Visualizzazione post con etichetta Laura Dern. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Laura Dern. Mostra tutti i post

giovedì 8 settembre 2022

Telegrammi da Venezia 2022 - #6

Sesto telegramma da Venezia, con documentari su grandi maestri, splendidi esordi giudiziari, figli problematici, e riscoperte musicali.


Sergio Leone - L'italiano che inventò l'America (Venezia Classici), voto 8. Splendido documentario sulla carriera di Sergio Leone, che alterna testimonianze dei suoi storici collaboratori (dal rumorista a Morricone, dall'addetto al sonoro a Dario Argento) e di registi statunitensi influenzati dal suo lavoro, come Scorsese, Spielberg, e Tarantino. Ricostruzioni e commenti sono puntuali, un saggio di storia e analisi del cinema che farà felici gli appassionati ma costituisce anche un ottimo punto di partenza per un neofita.

The Son (Concorso), voto 6. Dopo The Father, Zeller torna alla regia con l'adattamento di un'altra sua pièce teatrale, questa volta incentrata sulla gestione di un figlio problematico e tormentato. Il ritratto delle difficoltà e dell'incapacità sociale di capire e gestire la depressione è efficace, ma manca di originalità espressiva e tematica. 

Dreamin' Wild (Fuori Concorso), voto 6. Il film racconta l'incredibile storia vera dei fratelli Emerson: da adolescenti, a fine anni Settanta, registrano un album casalingo, che dà il titolo al film. L'album non riceve alcuna attenzione, ma viene riscoperto quasi per caso alla fine degli anni Duemila, quando raggiunge un grande successo critico e persino commerciale. Ma è forse troppo tardi per resuscitare un sogno che i due fratelli, e in particolare Donnie, autore di tutte le canzoni, credevano morto e sepolto, e cui hanno già sacrificato tanto. Film molto classico nella struttura, ma ben scritto e recitato, con Noah Jupp che ruba la scena nel ruolo del giovane Donnie.

Saint Omer (Concorso), voto 8.5. Un esordio folgorante nel cinema di finzione per Alice Diop, finora documentarista, che racconta la storia di due donne che si incrocia attraverso il mito di Medea: una regista che vuole farne un film, e una donna accusata di aver ucciso il proprio figlio. Diop riprende il processo a quest'ultima, vero cuore del film, con un piglio documentarista, ed è una scelta vincente: le emozioni scorrono potenti senza bisogno di artifici retorici e pelosi pietismi (Gianni Amelio avrebbe potuto imparare qualcosa), la maternità viene analizzata nei suoi lati più oscuri e inconfessati, scoperchiando una tematica che la nostra società tende a seppellire. 

Pier

sabato 8 febbraio 2020

Oscar 2020 - I pronostici

Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantaduesima edizione degli Academy Awards. 

Se lo scorso anno aveva segnato un trionfo assoluto per la Mostra Cinematografica di Venezia, presente con ben 39 nomination tra concorso e fuori concorso contro le 13 di Cannes, quest'anno la situazione sembra essersi equilibrata, grazie all'inaspettato (e meritato) successo di Parasite: 18 nomination a testa per i due maggiori festival europei.

Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici, accompagnati dalle scelte personali della Redazione (ovvero, le mie): sarà questo l'anno in cui l'Academy si deciderà ad ascolarmi? Ne dubito, ma sperare non costa nulla. 

Pronti? Iniziamo!



Miglior montaggio
Quando un film con un montatore qualunque incontra un film montato da Thelma Shoonmaker, il film con il montatore qualunque è un film morto. Leggenda vivente, collaboratrice storica di Scorsese, la Shoonmaker ha sfoderato l'ennesimo capolavoro della sua arte, la scrittura per immagini, con The Irishman. Sembra lei la chiara favorita, con Yang Jinmo per Parasite come possibile sorpresa. Su di lei ricade anche la mia scelta personale, con il sottovalutatissimo lavoro di Jeff Groth su Joker come secondo classificato. 

