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giovedì 25 gennaio 2024

Povere Creature!

La forza del desiderio


Godwin Baxter, scienziato dal passato tormentato, svolge esperimenti bizzarri su animali ed esseri umani. Quello che più lo appassiona è Bella, giovane donna di cui ha recuperato il cadavere dal fiume e che ha riportato in vita, ma con la mente di un bambino. Bella sviluppa rapidamente facoltà fisiche e mentali, finendo per ribellarsi alle regole impostele e al suo creatore.

Dopo La favorita, Lanthimos torna a parlare di potere e femminile e lo fa con una fantasia gotica e distopica, un divertissement vittoriano con spruzzate di steampunk che rielabora la storia di Frankenstein per mettere a nudo le radici invisibili e interiorizzate del potere maschile e, più in generale, di tutte quelle norme, convenzioni, sovrastrutture che impediscono l'affermazione individuale, e femminile in particolare *. 

Bella è come un tirannosauro sguinzagliato in un recinto di capre, dove le capre sono le convenzioni: convenzioni che lei non conosce, perché non le ha interiorizzate per anni da altre persone che le avevano interiorizzate, e che per lei non significano nulla. Ha l'approccio alla realtà di un bambino, e quindi mette tutto in discussione, accompagnata però da un corpo di donna che le permette quindi di fare e scoprire cose che a un bambino sarebbero impossibili. La scoperta - e conseguente emancipazione - sessuale di Bella è solo la punta dell'iceberg, perché la sua mente tutta da plasmare mette in discussione la sua dipendenza da tutti gli uomini della sua vita, dal padre-creatore Godwin, che spoglia della sua aura divina abbandonandolo, al suo primo amore Duncan, passando per tutti coloro che cercano di limitare la sua folle, geniale, incontenibile energia. 

Bella travolge tutto ciò che si frappone tra lei e la scoperta. La sua è una storia di liberazione femminile, certo, ma è prima di tutto un racconto di sviluppo psicologico, un inno all'umana capacità di scoprire e riscoprire, a quella fanciullesca volontà di conoscere e sapere che viene via via cancellata da rigidi dogmi sociali (non a caso l'ambientazione è vittoriana) e da ciò che ci impone la "vita adulta." 

Non è un caso che a portare avanti questo tour de force di riscoperta e affermazione del Sè sia una figura marginalizzata dal suo contesto sociale, dato che sappiamo da anni che spesso è da lì che arriva l'innovazione - da chi, vivendo ai margini della società, riesce a vedere chiaramente le sbarre invisibili create da convenzioni antiquate, dogmi, inibizioni, paure. Povere creature! è, in sintesi, un inno al libero arbitrio ma, soprattutto, al desiderio - un desiderio sia intellettuale che fisico - e alla sua forza nell'abbattere le barriere che ci costringono.


Tony McNamara firma una sceneggiatura da manuale a partire dal romanzo di Alasdair Gray, mescolando alla perfezione risate (si ride tantissimo) e riflessione, facendo passare un messaggio chiaro, potente, non annacquato dalla necessità di essere mainstream, che però non scivola mai nella predica o nel comizio e non solo non annoia, ma intrattiene ferocemente. 

La fotografia ci mostra, come già ne La favorita, una realtà distorta, deformata, con frequenti usi dell'occhio di pesce e suggesioni pittoriche, applicate però qui a una scenografia e a un'estetica che strizzano l'occhio a Tim Burton (le creature di Godwin potrebbero essere uscite da Frankenweenie o Nightmare Before Christmas) e Wes Anderson (i colori e l'amore per tecnologie superbamente complesse e ancor più superbamente inutili), ma li rielaborano in modo originale, creativo, vivo. Il film alterna sapientemente sequenze oniriche e reali, creando un mondo folle e fantastico in cui i confini tra le due dimensioni, spesso, finiscono per confondersi.

