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sabato 16 dicembre 2023

Ferrari

Il motore sotto il cofano


Modena 1957. Enzo Ferrari, ex pilota e fondatore dell’omonima e celeberrima casa automobilistica, si trova ad affrontare una crisi personale e professionale. L’azienda è in grave difficoltà finanziaria, e il matrimonio con la moglie Laura è entrato in crisi in seguito alla morte del loro unico figlio, Dino, e la moglie non sa ancora che Enzo ha un figlio, Piero, nato fuori dal matrimonio. Il riscatto – professionale e, forse, anche personale – passa dalla vittoria nella “Mille Miglia”, leggendaria e folle gara di velocità.

In una scena di Ferrari, Enzo invita il piccolo Piero a immaginare il funzionamento di un motore senza averlo davanti, un motore sempre nascosto dal cofano ma così centrale al funzionamento dell’automobile; un motore la cui bellezza (o bruttezza) è importante tanto quanto la bellezza esteriore dell’automobile. Questo dialogo, all’apparenza secondario, racchiude in sé il tema centrale del film: il rapporto tra pubblico e privato, tra ciò che si vede e ciò che si nasconde sotto il cofano, invisibile, ma senza il quale l’auto non può nemmeno mettersi in moto.

Nonostante offra due diverse facce al mondo – energico e imperscrutabile in pubblico, fragile ed emotivo in privato, Enzo Ferrari scopre sulla sua pelle che le due sfere non sono separate, ma sono vasi comunicanti che è impossibile tenere completamente isolati. La sua crisi privata e famigliare si riverbera anche sulla sua azienda e sulla sua capacità di tenerla a galla. Ferrari, di fronte a questa doppia sfida, fa ciò che gli riesce meglio: rilancia, anziché arretrare, alzando il livello della sfida per sé e per i suoi dipendenti. 

Sembra strano che Michael Mann, in un film fatto di corse di automobili, di adrenalina e velocità, decida di occuparsi della sfera privata del protagonista. Eppure è proprio dalla tensione tra pubblico e privato che scaturisce la forza di Ferrari, l’energia che si accumula in silenzio, sotto traccia, e che poi esplode nel terzo atto, in cui la Mille Miglia, da semplice corsa, diventa molto di più: una sfida contro il tempo ma anche contro se stessi, contro un paese che non riesce a guardare avanti ma ha lo sguardo ostinatamente all’indietro e che però, nonostante questo, non riesce a distogliere lo sguardo dalle alchimie di motori del mago di Maranello. 

Mann evita la facile retorica e i pietismi che solitamente caratterizzano le descrizioni della sfera privata (chi scrive si è trovato, con un brivido di paura, a immaginare durante la proiezione come un regista medio italiano avrebbe trattato la materia, conferendole il classico taglio da “dramma da tinello”). Racconta il Ferrari privato con un taglio asciutto, cronachistico, aiutato anche dall’ottima prova di Adam Driver e Penelope Cruz (con buona pace di Favino e della sua sterile polemica veneziana), maestro e maestra dell’emozione trattenuta, della rabbia e della frustrazione accennate ma mai pienamente lasciate esplodere. 

Il Ferrari pubblico è invece raccontato con pathos, adrenalina, emozioni pulsanti, vive, di chi vede ogni giorno la morte in faccia. Mann dirige le scene delle corse con mano impeccabile, realizzando una Mille Miglia a tutto gas perfetta a livello visivo e di ritmo. 

Ferrari è un film di emozioni e ambizioni, sia realizzate che frustrate; è uno spaccato biografico di un uomo di contraddizioni, che sognava la normalità ma al tempo stesso desiderava l’immortalità, il brivido, il superare i propri limiti, ancora, e ancora, e ancora, fino alle estreme conseguenze.

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Pier


Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

giovedì 31 agosto 2023

Telegrammi da Venezia 2023 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra con tantissimi titoli interessanti, che promette belle sorprese e anche qualche inevitabile delusione.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

Comandante (Concorso), voto 5.5. La storia vera di Salvatore Todaro, raccontata con un comparto visivo e attoriale di buon livello ma con una sceneggiatura da film TV Rai, troppo retorica e didascalica nonostante qualche guizzo ben riuscito. Belle le scene nel sommergibile, ma non basta a salvare il film.