Pronostico: Thelma Schoonmaker, The Irishman

Scelta personale: Thelma Schoonmaker, The Irishman


Miglior fotografia
Un anno ipercompetitivo, con tutti i candidati che hanno ottime ragioni per reclamare la statuetta. Tuttavia, sembra impossibile che non vinca Roger Deakins, uno dei più grandi direttori della fotografia in attività, recordman di nomination per la categoria ma con una sola vittoria (per Blade Runner 2049). Il suo lavoro su 1917 è magistrale, ed è di fatto l'unica anima di un racconto che vive e muore con le sue immagini. Su di lui ricade anche la mia scelta personale, anche se sia Jarin Blaschke (The Lighthouse) che Robert Richardson (C'era una volta a Hollywood) hanno conquistato il mio cuore.

Pronostico: Roger Deakins, 1917
Scelta personale: Roger Deakins, 1917


Miglior film d'animazione
Da grande fan della Pixar, faccio fatica a non indicare Toy Story 4 come mio film preferito: un colpo al cuore quando nessuno se lo aspettava, l'ennesimo capitolo di risate e commozione regalato dalla casa della Lampada. Tuttavia, nonostante veda Toy Story 4 come il favorito, quest'anno la mia preferenza cade su Klaus (produzione Netflix): una splendida favola, una storia di amicizia, ma soprattutto un film che sperimenta nuove tecniche di animazione, aprendo nuove possibilità per il futuro di un mezzo in continua evoluzione.

Pronostico: Toy Story 4
Scelta personale: Klaus


Miglior attore non protagonista
Se ci fosse giustizia, dovrebbe vincere Joe Pesci: la sua interpretazione in The Irishman è clamorosa per intensità e profondità, ed è l'esatto opposto dei personaggi sopra le righe che ha sempre interpretato in carriera. Tuttavia, il destino di questa categoria è già scritto: sarà Brad Pitt, splendido (in tutti sensi) interprete di C'era una volta a Hollywood, ad aggiudicarsi la statuetta. E Pitt lo merita, sia per l'interpretazione in sé, sia come giusto risarcimento per una carriera troppo spesso sottovalutata, vittima della sua bellezza come già Paul Newman e Robert Redford prima di lui.

Pronostico: Brad Pitt, C'era una volta a Hollywood

Scelta personale: Joe Pesci, The Irishman


Miglior attrice non protagonista
La favorita è senza ombra di dubbio Laura Dern, esilarante avvocatessa senza scrupoli in Storia di un matrimonio. Tuttavia, la mia preferenza personale va alla sua "assistita" nel medesimo film, Scarlett Johansson, per la sua sorprendente prova in JoJo Rabbit, dove interpreta un ruolo caleidoscopico per emozioni e sfaccettature.

Pronostico: Laura Dern, Storia di un matrimonio
Scelta personale: Scarlett Johansson, JoJo Rabbit


Le due contendenti in Storia di un matrimonio
Miglior sceneggiatura originale
Qui il favorito sembra, eccezionalmente, Parasite: raramente un film straniero si aggiudica il premio per la sceneggiatura, ma la vittoria ai Writers Guild Awards lo impone come favorito di categoria. Knives Out sarebbe una bellissima ma improbabile sorpresa, e Tarantino non è mai da sottovalutare, ma Bong Joon Ho e Han Jin Won dovrebbero aggiudicarsi la statuetta. Su di loro ricade anche la mia preferenza personale.

Pronostico: Parasite
Scelta personale: Parasite


Miglior sceneggiatura non originale
Greta Gerwig sembra la netta favorita con Piccole donne, grazie alla sua reinvenzione e rilettura di un classico che non sembrava aver più nulla da dire. Nonostante abbia molto apprezzato il lavoro della Gerwig, la mia scelta personale ricade forse su JoJo Rabbit, che mi ha toccato maggiormente il cuore.

Pronostico: Piccole donne
Scelta personale: JoJo Rabbit


Miglior attrice protagonista
Renée Zellweger che si aggiudicherà la statuetta per la sua interpretazione di Judy Garland. Ammetto di essere prevenuto contro la Zellweger, attrice che detesto e che mi provoca un'irritazione quasi fisica, al punto che mi sono rifiutato di vedere Judy. La mia scelta personale non può quindi ricadere su di lei, e va quindi (ancora una volta) a Scarlett Johansson, anche perché sarebbe scandaloso rimanesse a mani vuote dopo due interpretazioni come quelle offerte in  JoJo Rabbit e Storia di un matrimonio.

