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giovedì 18 dicembre 2025

Father Mother Sister Brother

La poesia del quotidiano


New Jersey, Dublino, Parigi: tre città diverse per raccontare il rapporto di tre coppie di fratelli con i propri genitori, tra silenzi e incomprensioni. Perché possiamo scegliere tutti, ma non i parenti.

Nell’ormai lontano 2003, Jim Jarmush realizzò Coffee and Cigarettes, un film antologico il cui, attraverso il rituale di caffé e sigarette, il regista statunitense raccontava l’umanità e le sue nevrosi. Era un film spiazzante, difficile da digerire e apparentemente disconnesso come tutti i film a episodi, che però cresceva dentro, diventando sempre più omogeneo e coeso, man mano che ci si ripensava. Jarmush aveva preso la quotidianità e la aveva usata per parlare del senso della vita e di cosa ci rende davvero umani. Quello che non veniva detto era più importante di ciò che veniva detto, e il particolare nascondeva, per poi rivelarlo gradualmente, l’universale.

In Father Mother Sister Brother, sorprendente ma meritato vincitore del Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, Jarmush riprende quell’approccio, ma questa volta per raccontare cosa significa essere figli, fratelli, una famiglia. L’assenza genitoriale (emotiva o reale) è il filo conduttore, ma ciò che accomuna gli episodi è l’impossibilità di comunicare. In Father, il primo episodio, Tom Waits è un genitore meravigliosamente cialtrone, di cui i figli (Adam Driver e Mayim Bialik) non si fidano fino in fondo e cui, soprattutto, non hanno nulla da dire.

In Mother, Charlotte Rampling vede le due figlie (Vicky Krieps e Cate Blanchett) una volta all’anno per un té pomeridiano ingessato e formale, totalmente disinteressata alle loro vite, di cui chiede per pura cortesia. In ambedue gli episodi l’incapacità di comunicare non è prerogativa dei genitori, ma si estende ai figli, dando vita a conversazioni esilaranti fatte di silenzi, luoghi comuni, totalmente mancanti di qualunque connessione emotiva.


Ma è nel terzo episodio, Sister Brother, che cogliamo la vera essenza del film: qui i due fratelli (Indya Moore e Luka Sabbat) si parlano, discutono, si aggiornano con sincero interesse sulle proprie vite, e lo fanno perché sono entrambi emotivamente vulnerabili, gli scudi abbassati, a causa della morte dei genitori. L’assenza emotiva si fa fisica, e le barriere cadono, aprendo le cataratte dei ricordi e mettendo in mostra un legame indissolubile che trascende le distanze spaziali e temporali.

E in quel momento si nota che, negli episodi precedenti, i figli faticavano a comunicare non solo con i genitori, ma anche tra loro, e che l’unico momento di vera, autentica connessione, l’unico momento di complicità veniva proprio dai genitori stessi: le bizzarrie del padre, i romanzi romance scritti dalla madre. Quella dei genitori è un’assenza che è anche presenza, un legame indissolubile, ineluttabile, un nodo gordiano emotivo di cui Jarmush mette in luce l’enorme complessità, le mille sfaccettature.

Jarmush connette gli episodi con alcuni elementi ripetuti, seguendo una struttura più poetico/musicale che filmica, con temi ricorrenti che scompaiono e riappaiono come fiumi carsici: dal brindare con bevande “inappropriate” a Rolex veri e finti, passando per espressioni gergali poco conosciute e la rilevanza delle automobili. Questi déjà vu tra i vari episodi contribuiscono ad aumentarne la coesione tematica e, soprattutto, a creare una risonanza emotiva, un’eco che cresce con il passare degli episodi fino a esplodere in tutta la sua potenza nel terzo, il più commovente, in cui l’assenza genitoriale abbatte le barriere e le parole e gli affetti fluiscono liberi e incontrollati, i non detti finalmente espressi.