Gli Oceani Sono i Veri Continenti (Giornate degli Autori), voto 8.5. Un film italiano fresco e poetico, esordio al lungometraggio di Tommaso Santambrogio, che racconta la vita a Cuba e l'eterno struggersi tra il desiderio di partire e quello di non perdere le proprie radici. Un film che parla di nostalgia, di abbandono, di un sogno cubano che non c'è più, delle sirene di un sogno americano che attrae e respinge, ma soprattutto parla di amore: amore fraterno, amori in crescendo, amori perduti, amore per un'isola decadente ma irrimediabilmente romantica, tutto fotografato in un bianco e nero struggente, pittorico. 

El Conde (Concorso), voto 8. Larrain racconta Pinochet attraverso un film ibrido, cangiante e multiforme, che mischia ingredienti apparentemente incompatibili come Nosferatu (e più in generale l'espressionismo tedesco, fin dalla scelta del bianco e nero), Wes Anderson, What We Do in the Shadows e la satira politica alla Armando Iannucci: un film che parla di fascismi e di ritorno degli stessi, con un Pinochet vampiro raccontato da una voce narrante la rivelazione della cui identità non mancherà di divertire lo spettatore. Il film si sfilaccia un po' troppo nel finale, ma regala grandissimi momenti di satira e visivi.

A Cielo Abierto (Orizzonti), voto 6. I figli di Guillermo Arriaga portano sul grande schermo una vecchia sceneggiatura del padre, interessante mix tra road e revenge movie, in cui tre ragazzi viaggiano per il Messico per vendicare un vecchio torto, finendo per scoprire se stessi. Nulla di eccessivamente originale, ma la trama funziona, i tre protagonisti sono bravissimi ed empatici, e la visione intrattiene. 

Dogman (Concorso), voto 7. Un ragazzo cresciuto in una gabbia per cani per scelta del padre violento ritrova se stesso grazie al rapporto con gli animali, scoprendo un'anima da performer e da paladino dei deboli. Partendo da una storia di cronaca, Luc Besson immagina la nascita di un individuo straordinario ma solitario (che ricorda a tratti il suo Lèon), segnato dalla vita ma deciso a viverla secondo i suoi termini. Quella che in superfice sembra un thriller che racconta la origin story di un villain di Batman diventa quindi una riflessione sulla diversità e la solitudine, sull'elaborazione del trauma, sul sadismo e sulla sofferenza subiti che, per una volta, non chiama altra sofferenza e altro sadismo, ma un tentativo di redenzione che passa dalla comunione con la natura e con gli animali. Non si raggiungono le vette di Joker, ma il film funziona e intrattiene. Ottima prova di Caleb Landry Jones nel ruolo del protagonista.

Ferrari (Concorso), voto 7.5. Un film che racconta il Ferrari pubblico e quello privato in un momento chiave della sua vita, e il rapporto ineludibile tra le due sfere. Ferrari è un film di emozioni e ambizioni, sia realizzate che frustrate; è uno spaccato biografico di un uomo di contraddizioni, che sognava la normalità ma al tempo stesso desiderava l'immortalità, il brivido, il superare i propri limiti. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier

sabato 2 maggio 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 50

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.


Il genere di oggi sono i film noir.

I film segnalati sono:

1) Il grande sonno (disponibile a noleggio su vari servizi). Il miglior noir della storia del cinema: Humphrey Bogart, Lauren Bacall, e Howard Hawks sono i perfetti ingredienti di un film che fonde suspence, ritmo, ironia e seduzione, creando un cocktail perfetto, in cui tutti sono colpevoli e nessuno lo è veramente.

2) Collateral (disponibile su Prime Video). Un ottimo rappresentante del neo-noir, che mette a confronto due protagonisti diversissimi: un assassino nichilista, e un tassista umano e sensibile, forse troppo: nessuno uscirà immutato dal confronto. La regia di Mann è fredda, notturna, e riesce a ricreare con il colore il chiaroscuro del bianco e nero che ha reso celebre il genere.

3) Milano Calibro 9 (disponibile su Sky). Un cult del "poliziottesco" all'italiana, la nostra versione del noir, talmente iconico da essere di ispirazione anche per Quentin Tarantino. Una storia di tradimenti, in cui tutti sono corrotti e senza futuro.

A domani per la cinquantunesima puntata!

Pier


martedì 11 settembre 2012

Le sterili polemiche e il declino del cinema italiano


La Mostra del Cinema di Venezia è finita ormai da qualche giorno, ma non si placano le polemiche sull'assegnazione dei premi. I protagonisti? Ovviamente noi italiani.