Pronostico: Renée Zellweger, Judy
Scelta personale: Scarlett Johansson, Storia di un matrimonio


Miglior attore protagonista
Un solo nome: Joaquin Phoenix. Non solo la sua interpretazione in Joker è trascendente, dionisiaca, ipnotica, ma Phoenix merita questo riconoscimento da anni, dato che parliamo di uno degli attori più brillanti ed eclettici della sua generazione. Adam Driver è l'unico che potrebbe impensierirlo, ma è davvero un'ipotesi molto, molto, molto remota. Se non si fosse capito, Phoenix si aggiudica anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Joaquin Phoenix, Joker
Scelta personale: Joaquin Phoenix, Joker


"Ah, ho vinto?"
Miglior regia
Sembra incredibile, ma pare che anche quest'anno Quentin Tarantino riuscirà a non vincere la statuetta come miglior regista. Piaccia o non piaccia, Tarantino è uno dei cineasti più originali e influenti degli ultimi 30 anni, eppure l'Academy continua pervicacemente a ignorarlo, nonostante con C'era una volta a Hollywood abbia firmato il suo film forse più personale e autoriale. Come se non bastasse, sembra che l'Academy non lo snobberà per un mostro sacro come Scorsese (che dovrebbe vincere ogni premio sulla faccia della Terra, ma non vincerà perché non ne ha bisogno) o per la grande sorpresa di Parasite, ma per quel capolavoro di tecnica e di vacuità narrativa che è 1917. Il lavoro di Mendes è senza dubbio strabiliante a livello visivo, ma viene da chiedersi quanto ci sia del regista una volta tolti gli effetti speciali e la fotografia di Deakins. Tarantino, snobbato dall'Academy, dovrà accontentarsi della mia preferenza personale.

Pronostico: Sam Mendes, 1917
Scelta personale: Quentin Tarantino, C'era una volta a Hollywood


Miglior film
Se la vittoria di 1917 per la miglior regia ci può stare, quella per miglior film lascerebbe perplessi vista la concorrenza. Il suo avversario principale sembra essere Parasite, senza dubbio molto più meritevole, ma un film straniero non ha mai vinto l'Oscar per il miglior film in novant'anni di storia dell'Academy. Potrebbe essere la volta buona? In un momento di insensato ottimismo, dico di sì, e indico Parasite come favorito. La mia scelta personale, dopo lunga esitazione, ricade su The Irishman, con Joker, Parasite e Tarantino appena dietro.

Pronostico: Parasite
Scelta personale: The Irishman


Questo è tutto. Cosa aspettate? Correte in sala scommesse!

Pier

Piccole donne

L'arte è vita, la vita è arte


Jo March ambisce a diventare una scrittrice, ma per ora si deve accontentare di scrivere romanzi rosa e scandalistici. Quando un'emergenza la richiama a casa, scopriamo a poco a poco il suo indissolubile legame con la famiglia: le sorelle Meg, Amy, e Beth, la madre, il vicino di causa Laurie. La loro storia è indissolubile da quella di Jo, ed è destinata a divenire anche parte fondante della sua arte.

Dopo l'ottimo esordio di Lady Bird, Greta Gerwig decide di alzare il tiro, cimentandosi con uno dei grandi classici della letteratura per l'infanzia, rileggendolo e trasformandolo in una riflessione sul ruolo della donna nella società, sull'atto creativo, e sull'intersezione tra questi temi. Le ambizioni e il desiderio di emancipazione di Lady Bird si ritrovano nell'iconico personaggio di Jo March - la Gerwig non a caso decide di affidare il personaggio alla stessa attrice, Saoirse Ronan - la cui storia personale diviene finzione ma anche riflessione sul processo artistico, sia del personaggio, sia di Louisa McAlcott, la cui biografia si fonde con la storia di Jo, sia della regista stessa.