L’elemento ricorrente più importante è però quello degli skater, che appaiono come una visione (con tanto di inquadratura al ralenti e aumento della luminosità): non un semplice dettaglio di trama, ma una metafora che si pone in antitesi alle vite dei protagonisti. Gli skater volteggiano liberi, all’aria aperta, laddove i protagonisti sono intrappolati in rituali e silenzi che, nel tenerli lontani, impediscono loro di vivere appieno. Sono cristallizzati, bloccati in un eterno presente dove ogni gesto, ogni parola è automatizzata, prevedibile, priva di significato. Agognano alla libertà, al librarsi in aria e a sospendere per un breve, lunghissimo istante la gravità, ma non riescono a concedersi di farlo. Solo la morte riesce a spezzare le catene e convincerli a uscire dalla prigione, concedendosi un attimo di connessione, un istante di leggerezza.

Il comparto visivo è, in apparenza semplice, senza artifici o palesi esibizioni di bravura, ma ogni immagine potrebbe essere una fotografia d’autore, uno spaccato di vita che cattura un attimo di verità, soprattutto quando pensiamo che nessuno ci guardi: mentre guardiamo fuori dalla finestra, dando le spalle a tutti, o mentre ci guardiamo allo specchio. Ci sono le inquadrature dall’alto rese celebri da Coffee and Cigarettes, ma anche dettagli, suggestioni, e oggetti, tanti oggetti: madeleine filmiche, "cose buone di pessimo gusto" che aprono una porta sull’anima nonostante tutti i nostri sforzi per tenerla chiusa a chiave. La musica, spesso importante nel cinema di Jarmush, è minimale, usata solo per le transizioni da un episodio all’altro e in uno dei momenti emotivamente più forti, in cui un semplice tragitto in auto diviene memoria, ricordo, ri-connessione.

Father Mother Sister Brother è un film di contrasti: esilarante e freddo per due terzi per poi diventare malinconico, accogliente, caldo, e farci rendere conto che il calore era lì fin dall’inizio, solo nascosto sotto il ghiaccio della formalità; un film all’apparenza semplice, eppure complesso, stratificato, in grado di usare la quotidianità per raccontarci chi siamo e scavare nella nostra anima. Jarmush si conferma uno dei più grandi poeti della macchina da presa contemporanei: un regista che racconta storie fatte di niente e, nel farlo, parla di tutto.

**** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

sabato 6 settembre 2025

Venezia 2025 - Il Totoleone

Siamo giunti al termine di un'altra Mostra del Cinema, segnata da clima capriccioso, biciclette, spritz, cene rapidissime, e critici buongustai in panama bianco. L'edizione numero 82 della Mostra è stata di altissimo livello, come testimoniato dai giudizi medi dei critici, solitamente avari di lodi, ma che qui hanno bocciato appena cinque dei film in Concorso, e solo uno severamente. Le vette sono state almeno quattro, e i picchi negativi, come detto, si contano sulle dita di una mano, e forse nemmeno quella. Anche quest'anno Alberto Barbera ha confezionato un'ottima selezione, e c'è chi spera che il suo mandato, in scadenza il prossimo anno, possa venire rinnovato ancora (anche per alternative che non invitano all'entusiasmo).

È stata una Mostra di attualità, tra film che parlano del rapporto uomo-natura (Bugonia, Silent Friend), film sul capitalismo e come sta distruggendo il mondo del lavoro (sempre BugoniaÀ Pied d'œuvre - At Work, No Other Choice), film di attualità politica (Il Mago del Cremlino, A House of Dynamite), film su guerre e genocidio (The Voice of Hind Rajab). Ci sono stati anche film che, attraverso vicende personali, han provato a raccontare il passato (Orphan, Duse, The Testament of Ann Lee) e film che raccontano i demoni interiori dell'essere umano (Elisa, Frankenstein, e The Smashing Machine).

Qui trovate un elenco, con voti, dei film visti. Di seguito, invece, trovate i pronostici, come sempre sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Come lo scorso anno, i candidati per questo premio non sono tantissimi. Puntiamo su Bojtorján Barábas, dato favorito da molti per la sua intensa interpretazione in Orphan. Non avendo, purtroppo, visto il film, la mia scelta personale ricade sui protagonisti del terzo episodio di Father Mother Sister Brother, Indya Moore e Luka Sabbat.
PronosticoBojtorján Barábas, Orphan
Scelta personaleIndya Moore e Luka Sabbat, Father Mother Sister Brother