Al centro di tutto c'è la prova superba di Emma Stone nel ruolo di una novella creatura di Frankenstein che cerca, anzi, si prende un'emancipazione sociale e sessuale. Vederla camminare, muoversi, parlare mentre dà vita a una donna-bambina che sta imparando il funzionamento di un corpo già adulto è un'esperienza indimenticabile, che culmina nella travolgente, anacronistica danza cui Lanthimos, ancora una volta, affida un momento chiave del suo film. Accanto a lei brillano tutti i comprimari, da un Dafoe novello dottor Frankenstein, impotente nel controllare il suo atto creativo, a un Mark Ruffalo splendidamente gigione, passando per il remissivo Ramy Youssef e il piccolo ma splendido (e narrativamente ricco) ruolo di Margaret Qualley.

Povere Creature! racconta una donna, una persona che ri-scopre da zero le convenzioni sociali, il suo ruolo nel mondo, ma soprattutto se stessa, la sua psicologia, i suoi desideri, in un mix tra horror, commedia, satira e fantastico che unisce idealmente la poetica del primo Lanthimos (The lobster, Alps, Il Sacrificio del cervo sacro) con La favorita. È film travolgente per la creatività delle sue invenzioni visive e verbali, impeccabile per esecuzione, sviluppo e interpretazioni: in una parola, è un film imperdibile.

*****

Pier

*: O, in altre parole,  del (gasp!, come direbbero nei fumetti) patriarcato. Scelgo di non usare questa parola perché è ormai talmente deformata dall'uso che ne fanno i media da essere divenuta quasi parodica (con gran gioia dei suddetti media - d'altronde convincere gli altri della tua non-esistenza è il miglior trucco del diavolo, come spiegano ne I soliti sospetti).

sabato 28 marzo 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 15

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi segnala film da vedere durante la quarantena.


Il genere di oggi è poliziesco thriller.

I film consigliati sono:

1) LA Confidential (disponibile su Prime Video). Un classico moderno che guarda al passato, riprendendo e rielaborando i classici stilemi del noir con grande creatività.

2) Zodiac (disponibile su Netflix e Prime Video). Un capolavoro passato per qualche strano motivo in sordina, uno dei pochi thriller non di Hitchcock capaci di trasmettere tensione a ogni singola inquadratura. Fincher dirige un film pressoché perfetto, immergendoci nella caccia a un nemico invisibile e sfuggente che diventa un'esplorazione dei meandri più profondi della psiche umana.

3) Chi ha incastrato Roger Rabbit? (disponibile su Disney+). Un film rivoluzionario, il primo a unire animazione e recitazione dal vivo con efficacia e humor. Un grande classico, da vedere e rivedere con tutta la famiglia

A domani per la sedicesima puntata!

Pier

martedì 30 aprile 2019

Avengers: Endgame

Chiudere con stile


Attenzione: questa recensione contiene spoiler sulla trama

Thanos ha raccolto tutte le Gemme dell'Infinito, e ha dimezzato gli esseri viventi nell'Universo. Gli Avengers superstiti sono decisi a non dargliela vinta, e si mettono sulle sue tracce.

Chiunque si sia mai cimentato in una qualunque forma di attività narrativa vi dirà che chiudere una storia in modo efficace è estremamente complesso: occorre portare a conclusione i vari fili della trama, concludere in modo soddisfacente l'arco dei protagonisti, creare qualche colpo di scena e al tempo stesso dare al pubblico un senso di chiusura. Chiudere male una storia può avere un impatto devastante, rovinando non solo il finale, ma anche la memoria di ciò che è stato, come se tutto ciò cui si è assistito in quel momento venisse improvvisamente privato di senso. 

Avengers: Endgame doveva assolvere alla titanica impresa di concludere una storia dipanatasi attraverso ventidue film per quasi undici anni, e la porta a termine con successo, onorando la memoria di ciò che è stato, orchestrando alla perfezione gli eventi nel presente, e gettando le basi per un futuro incerto ma intrigante.
I fratelli Russo, coadiuvati come sempre da Christopher Markus e Stephen McFeely, elaborano infatti una trama a orologeria, in cui le sorprese sono equamente distribuite nell'arco di tre ore che paiono volare, e in cui tutti gli innumerevoli protagonisti visti in questi undici anni ottengono il loro giusto momento di gloria. La memoria è la vera protagonista del film, e viene declinata in tutte le sue forme: rimorso, rimpianto, nostalgia, apprendimento, parte dell'identità.

