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giovedì 9 novembre 2023

The Killer

La routine dell'omicidio


Un killer senza nome vive la sua professione con ossessiva meticolosità. Un giorno, però, fallisce un obiettivo, e la sua vita ordinata e senza variazioni viene del tutto sconvolta. 

Fare il killer è un lavoro come un altro: questo sembra essere l’assunto che guida il nuovo film di David Fincher, in cui il protagonista ha la verve e le strette routine di un impiegato, l’approccio metodico e controllato di un contabile, la divisione vita-lavoro di chi timbra il cartellino. Il killer interpretato da Fassbender è anonimo e vuole esserlo, ripete continuamente le sue regole come un mantra, e medita per mantenere sotto controllo le sue emozioni: incarna, in sintesi, la banalità del male, un male fatto di apatia e meccanica ripetizione. 

Ma come reagisce un uomo del genere a un imprevisto che sconvolge, anzi, distrugge le sue routine e le sue abitudini? La rottura dei fragili equilibri che regolano le nostre esistenze è un leitmotiv della cinematografia fincheriana, e in particolare dei suoi film che si focalizzano su omicidi e killer come Se7en e Zodiac. Lì però il killer era l’elemento destabilizzante, il Male che si infiltrava nelle vite di persone comuni, sconvolgendole fino a farsi ossessione. Qui è il killer a subire, in un certo senso, la sua stessa medicina, e la sua reazione è il focus principale del film.

Sfruttando lo strumento della voce narrante, Fincher esplora la psiche del suo protagonista. I diversi approcci che usa per affrontare gli ostacoli di diversa natura che gli si parano davanti ci rivelano vari lati della sua personalità, che scopriamo essere più sfaccettata di quello che sembrava in prima istanza. Fassbender mette fisico e espressione glaciale al servizio di questo lavoro di introspezione, che risulta quindi ben riuscito. 

Ciò che manca, tuttavia, è la scintilla che elevi il film al di sopra di un “semplice” lavoro ben riuscito: Fincher realizza un film solido ma apatico, un’aggiunta interessante ma minore alla sua cinematografia in generale, e a quella dedicata alle pulsioni più oscure dell’animo umano (tra cui spiccano i due film sopracitati) in particolare. Alcune sequenze sono decisamente ben fatte, ma per il resto The Killer scorre verso il suo finale senza sussulti, con un ritmo regolare e ben strutturato che manca però di guizzi, sorprese, originalità. Un peccato per un regista che ci aveva abituato a uno sguardo sempre nuovo anche su tematiche e generi ben collaudati.

***

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

lunedì 4 settembre 2023

Telegrammi da Venezia 2023 - #4

Quarto telegramma da Venezia, tra killer in crisi, l'impatto duraturo delle guerre, comunità rurali giapponesi, non morti, e mogli di celebri cantanti.

The Killer (Concorso), voto 6.5. Fincher racconta la storia di un killer dal piglio impiegatizio, con routine da cartellino e un'apatia latente. La banalità del male, dunque, raccontata con un abbondante uso di voice over e facendo leva sull'espressione glaciale di Fassbender. Il risultato è efficace, ma poco ispirato: un compito ben eseguito, ma nulla più. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema. 

Evil Does Not Exist (Concorso), voto 8. Dal regista di Drive My Car, una riflessione a tutto tondo sul rapporto tra uomo e natura, affrontato senza retorica né desiderio di compiacere, ma focalizzandosi sul rapporto simbiotico tra comunità e paesaggio. Finale soprendente, fortemente metaforico, che scarta di lato e lascia più domande che risposte, dimostrando grande coraggio.

Le Vourdalak (Settimana della Critica), voto 5. Da un racconto di Tolstoj, una storia di vampiri molto convenzionale, evocativa nelle atmosfere ma un po' confusa nella narrazione, con un trucco del vampiro poco riuscito. 

Shadow of Fire (Orizzonti), voto 8.5. Gli orrori e le tragedie che la guerra lascia dietro di sé raccontati attraverso gli occhi di un bambino che si trova a interagire con reduci di vario genere. Il film alterna momenti cupi e riflessivi ad altri di pura poesia, una commistione di toni e linguaggi che conquista, commuove, e fa riflettere. 

Priscilla (Concorso), voto 5. Sofia Coppola firma un biopic poco ispirato su Priscilla Presley, raccontando il plagio operato - consciamente o inconsciamente - da Elvis nei suoi confronti. Il film scorre senza sussulti, e non riesce a offrire una prospettiva nuova su una storia conosciuta e mostrata con uguale efficacia e, paradossalmente, maggiore critica nei confronti di Elvis nel film omonimo.

Hit Man (Fuori Concorso), voto 8.5. La storia vera di un insegnante universitario che diviene collaboratore della polizia fingendosi un killer a pagamento. Linklater firma un film esilarante, perfetto per ritmo, costruzione e interpretazione, che strappa applausi a scena aperta.