Coppa Volpi maschile
Sfida molto accesa, con tantissimi pretendenti: dall'ottimo Dwayne Johnson di The Smashing Machine, Paul Dano per Il Mago del Cremlino, Jesse Plemons per Bugonia, Lee Byung-hun per No Other Choice, e, perché no, anche Toni Servillo per La Grazia. Il pronostico, però, ricade su George Clooney, senza la cui prova dolente e malinconica Jay Kelly non avrebbe ragione di esistere. Su di lui ricade il mio pronostico, mentre la mia scelta personale va a Lee Byung-hun, poliedrico padre di famiglia.
PronosticoGeorge Clooney, Jay Kelly
Scelta personaleLee Byung-hun, No Other Choice

Coppa Volpi femminile 
Sfida molto meno accesa di quella per la Coppa maschile, con sole tre attrici davvero in lizza - vuoi per mancanza di alternative, vuoi per alternative (come Emma Stone in Bugonia) non così chiaramente protagoniste. Sarà quindi una lotta a tre tra Barbara Ronchi per Elisa, Valeria Bruni Tedeschi, incredibilmente apprezzata nelle paludi antiche della critica italiana in Duse, e Amanda Seyfried ne Il Testamento di Ann Lee. Non avendo visto quest'ultimo, concentro su Barbara Ronchi e la sua espressione ipnotica pronostico, scelta personale, e speranze di non far rigirare nella tomba la Divina Eleonora Duse.
Pronostico: Barbara Ronchi, Elisa
Scelta personale: Barbara Ronchi, Elisa

Leone d'Argento (Miglior Regia) 
Scelta molto difficile visto l'altissimo livello dei film in concorso. Sembra difficile, considerando anche l'ottima accoglienza avuta dalla critica statunitense, mandare a casa Paolo Sorrentino a mani vuote: il suo film fatto di politica "alta" (talmente alta che alcuni l'hanno definito un fantasy, perché politici del genere non esistono) potrebbe fare breccia anche nei cuori dei giurati d'oltreoceano, e aggiudicarsi uno dei premi più ambiti. La mia scelta personale ricade invece su Park Chan-wook, che dipinge cinema nella sua commedia nera a sfondo lavorativo. Anche Lanthimos meriterebbe con Bugonia, ma ha già vinto il Leone e può accontentarsi di partecipare.
Pronostico: Paolo Sorrentino, La Grazia
Scelta personale: Park Chan-wook, No Other Choice

Gran Premio della Giuria 
Il favorito per il secondo premio più importante sembrerebbe essere Silent Friend: un film poetico ma divertente, introspettivo ma anche univerale, che parla di natura ma anche relazioni umane. Se vincesse ne sarei felice: ci sono (pochi) film migliori, ma questo è uno dei tre film che mi ha toccato il cuore in questa Mostra. Tuttavia, penso che un altro film del cuore, Father Mother Sister Brother, possa aver fatto breccia anche in Alexander Payne, presidente di giuria che da sempre racconta personaggi "rotti" che cercano disperatamente di uscire dalla propria solitudine, spesso senza riuscirci. All'elegia di Jarmush va il mio pronostico, mentre la mia scelta personale va al terzo film del cuore, un film che il cuore me lo ha rotto: The Voice of Hind Rajab.
PronosticoFather Mother Sister Brother
Scelta personaleThe Voice of Hind Rajab

Leone d'Oro 
Se il concorso è di alto livello, la sfida per il Leone si fa incerta e combattutissima. Uno qualunque dei film già citati come "papabili" per i due premi precedenti potrebbe vincere il Leone d'Oro, e non ci sarebbe nulla da dire. Penso però che il Leone se lo aggiudicherà la storia a più alto impatto emotivo della Mostra, sia per il tema, sia per una regia senza fronzoli ma perfetta per il tipo di racconto che aveva in mente: The Voice of Hind Rajab. La mia scelta personale ricade invece sul gioiellino di Jim Jarmush: un film solo apparentemente piccolo, ma grande nella sua capacità di parlare di Vita.
Pronostico: The Voice of Hind Rajab
Scelta personale: Father Mother Sister Brother

È tutto anche per quest'anno. Correte in SNAI a scommettere sull'opposto dei miei pronostici, e noi ci risentiamo per l'edizione 2026.

