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venerdì 26 luglio 2024

Fuga in Normandia (In pillole #28)

Fare i conti con il passato


La storia (vera) della rocambolesca fuga in Normandia di un veterano inglese del D-day residente in casa di riposo è in realtà un pretesto per parlare di uno dei temi più presenti e, evidentemente, pressanti del cinema contemporaneo: la memoria. Il racconto del viaggio si interseca infatti con i ricordi di Bernard, che in Normandia ci andò ben due volte, e di Rene, che ricorda il loro incontro, il dolore nel vederlo partire, e la loro vita insieme. Ma si interseca anche con la memoria di interi popoli e nazioni, rappresentati dalle persone che Bernard incontra durante il suo viaggio: altri reduci, tormentati da ricordi indelebili, da colpe irrimediabili per cui l'unica speranza sono l'assoluzione e il dolce balsamo dell'oblio.

Fuga in Normandia è anche un film che parla di pace, di dialogo, dell'orrore della guerra che travolge persone che si trovano per puro caso dalle due parti opposte della barricata, e che in tempi normali potrebbero condividere una birra, e che sono unite da un dolore immenso, che può però divenire occasione di riconciliazione, come suggerito in una delle scene più riuscite del film.

Il grande merito di William Ivory (sceneggiatore) e Oliver Parker (regista) è quello di riuscire ad affrontare questi temi senza retorica e senza indulgere nello sdolcinato, ma alternando sapientemente momenti divertenti a momenti di grande potenza emotiva. A sostenerli ci sono le superbe prove di Michael Caine e Glenda Jackson, che si offrono alla macchina da presa senza aver paura di mostrare i segni della vecchiaia, regalandoci una coppia memorabile per complicità e realismo, e mostrando al pubblico il vero significato della parola "amore." 

Questo film, che sarà per entrambi il loro ultimo lavoro, (Caine ha annunciato il ritiro dalle scene, mentre Jackson è morta poco dopo la fine delle riprese) è un testamento perfetto a due carriere esemplari, e a una storia finora sconosciuta ma che invece ha tanto da insegnarci sui lati più oscuri e più brillanti della natura umana.

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Pier

mercoledì 24 giugno 2015

Youth - La giovinezza (In pillole # 2)


Cacofonia di parole, estasi di immagini 


Un regista e un compositore ormai anziani si ritrovano ogni anno in un albergo sulle Alpi svizzere, dove discutono di arte, amicizia, amore e vita. Intorno a loro gravitano vari personaggi che segnano in modo più o meno diretta il loro rapporto con il passato e con il futuro.

Dopo il successo della Grande Bellezza, Sorrentino torna con un film più intimo e personale, che analizza la vecchiaia non con occhio clinico, focalizzandosi sul lento decadimento fisico e mentale come alcuni recenti film (Still Alice, Amour), ma centrando l'attenzione sui sentimenti e i rapporti interpersonali, tra amicizie che si mantengono perché ci si dice solo le cose belle e rapporti familiari più complessi di ciò che appaiono in superficie.

Sorrentino dirige con delicatezza, evitando (con qualche eccezione, come la scena filmata da dietro la rete del ping pong) quell'eccesso di manierismo che aveva caratterizzato La grande bellezza, e focalizzandosi sui personaggi e sul loro rapporto con età e realtà. Il cast è semplicemente superbo, guidato da un Michael Caine che dà significato a ogni silenzio e pregnanza a ogni momento onirico, esaltandone la portata immaginifica ed evitando che finiscano per essere solo esercizi di stile. Accanto a lui si muovono un Harvey Keitel ruvido e disperato, un Paul Dano convincente e finanche commovente, e una strepitosa Jane Fonda in un cameo indimenticabile.

Laddove il film incanta con la forza delle immagini e dei personaggi, cade miseramente sui dialoghi, che sembrano copiati e incollati dalle frasi dei Baci Perugina tanto sono stanchi, triti e banali (come si sente l'assenza di Umberto Contarello!). I momenti parlati sono talmente inferiori a quelli muti che verrebbe voglia che i personaggi non aprissero (quasi) mai bocca, onde evitare la sospensione dell'incantamento di immagini e suoni (ottima colonna sonora). Invece le parole rompono, spezzano, distruggono la magia, rendendo impossibile una piena immersione nel flusso del film, quel dolce abbandono che le atmosfere rarefatte e bucoliche sembrano suggerire.