La sceneggiatura è il punto forte del film: costruita dalla Gerwig con certosina attenzione, alternando passato e presente e sconvolgendo la struttura lineare del romanzo, rende i confini tra reale e narrato sempre più indistiguibili, fino a farli diventare inestricabili l'uno dall'altro. La gioia, anzi, la volontà di vivere appieno la propria vita, anche di fronte all'avversità, emerge con forza in numerose scene, che brillano per energia e vitalità. La visione della Gerwig, tuttavia, non riesce a eliminare la patina un po' da feuilleton/sceneggiato in costume della BBC: l'ambientazione d'epoca non aiuta, e la scelta di smussare i toni più duri di alcuni personaggi (Marmee March su tutte, troppo dolce e hippie) e di puntare forte sul sentimento fraterno, soprattutto nella prima parte, fa sì che alcuni passaggi risultino un po' troppo zuccherosi, inficiando in parte anche la forza del messaggio.

La regia, per quanto scolastica, sorregge la geniale ambiguità della sceneggiatura con dei cambi di palette di colore - caldi per il passato narrato, freddi per il presente - innescando così un'alternanza che funziona ottimamente fino al finale, quando invece la fotografia fa sì che l'ambiguità diventi confusione, e la riflessione della regista sul sottile confine tra vita e arte non colpisca quindi quanto potrebbe.

Il cast offre un'ottima prova corale, anche se alcune scelte destano perplessità nei conoscitori del romanzo: se Florence Pugh offre una Amy diversa ma proprio per questo più profonda e interessante di quella originale, la Jo di Saoirse Ronan manca della complessità emotiva del suo equivalente cartaceo, e sembra eternamente in balia delle sue passioni anziché esserne padrona. I personaggi più fuori parte, tuttavia, sono senza dubbio i genitori, tra una Laura Dern inspiegabilmente smielata e un Bob Odenkirk che, forse a causa della sua forte identificazione con il Saul della omonima serie TV, non è davvero credibile nella parte del mite e onesto padre di famiglia.

Piccole donne è un film ambizioso, più coraggioso di Lady Bird, rispetto al quale mostra una notevole maturazione artistica; tuttavia, questa ambizione fa sì che, a tratti, il film manchi il suo bersaglio, perdendosi nel suo stesso impianto narrativo e, soprattutto, in inutili sequenze zuccherine, laddove Lady Bird, pur volando più basso, lo coglieva appieno.
Rimane comunque un film importante, che guarda alla storia della letteratura per riflettere sull'arte femminile nella realtà di oggi, concludendo con amarezza dissimulata che, in fondo, non è cambiato troppo: le difficoltà di Jo sono le stesse affrontate oggi dalle donne che vogliono intraprendere una carriera artistica, che anzi per assurdo si trovano ad affrontare un sistema editoriale ancor meno disposto a dare voce alle esordienti. La Gerwig è Jo, Jo è la Gerwig, e ambedue sono il personaggio del romanzo scritto da Jo, del film scritto da Greta Gerwig: l'arte e la vita si fondono, e si fanno atto di speranza, di liberazione, di emancipazione.

***

Pier


domenica 8 dicembre 2019

Storia di un matrimonio

Quando il divorzio non è un fallimento



Charlie, regista di teatro, e Nicole, sua moglie e prima attrice, si stanno separando. Lui lavora a New York, lei vuole trasferirsi a Los Angeles, dove è cresciuta, per riprendere quella carriera televisiva interrotta per seguire Charlie. Inizialmente intenzionati a separarsi senza andare per vie legali, i due si ritrovano invece invischiati in una battaglia per l'affidamento del figlio che riporterà a galla ricordi dolorosi e li costringerà a confrontarsi con la prospettiva dell'altro su ciò che è stata realmente la loro storia.

Noah Baumbach è uno di quegli autori che sono famosi per ragioni imprecisate. Enfant prodige del cinema indipendente americano quasi per autoacclamazione, il suo cinema è finora spesso sembrato una pallida copia di quello di Woody Allen, con la parziale eccezione del film in cui la compagna-musa Greta Gerwig - a parere di chi scrive ben più degna di acclamazione di lui - ha deciso di illuminare il pretenzioso e vuoto didascalimo baumbachiano con la sua capacità nel raccontare emozioni e sentimenti reali.