Pier

domenica 31 agosto 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #3

Terzo telegramma da Venezia, tra mostri creatori e umani creati, Napoli e il sottosuolo, manager d'hotel sconnessi, e gocce di poesia famigliare.


Frankenstein (Concorso), voto 7.5. Del Toro adatta la storia di Frankenstein toccando tutte le corde ricorrenti nel suo cinema: dall'umanità del mostro alla mostruosità dell'uomo, passando per la ricerca dell'amore e della connessione. Visivamente sontuoso (il laboratorio di Viktor è splendido, così come le scene nell'Artico), a livello tematico non rivoluziona un mito già esplorato più volte dalla cinematografia, riprendendo toni e situazioni già viste sia in altri adattamenti (il mostro è molto debitore dell'incarnazione vista in Penny Dreadful), sia in altri lavori di Del Toro. Forse era inevitabile, visto che questo mito ha formato la poetica deltoriana, e ha finito quindi per permearne l'opera. Rimane però la sensazione che si potesse fare di più, trovare chiavi nuove che qui sono invece assenti, fatta eccezione per uno spunto tolkieniano su come la morte sia un dono e non una maledizione da cui fuggire (la creatura è qui immortale) e un Viktor che è l'incarnazione della mascolinità tossica, con Elizabeth che diviene da amata desiderio proibito e capriccio di un bambino mai veramente cresciuto (Viktor beve solo latte durante il film). Splendida prova del cast, con Oscar Isaac mostro-creatore, Elordi dolente quanto basta, e Mia Goth ambigua e carismatica, cuore emotivo del film.

Sotto le Nuvole (Concorso), voto 6.5. Gianfranco Rosi torna sulle note di Sacro GRA, il documentario che gli valse il Leone d'oro nel 2013. Questa volta la protagonista è Napoli, e in particolare il suo rapporto con il sottosuolo, dalla Napoli sotterranea ai terremoti causati dai Campi Flegrei e dal Vesuvio. Il suo approccio al documentario come commedia umana mostra però la corda, alternando racconti molto riusciti (il centralino dei pompieri meriterebbe un film dedicato) ad altri meno efficaci (la parte archeologica risulta, alla lunga, ripetitiva), oltre a indugiare troppo in inquadrature "a effetto" che soddisfano la vista ma appesantiscono la narrazione.

The Souffleur (Orizzonti), voto 3. Una storia potenzialmente interessante (il manager di un hotel cerca disperatamente di evitarne la chiusura) viene raccontata in maniera non lineare, per suggestioni: il gioco potrebbe anche funzionare (è la cifra stilistica di Lynch), ma qui deraglia miseramente, risultando del tutto disconnesso. Si salvano solo la breve durata (meno di 90', un miracolo di questi tempi) e un Willem Dafoe piacevolmente gigione.

Father Mother Sister Brother (Concorso), voto 8.5. Il film del cuore del Concorso finora, anche se meno ambizioso di altri visti fin qui. Jarmush realizza un film sull'essere famiglia attraverso tre episodi disconnessi narrativamente ma fortemente interconnessi a livello tematico ed emotivo, come i movimenti di una sonata. Delicato e fragile come un fiore, ma con radici che affondano profonde, scavando nell'anima. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier

martedì 28 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 46

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.


Il genere di oggi sono i film di vampiri.

I film segnalati sono:

1)  Intervista col vampiro (disponibile su Netflix). Un grandissimo classico del genere, uno dei prodotti audiovisivi che hanno segnato l'immaginario collettivo del vampiro, grazie sia alle atmosfere decadenti, splendidamente ritratte da Neil Jordan, sia alle interpretazioni del cast, Tom Cruise in testa.

2)  Solo gli amanti sopravvivono (disponibile su Prime Video). Jim Jarmush realizza uno dei migliori dieci film del decennio appena concluso (qui il nostro elenco), un film lirico, visivamente sontuoso, in cui i vampiri diventano i difensori di un'estetica perduta, soffocata dalla macchina insaziabile del capitalismo. Qui la recensione completa.

3)  Dark shadows (disponibile su Infinity). Una miscela irresistibile tra horror vampiresco e commedia brillante che, pur calando di ritmo nella seconda parte, crea un'atmosfera che avvince e diverte lo spettatore. Qui la recensione completa.