I registi mettono in chiaro fin da subito il loro intento, e nel farlo stravolgono le prospettive dello spettatore. Laddove tutti si aspettavano un film incentrato su un nuovo scontro con Thanos, i fratelli Russo decidono di uccidere il Titano nei primi minuti del film, ma non prima di aver rivelato agli Avengers superstiti la terribile verità: ha distrutto le Gemme dell'Infinito, rendendo quindi impossibile ogni tentativo di cancellare la sua opera. Un colpo di scena congegnato alla perfezione, che rende onore sia al talento narrativo degli sceneggiatori, sia alle motivazioni e all'intelligenza di quello che è nettamente il miglior villain dell'universo cinematografico Marvel. Thanos non è un cattivo dei fumetti da operetta, ma un freddo calcolatore mosso da un ideale, per quanto folle, e disposto a dare la vita per vederlo realizzato; non vuole dominare il mondo, ma solo renderlo un luogo migliore. Prima di essere ucciso da Thor, lo vediamo intento a coltivare la terra, lontano da ogni tentazione di mantenere quel potere assoluto che le Gemme gli avevano garantito.


Gli Avengers sono annichiliti, e la parte centrale del film è dedicata all'esplorazione del loro senso di perdita, del loro fallimento. Li ritroviamo cinque anni dopo, sfatti, sconfitti, emotivamente distrutti. Ognuno cerca di reagire in modo diverso, e da questo caleidoscopio emotivo emergono momenti toccanti, comici, introspettivi, in uno strano mix che sembra destinato a fallire e che invece funziona alla perfezione, nonostante alcuni personaggi vengano forse buttati eccessivamente in burletta (Thor su tutti). Ed è in questo momento che riemerge la speranza, nelle fattezze e nei modi più inaspettati: un topo riattiva il tunnel quantico che aveva intrappolato Ant-Man, riportando Scott Lang sulla terra. Chi scrive è un fan sfegatato di Paul Rudd, ma sfido chiunque a non riconoscere la sua straordinaria capacità di rendere umano e vero il suo Scott, forse il personaggio emotivamente meglio riuscito del film. Sarà lui a elaborare un piano per annullare gli effetti della Decimazione: un viaggio nel tempo utilizzando il tunnel quantico, al fine di recuperare le pietre prima di Thanos. La sua folle idea stuzzica la mente degli Avengers, e li porta a tornare a collaborare dopo anni di lontananza: Iron Man ci mette la tecnologia, Capitan America le capacità di leader, e il viaggio nel tempo diventa realtà.

La memoria viene qui affrontata anche in chiave meta-narrativa, riportando i protagonisti ai momenti chiave della loro storia, e facendo rivivere allo spettatore snodi cruciali dei film precedenti, presentandoli sotto diverse angolazioni. Un dietro le quinte che rivela la natura sottile e illusoria dei ricordi che, lungi dall'essere obiettivo come noi ci illudiamo che siano, sono invece solo il risultato di un'elaborazione parziale di quanto successo: ciò che ci sembrava epico è ridicolo agli occhi di qualcun altro, ciò che ci sembrava tragico è in realtà solo parte della vita, un passo necessario per l'evoluzione delle cose e di noi stessi. Allo stesso tempo, tuttavia, il ricordo è anche ciò che ci sostiene, e che permette agli Avengers di continuare a sperare: quando il Thanos del passato scopre del piano degli Avengers, dunque, il ricordo diventa il nemico. L'obiettivo non è più quindi cancellare metà degli esseri viventi, ma obliterarne il ricordo, affinché possa nascere una nuova vita libera dalla memoria di ciò che è stato. 

Se la parte narrativa è pressoché impeccabile, l'unico difetto del film risiede nella fotografia, tornata banale e piatta come in Civil War, bloccata su colori grigio/bluastri che non riescono a essere tragici e che rendono il film incolore per larghi tratti, costretto a sorreggersi sugli effetti speciali per fornire un qualunque tipo di stimolo visivo.
Questo rimane tuttavia un difetto veniale in un film che conclude in modo eccezionale una saga che ci ha accompagnato per più di un decennio, assemblando (è proprio il caso di dirlo) diversi personaggi e diverse storie in un unicum di rara coerenza che costituisce una delle pagine più alte del genere supereroistico e del blockbuster hollywoodiano in generale.

