Luke nell’Episodio V, dove al suo sogno romantico di sconfiggere il nemico in un epico duello si sostituisce l’amara accettazione della sua identità e del suo passato.

Struttura narrativa: What happens in Vegas & ironia spicciola
E veniamo al punto forse oggettivamente più debole del film, ovvero la “gita” di Finn e Rose sul pianeta casinò. Le critiche che accompagnano questa parentesi narrativa sono giustificate se prese singolarmente, ma considerate nel loro insieme risultano meno convincenti.

Questo spezzone non fa avanzare significativamente la trama e, anzi, la rallenta. A livello visivo sembra quasi un omaggio all’estetica della seconda trilogia, che per il resto sembra essere stata del tutto rimossa da questi due nuovi episodi. Finn sembra intrappolato in questa missione impossibile e, di fatto, sembra non avere nulla da fare. Tutto il pezzo con i ragazzini e i dialoghi con il DJ di Del Toro sembrano puramente un espediente narrativo, un’innovazione stilistica e visiva (mai si erano mischiate le atmosfere dei primi film con lo stile da belle époque della seconda trilogia) che però ha poco da aggiungere al tema portante della storia.
Che poi, parliamone, della bellezza di queste immagini
Tutte queste sono critiche oggettivamente valide, ed è indubbio che Johnson abbia perso almeno parzialmente il controllo della sua creatura in questa parte del film, dilungandosi più del necessario. Questa è la parte che mi è piaciuta di meno del film.
Tuttavia, un bell’articolo pubblicato su The Atlantic mi ha fatto notare dei dettagli che non avevo considerato con la dovuta attenzione: Finn è un personaggio che ha sempre pensato prima di tutto a se stesso e a Rey. Entra a far parte di questa missione quasi per caso, e quando ne torna è cambiato, al punto di essere pronto a immolarsi per salvare quel poco che rimane della Resistenza durante la battaglia sul pianeta di sale. Questo cambiamento è dovuto alla sua interazione con Rose, ma soprattutto a ciò che vede sul pianeta casinò: la schiavitù, le vittime collaterali di una guerra di cui finora Finn ha conosciuto solo il palcoscenico e gli attori principali. Durante la sua missione vede le comparse, coloro che non rimarranno sui libri di storia, ma sono vittime delle guerre fatte da persone che nemmeno conoscono, grazie alle quali si arricchiscono personaggi senza scrupoli che vendono armi all’una e all’altra parte. Il dialogo con DJ assume così un’altra connotazione, che rafforza ulteriormente uno dei messaggi principali del film (è finito il tempo in cui Bene e Male sono chiaramente distinti) e soprattutto il bellissimo, per quanto retorico, messaggio con cui Rose dice addio a Finn.

Un altro elemento che ha scatenato i detrattori del film è l’uso giudicato eccessivo di battute fuori luogo. Il primo punto non è senza fondamento: alcune battute vengono inserite nei momenti topici della trama, in cui la risata sembra del tutto fuori luogo. Tuttavia, varrebbe la pena ricordare che questi momenti erano presenti anche nella saga originale, e avevano spesso per protagonista C3PO, che si lanciava in improbabili siparietti anche nelle scene più drammatiche. Un esempio? Ironicamente, si trova proprio nella prima scena di Una nuova speranza. Una scena, questa, dall’alto contenuto drammatico (arricchito ancora di più dagli eventi di Rogue One): la nave della Principessa Leia è appena stata abbordata, la principessa è stata catturata da Darth Vader. Ecco, in uno dei momenti più iconici della Saga, proprio a inizio film, C3PO ha questo dialogo con R2D2.


Non proprio il massimo in termini di “rovinare l’atmosfera”, ecco.
Questo per dire che l’ironia fuori luogo è sempre stata una delle cifre di Guerre Stellari, e non poteva che esserlo ancora di più in un episodio la cui cifra è esattamente quella di demitizzare le leggende e rendere il tutto meno “serio” ed epico, ma al tempo stesso terribilmente più reale.

Conclusione
Nel complesso, un’analisi approfondita delle innovazioni e delle scelte fatte da Johnson rivela una forte coerenza di fondo, una linea narrativa e tematica forte da cui discendono tutte gli altri elementi del film.

Questo vuol dire che il film sia un capolavoro? Ovviamente no. Significa semplicemente che è un film concepito e realizzato con una forte visione di insieme, e non l’accozzaglia di cose senza senso di cui hanno parlato alcuni. La storia può non piacere, le scelte possono essere ritenute poco convincenti: queste sono decisioni che stanno al gusto di ognuno.
Tuttavia, dopo un’attenta analisi è innegabile che dietro a Gli Ultimi Jedi c’è un’idea di regia forte e innovativa  e che il film, nonostante qualche inciampo, riesce a comunicare in modo chiaro ciò che il regista aveva in mente e soprattutto a raggiungere lo scopo che si era prefisso: perpetuare il mito della galassia lontana lontana ma, al tempo stesso, percorrere strade nuove e inesplorate. Se il film avrà il destino de L’Impero Colpisce Ancora o subirà la damnatio memoriae di Una Minaccia Fantasma solo il tempo potrà dircelo.

Pier

*: Dico troppo sia perché ci sono altre similitudini evidenti che non vengono sottolineate (l’orfana con la forza sul pianeta deserto, di cui ci viene suggerita una discendenza importante; un essere malvagio e deforme con un apprendista incline alla rabbia), forse perché parte di ciò che vogliamo assolutamente vedere in un Guerre Stellari; sia perché si dimentica che la missione di JJ Abrams era esattamente quella di riaccogliere i fan nel mondo della saga, rassicurandoli che la seconda trilogia era stata solo un brutto sogno e regalando loro le vecchie e indimenticate emozioni; e questo Abrams lo ha fatto innegabilmente bene. Sia, infine, perché Abrams ha gettato le basi per la rivoluzione che vediamo in questo capitolo, come spiegato nell'articolo.