A domani per la quarantaseiesima puntata!

Pier


sabato 21 marzo 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 8

Nuovo appuntamento con Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi consiglia film da vedere durante la quarantena.


Il genere prescelto per oggi è "film con protagonisti anziani."

Ecco i tre titoli consigliati:

1) Gran Torino (disponibile su Netflix). L'ultimo grande capolavoro di Clint, che doveva ritirarsi come attore dopo questa prova, salvo poi cambiare idea e tornare sullo schermo. Il film torna ad analizzare il rapporto tra bene e male, tanto caro all'Eastwood regista, e lo porta alle sue estreme conseguenze. Qui trovate la recensione completa.

2) Broken Flowers (disponibile su PrimeVideo). Forse il film più equilibrato e ben riuscito di Jarmush, che piacerà magari meno ai fan più duri e puri, ma è senza dubbio più adatto a un pubblico generalista nella sua offerta di un giusto mix tra commedia e dramma. Bill Murray è perfetto nei panni di un protagonista pigro e donnaiolo, incapace di formare un legame affettivo duraturo.

3) Up (disponibile tra qualche giorno su Disney+). Qui trovate la recensione completa. Uno dei miei film preferiti, un concentrato di divertimento e commozione che, raccontando la folle fuga di un anziano verso il cielo, mette in scena la vita, con le sue sofferenze, i suoi sogni, e le sue seconde occasioni.

martedì 31 dicembre 2019

I nostri dieci migliori film degli Anni Dieci

Siamo arrivati alla fine del decennio, e per molti è tempo di bilanci. Solitamente questo sito si sottrae a questi giochini con liste ed elenchi, ma il calembour scorre potente nell'autore, che non ha potuto farsi sfuggire l'occasione di fare una top 10 degli anni Dieci.

Esaurita questa triste nota personale, veniamo alla lista. La premessa di rigore è che non è stato facile. Per nulla. Sono partito da una prima lista di trenta film, poi ridotta a quindici, e infine ridotta a dieci.

Alcune scelte sono state molto dolorose, ma alla fine hanno prevalso i film che, oltre ad aver ottenuto un buon giudizio su questo sito, rispettavano uno o più dei criteri che avevo scelto in partenza, proprio per evitare di farmi guidare dal cuore. Quelli che troverete qui di seguito non sono necessariamente i miei film preferiti del decennio (alcuni lo sono), ma film che rispettano questi criteri. Quali? Vediamoli insieme.

I film inclusi nella lista dovevano aver segnato in modo deciso o addirittura rivoluzionato il genere cui appartengono; dovevano parlare in modo efficace, magari anticipandolo, di un fenomeno (sociale, storico, antropologico, filmico) che ha segnato il decennio che sta per finire; dovevano, infine, rappresentare una cinematografia il più possibile vasta, sia in termini di genere che di paese, fermo restando l'inevitabile bias verso i film anglofoni. Alcuni dei film della lista rispettano tutti questi criteri, altri solo alcuni.

Senza ulteriore indugio, ecco i magnifici dieci di FilmOra, presentati in ordine cronologico di uscita, e accompagnati da una breve nota, oltre che dal link alla recensione (basta cliccare sul titolo del film). Alla fine dell'elenco troverete anche i film che sono entrati nella selezione ristretta di quindici, le nostre "menzioni onorevoli."

I Magnifici Dieci

1. The social network, di David Fincher


Nel decennio appena finito, in cui i social media (e Facebook in particolare) sono diventati sempre più pervasivi nelle nostre vite, tra fake news, fughe di dati, e la semplice condivisione di informazioni personali, è impossibile non inserire il film che per primo ha lanciato l'allarme sul potere derivante dal controllo di questi media. The social network è il Quarto Potere del nostro millennio e, pur mancando dell'afflato creativo del capolavoro di Welles, è dotato della sua stessa forza nel metterci di fronte ai pericoli derivanti dalla glorificazione del self-made man e del capitalismo, ignorando i pericoli di un tale potere economico in mano a personaggi dalle dubbie qualità umane e morali.