Dopo anni di convivenza e partnership artistica, Baumbach sembra aver finalmente appreso la lezione della compagna: Storia di un matrimonio è un film finalmente scevro di manierismi, intellettualismi, e autocompiacimento, che racconta una storia intima, emozionante, e vero. Baumbach si spoglia della sua autocucita veste di narratore delle nevrosi contemporanea per tuffarsi in una vicenda parzialmente autobiografica, un divorzio doloroso che segna la fine di un sodalizio personale e artistico. Il regista fa centro decidendo di offrire (per quanto possibile, essendo lui parte coinvolta) la prospettiva di ambedue i coniugi, evitando così l'errore di Kramer contro Kramer, che finiva per concentrarsi prevalentemente sul padre.

Il film inizia con un meraviglioso espediente narrativo che, se all'inizio appare come un puro esercizio di stile, assume invece un forte significato con il prosieguo del film, in cui il non detto diventa la barriera più forte tra i due coniugi. Inizialmente intenzionati a separarsi amichevolmente, infatti, Charlie e Nicole finiscono preda di una serie di forze centrifughe che li portano a concentrarsi sui ricordi negativi, distorcendo o dimenticando come ciascuno dei due sia stato fondamentale per la crescita personale e professionale dell'altro. È più facile ricordare i torti che i momenti di arricchimento reciproco, i difetti piuttosto che i pregi: la memoria tradisce e inganna, ma è solo dal ricordo dei momenti felici che può arrivare la risoluzione del conflitto. Storia di un matrimonio è un film che fa del ricordo la sua cifra e la sua lente, concentrandosi sulle storie che raccontiamo a noi stessi e agli altri, e come queste spesso diventino talmente distanti da sembrare due narrazioni completamente estranee.

La cecità viene soprattutto da Charlie, che dal momento del matrimonio è cresciuto fino a diventare uno dei registi più stimati del panorama teatrale statunitense: immerso nelle sue routine e nella città che ama, non si accorge che i suoi desideri non sono necessariamente quelli di Nicole. La sua inconsapevolezza è una sottile forma di violenza, ma non può accorgersene se non con il distacco. Il momento della realizzazione è traumatico, e non può essere altrimenti: la violenza esplode, verbalmente e fisicamente, e attraverso questo momento di degradazione personale Charlie acquisisce contezza di ciò che è successo, del vero motivo per cui Nicole vuole un divorzio e vuole tornare a Los Angeles. Al tempo stesso, Charlie è vittima di un sistema "giusto", disegnato per proteggere le donne da mariti violenti, ma che finisce per allontanarlo artificialmente da suo figlio.


Proprio la causa legale costituisce il cuore del film, con tribunali e avvocati che finiscono per alienare, anziché avvicinare, i coniugi, distruggendo quello scudo di rispetto e affetto reciproco e facendoli scivolare in un imbarbarimento dei rapporti che pare non necessario quanto inevitabile. Laura Dern e Alan Alda rappresentano due estremi opposti ma complementari del sistema: se a pelle è impossibile non simpatizzare con il personaggio di Alda, che sembra genuinamente interessato alla riconciliazione, demonizzare l'avvocatessa rampante della Dern sarebbe profondamente sbagliato. In un monologo memorabile per scrittura e interpretazione, la Dern mette a nudo le contraddizioni di un rapporto all'apparenza idilliaco e paritetico, ma che in realtà è cresciuto a spese dell'individualità di Nicole, cannibalizzandone le ambizioni.