Pier

martedì 15 dicembre 2020

Mank

Algido esercizio di stile


California, 1940. Il giovane talento del teatro Orson Welles commissiona a Herman J. Mankiewicz, grande sceneggiatore limitato dal vizio dell'alcool, la sceneggiatura per il suo primo film da regista. Mank, a causa di un incidente, è bloccato a letto, e si isola nel deserto del Mojave per scrivere la storia. Finirà per ispirarsi a quello che, una volta, era stato il suo mecenate: William Randolph Hearst, magnate dell'editoria. La sceneggiatura di Mank e il film di Welles passeranno alla storia del cinema: si tratta, infatti, di Quarto Potere.

David Fincher ha dimostrato un talento particolare nel raccontare storie personali che diventano anche spaccati generazionali e sociologici. Da The Social Network a Zodiac, i suoi film nel campo non sono mai banali, spesso profondi, a volte addirittura profetici. Non sorprende, quindi, che Fincher abbia deciso di confrontarsi con il film biografico più famoso della storia del cinema, raccontando le vicende di uno dei suoi creatori, Herman Mankiewicz. Quarto Potere è infatti la quintessenza della storia personale che si fa storia del paese e addirittura storia universale, una parabola sul lato oscuro del sogno americano e sulla condizione esistenziale umana di rara forza e potenza evocativa. Un film che parla di potere, di etica, di orgoglio, di ambizione, ma anche di comunicazione e del potere dei mass media: tutti temi che non potevano che attirare Fincher, inducendolo a realizzare l'ambiziosa sceneggiatura scritta da suo padre.

Quarto Potere è un film che ancora oggi, a quasi 80 anni dalla sua uscita, stordisce per la sua portata rivoluzionaria a livello narrativo e visivo, con alcune soluzioni che rimangono punto di riferimento imprescindibile, imitate ma mai superate o rielaborate. Si può dire che pochissimi film (forse nessuno) abbiano cambiato il linguaggio cinematografico quanto Quarto Potere, ed è paradossale che Fincher decida di raccontare la genesi delle sue innovazioni narrative decidendo di non parlare di quelle stilistiche al tempo stesso di riprodurle pedissequamente, con citazioni che sono al limite del plagio di cui sfugge completamente il punto. Se l'intento era di dimostrare la replicabilità delle innovazioni di Welles, l'esercizio risulta pedante e inutile, dato che rifare qualcosa nel 2020 non dimostra che fosse poco innovativo nel 1941. Se l'intento era invece omaggiarlo, risulta di difficile comprensione la scelta di sminuire il contributo e la figura di Welles durante tutto il film, abbracciando in modo subdolo la tesi revisionista di Pauline Kael già ampiamente smentita dalle ricerche condotte da critici e storici del cinema (per chi fosse interessato, qui si può trovare un ottimo riassunto).

La sceneggiatura ha dialoghi brillanti e ben ritmati, ma risulta molto superficiale nello sviluppo dei personaggi ed eccessivamente didascalica nella struttura: i cambi scena scanditi dalle battute della macchina da scrivere, come accade nelle sceneggiature, sono un trucco vecchio e trito che uccide il ritmo del racconto e rende i flashback un artificio retorico stanco e frusto anziché un modo di vivacizzare la narrazione e moltiplicarne i punti di vista. La sceneggiatura, insomma, è l'esatto opposto di quella di Mankiewicz (e Welles), caratterizzata da una scrittura vitale, mai noiosa né didascalica, innovativa anche per la capacità di usare i flashback senza bisogno di "segnarli" temporalmente con didascalie o simili. Anche i temi trattati con maggiore efficacia, come quello dell'influenza dei mass media e delle notizie false (già attuale negli anni Quaranta, a riprova che la Storia non è altro che un eterno ritorno dell'uguale), sanno comunque di "già visto", e non aggiungono nulla a quanto già detto da Mankiewicz e Welles e dallo stesso Fincher in The Social Network.

Se non ci si annoia è merito di una regia come sempre sopraffina, ma soprattutto delle grandissime prove degli attori: Gary Oldman giganteggia nella parte di un uomo che è il suo peggior nemico, segnato dalla vita e incapace di fuggire da se stesso, ma accanto a lui offrono ottime prove anche Amanda Seyfried e Charles Dance, semplicemente perfetto nella parte di quel William Randolph Hearst che fu l'ispirazione per Charles Foster Kane.

Fincher realizza una riflessione sul cinema di grande interesse storico e biografico e fattura eccellente, ma di scarso interesse cinematografico. La sensazione è che, nell'ansia di portare avanti una tesi preconfezionata, Fincher sia rimasto in parte prigioniero di forma e contenuto e abbia dimenticato l'anima del film, sia dal punto di vista creativo che narrativo. Mank rimane un'opera realizzata in modo mirabile, ma senza dubbio un passo indietro per un regista che, anche nelle sue opere apparentemente meno autoriali, ci aveva abituati a un'innovazione radicale e mai fine a se stessa.