2. Inception, di Christopher Nolan


Christopher Nolan: pochissimi registi hanno segnato come lui l'immaginario del decennio appena trascorso. Si può amarlo, si può odiarlo, ma non si può rimanere indifferenti di fronte al suo cinema. Inception provocò addirittura un dibattito nella redazione di FilmOra, che sfornò non una ma due recensioni (che trovate qui e qui - la mia, con scarsa sorpresa dei miei amabili detrattori, è quella positiva). La cosa non è sorprendente: Inception è forse la summa del cinema di Nolan, della sua diabolica capacità di fondere cinema d'autore e blockbuster, portando sullo schermo meccanismi narrativi fino a quel momento scarsamente utilizzati e che da allora vantano infiniti tentativi di imitazione. Inception ha segnato il modo indelebile il genere thriller e di spionaggio, raccogliendo l'eredità di Hitchcock e portandola nel nuovo millennio (al punto che anche un grande come Scorsese non poté ignorarne la lezione). Non può, dunque che suscitare reazioni forti, anche grazie a un finale meraviglioso che fa discutere ancora oggi.


3. Habemus Papam, di Nanni Moretti


Rileggendo la recensione da me scritta per Habemus Papam ai tempi della sua uscita non ho potuto fare a meno di sorridere: quel finale, che già allora avevo trovato potente, si è rivelato profetico in modo quasi inquietante. La crisi di coscienza in un Papa sembrava impossibile, e invece nel 2013 Benedetto XVI si è dimesso. Nessuno avrebbe potuto prevederlo: nessuno, tranne Moretti, che con questo film firma un'altra opera profetica (non si dimentichi Il Caimano), e quello che ritengo il miglior film italiano del decennio.


4. The Master, di Paul Thomas Anderson


In un decennio segnato dall'ascesa (o, meglio, dal ritorno) dell' "uomo forte", di leader carismatici e demagoghi in grado di smuovere le masse con la loro retorica incendiaria ma efficace, capaci di plasmare a loro vantaggio la verità, il film di Anderson risuona con la forza delle profezie di Cassandra: una voce inascoltata (scarso il successo di pubblico) che attraverso una storia di ieri racconta il potere nel mondo di oggi con efficacia insuperata, usando immagini, suoni, e attori con la sapienza di cui sono capaci solo i grandi maestri.


5. Solo gli Amanti Sopravvivono, di Jim Jarmush


Nel 2008, Twilight debuttava al cinema. I vampiri diventano un fenomeno commerciale, e l'estetica e la narrativa di Twilight diventano il modello per una serie di film e prodotti audiovisivi senz'anima, volti solo a cavalcare l'onda. L'ultimo film della saga di Twilight esce nel 2012, e solo due anni dopo Jim Jarmush, uno dei registi più eclettici in attività, realizza Solo gli amanti sopravvivono: un film lirico, visivamente sontuoso, in cui i vampiri diventano i difensori di un'estetica perduta, soffocata dalla macchina insaziabile del capitalismo. Il film di Jarmush è un testimone fondamentale in un'epoca in cui il dibattito sul tema infuria, coinvolgendo anche grandi nomi del calibro di Scorsese, e dimostra come l'autorialità e l'Arte siano sempre possibili, anche in quei generi dove sembrava non ci fosse più nulla di originale da dire.


6. Behemoth, di Liang Zhao


Purtroppo mai uscito in Italia, Behemoth è un documentario rivoluzionario, una vera e propria opera d'arte che mostra tutte le potenzialità poetiche ed espressive di un genere troppo spesso sottovalutato e considerato "minore". Non posso far altro che parafrasare le poche righe che scrissi dopo averlo visto a Venezia nel 2015: "La Divina Commedia di Dante per raccontare il dramma della modernizzazione in Cina, dalla devastazione del paesaggio al lavoro inumano in miniera, passando per le città fantasma costruite nel mezzo del nulla. Un documentario potente, poetico ed evocativo, che non esito a definire un capolavoro."


7. Mad Max: Fury Road, di George Miller


Esattamente trent'anni dopo aver abbandonato la saga, George Miller è tornato a dirigere Mad Max, dopo aver dedicato le sue attenzioni a prodotti diversissimi come Babe: maialino coraggioso, L'olio di Lorenzo, Happy Feet. Il risultato è un film che distrugge le regole del cinema d'azione e le riscrive da capo, un capolavoro cinetico di energia futurista che mostra le infinite possibilità di un genere troppo spesso appiattito su stilemi e formule. La folle corsa di Max e Furiosa è uno spettacolo sontuoso ed epico, che funziona alla perfezione sia nella sgargiante versione a colori che nella cupa versione in bianco e nero. Ammiratelo.