La storia ha invece momenti eccellenti, dal concentro sui monti immaginato da Michael Caine al personaggio di Maradona, vera e propria summa di tutto il film, un talento cristallino che sopravvive a dispetto di età, decadimento fisico e avversità della vita. E il finale, intimo, astratto, quasi mistico, con l'inquietante presenza-assenza della moglie di Caine, chiude con la giusta dolcezza un film che, se non fosse stato per dei dialoghi ai limiti dell'imbarazzante, avrebbe potuto commuovere.

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Pier

mercoledì 12 novembre 2014

Interstellar

Un viaggio coraggioso ma senza cuore



Terra, futuro prossimo venturo. Il pianeta è squassato da ventate di sabbia che rendono il terreno sterile e minacciano la sopravvivenza dell'umanità. Tutte le risorse sono concentrate nelle coltivazioni, e ogni altra forma di ricerca scientifica è stata derubricata a propaganda. L'ex astronauta Cooper, costretto a diventare agricoltore, grazie a una strana anomalia gravitazionale scoperta nella stanza della figlia Murphy viene in contatto con una base spaziale segreta, dove si sta preparando una missione che ha come scopo quella di individuare altri pianeti dove trasferire la razza umana. Cooper accetta di pilotare lo shuttle per salvare la sua famiglia e tutta l'umanità dall'estinzione. Inizia così un viaggio che lo porterà fino ai confini estremi dello spazio e del tempo.

L'ambizione, il desiderio di andare oltre è la cifra dell'essere umano, ciò che lo rende diverso dagli altri animali: è il messaggio chiave di Interstellar, ma potrebbe essere il riassunto della cinematografia di Christopher Nolan. Nessun regista nel panorama contemporaneo, infatti, mostra il suo stesso costante desiderio di andare oltre i propri limiti, di esplorare mondi e meccanismi narrativi che sembrano impraticabili, di realizzare film radicalmente diversi da tutto ciò che è stato fatto in precedenza. Interstellar è un film coraggioso, innovativo non solo a livello visivo, ma anche a livello narrativo, per la sua capacità di unire spettacolarità e impegno, una storia appassionante e un meccanismo narrativo tanto affascinante quanto complesso. Nolan si pone come obiettivo 2001: Odissea nello spazio e va oltre, esplorando quei confini che Kubrick aveva lasciato inesplorati, indagando i motivi che possono spingere l'umanità ad affrontare un'avventura verso l'ignoto, che con tutta probabilità si concluderà con la loro morte.

Il genere fantascientifico viene rielaborato in modo originale. Il futuro della Terra è uguale al nostro passato recente, la paura dell'estinzione ci ha portato ad abbandonare quel sano desiderio di guardare oltre, verso le stelle, e a concentrarci sul quotidiano, condannandoci paradossalmente all'estinzione. La Terra di Nolan è vicina e lontana al tempo stesso, un futuro che somiglia sinistramente al nostro presente, sconvolto da continui fenomeni climatici estremi. La speranza viene dalla scienza, da un'esplorazione spaziale che dovrà affrontare tutte le leggi dello spazio e del tempo, che si sviluppano diversamente per i vari a protagonisti. Nolan sviluppa il racconto su piani paralleli che si rincorrono, si inseguono, e infine si incastrano e sovrappongono, violando le leggi della fisica per guidarci a scoprire ciò che non conosciamo. Il viaggio di Cooper - uno straordinario Matthew McConaughey, capace di passare in modo credibile - dalla risata alla commozione nell'arco di pochi secondi - diventa il viaggio dell'umanità intera, il suo percorso verso la conoscenza di se stessi e dell'universo che ci circonda.

Il film costringe lo spettatore a rimanere continuamente concentrato, e riesce a farlo senza annoiare mai, grazie anche a un meccanismo narrativo e visivo costruito con sapienza e rigore. Le regole del gioco si rivelano a poco a poco, in un processo di scoperta graduale e per questo appagante, in cui la visionarietà delle immagini restituisce la meraviglia di chi esplora per la prima volta mondi sconosciuti. Questa perfezione narrativa e visiva viene pagata con una certa freddezza emotiva, che impedisce di appassionarsi ai personaggi anche in scene che dovrebbero essere drammatiche. Per quanto sembri un rischio calcolato, questo finisce per privare il film di un'umanità che avrebbe arricchito notevolmente la forza e la portata del suo messaggio.