***

Pier

sabato 28 marzo 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 15

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi segnala film da vedere durante la quarantena.


Il genere di oggi è poliziesco thriller.

I film consigliati sono:

1) LA Confidential (disponibile su Prime Video). Un classico moderno che guarda al passato, riprendendo e rielaborando i classici stilemi del noir con grande creatività.

2) Zodiac (disponibile su Netflix e Prime Video). Un capolavoro passato per qualche strano motivo in sordina, uno dei pochi thriller non di Hitchcock capaci di trasmettere tensione a ogni singola inquadratura. Fincher dirige un film pressoché perfetto, immergendoci nella caccia a un nemico invisibile e sfuggente che diventa un'esplorazione dei meandri più profondi della psiche umana.

3) Chi ha incastrato Roger Rabbit? (disponibile su Disney+). Un film rivoluzionario, il primo a unire animazione e recitazione dal vivo con efficacia e humor. Un grande classico, da vedere e rivedere con tutta la famiglia

A domani per la sedicesima puntata!

Pier

martedì 31 dicembre 2019

I nostri dieci migliori film degli Anni Dieci

Siamo arrivati alla fine del decennio, e per molti è tempo di bilanci. Solitamente questo sito si sottrae a questi giochini con liste ed elenchi, ma il calembour scorre potente nell'autore, che non ha potuto farsi sfuggire l'occasione di fare una top 10 degli anni Dieci.

Esaurita questa triste nota personale, veniamo alla lista. La premessa di rigore è che non è stato facile. Per nulla. Sono partito da una prima lista di trenta film, poi ridotta a quindici, e infine ridotta a dieci.

Alcune scelte sono state molto dolorose, ma alla fine hanno prevalso i film che, oltre ad aver ottenuto un buon giudizio su questo sito, rispettavano uno o più dei criteri che avevo scelto in partenza, proprio per evitare di farmi guidare dal cuore. Quelli che troverete qui di seguito non sono necessariamente i miei film preferiti del decennio (alcuni lo sono), ma film che rispettano questi criteri. Quali? Vediamoli insieme.

I film inclusi nella lista dovevano aver segnato in modo deciso o addirittura rivoluzionato il genere cui appartengono; dovevano parlare in modo efficace, magari anticipandolo, di un fenomeno (sociale, storico, antropologico, filmico) che ha segnato il decennio che sta per finire; dovevano, infine, rappresentare una cinematografia il più possibile vasta, sia in termini di genere che di paese, fermo restando l'inevitabile bias verso i film anglofoni. Alcuni dei film della lista rispettano tutti questi criteri, altri solo alcuni.

Senza ulteriore indugio, ecco i magnifici dieci di FilmOra, presentati in ordine cronologico di uscita, e accompagnati da una breve nota, oltre che dal link alla recensione (basta cliccare sul titolo del film). Alla fine dell'elenco troverete anche i film che sono entrati nella selezione ristretta di quindici, le nostre "menzioni onorevoli."

I Magnifici Dieci

1. The social network, di David Fincher


Nel decennio appena finito, in cui i social media (e Facebook in particolare) sono diventati sempre più pervasivi nelle nostre vite, tra fake news, fughe di dati, e la semplice condivisione di informazioni personali, è impossibile non inserire il film che per primo ha lanciato l'allarme sul potere derivante dal controllo di questi media. The social network è il Quarto Potere del nostro millennio e, pur mancando dell'afflato creativo del capolavoro di Welles, è dotato della sua stessa forza nel metterci di fronte ai pericoli derivanti dalla glorificazione del self-made man e del capitalismo, ignorando i pericoli di un tale potere economico in mano a personaggi dalle dubbie qualità umane e morali.


2. Inception, di Christopher Nolan


Christopher Nolan: pochissimi registi hanno segnato come lui l'immaginario del decennio appena trascorso. Si può amarlo, si può odiarlo, ma non si può rimanere indifferenti di fronte al suo cinema. Inception provocò addirittura un dibattito nella redazione di FilmOra, che sfornò non una ma due recensioni (che trovate qui e qui - la mia, con scarsa sorpresa dei miei amabili detrattori, è quella positiva). La cosa non è sorprendente: Inception è forse la summa del cinema di Nolan, della sua diabolica capacità di fondere cinema d'autore e blockbuster, portando sullo schermo meccanismi narrativi fino a quel momento scarsamente utilizzati e che da allora vantano infiniti tentativi di imitazione. Inception ha segnato il modo indelebile il genere thriller e di spionaggio, raccogliendo l'eredità di Hitchcock e portandola nel nuovo millennio (al punto che anche un grande come Scorsese non poté ignorarne la lezione). Non può, dunque che suscitare reazioni forti, anche grazie a un finale meraviglioso che fa discutere ancora oggi.