 Al centro di questo bandolo di emozioni ci sono due attori in stato di grazia: Adam Driver dimostra un range emotivo ed espressivo impressionante, dimostrando capacità comiche, drammatiche e di canto da grandissimo attore. Un paio di suoi momenti sono da applausi a scena aperta e, se non fosse per la presenza di Joaquin Phoenix tra i rivali, da Oscar istantaneo. Scarlett Johansson è forse alla miglior prova della sua carriera, in una prova in crescendo che va di pari passo con la consapevolezza del suo personaggio, cui riesce a donare un giusto mix di dolcezza e determinazione che è la chiave dell'equilibrio in termini di empatia con i due partner che pervade il film. Il suo monologo nello studio di Laura Dern non è uno dei momenti migliori del film solo per la sua eccessiva lunghezza, imputabile più a una recrudescenza di manierismo baumbachiano che alla sua splendida interpretazione.

Ciò che colpisce di più in Storia di un matrimonio, tuttavia, è la capacità di Baumbach di raccontare persone, emozioni, relazioni, declinando in una chiave finalmente personale le influenze woodyalleniane che, pur rimanendo evidenti, diventano feconde di nuove intuizioni e suggestioni anziché puro citazionismo onanistico. Il passaggio a una storia intima e personale fa sì che Baumbach racconti una storia più vicina a Bergman e all'Allen bergmaniano, in una storia in cui i sentimenti e i ricordi sono più importanti delle azioni, e piccoli gesti come allacciare una scarpa emozionano di più di grandi discorsi.

Con Storia di un matrimonio, Baumbach si spinge con successo in un territorio a lui finora sconosciuto, quello della sincerità, e realizza un film sublime per sensibilità e capacità di bilanciare comico e drammatico. Un film che parla a tutti, raccontando la fine di un sentimento senza demonizzare nessuna delle due parti. Il divorzio smette così di essere un fallimento, come troppo spesso viene rappresentato, per diventare semplicemente quello che è: la fine di un capitolo e l'inizio di un altro, che non cancella il bagaglio emotivo e l'arricchimento ma li rende parte di un "noi" che, pur non esistendo più a livello legale, continua a esistere su quello personale.

**** 

Pier

giovedì 29 agosto 2019

Telegrammi da Venezia 2019 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

La verité (Concorso), voto 7.5. Kore-Eda dirige il suo primo film fuori dal Giappone, e lo fa trovando un perfetto equilibrio tra le sue tematiche più intimiste e "familiari" e la nuova cultura, quella francese, in cui decide di calarsi. Il risultato è un film delizioso, fortemente emotivo ma anche esilarante, forse non all'altezza dei suoi capolavori, ma comunque efficace nel raccontare il fragile rapporto tra memoria e fatti, tra finzione e realtà. Catherine Deneuve è sublime in un ruolo che si fatica a non vedere come parzialmente autobiografico: la sua prova, perfetto connubio tra ironia al vetriolo e dolente senso di colpa, la mette già in prima fila tra le candidate alla Coppa Volpi.

Pelican blood (Orizzonti), voto 5. Come gestire una figlia talmente fuori controllo da sembrare posseduta? Fin dove può spingersi l'amore di una madre? Da queste interessanti premesse, calate in una Germania rurale fuori dalle strade più battute, il film ci porta in un incubo a occhi aperti, un thriller psicoanalitico che nel finale vira però in modo poco convincente verso il soprannaturale, gettando alle ortiche quanto di buono aveva fatto fin lì in termini di costruzione delle atmosfere. La regia rimane comunque di ottimo livello, aiutata anche dalle ottime prove delle tre protagoniste.

The perfect candidate (Concorso), voto 6.5. Un tema importante come quello dell’emancipazione femminile in Arabia Saudita, affrontato con intelligenza ed efficacia, ma scarsa originalità. Qui la recensione scritta per Nonsolocinema.