Il tutto è iniziato con una voce arrivata dalle stanze dei bottoni veneziane, secondo la quale Michael Mann avrebbe detto che i film italiani sono "difficilmente esportabili". Apriti cielo! A questa voce ha subito creduto e risposto Marco Bellocchio (potete trovare qui le sue parole), accusando Mann e gli Stati Uniti tutti di non saper guardare al di là del proprio giardino e di non avere sensibilità per le pellicole straniere.
A Bellocchio si è subito unito Paolo Mereghetti, il critico del Corriere della Sera, che in un editoriale a commento della notizia si è scagliato contro la logica del mercato a tutti i costi e ha ricordato a Mann che, senza il cinema europeo, anche il cinema americano non sarebbe quello che è oggi. Infine, con una caduta di stile che non ci aspettavamo da lui, ha anche rinfacciato a Mann il fatto che il film della figlia, Texas Killing Fields, non sia stato un successo di box office, insinuando quindi che il povero Michael predica bene ma razzola male.
Tutto bene, benissimo, se non fosse per qualche piccolo dettaglio:

1) La dichiarazione di Michael Mann non è ufficiale, ma è solo una voce riportata da non precisate fonti anonime. Sollevare un polverone di questo genere per una voce, rispondendo pure dalle pagine di uno dei principali quotidiani nazionali, appare quantomeno fuori luogo: è come se l'Italia dichiarasse guerra alla Germania perchè il cugino del portinaio di casa Merkel ha riferito a un giornalista italiano che Angela avrebbe detto che Monti puzza di brioche muffita.

2) A meno che non ci sia stato un cambiamento nel dizionario della lingua italiana, "esportabilità" e "successo commerciale" non sono sinonimi, soprattutto per un prodotto culturale. Non ci risulta che Mediterraneo o Io sono l'amore siano stati successi commerciali all'estero, eppure hanno ricevuto numerosi premi e riconoscimenti dalla critica. Un film è "esportabile" se parla un linguaggio universale, se è in grado cioè di affrontare temi globali raccontando una storia locale. I soliti ignoti di Monicelli è un ritratto perfetto dell'Italia, ma gode di numerosi ammiratori anche presso i malvagi e miopi americani. La vita è bella, per quanto non sia uno dei miei film preferiti, ha saputo senza dubbio raccontare una storia locale che parlava però a tante culture e nazioni diverse.

3) Accusare Mann e la giuria da lui presieduta di insularismo è quantomeno curioso, dato che tra i film premiati figurano un coreano (Leone d'oro), un tedesco (Premio della giuria), un francese (Sceneggiatura) e, guarda un po', persino un italiano (Fotografia). Evidentemente per Bellocchio, Mereghetti e i loro sodali questi paesi sono delle colonie americane.

4) Queste polemiche si verificano sempre e solo in Italia. A Cannes negli ultimi 22 anni (dal 1990 a oggi) hanno vinto due soli film in lingua francese (La Classe, nel 2008 e Amour, lo scorso anno, peraltro girato da un Austriaco), e non si sentono mai le polemiche che si sentono qui, con relativa caccia all'uomo al giurato italiano di turno. Quest'anno è toccato al povero Garrone, il quale ha peraltro rilasciato la dichiarazione più corretta sul tema: il fatto stesso di fare polemica per la mancata vittoria di un film italiano a un festival italiano denota un certo provincialismo.

Ammettiamo ora per un attimo che la dichiarazione di Mann sia vera: possiamo dargli torto? Non è forse evidente che l'esportabilità del cinema italiano è clamorosamente crollata nel corso degli anni?
Tra il 1943 e il 1962 l'Italia ha ottenuto nove nomination all'Oscar per il miglior film straniero, ottenendo tre Oscar onorari e due Oscar.
Tra il 1963 e il 1982 otteniamo quattordici nomination, vincendo in cinque occasioni.
Tra il 1983 e il 2002 otteniamo appena sei nomination, ma vinciamo in tre occasioni.
Dal 2003 a oggi abbiamo ottenuto appena una nomination, senza portare a casa alcun premio.

 Se questo non è un crollo verticale della qualità del nostro cinema e della sua capacità di parlare al mondo, ditemi voi che cos'è. L'Oscar per il miglior film straniero non è certamente l'unico modo per misurare l'esportabilità di un film, ovviamente, ma il declino è evidente e lapalissiano.

Bellocchio, Mereghetti, e chi ancora pensa che siano gli altri a doversi sforzare per capire il nostro cinema, quando una volta lo facevano senza alcuno sforzo, dovrebbero cominciare a fare autocritica, e a capire che, se il nostro cinema ha perso valore nel mondo, la colpa è quasi interamente nostra, non di Michael Mann e delle sue presunte dichiarazioni.

Pier