3. Habemus Papam, di Nanni Moretti


Rileggendo la recensione da me scritta per Habemus Papam ai tempi della sua uscita non ho potuto fare a meno di sorridere: quel finale, che già allora avevo trovato potente, si è rivelato profetico in modo quasi inquietante. La crisi di coscienza in un Papa sembrava impossibile, e invece nel 2013 Benedetto XVI si è dimesso. Nessuno avrebbe potuto prevederlo: nessuno, tranne Moretti, che con questo film firma un'altra opera profetica (non si dimentichi Il Caimano), e quello che ritengo il miglior film italiano del decennio.


4. The Master, di Paul Thomas Anderson


In un decennio segnato dall'ascesa (o, meglio, dal ritorno) dell' "uomo forte", di leader carismatici e demagoghi in grado di smuovere le masse con la loro retorica incendiaria ma efficace, capaci di plasmare a loro vantaggio la verità, il film di Anderson risuona con la forza delle profezie di Cassandra: una voce inascoltata (scarso il successo di pubblico) che attraverso una storia di ieri racconta il potere nel mondo di oggi con efficacia insuperata, usando immagini, suoni, e attori con la sapienza di cui sono capaci solo i grandi maestri.


5. Solo gli Amanti Sopravvivono, di Jim Jarmush


Nel 2008, Twilight debuttava al cinema. I vampiri diventano un fenomeno commerciale, e l'estetica e la narrativa di Twilight diventano il modello per una serie di film e prodotti audiovisivi senz'anima, volti solo a cavalcare l'onda. L'ultimo film della saga di Twilight esce nel 2012, e solo due anni dopo Jim Jarmush, uno dei registi più eclettici in attività, realizza Solo gli amanti sopravvivono: un film lirico, visivamente sontuoso, in cui i vampiri diventano i difensori di un'estetica perduta, soffocata dalla macchina insaziabile del capitalismo. Il film di Jarmush è un testimone fondamentale in un'epoca in cui il dibattito sul tema infuria, coinvolgendo anche grandi nomi del calibro di Scorsese, e dimostra come l'autorialità e l'Arte siano sempre possibili, anche in quei generi dove sembrava non ci fosse più nulla di originale da dire.


6. Behemoth, di Liang Zhao


Purtroppo mai uscito in Italia, Behemoth è un documentario rivoluzionario, una vera e propria opera d'arte che mostra tutte le potenzialità poetiche ed espressive di un genere troppo spesso sottovalutato e considerato "minore". Non posso far altro che parafrasare le poche righe che scrissi dopo averlo visto a Venezia nel 2015: "La Divina Commedia di Dante per raccontare il dramma della modernizzazione in Cina, dalla devastazione del paesaggio al lavoro inumano in miniera, passando per le città fantasma costruite nel mezzo del nulla. Un documentario potente, poetico ed evocativo, che non esito a definire un capolavoro."


7. Mad Max: Fury Road, di George Miller


Esattamente trent'anni dopo aver abbandonato la saga, George Miller è tornato a dirigere Mad Max, dopo aver dedicato le sue attenzioni a prodotti diversissimi come Babe: maialino coraggioso, L'olio di Lorenzo, Happy Feet. Il risultato è un film che distrugge le regole del cinema d'azione e le riscrive da capo, un capolavoro cinetico di energia futurista che mostra le infinite possibilità di un genere troppo spesso appiattito su stilemi e formule. La folle corsa di Max e Furiosa è uno spettacolo sontuoso ed epico, che funziona alla perfezione sia nella sgargiante versione a colori che nella cupa versione in bianco e nero. Ammiratelo.


8. La La Land, di Damien Chazelle


Il decennio passato è stato il decennio del lavoro sempre più incalzante, delle relazioni a distanza e della scelta, sempre più amara, tra amore e realizzazione professionale. È stato anche il decennio in cui abbiamo detto addio definitivamente al film hollywoodiano classico, ormai fuori dal tempo e fuori moda per un mondo che ha un altro impianto di valori. La La Land è il capolavoro che riesce a unire queste due anime: la splendida lettera d'addio a un'epoca, e al tempo stesso la perfetta descrizione dei nostri tempi, deprivati del romanticismo. Un film diventato iconico (come previsto), con le musiche e alcune scene che sono ormai patrimonio popolare, continuamente citate, usate, ricordate. Il Cantando sotto la pioggia dei nostri tempi, condito di un realismo amaro ma che arriva dritto al cuore.