Nel finale il film abbandona la vena introspettiva per lanciarsi in una battaglia campale che non mancherà di dare grandi soddisfazioni ai fan, fino a un finale di devastante portata emotiva, in grado di farci piangere di sofferenza ma anche di gioia per la conclusione semplicemente perfetta degli archi narrativi di alcuni degli eroi più popolari. Non vogliamo dire di più: ognuno potrà riempire questo spazio con il suo ricordo, il suo momento preferito del finale di una saga che rimarrà nei nostri cuori; un finale che non può lasciare indifferenti, e che dà un nuovo significato alla frase che ha accompagnato la campagna promozionale del film: a qualunque costo. 

**** 1/2

Pier

sabato 28 aprile 2018

Avengers: Infinity War

Chi troppo vuole, molto stringe



Dopo un lungo tramare nell'ombra, Thanos il Titano è uscito allo scoperto, e con l'aiuto dei suoi aiutanti si è messo alla ricerca di tutte le sei Gemme dell'Infinito. Se riuscisse a raccogliere, potrebbe portare a compimento il suo piano per salvare l'Universo da un'estinzione che ritiene certa: dimezzarne la popolazione. Solo gli Avengers e i Guardiani della Galassia possono fermare il Matto Titano, e forse anche loro potrebbero non essere sufficienti.

Avengers: Infinity War aveva un compito improbo: portare a compimento dieci anni di storie intrecciate attraverso una miriade di film (e non solo), tirando le fila di un'immensa trama  orizzontale dipanatasi in modo sotterraneo all'interno delle varie trame verticali. Questa trama preveù deva l'arrivo di un nemico tanto temibile da rendere necessario l'intervento di tutti gli eroi (più o meno super) dell'Universo conosciuto. Per farla funzionare servivano quindi un nemico credibile sia dal punto di vista della minaccia che dal punto di vista della caratterizzazione, nonché un attento bilanciamento dello spazio dato ai vari personaggi.

Possiamo dire che Infinity War assolve perfettamente ad ambedue i compiti, regalandoci il miglior villain cinematografico della Marvel e riuscendo a dare il giusto spazio a tutti i personaggi. Thanos non è il solito cattivo da fumetto che vuole conquistare l'universo: al contrario, vuole salvarlo dalla distruzione, ma pensa che l'unico modo per farlo sia uccidere metà dei suoi abitanti. Thanos è spinto da motivazioni profonde, che ci vengono svelate a poco a poco attraverso dei flashback molto efficaci e, sopratutto, attraverso l'esplorazione dei suoi legami con altri personaggi, in particolare Gamora. Josh Brolin dona al suo Thanos in computer grafica una gravitas degna di un eroe tragico, rendendolo ancora più credibile e sfaccettato.

I fratelli Russo riescono anche nell'impresa di rendere giustizia a tutti i personaggi, evitando che alcuni finiscano per soffocare gli altri, e investendo il tempo necessario per costruire le loro relazioni, che finiscono per essere l'elemento più convincente del film. I rapporti pre-esistenti, come quello tra Tony Stark e Peter Parker, vengono ulteriormente approfonditi, mentre quelli di nuova formazione vengono sviluppati con il giusto bilanciamento tra humor e connessione emotiva, sfruttando i numerosi parallelismi che naturalmente esistono tra le biografie dei vari eroi. Quelli che più beneficiano di questo trattamento sono Thor, mai così carismatico, e Doctor Strange, molto più convincente qui che nel suo film solista, anche grazie a un Benedict Cumberbatch più a suo agio nella parte. A brillare su tutti, però, sono sempre Tony Stark e Peter Parker, che ci regalano anche una delle scene più emotivamente efficaci del film.