Interstellar è un film coraggioso e avvincente, una ventata d'aria fresca nel panorama degli stantii blockbuster d'oggigiorno, un tentativo riuscito di dimostrare che il cinema di intrattenimento può avere successo anche quando richiede attenzione per comprendere un meccanismo narrativo complesso ma comunque soddisfacente nella sua fredda e distante perfezione.

 *** 1/2

Pier

lunedì 29 luglio 2013

Now you see me

Il trucco c'è, ma non si vede



Quattro prestigiatori vengono convocati da un individuo misterioso che li coinvolge in un suo progetto. Un anno dopo, i quattro, con il nome di Quattro Cavalieri, si esibiscono insieme in uno show di alto profilo, al termine del quale tenteranno un'impresa mai tentata prima: rapinare una banca senza muoversi dal teatro.

Difficile dilungarsi sulla trama di Now you see me: il rischio è di rivelare uno degli innumerevoli colpi di scena, che si susseguono come in un unico, grande numero di magia. Costruito intorno ai protagonisti e alle loro idiosincrasie, il film si avvale di effetti speciali eccellenti, che contribuiscono a creare un'atmosfera di magia e incanto. La trama scorre fluida fino al finale, dove accelera e finisce per perdersi un po', chiudendo con fretta eccessiva tutti i vari filoni narrativi e ripiegando su una didascalica spiegazione che demolisce l'aura di mistero costruita durante il film.
 I personaggi sono bene interpretati, con Jesse Eisenberg, Mark Ruffalo e Woody Harrelson a fare la parte dei leoni. Resta un po' di rammarico per lo scarso sviluppo dedicato ad alcuni di loro, in particolare Henley e Jack, a causa del tempo limitato concesso da un prodotto cinematografico: forse una serie TV, anche di poche puntate, avrebbe reso miglior giustizia sia ai personaggi che alla trama.

Now you see me è un buon film di intrattenimento che, nonostante i difetti del finale, regala divertimento e suspence a sufficienza. Il trucco c'è, ma non si vede, e anche i più scettici si troveranno a seguire con attenzione il dipanarsi del piano dei Quattro Cavalieri, in una sorta di remake magico di Colpo grosso capace di incantare e divertire gli spettatori.

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Pier

martedì 28 agosto 2012

Il cavaliere oscuro - Il ritorno

Una metafora dei nostri tempi




Sono passati molti anni dagli eventi narrati ne Il Cavaliere Oscuro. Batman è scomparso, accollandosi la colpa della morte di Harvey Dent, e regalando così a Gotham un periodo di pace e tranquillità grazie alla promulgazione del Dent Act contro la malavita organizzata. La calma, tuttavia, è solo apparente: sulla scena compare un mercenario di nome Bane, violento, spietato e dotato di una forza sovrumana. Bane è legato in modo oscuro alla Setta delle Ombre da cui anche Bruce Wayne è stato istruito, ed è pronto a gettare nel caos la città. Batman è costretto a tornare, ma questa volta persino lui potrebbe non bastare per fronteggiare un nemico tanto potente.

"Perchè cadiamo?", chiedeva il padre di Bruce nel primo episodio al giovane rampollo Wayne, caduto in un pozzo e impaurito dai pipistrelli. Nella risposta a questa domanda risiede l'unica possibilità di Batman per sconfiggere Bane. Con una ring composition degna dei grandi poemi epici, Nolan ci riporta dove tutto era iniziato, alla capacità dell'uomo di fronteggiare la paura senza eliminarla, di conviverci senza tuttavia sconfiggerla. Su questo sottile equilibrio si gioca la partita per la salvezza di Gotham e della sanità mentale di Bruce Wayne, interpretato da un intenso Christian Bale, che dovrà riscoprire le sue origini per sconfiggere la paura incarnata, la macchina per uccidere che risponde al nome di Bane.