Marriage story (Concorso), voto 7.5. Chi scrive ama ben poco Noah Baumbach, enfant prodige per autoproclamazione che spesso pecca di grande pretenziosità senza avere alcuna sostanza. Il suo Marriage Story è invece una splendida sopresa: un film intimo, emozionante, vero (non per nulla è parzialmente autobiografico). Baumbach racconta un divorzio doloroso cercando di offrire la prospettiva di ambedue i coniugi (anche se, involontariamente, quella di lui prevale su quella di lei), dimostrando come il rispetto e l'affetto reciproco spesso non siano sufficienti a proteggerci dall'imbarbarimento dei rapporti generato dalla causa legale. È più facile ricordare i torti che i momenti di arricchimento reciproco, i difetti piuttosto che i pregi: come in Kore-Eda, la memoria tradisce e inganna. Adam Driver e Scarlett Johansson brillano nei ruoli principali, ma ciò che colpisce è la capacità di Baumbach di raccontare persone, emozioni, relazioni: in una parola, la realtà. Non sorprende, però, che sia riuscito a farlo solo dopo essersi spogliato degli orpelli pseudo-woodyalleniani che solitamente caratterizzano il suo cinema per spingersi in un territorio a lui finora sconosciuto, quello della sincerità.

Ad astra (Concorso), voto 6.5. James Gray, come tanti prima di lui, usa la fantascienza per parlare d'altro, e l'altro è la condizione dell'umanità e del pianeta Terra. Il messaggio ecologista/umanista parte sottotraccia, come un fiume carsico, ma cresce lentamente lungo il film, man mano che Brad Pitt si avventura nelle profondità del cosmo, sempre più lontano da quel mondo da cui sia lui che suo padre sembrano smaniosi di sfuggire. Il film ha ottimi momenti, sia visivi che narrativi, ma pecca di faciloneria sul finale, un po' troppo stereotipato e da lacrima facile, e nel messaggio, declinato in maniera efficace ma non esattamente originale.

Pier e Simone

giovedì 14 dicembre 2017

Star Wars: Episodio VIII - Gli ultimi Jedi

Questo non è il film che stavate cercando




Dopo la distruzione della flotta della Repubblica, la Resistenza è sull'orlo del collasso, perennemente in fuga dal Primo Ordine. Nel frattempo, Rei cerca di convincere Luke Skywalker ad addestrarla alle vie della Forza, ma il Jedi si mostra estremamente riluttante. Kylo Ren deve fare i conti con le conseguenze del suo parricidio, e al tempo stesso soddisfare le aspettative sempre più elevate del Leader Supremo del Primo Ordine, Snoke.

Guerre Stellari è forse la saga più iconica della storia del cinema. Proprio per questo, a volte si tende a considerarla intoccabile, immutabile in alcuni elementi di trama, mitologia e personaggi. Allo stesso tempo, ci si aspetta, con una certa dose di irragionevolezza, di essere stupiti a ogni film. Le maggiori critiche a Episodio VII erano venute proprio per il fatto di aver ricalcato per larga parte del film la trama di Una nuova speranza. Ryan Johnson aveva di fronte a sè un compito improbo: da una parte soddisfare le aspettative che ogni episodio di Guerre Stellari porta con sè, dall'altro non sfigurare di fronte al capitolo centrale della prima trilogia, L'Impero colpisce ancora, unanimente considerato il migliore e il più innovativo.

Johnson dimostra una personalità registica notevole, e realizza un film che sconvolge ogni aspettativa, andando controcorrente in ogni scelta, sia di trama che di stile. Come i suoi personaggi, anche Johnson sembra volersi liberare del passato; come per i suoi personaggi, l'operazione riesce, ma non senza intoppi. Nessuna delle scene più attese va come ci si poteva aspettare, nessun momento topico viene trattato nel modo in cui sarebbe stato trattato in altri film della saga e, anzi, molti sono deliberatamente anticlimatici. Certo, non mancano citazioni che faranno la gioia dei fan della prima ora, ma per il resto Johnson mette in scena quello che sembra un vero e proprio trucco Jedi, un film di Guerre Stellari che sovverte e sconvolge le fondamenta della saga senza però tradirne lo spirito.