Il film scorre veloce, con alcuni cali di ritmo perdonabili perché finalizzati allo sviluppo dei personaggi . Le immagini sono spettacolari, con combattimenti finalmente fluidi, chiari e ben fruibili e ogni ambientazione dotata di una sua forte identità scenografica e cromatica, evitando quell'appiattimento visivo e coreografico che si era verificato in precedenti film corali. A voler trovare una pecca, alcune delle vicende narrate sono decisamente meno interessanti di altre, e avrebbero forse dovuto ottenere meno spazio, anziché essere misurate con il bilancino per garantire un minutaggio simile a tutti i grandi nomi presenti nel cast.

Tuttavia, questo è un difetto veniale per un film che, nonostante delle ambizioni tanto gargantuesche da sembrare destinato a rimanerne vittima, secondo l'adagio del "chi troppo vuole, nulla stringe", è invece perfettamente riuscito. Avengers: Infinity War intrattiene splendidamente per quasi tre ore, che volano veloci fino a un finale creativo e spiazzante (e giocoforza in sospeso, visto l'arrivo del secondo capitolo nel 2019) che rimarrà a lungo nelle menti degli spettatori.

**** 1/2

Pier

domenica 21 febbraio 2016

Il caso Spotlight

Il Tutti gli Uomini del Presidente del nuovo millennio


Il team Spotlight è la squadra investigativa del Boston Globe. Nonostante una serie di reportage di successo, è ora costretto a occuparsi di indagini di poco conto. Nel 2001, tuttavia, il giornale sta perdendo lettori, e il nuovo direttore, Marty Baron, è deciso a invertire la rotta, e decide di dare carta bianca al team Spotlight, libero di investigare anche argomenti scottanti. Il primo che capita loro per le mani è quello di un sacerdote che ha abusato di numerosi giovani nella sua parrocchia, senza però essere mai denunciato. Indagando, i membri del team faranno scoperte sempre più inquietanti, sconvolgendo l'ipercattolica Boston e portando alla luce il più grande scandalo di pedofilia nella Chiesa della storia.

Cosa succede quando fede e dovere professionale si scontrano? Questo il dilemma che devono affrontare molti dei protagonisti in Spotlight (titolo originale). Cattolici nella cattolica Boston, vedono via via le loro certezze religiose sgretolarsi, senza però che venga meno il loro desiderio di scoprire la verità, di rivelare le nefandezze perpetrate nei confronti di migliaia di bambini. Le coscienze dei membri del team sono travagliate, nessuno di loro è senza macchia in una lotta che sarebbe dovuta iniziare anni prima, ma che - in minor parte - anche per loro negligenza è rimasta per lungo tempo nell'ombra. Man mano che procedono, le indagini divengono sempre più personali, coinvolgenti, quasi intime, coinvolgendo le vite private dei giornalisti e mettendo in discussione il loro modo di vedere il mondo.

E' dal 1976 che ogni film sul giornalismo deve confrontarsi con Tutti gli uomini del presidente. Ebbene, si può dire che Spotlight si candida ad essere per il nuovo millennio ciò che il film di Alan J. Pakula è stato per gli anni Ottanta e Novanta. Tom McCarthy orchestra alla perfezione tutte le componenti del film, costruendo come sempre una sceneggiatura perfetta per struttura e contenuti e accompagnandola con una fotografia classica ma funzionale alla narrazione delle emozioni dei personaggi, principali e non. Il cast offre una prova corale formidabile, con Mark Ruffalo che si distingue per naturalezza e forza interpretativa.

Spotlight è un film che fa riflettere non solo grazie al mero racconto dei fatti, ma anche e soprattutto attraverso le emozioni e reazioni dei suoi personaggi, il cui coinvolgimento emotivo, fatto di rimorsi, crisi di coscienza e compassione, si riflette nello spettatore, rendendo impossibile rimanere indifferenti. McCarthy riesce nel suo obiettivo di realizzare un film che non è pura cronaca, ma anche una sveglia per la coscienza dello spettatore, troppo spesso abituato a guardare questi scandali con l'occhio del cronista, da lontano, senza percepirne il reale orrore. Spotlight, invec,e ci porta dentro lo scandalo e le sue mille ramificazioni e, pur senza per nulla indulgere nella morbosità, ce ne fa percepire fino in fondo le pesanti implicazioni per la vita delle vittime e per il tessuto sociale della città.
Un film da non perdere, uno dei meno strombazzati tra quelli candidati all'Oscar, ma sicuramente uno dei migliori.