9. SpiderMan: Un Nuovo Universo, di Bob Persichetti, Peter Ramsey, e Rodney Rothman


Chi mi conosce può immaginare quanto sia stato difficile per me non mettere un film Pixar come paladino dei film di animazione, ma l'obiettività rende impossibile non scegliere Spider-Man: Un nuovo universo come eccellenza nella categoria. In un'epoca in cui l'animazione in computer grafica sembrava aver trovato una cifra espressiva codificata, e le innovazioni apportate erano ormai solo incrementali, Spider-Man: Un nuovo universo ha sconvolto le regole del gioco, portando con sé un'innovazione visiva dirompente, seconda solo a quella portata dal primo Toy Story. La combinazione di diverse tecniche di animazione era già stata provata, ma mai su così vasta scala e con una così vasta commistione di stili, colori, linee, che risultano in un film degno di apparire in una mostra sulla pop art. Spider-Man segna un nuovo punto di partenza per l'animazione, e apre strade finora inesplorate che consentiranno la nascita di nuove forme espressive.


10. La Favorita, di Yorgos Lanthimos.


In un decennio segnato da una rinascita del movimento femminista, tra "Time's up" e #MeToo, il film di Lanthimos giunge come un amaro promemoria delle ragioni sistemiche e sociali che sono alla base della discriminazione di genere che ancora esiste nella società. Con il consueto mix di tragico, grottesco, e comico, e sorretto da una fotografia sontuosa, Lanthimos mette a nudo il sistema partriarcale che fa sì che nemmeno una regina possa dirsi veramente libera. Un film storico che parla al presente, e invoca un cambio sistemico epocale che nessuno sembra essere intenzionato a mettere in atto.


Menzioni onorevoli

I film che sono quasi entrati in top 10, presentati senza un ordine particolare.

1. Logan, di James Mangold. Il miglior esempio di film di superereoi autoriale, con un perfetto bilanciamento tra visione registica innovativa, spettacolarità, e rispetto del materiale di partenza.

2. Moonrise Kingdom, di Wes Anderson. Molte liste di questo genere riportano il più spettacolare Grand Budapest Hotel, ma a mio parere Moonrise Kingdom rappresenta al meglio non solo la poetica di Wes Anderson, ma anche i nostri tempi, in cui i più giovani si battono per cambiare una realtà devastata da adulti stolidi e assenti.

3. Inside Out, di Pete Docter. Un film che parla di e genera emozioni, portandoci a spasso per la nostra mente come solo la Pixar sa fare, con il giusto bilanciamento di risate e commozione, reale e fantastico. Docter riesce a far sembrare "semplice" una tematica super complessa, creando l'ennesimo mondo in cui immergersi ancora, e ancora, e ancora.

4. One More Time with Feeling, di Andrew Dominik. Un documentario atipico, girato quasi interamente in interni ma con il respiro visivo di un western di John Ford, che ci trascina in un viaggio al centro della musica, ma anche del lutto e del grande male del nostro tempo: la depressione.

5. C'era una volta a... Hollywood, di Quentin Tarantino. Un film che è la summa di Tarantino e del suo modo di intendere il cinema, e al tempo stesso il suo film più innovativo da decadi. Una favola moderna pervasa di nostalgia, in cui il sogno prende il sopravvento sulla realtà, e tutto appare dorato come non lo è mai stato.

Pier

lunedì 11 aprile 2016

Hitchcock/Truffaut

Imperdibile per chi ama il cinema



Nel 1962, François Truffaut, giovane regista sulla cresta dell'onda del successo artistico e professionale, decise di intervistare quello che, pur sottovalutato dalla critica, era a suo parere il miglior regista vivente: Alfred Hitchcock. Hitchcock accettò di sottoporsi a un'intervista della durata di otto giorni, durante il quale Truffaut lo interrogò su tutti i suoi film. Il risultato fu un libro che divenne il principale testo di riferimento per un'intera generazione di registi, che oggi in questo film raccontano, accompagnati dalle registrazioni originali dell'intervista, le scene dei film di Hitch che più hanno segnato il loro immaginario.

Può esserci qualcosa di meglio di una conversazione sul cinema e sulla professione di regista tra François Truffaut e Alfred Hitchcock? La risposta è sì, ed è il documentario di Kent Jones. Alle voci dei due grandi registi, infatti, Jones affianca quelle di Martin Scorsese, Richard Linklater, Wes Anderson e David Fincher, che commentano le scene dei film di Hitchcock, e allo stesso tempo spiegano l'importanza dell'intervista e del cinema hitchcockiano in generale all'interno dell'opera di Truffaut. Abbiamo così Scorsese che commenta le scene di apertura di Psycho e alcune scene di Vertigo insieme a James Gray e Linklater, affiancati dalla voce dello stesso Hitch.

Il film riesce nell'impresa di arricchire il libro cui si ispira, con l'unica pecca, imposta però dai limiti temporali del formato cinematografico, di non poter analizzare tutta l'opera hitchcockiana, ma solo alcuni dei suoi lavori più famosi.

Un film da non perdere per chi ama Hitchcock, per chi ama Truffaut, per chi ama il cinema.