8. La La Land, di Damien Chazelle


Il decennio passato è stato il decennio del lavoro sempre più incalzante, delle relazioni a distanza e della scelta, sempre più amara, tra amore e realizzazione professionale. È stato anche il decennio in cui abbiamo detto addio definitivamente al film hollywoodiano classico, ormai fuori dal tempo e fuori moda per un mondo che ha un altro impianto di valori. La La Land è il capolavoro che riesce a unire queste due anime: la splendida lettera d'addio a un'epoca, e al tempo stesso la perfetta descrizione dei nostri tempi, deprivati del romanticismo. Un film diventato iconico (come previsto), con le musiche e alcune scene che sono ormai patrimonio popolare, continuamente citate, usate, ricordate. Il Cantando sotto la pioggia dei nostri tempi, condito di un realismo amaro ma che arriva dritto al cuore.


9. SpiderMan: Un Nuovo Universo, di Bob Persichetti, Peter Ramsey, e Rodney Rothman


Chi mi conosce può immaginare quanto sia stato difficile per me non mettere un film Pixar come paladino dei film di animazione, ma l'obiettività rende impossibile non scegliere Spider-Man: Un nuovo universo come eccellenza nella categoria. In un'epoca in cui l'animazione in computer grafica sembrava aver trovato una cifra espressiva codificata, e le innovazioni apportate erano ormai solo incrementali, Spider-Man: Un nuovo universo ha sconvolto le regole del gioco, portando con sé un'innovazione visiva dirompente, seconda solo a quella portata dal primo Toy Story. La combinazione di diverse tecniche di animazione era già stata provata, ma mai su così vasta scala e con una così vasta commistione di stili, colori, linee, che risultano in un film degno di apparire in una mostra sulla pop art. Spider-Man segna un nuovo punto di partenza per l'animazione, e apre strade finora inesplorate che consentiranno la nascita di nuove forme espressive.


10. La Favorita, di Yorgos Lanthimos.


In un decennio segnato da una rinascita del movimento femminista, tra "Time's up" e #MeToo, il film di Lanthimos giunge come un amaro promemoria delle ragioni sistemiche e sociali che sono alla base della discriminazione di genere che ancora esiste nella società. Con il consueto mix di tragico, grottesco, e comico, e sorretto da una fotografia sontuosa, Lanthimos mette a nudo il sistema partriarcale che fa sì che nemmeno una regina possa dirsi veramente libera. Un film storico che parla al presente, e invoca un cambio sistemico epocale che nessuno sembra essere intenzionato a mettere in atto.


Menzioni onorevoli

I film che sono quasi entrati in top 10, presentati senza un ordine particolare.

1. Logan, di James Mangold. Il miglior esempio di film di superereoi autoriale, con un perfetto bilanciamento tra visione registica innovativa, spettacolarità, e rispetto del materiale di partenza.

2. Moonrise Kingdom, di Wes Anderson. Molte liste di questo genere riportano il più spettacolare Grand Budapest Hotel, ma a mio parere Moonrise Kingdom rappresenta al meglio non solo la poetica di Wes Anderson, ma anche i nostri tempi, in cui i più giovani si battono per cambiare una realtà devastata da adulti stolidi e assenti.

3. Inside Out, di Pete Docter. Un film che parla di e genera emozioni, portandoci a spasso per la nostra mente come solo la Pixar sa fare, con il giusto bilanciamento di risate e commozione, reale e fantastico. Docter riesce a far sembrare "semplice" una tematica super complessa, creando l'ennesimo mondo in cui immergersi ancora, e ancora, e ancora.

4. One More Time with Feeling, di Andrew Dominik. Un documentario atipico, girato quasi interamente in interni ma con il respiro visivo di un western di John Ford, che ci trascina in un viaggio al centro della musica, ma anche del lutto e del grande male del nostro tempo: la depressione.