**** 1/2

Pier

giovedì 3 settembre 2015

Telegrammi da Venezia 2015 - #1

Anche quest'anno, Filmora è a Venezia, e vi offrirà le recensioni brevi di tutti i film visti. Come ormai da un paio di anni, Filmora collabora con NonSoloCinema, per cui scrive recensioni estese, che verranno linkate in questi post.

Primi giorni all'insegna dei film di denuncia, con due pellicole eccellenti che spiccano tra le altre.



Beasts of No Nation (Concorso), voto 8.5. Un pugno allo stomaco: non c'è altro modo per definire il film di Cary Fukunaga, conosciuto al grande pubblico per la regia della prima stagione di True Detective. Il suo racconto della storia di un bambino soldato in Africa Occidentale colpisce per durezza, incisività e lucida consapevolezza di una realtà insopportabile e troppo spesso ignorata. Girato divinamente e scritto in modo asciutto e scevro di retorica, è destinato a entrare nella storia del cinema di guerra, nonostante la lunghezza leggermente eccessiva. Ottima prova di Idris Elba. Prodotto da Netflix, il film uscirà online e non in sala: una ragione in più per non perderselo.

Spotlight (Fuori Concorso), voto 9. Se Beast of No Nation colpisce dritto allo stomaco, Spotlight va dritto al cuore e al cervello, creando un fremito di indignazione che cresce fino ad esplodere nel finale. Il film racconta come il gruppo Spotlight, il team investigativo del Boston Globe, abbia portato alla luce lo scandalo dei preti pedofili di Boston, in cui la Chiesa aveva coperto gli abusi mettendo tutto a tacere per anni. Grazie a questa serie di servizi, il gruppo Spotlight si è aggiudicato il premio Pulitzer. Un film che scava senza paura in un tema scottante e su cui c'è ancora tanto da dire, in cui i colpevoli sono rimasti impuniti e in cui le vittime hanno subito una violenza non solo fisica, ma anche spirituale, che il film trasmette magistralmente allo spettatore. Scritto e diretto da Tom McCarthy, uno dei migliori autori del panorama indipendente statunitense (suoi, tra gli altri, The Station Agent e The Visitor), si avvale di un cast stellare, in cui spiccano Mark Ruffalo e Michael Keaton.

Neon Bull (Orizzonti), voto 4. Un film con una bella ambientazione, con personaggi grotteschi e reali, in bilico tra Fellini e commedia all'italiana, e una bella fotografia. Perché il 4, chiedete? Perché non sviluppa alcuna linea narrativa, procedendo in modo casuale, senza raccontare una storia, un personaggio, nulla. Peccato, le premesse erano buone.

Francofonia (Concorso), voto 6. Sokurov torna a Venezia, dopo il leone ricevuto per il Faust, e lo fa con un film altamente sperimentale, in cui il documentario si mescola alla finzione, alle fotografie d'epoca, al rapporto tra vero e filmato, storia e Storia, regista e film. Il protagonista è il Louvre, che assurge a simbolo della civiltà francese. Il risultato non convince fino in fondo, in quanto tradisce una mancanza di visione d'insieme che non può essere salvata dallo splendido uso di luci e musiche, soprattutto a causa di alcune scelte davvero stucchevoli (il personaggio della Marianna). Un film imperfetto, che forse per questo potrebbe piacere agli amanti dell'arte, ma poco riuscito dal punto di vista cinematografico.

Looking for Grace (Concorso), voto 7. Il film racconta con un tocco surreale e malinconico la fuga da casa di una ragazzina, e il viaggio affrontato dai genitori e da un detective privato per rintracciarla. Delicato e vero, il film regala uno spaccato di vita vissuta che non può fare a meno di divertire ed emozionare.

Un Monstruo de Mil Cabezas, voto 5. Qui la recensione completa su NonSoloCinema.

Per il primo telegramma è tutto, alla prossima!