*****

Pier

giovedì 2 febbraio 2012

Uomini che odiano le donne - versione USA

Quando l'inutile è magistrale



Michael Blomqvist, affermato caporedattore della rivista d'inchiesta Millenium, viene costretto a dimettersi da uno scandalo. La sua inattività viene ben presto interrotta da un'offerta irrinunciabile: Henrik Vanger, anziano magnate dell'industria svedese, gli offre un'ingente somma se riuscirà a risolvere il mistero di sua nipote Harriet, scomparsa misteriosamente anni prima e che lui crede fermamente essere stata uccisa. Blomqvist inizia le indagini, ma si rende ben presto conto di aver bisogno di aiuto: a supportarlo arriverà Lisbeth Salander, brillante hacker dal presente tormentato e dal passato oscuro, che instaurerà con il giornalista una relazione molto particolare.

Diciamoci la verità: di questo remake americano di Uomini che odiano le donne non si sentiva proprio il bisogno. Vuoi perchè gli originali erano comunque abbastanza ben fatti, vuoi perchè un remake a distanza di pochi anni è abbastanza inutile, fatto sta che il film ha poco senso di esistere. O meglio, avrebbe poco senso di esistere, se non fosse per il nome del regista: David Fincher.
Fincher riprende la materia creata da Larsson e la usa come base per costruire un thriller praticamente perfetto, in cui le scene di tensione sono costruite praticamente solo con il sonoro e in cui nessun dettaglio viene risparmiato, nessuna atrocità viene lasciata in secondo piano. Fincher viviseziona ogni storia, ogni evento, ogni personaggio, concentrandosi però in particolare su Lisbeth, magistralmente interpretata da Rooney Mara.
Quello che segue gli splendidi titoli di testa è quindi un film ad orologeria, cui si riesce persino a perdonare la sua inutilità di fondo grazie alla perfezione di ogni dettaglio tecnico. Il sonoro come detto è curato con una precisione al limite del maniacale, con una folata di vento che diventa un urlo, una voce che diventa un sussurro, un silenzio che vale mille parole. La fotografia è eccellente, e in generale ogni elemento del film si combina armoniosamente con gli altri a formare un unicum che funziona e convince.

Il nuovo Uomini che odiano le donne vince quindi le perplessità iniziali, ma lo fa più per il modo eclettico e inventivo in cui usa il linguaggio cinematografico e gli attori che per il film in sè, che resta invece freddo e lascia addosso una sensazione di inutilità permanente.

***1/2

Pier

venerdì 25 febbraio 2011

Oscar 2011: i pronostici - Parte seconda


Seconda parte dei pronostici!

Miglior attore non protagonista
Grande incertezza: Bale viene da un film che dovrà portare a casa qualche statuetta, Rush è strepitoso ma rischia di pagare altri eventuali premi, Jeremy Renner è un outsider ma la sua prestazione è magnifica. Dico Rush come pronostico, ma il mio cuore lacerato alla fine preferisce di poco Renner.
Pronostico: Geoffrey Rush (Il Discorso del re)
Scelta personale: Jeremy Renner (The Town)

Miglior attrice non protagonista
La ragazzina di True Grit e Jacki Weaver sono già felici di essere qui, quindi la lotta è ristretta alla Bonham Carter e alle due attrici di The Fighter. Dico Amy Adams, sia come pronostico (ha già ricevuto una nomination, è nel pieno della carriera) sia come scelta personale.
Pronostico: Amy Adams (The Fighter)
Scelta personale: Amy Adams (The Fighter)

Miglior attore protagonista
Jeff Bridges ha vinto lo scorso anno, Eisenberg è alla prima nomination, Bardem e Franco i due possibili outsider: ma l'unico vero favorito è Colin Firth, che raccoglie anche la mia preferenza.
Pronostico: Colin Firth (Il discorso del re)
Scelta personale: Colin Firth (Il discorso del re)

Miglior attrice protagonista
Bella lotta, a parte Michelle Williams tutte potrebbero avere una possibilità di vittoria. Favorita di poco la Portman, mentre la mia scelta cade su Jennifer Lawrence, già notata ai tempi di The Burning Plain, quando vinse il premio Mastroianni a Venezia.
Pronostico: Natalie Portman (Il cigno nero)
Scelta personale: Jennifer Lawrence (Un gelido inverno)

Miglior regia
I Cohen hanno vinto di recente, Aronofsky non è molto amato dall'Academy, Il discorso del re dovrebbe fare il pieno in altre sezioni: favorito Fincher per The Social Network. Il mio voto personale va però a Darren.
Pronostico: David Fincher (The Social Network)
Scelta personale: Darren Aronofsky (Il cigno nero)

Miglior film
Con il proliferare delle nomination questa sezione diventa apparentemente la più difficile su cui fare previsioni. Scremando però quei film che non hanno ricevuto nomination nè per la regia nè per la sceneggiatura, si può arrivare a una rosa ristretta di candidati, che partono tutti alla pari: True Grit, The Fighter, Il discorso del re, The Social Network, Inception. Difficile fare un pronostico, anche se The Social Network sembra essere piaciuto moltissimo negli USA. Se la gioca alla pari con Il discorso del re, che si guadagna la mia preferenza personale.
Pronostico: The Social Network
Scelta personale: Il discorso del re

E ora appuntamento al 27 Febbraio, per la serata degli Oscar 2011!