Il film chiude degnamente la trilogia del Cavaliere Oscuro, ricucendo tutti i fili narrativi e chiudendo il cerchio con un passato che, anche quando sembra ormai sepolto, torna sempre fuori più prepotentemente che mai. Dopo la lucida spietatezza di Ra's Al Ghul e la geniale pazzia del Joker, questa volta il male viene incarnato da Bane, la violenza cieca, un nemico che diventa uno specchio dell'anima e del corpo di Batman, con cui condivide molti particolari. Bane domina la scena con la sua presenza fisica e con la crudeltà dei suoi occhi e della sua voce, frutto del meraviglioso lavoro sul corpo di Tom Hardy, che si conferma uno degli attori emergenti più interessanti.
Per sconfiggere Bane, Batman dovrà prima affrontare se stesso, in un percorso che lo porterà finalmente a risalire da quella caduta da cui non si è mai veramente ripreso.

Intorno alla storia del protagonista, Nolan disegna una città allo sbando, ritratta alla perfezione dalla splendida fotografia di Wally Pfister, scura e cupa, con colori desaturati e privi di vitalità. Ad accompagnare le immagini di Pfister è la musica di Hans Zimmer, splendida per intensità, epicità e capacità di delineare atmosfere cupe e la sensazione di disastro imminente. Gotham è quindi ritratta come una città solo apparentemente serena, liberata dai criminali ma schiava di se stessa, della sua avidità e della sua arroganza, divorata dall'interno dal cancro dell'indifferenza verso gli oppressi, i poveri e i diseredati. L'assalto armato alla borsa valori è una scena forte, che è impossibile non associare alla crisi finanziaria che ha sconvolto il mondo, ma in particolare i valori della civiltà occidentale.

Il film si dilunga un po' troppo nel finale, dove concede troppo al gusto hollywoodiano e, soprattutto, al tentativo di chiudere quei fili narrativi lasciati in sospeso. Resta tuttavia un'opera narrativa sontuosa, in grado di tenere incollato lo spettatore allo schermo per quasi tre ore senza un attimo di sosta.

Il cavaliere oscuro - Il ritorno è un film duro e intenso, una critica del potere e del dio denaro che ci impone di riflettere sul nostro oggi e su come, per usare le parole di Selina Kyle (una splendida Anne Hathaway), "abbiamo pensato di poter vivere così alla grande" senza curarci del domani. Nolan chiude degnamente la saga, realizzando un film che, attraverso la storia di un giustiziere incapace di trovare la pace, diventa  una metafora di tempi oscuri, tormentati, senza più certezze. Una metafora dei nostri tempi.

****1/2

Pier

domenica 26 settembre 2010

Inception - recensione 2

Oltre Freud, oltre Matrix

Lo so, ne abbiamo già una di recensione di Inception. Eppure questa volta sento che una seconda recensione sia d'obbligo, proprio perchè il mio giudizio e quello di Ale sono discordi. Perchè se c'è un film di cui si può, anzi si deve, discutere all'infinito, bè quello è proprio Inception.

E' impossibile non vedere in Inception le tracce dei precedenti film di Nolan, della sua passione per la molteplicità dei piani narrativi, del loro concatenarsi, intrecciarsi, fondersi fino a diventare una trama complessa ma chiara al tempo stesso. In Memento il meccanismo era innescato da perdite di memoria, in The Prestige dalla lettura di un diario.
Questa volta, invece, Nolan decide di cimentarsi con la materia più illogica, incontrollabile e sfuggente in assoluto: il sogno.

E per farlo racconta la storia del ladro di sogni Cobb impegnato nella difficile impresa di instillare un'idea (l'inception del titolo), moltiplicando i piani narrativi come mai aveva fatto prima, ma mantenendo un'unicità d'azione che rende lo scorrere degli eventi molto più fluido. Non abusa di flashback o espedienti "esterni", semplicemente segue il dipanarsi dei sogni fino al loro punto di origine, il punto più profondo, il punto di non ritorno. Lì troviamo Di Caprio all'inizio del film, e lì lo porterà il loro viaggio attraverso l'inconscio, un viaggio costellato di paesaggi da mozzare il fiato e di insidie nascoste.
La mente è l'arma più pericolosa, e Nolan ne sfrutta al massimo il potenziale, utilizzando le sue insidie per collegare la vicenda personale di Cobb alla missione della sua squadra.