Pier

martedì 21 aprile 2015

Foxcatcher (In pillole - #1)

La tensione vibrante del non detto



Il film racconta la storia vera del team Foxcatcher, messo in piedi da Mark Schultz, campione olimpico di lotta, e finanziato interamente dal miliardario John E. DuPont, che in cambio del suo sostegno assume il ruolo di allenatore del team alle Olimpiadi di Seul. Il rapporto tra i due, il primo cresciuto all'ombra del fratello, il secondo in cronico debito d'affetto con la madre, inizierà bene, ma diventerà sempre più problematico con il passare del tempo.

Avete presente quando si sente dire che la scrittura è prevalentemente un lavoro di sottrazione? Foxcatcher ne è la prova vivente. Una sceneggiatura tesa, vibrante, in cui il non detto è più pregno e significativo della parola, e ogni silenzio genera una tensione sottile, che cresce con il passare del film fino a esplodere nel finale.

La sceneggiatura è sorretta da una fotografia dalle tonalità fredde e stranianti, che sottolinea i silenzi e le affollate solitudini dei due protagonisti. una strepitosa prova corale del cast. Steve Carell spicca con un’impressionante trasformazione fisica e vocale, che lo trasforma in un personaggio dominante e dominato al tempo stesso, benefattore e persecutore, una viva rappresentazione del male interiore e dell’incapacità di relazionarsi con il mondo reale. Accanto a lui, Marc Ruffalo e Channing Tatum offrono due prove eccezionali e complementari, il primo con un personaggio solare, generoso e positivo, il secondo, ingiustamente ignorato nelle nomination, con un gigante introverso pieno di complessi, un solitario come come DuPont cui il successo non ha donato nè fama nè realizzazione personale.

Foxcatcher è un film silenzioso e intenso come un western, in cui due diverse solitudini si incontrano, si uniscono e si affrontano in un duello di sguardi, non detti e rancori che non può lasciare indifferenti, con un finale che toglie il fiato.

**** 1/2

Pier

* Con questa recensione nasce una nuova rubrica, "In pillole", che conterrà recensioni brevi di film che, per ragioni di tempo od opportunità, non abbiamo fatto in tempo a recensire appena usciti, ma che riteniamo comunque meritevoli di un commento.

lunedì 29 luglio 2013

Now you see me

Il trucco c'è, ma non si vede



Quattro prestigiatori vengono convocati da un individuo misterioso che li coinvolge in un suo progetto. Un anno dopo, i quattro, con il nome di Quattro Cavalieri, si esibiscono insieme in uno show di alto profilo, al termine del quale tenteranno un'impresa mai tentata prima: rapinare una banca senza muoversi dal teatro.

Difficile dilungarsi sulla trama di Now you see me: il rischio è di rivelare uno degli innumerevoli colpi di scena, che si susseguono come in un unico, grande numero di magia. Costruito intorno ai protagonisti e alle loro idiosincrasie, il film si avvale di effetti speciali eccellenti, che contribuiscono a creare un'atmosfera di magia e incanto. La trama scorre fluida fino al finale, dove accelera e finisce per perdersi un po', chiudendo con fretta eccessiva tutti i vari filoni narrativi e ripiegando su una didascalica spiegazione che demolisce l'aura di mistero costruita durante il film.
 I personaggi sono bene interpretati, con Jesse Eisenberg, Mark Ruffalo e Woody Harrelson a fare la parte dei leoni. Resta un po' di rammarico per lo scarso sviluppo dedicato ad alcuni di loro, in particolare Henley e Jack, a causa del tempo limitato concesso da un prodotto cinematografico: forse una serie TV, anche di poche puntate, avrebbe reso miglior giustizia sia ai personaggi che alla trama.

Now you see me è un buon film di intrattenimento che, nonostante i difetti del finale, regala divertimento e suspence a sufficienza. Il trucco c'è, ma non si vede, e anche i più scettici si troveranno a seguire con attenzione il dipanarsi del piano dei Quattro Cavalieri, in una sorta di remake magico di Colpo grosso capace di incantare e divertire gli spettatori.

***

Pier