Pier

martedì 9 novembre 2010

The Social Network

A scuola di sceneggiatura


Mark Zuckerberg e' un giovane genio dell'informatica con una scarsa vita sociale. Studente ad Harvard, vuole assolutamente entrare a far parte dei club piu' esclusivi per mettersi in vista.
Dopo aver rischiato l'espulsione per aver violato il server dell'universita', mette a punto, ispirandosi a un'idea espostagli da due studenti, il social network denominato Facebook. Il sito diventa realta' grazie al contributo economico del suo migliore amico, Eduardo Saverin. Man mano che il sito acquista popolarita', pero', i due amici iniziano ad allontanarsi. Mark viene denunciato dai due studenti che avevano avuto l'idea originale e, dopo una violenta lite, si trovera' a dover affrontare anche Eduardo davanti a un tribunale.

The Social Network racconta la storia della creazione di Facebook attraverso diverse prospettive, mantenendo pero' sempre al centro il personaggio di Mark, magistralmente interpretato da Jesse Eisenberg. Nevrotico, nerd e sociopatico quanto geniale, Zuckerberg viene presentato fin dalla prima scena come una persona con un fortissimo desiderio di inclusione e di celebrita'. Questa e' la molla che lo spinge a creare Facebook e a diventare il piu' giovane miliardario della storia.
Il film e' costruito su una continua alternanza tra presente e passato, attraverso un sapiente utilizzo del flashback. La fotografia e' ottima, e raggiunge picchi di eccellenza nella scena della gara di canottaggio. La regia e' essenziale, senza fronzoli, e permette allo spettatore di concentrarsi sui punti forti del film, i personaggi e la sceneggiatura. I primi sono ben costruiti, con caratteri approfonditi e definiti, e sono interpretati da un eccellente cast di giovani attori.
La sceneggiatura di Aaron Sorkin (vero "autore del film, piu' del regista David Fincher) e' a dir poco magnifica: dialoghi stringenti, monologhi memorabili, battute secche e taglienti come la lama di un rasoio. Il ritmo e' alto, la tensione non cala mai, e la trama scorre veloce e senza ostacoli verso il finale, splendido ed efficace nella sua semplicita'.

The Social Network e' un ottimo film e una bella metafora della societa' d'oggi, in cui il desiderio di ricchezza e l'informatizzazione spesso fanno perdere di vista quei legami e quelle relazioni che invece sembrerebbero facilitare. Da vedere.

****1/2

Pier

martedì 17 febbraio 2009

Il curioso caso di Benjamin Button

Metti una sera a cena Fincher e Forrest Gump


Il curioso caso di Benjamin Button è senza dubbio il meno fincheriano dei film di David Fincher. Più evidente è l'impronta di Chris Roth, già sceneggiatore di Forrest Gump: l'assenza degli spunti visivi e dell'approfondimento psicologico di Seven o Fight Club viene infatti compensato dallo splendido ritratto che il regista fa dell'America dagli anni '20 ad oggi, descritta attraverso i personaggi e le situazioni vissute dal protagonista.


Benjamin, come dice lui stesso all'inizio del film, nasce in circostanze un po' particolari: egli è infatti già vecchio, e ringiovanisce con il passare degli anni.

La sua curiosa condizione gli crea qualche problema nei rapporti sociali, ma soprattutto in quelli sentimentali con il suo amore di gioventù, interpretato da Cate Blanchett.


Le parti migliori del film sono quelle in cui emergono prepotentemente i personaggi secondari, dal capitano del rimorchiatore dove Benjamin trova il suo primo lavoro alla dama di mezza età, interpretata da un'azzeccata Tilda Swinton, che diventa il primo amore “consumato” del protagonista.

Gli anni a bordo del rimorchiatore sono quelli più interessanti, in quanto descrivono il periodo bellico senza eccedere in scene d'azione, ma concentrandosi maggiormente sulle reazioni e sulle sensazioni dell'equipaggio.


Convince il Brad Pitt anziano, che comunica ogni emozione solo grazie agli occhi, meno quello giovane, poco espressivo. Se ricevesse l'Oscar, soprattutto vista la concorrenza agguerritissima di quest'anno, rimarrei francamente sorpreso. Come mi sorprende la mancata nomination per Cate Blanchett, che oscura nettamente il suo compagno di set per l'intensità e la poliedricità della sua interpretazione.