5. C'era una volta a... Hollywood, di Quentin Tarantino. Un film che è la summa di Tarantino e del suo modo di intendere il cinema, e al tempo stesso il suo film più innovativo da decadi. Una favola moderna pervasa di nostalgia, in cui il sogno prende il sopravvento sulla realtà, e tutto appare dorato come non lo è mai stato.

Pier

giovedì 15 maggio 2014

Solo gli amanti sopravvivono

Vampiri e Romanticismo



Adam è un musicista underground con un nutrito seguito di fan che non ne conoscono però il volto. Vive recluso in una casa in periferia di Detroit, dove colleziona chitarre d'epoca e si dedica appieno alla sua arte. Eva vive a Tangeri, immersa in libri e stoffe pregiate, e si incontra quotidianamente Christopher Marlowe, il drammaturgo elisabettiano, preso il Caffè "Le Mille e una Notte". Adam ed Eve sono vampiri, e si amano ormai da diversi secoli. Periodicamente l'uno fa visita all'altro, e i due si abbandonano a un rapporto fatto del reciproco amore per l'arte, il bello, e per una vita insieme destinata a non finire mai.

Dimenticate i ridicoli sbrilluccichi di Twilight, i combattimenti di Blade e persino la raffinata e riuscita decadenza gotica di Dracula di Bram Stoker e Intervista col Vampiro: Solo gli amanti sopravvivono è una rivisitazione del tutto originale del mito del vampiro, visto non più come individuo tormentato dalla propria condizione, ma come unico essere in grado di apprezzare la bellezza del mondo e delle creazioni umane. La vita eterna dona prospettiva e capacità di focalizzarsi sulle cose importanti, come arte, letteratura e scienza, anzichè fare come gli umani, gli "zombie" come li chiama Adam, incapaci di ricordare il proprio passato e di apprezzare il bello intorno a loro, intrappolati in una vita grigia, buia e senza futuro.

Jarmush usa il mito del vampiro per fare critica sociale, calando i due protagonisti in due città decadenti e crepuscolari, la Detroit martoriata dalla crisi di Adam e la Tangeri corrotta, soffocante e immobile di Eve. I due vampiri diventano così allo stesso tempo i primi e gli ultimi esponenti di una nuova specie, moderni Adamo ed Eva che si muovono sull'orlo di una società in rovina, cercando di venirne toccati il meno possibile. Il pessimismo cosmico di Jarmush si estende a tutte le specie, con la sorella di Eve (un'ottima Mia Wasikowska) a rappresentare il lato deviato dei vampiri, un edonismo che smette di essere contemplazione e amore per le cose belle per diventare lussuria senza freni.

Il mondo in cui si muovono i protagonisti è immobile, intrappolato in un eterno ritorno, un cerchio in cui tutto è punto di inizio e punto di fine, e solo chi sa amare, amare davvero la vita sopravvive. Il Romanticismo che pervade l'opera di Jarmush è al tempo stesso la sua forza e il suo limite, dato che dona al film l'atmosfera decadente e intellettuale che lo rende unico, ma è anche la causa della lentezza del ritmo e della narrazione. Per quanto la staticità della messa in scena sia senza dubbio una scelta voluta, la lentezza finirebbe per azzoppare il film se non fosse per lo straordinario lavoro di caratterizzazione dei personaggi. Adam ed Eve hanno una profondità psicologica e una ricchezza di dettaglio senza precedenti nei film di genere, e sono sorretti dalle due sublimi interpretazioni di Tom Hiddleston e Tilda Swinton.
Questo, insieme a una fotografia sontuosa e a una colonna sonora notturna e avvolgente, rappresenta il vero punto di forza del film, il soffio vitale che dona un'anima alla creatura di Jarmush ed evita che rimanga solo una superficiale speculazione intellettuale.

Solo gli amanti sopravvivono è un film d'autore con la "a" maiuscola, intriso della poetica e delle riflessioni che caratterizzano i film del regista statunitense. Il tocco delicato con cui ci accompagna nell'infinita notte delle esistenze di Adam ed Eve è unico e inconfondibile, e crea un armonico contrasto con la durezza delle immagini delle città e dell'umanità in rovina, rispecchiando il contrasto insito nella figura del vampiro tra morte del corpo e vitalità dell'anima.

**** 1/2

Pier