Come nell'Impero colpisce ancora, i protagonisti sono dispersi in diversi angoli della galassia, ma laddove Episodio V era adrenalinico, qui Johnson opta per un lento stillicidio: la Resistenza è decimata, e può solo fuggire, continuamente. Il Primo Ordine gioca con i superstiti come il gatto con il topo, facendo pagare loro un prezzo immane in termine di sofferenza e perdita di combattenti.
Come nell'Impero colpisce ancora, abbiamo l'addestramento su un pianeta isolato, che viene però privato fin dal primo momento di quell'aurea mistica che avvolgeva l'incontro tra Yoda e Luke. Mai lato oscuro e lato chiaro sono stati tanto connessi, confusi, quasi intercambiabili, e Luke Skywalker, mirabilmente interpretato da un carismatico Mark Hamill, incarna perfettamente questa tensione: esitante e angosciato laddove Yoda era rassicurante e tranquillo, caustico laddove Yoda era ironico, Luke non sa (e forse non vuole?) aiutare Rei. La connessione tra lato oscuro e lato chiaro non è solo metaforica ma effettiva, e la sua resa su schermo rappresenta sicuramente una delle innovazioni più interessanti del film.











D




Difficile dire di più senza rivelare dettagli importanti della trama, ma basti dire questo: Episodio VIII è di gran lunga l'episodio più cupo della saga, in cui i confini tra Bene e Male sono molto opachi, e nessun personaggio può dirsi veramente senza peccato. La speranza e la pace non si trovano più nei punti di riferimento abituali, e servirà un cambiamento radicale di mentalità per ritrovarle. Non ci sono più eroi, cavalieri in armatura scintillante destinati a salvare l'universo, ma solo personaggi, anzi, persone indecise e insicure, che si trovano di fronte a delle scelte infinitamente più grandi di loro e devono convivere con le conseguenze delle proprie azioni. Questa cupezza è riflessa nella fotografia, spettacolare ma fredda, che gioca fondamentalmente su tre colori base (rosso, bianco, e nero) sia negli interni che negli esterni, e nel montaggio, che trancia di netto ogni momento potenzialmente emozionante e non dà allo spettatore un attimo di tregua, un momento per connettersi con le proprie emozioni. Le numerose sequenze ironiche sempre presenti in Guerre Stellari sono sostituite da isolate battute salaci, che a volte sembrano quasi fuori posto e contribuiscono alla demitizzazione della storia e dei personaggi.

Johnson dirige il tutto con una visione molto forte anche se non sempre chiara: non mancano alcune lungaggini evitabili e alcuni passaggi di sceneggiatura poco convincenti o addirittura fuori posto; la scelta di ridurre al minimo la commozione non sembra molto azzeccata, vista l'importanza dei personaggi e del coinvolgimento emotivo nell'universo di Guerre Stellari. In generale, alcune scelte possono essere poco soddisfacenti e destinate a dividere, ma al regista va riconosciuto il coraggio quasi folle dimostrato nel fare queste scelte, anziché prendere la tranquilla strada della minestra riscaldata. Johnson si carica sulle spalle la responsabilità di rinnovare la saga e lo fa in maniera molto forte e incisiva, stravolgendo un sistema valoriale forse troppo vecchio per i nostri tempi e aggiornandolo alle sensibilità odierne.

Il film regala alcune delle sequenze visivamente più belle viste in Guerre Stellari, quelle ambientate sul pianeta di sale su tutte. Le battaglie sono girate con una precisione e un'attenzione ai dettagli che dimostrano come Johnson abbia imparato la lezione di Edwards in Rogue One, e gli scontri con la spada laser (soprattutto uno) sono destinati a rimanere impressi a lungo. Da segnalare anche la splendida interpretazione di Adam Driver, insieme a Mark Hamill la vera anima del film, convincente e terribilmente umano nel suo ritratto di un giovane Sith divorato da ambizione e senso di colpa.

Gli ultimi Jedi è un film profondamente diverso che, anche quando riprende i topoi della saga, riesce a rielaborarli in modo completamente nuovo, sovvertendo ogni aspettativa e costringendo lo spettatore a uscire dalla sua comfort zone per entrare in un nuovo territorio inesplorato: se sarà all'altezza del suo passato, lo scopriremo solo con il tempo, ma nel frattempo non possiamo che applaudire il titanico, seppur imperfetto, tentativo di reinventare un mito intramontabile come quello di Guerre Stellari.

****

Pier

-------
Vuoi saperne di più?
Non perderti lo speciale in due parti (con spoiler) su Star Wars: Gli Ultimi Jedi
Prima parte
Seconda parte