Il film dura quasi tre ore, ma la storia avvince ed appassiona, e la fine arriva in fretta, quasi inaspettata. Fincher racconta la vicenda di Benjamin con leggerezza e grazia, rendendo plausibile e reale il racconto di una vita così particolare.


**** (*****)

Pier

giovedì 22 gennaio 2009

Benjamin Button e The Millionaire in testa


David Fincher con il suo attesissimo "Lo strano caso di Benjamin Button" e Danny Boyle, fresco fresco di un Golden Globe per il film "The Milionaire" si contendono il premio di film con piu' statuette del 2009. Il primo vanta ben tredici candidature,e ispirandosi al racconto di Scott Fitzgerald del 1922, narra la vicenda di un uomo il cui ciclo di vita e' capovolto, nascendo anziano e ringiovanendo nel corso degli anni. Il secondo film di Danny Boyle, ottenuti riconiscimenti di critica e pubblico, racconta le sorti di un povero ragazzo indiano che vince un'ingente somma di denaro ad un quiz televisivo. A seguire con "solo" otto nomination troviamo "Il Cavaliere Oscuro" di Cristopher Nolan e "Milk" di Gus Van Sant.

Da queste candidature si intravede, forse per la prima volta, il primo riconoscimento di Hollywood ai cosidetti "giovani" registi (si fa per dire, Fincher ha 47 anni, Nolan 39 e Boyle addiritura 55). Tutti e tre, infatti, si sono fatti conoscere al grande pubblico a partire dalla meta'/fine degli anni '90. David Fincher, regista cupo e tormentato, amante dei thriller psicologici e visionari, si e' fatto conoscere nel 1995 con "Seven" e ha consolidato la sua fama come nuovo regista hollywodiano nel 1999, con il film tratto dal romanzo di Chuck Palahniuk "Fight Club".
Danny Boyle esordisce con il suo primo lungometraggio solo nel 1994, ma sara' due anni piu' tardi, con "Trainspotting" (1996), che il regista otterra' fama e successo.
E infine Nolan, il piu' giovane dei tre, ma , probabilmente, quello con piu' capacita' filmiche. Chi non ricorda lo splendido "Memento", girato a soli 30 anni e in soli 25 giorni, dove si la storia si sviluppa in blocchi che vanno indietro nel tempo, disorientando lo spettatore costringendolo a immedesimarsi nello sforzo del protagonista di scoprire se stesso.

Accanto a questa nuova generazione di registi che ha solo 15 anni, se ne contrappone una di ben piu' fama ed esperienza. Gus Van Sant e Ron Howard sono registi con una decina d'anni di girato in piu', iniziando durante la meta' degli anni '80. Come gli Oscar ci hanno sempre abituati, il piu' talentuoso dei due, Van Sant, e' quello all'asciutto di statuette, mentre Howard vinse nel 2002 con "A Beautiful Mind". Van Sant e' un regista tormentato, che personalmente io apprezzo molto; e' crudo, freddo e violento. Nei suoi film, egli racconta il disagio giovanile dei ragazzi americani di provincia. Lo abbiamo visto in "Paranoid Park" e in "Elephant", dove il regista si trasforma in gelido narratore di fatti traviati e maniacali, ma ancor di piu' aumenta la sua crudezza nei suoi primi film "Cowboy Drugstore" e "Belli e Dannati", dove, in alternanza ad immagini stile Pink Floyd, il regista dipinge uno squallido scenario di cittadina di provincia americana con la neutralita' e normalita' che lo hanno sempre contradistinto. Ron Howard e' un mediocre, classico regista americano della piu' tradizionale classe hollywodiana sopravvalutata, capace, sì, di sfornare campioni d' incassi, ma di lasciare ben poco agli spettatori.

Sorpresa, anche se non troppo, e' la candidatura di Head Ledger, morto un anno fa a 28 anni, come attore non protagonista per il bellissimo film di Nolan. Anche se si potrebbe pensare ad un atto di carita' dell'Accademy, la candidatura e' assolutamente meritata per una grande interpretazione del Joker nell'ultimo film di Batman.

Infine, tra gli attori protagonisti il duello sara' tra Sean Penn, attivista gay nel film di Van Sant "Milk", e Brad Pitt, protagonista invecchiato nella commedia di Fincher. Come attrici, l'ha spuntata la Winslet nel film "The Reader" e Meryl Streep (potenzialmente il suo terzo oscar) per il film impegnato "Il Dubbio".

Scandalosa l'esclusione da miglior film e regia del film di Clint Eastwood "Changeling" e sorprende un po' anche la mancanza del film di Woody Allen "Vicky Cristina Barcelona".

Per vedere tutte le candidature andate al sito http://www.oscar.com/nominees/?pn=nominees .

Attendiamo con trepidazione il 22 febbraio.

Alessandro