Gli attori sono eccellenti, e ciascuno di loro contribuisce a costruire il film e a conferirgli la necessaria personalità. Gli effetti speciali sono eccezionali, ma non sono di certo il motivo per vedere il film, che ha come punto di forza una sceneggiatura solida, scattante, con il solo difetto di diventare a volte un po' troppo didascalica, un peccato veniale se si pensa alla complessità dell'architettura creata da Nolan.

Inception dimostra ancora una volta la capacità di Nolan di coniugare le esigenze dei blockbuster con l'artisticità del cinema d'autore, la potenza visiva di Matrix con la complessità delle teorie di Freud. Guardatelo, poi rifletteteci su, discutetene, parlatene. Potete odiarlo, amarlo, trovarlo sgradevole come ha fatto Ale o apprezzarlo come ho fatto io. Una sola cosa non potrete fare: rimanere indifferenti.

****1/2

Pier

Inception

"Il sogno è l'infinita ombra del Vero" (Pascoli)


Dom Cobb è un ladro. Un ladro di cui le più grandi multinazionali del mondo si avvalgono per mettere in pratica il più moderno spionaggio industriale: rubare un'idea, una convinzione, una verità dai sogni delle persone. Fin qui tutto bene.
Saito, un'industriale giapponese, lo contatta per un lavoro ben più complesso e mai provato prima: inculcare nella mente di un certo Fisher Junior, suo più grande concorrente, l'idea di frammentare l'impero del padre morente. L'impresa di Cobb, supportato da un team di 5 professionisti, si svilupperà su 3 livelli onirici (e più) e verrà complicata, da una parte, dal mondo militarizzato di Fischer (il quale è stato istruito a difendersi da persone come Cobb) e, dall'altra, dalle proiezioni di colpa di Cobb sulla morte della moglie.

Cristopher Nolan ci ha abituati a trame complicate e profonde, dove il subconscio è la parte più razionale e istintiva dell'uomo. In Memento, la trama procede su due binari magistralmente alternati con un montaggio che farebbe venire i brividi anche al regista russo Sergei Eisenstein; in Insomnia il dramma accidentale dell' omicidio di un collega, porta il protagonista Al Pacino a tormentarsi in una insonnia artica dove il sole non tramonta mai; le due versione di Batman, Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro, sono splendide rivisitazioni sempre in chiave psicologica del fumetto originale. Inception continua il filone, ma è il più debole e vi spiego il perché.

Infatti, mentre negli altri film, la rivisitazione mentale del/i protagonista/i è lineare (mancanza di memoria breve, senso di colpa, solitudine) e circoscritta in un costrutto narrativo ben definito, in Inception vengono mischiati due piani filmici: da una parte il più affascinante problema di Cobb, divorato dal senso di colpa della morte della moglie che cerca di demonizzare attraverso un palazzo di ricordi dove vive quando sogna; dall'altro, la vera trama del film, ovvero il viaggio su tre livelli nel mondo onirico di Fischer, dove sparatorie e azione fanno da padroni. Se la prima parte è Nolan, la seconda è Hollywood.

Qual è il risultato? Un film che si fa guardare per più di due ore e mezza grazie agli effetti speciali e all' originalità del viaggio nei sogni condivisi, ma che si complica esponenzialmente (e inutilmente) nel mescolare storie diverse, spesso non logicamente compatibili. La vita di Cobb e la moglie nel sogno è originale e il senso di colpa del protagonista, che si materializza nei suoi sogni come un palazzo di ricordi, è d'impatto.
Dopo la proiezioni ci si domanda (e lo dico da vero fan di Nolan) se non fosse stato meglio concentrarsi su questa dimensione, interrogandosi sulla difficoltà nel gestire un senso di colpa così divorante, e sull'importanza dell'immaginario (o proiezioni) personali all'interno di un rapporto di coppia.

Del resto l'attesa di Inception era troppo alta. Il marketing del film lo ha portato ad incassare 60 milioni di dollari il primo week end; se confrontato con i film precedenti del regista, dove la media d'incasso superava a stento i 200 mila dollari, ci accorgiamo che il sogno di Fischer, pieno di sparatorie ed effetti speciali, vale molto di più che una semplice analisi del mondo onirico.

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Alessandro