Una metafora dei nostri tempi
Sono passati molti anni dagli eventi narrati ne Il Cavaliere Oscuro. Batman è scomparso, accollandosi la colpa della morte di Harvey Dent, e regalando così a Gotham un periodo di pace e tranquillità grazie alla promulgazione del Dent Act contro la malavita organizzata. La calma, tuttavia, è solo apparente: sulla scena compare un mercenario di nome Bane, violento, spietato e dotato di una forza sovrumana. Bane è legato in modo oscuro alla Setta delle Ombre da cui anche Bruce Wayne è stato istruito, ed è pronto a gettare nel caos la città. Batman è costretto a tornare, ma questa volta persino lui potrebbe non bastare per fronteggiare un nemico tanto potente.
"Perchè cadiamo?", chiedeva il padre di Bruce nel primo episodio al giovane rampollo Wayne, caduto in un pozzo e impaurito dai pipistrelli. Nella risposta a questa domanda risiede l'unica possibilità di Batman per sconfiggere Bane. Con una ring composition degna dei grandi poemi epici, Nolan ci riporta dove tutto era iniziato, alla capacità dell'uomo di fronteggiare la paura senza eliminarla, di conviverci senza tuttavia sconfiggerla. Su questo sottile equilibrio si gioca la partita per la salvezza di Gotham e della sanità mentale di Bruce Wayne, interpretato da un intenso Christian Bale, che dovrà riscoprire le sue origini per sconfiggere la paura incarnata, la macchina per uccidere che risponde al nome di Bane.
Il film chiude degnamente la trilogia del Cavaliere Oscuro, ricucendo tutti i fili narrativi e chiudendo il cerchio con un passato che, anche quando sembra ormai sepolto, torna sempre fuori più prepotentemente che mai. Dopo la lucida spietatezza di Ra's Al Ghul e la geniale pazzia del Joker, questa volta il male viene incarnato da Bane, la violenza cieca, un nemico che diventa uno specchio dell'anima e del corpo di Batman, con cui condivide molti particolari. Bane domina la scena con la sua presenza fisica e con la crudeltà dei suoi occhi e della sua voce, frutto del meraviglioso lavoro sul corpo di Tom Hardy, che si conferma uno degli attori emergenti più interessanti.
Per sconfiggere Bane, Batman dovrà prima affrontare se stesso, in un percorso che lo porterà finalmente a risalire da quella caduta da cui non si è mai veramente ripreso.
Intorno alla storia del protagonista, Nolan disegna una città allo sbando, ritratta alla perfezione dalla splendida fotografia di Wally Pfister, scura e cupa, con colori desaturati e privi di vitalità. Ad accompagnare le immagini di Pfister è la musica di Hans Zimmer, splendida per intensità, epicità e capacità di delineare atmosfere cupe e la sensazione di disastro imminente. Gotham è quindi ritratta come una città solo apparentemente serena, liberata dai criminali ma schiava di se stessa, della sua avidità e della sua arroganza, divorata dall'interno dal cancro dell'indifferenza verso gli oppressi, i poveri e i diseredati. L'assalto armato alla borsa valori è una scena forte, che è impossibile non associare alla crisi finanziaria che ha sconvolto il mondo, ma in particolare i valori della civiltà occidentale.
Il film si dilunga un po' troppo nel finale, dove concede troppo al gusto hollywoodiano e, soprattutto, al tentativo di chiudere quei fili narrativi lasciati in sospeso. Resta tuttavia un'opera narrativa sontuosa, in grado di tenere incollato lo spettatore allo schermo per quasi tre ore senza un attimo di sosta.
Il cavaliere oscuro - Il ritorno è un film duro e intenso, una critica del potere e del dio denaro che ci impone di riflettere sul nostro oggi e su come, per usare le parole di Selina Kyle (una splendida Anne Hathaway), "abbiamo pensato di poter vivere così alla grande" senza curarci del domani. Nolan chiude degnamente la saga, realizzando un film che, attraverso la storia di un giustiziere incapace di trovare la pace, diventa una metafora di tempi oscuri, tormentati, senza più certezze. Una metafora dei nostri tempi.
****1/2
Pier
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martedì 28 agosto 2012
domenica 26 settembre 2010
Inception - recensione 2
Oltre Freud, oltre Matrix
Lo so, ne abbiamo già una di recensione di Inception. Eppure questa volta sento che una seconda recensione sia d'obbligo, proprio perchè il mio giudizio e quello di Ale sono discordi. Perchè se c'è un film di cui si può, anzi si deve, discutere all'infinito, bè quello è proprio Inception.
E' impossibile non vedere in Inception le tracce dei precedenti film di Nolan, della sua passione per la molteplicità dei piani narrativi, del loro concatenarsi, intrecciarsi, fondersi fino a diventare una trama complessa ma chiara al tempo stesso. In Memento il meccanismo era innescato da perdite di memoria, in The Prestige dalla lettura di un diario.
Questa volta, invece, Nolan decide di cimentarsi con la materia più illogica, incontrollabile e sfuggente in assoluto: il sogno.
E per farlo racconta la storia del ladro di sogni Cobb impegnato nella difficile impresa di instillare un'idea (l'inception del titolo), moltiplicando i piani narrativi come mai aveva fatto prima, ma mantenendo un'unicità d'azione che rende lo scorrere degli eventi molto più fluido. Non abusa di flashback o espedienti "esterni", semplicemente segue il dipanarsi dei sogni fino al loro punto di origine, il punto più profondo, il punto di non ritorno. Lì troviamo Di Caprio all'inizio del film, e lì lo porterà il loro viaggio attraverso l'inconscio, un viaggio costellato di paesaggi da mozzare il fiato e di insidie nascoste.
La mente è l'arma più pericolosa, e Nolan ne sfrutta al massimo il potenziale, utilizzando le sue insidie per collegare la vicenda personale di Cobb alla missione della sua squadra.
Gli attori sono eccellenti, e ciascuno di loro contribuisce a costruire il film e a conferirgli la necessaria personalità. Gli effetti speciali sono eccezionali, ma non sono di certo il motivo per vedere il film, che ha come punto di forza una sceneggiatura solida, scattante, con il solo difetto di diventare a volte un po' troppo didascalica, un peccato veniale se si pensa alla complessità dell'architettura creata da Nolan.
Inception dimostra ancora una volta la capacità di Nolan di coniugare le esigenze dei blockbuster con l'artisticità del cinema d'autore, la potenza visiva di Matrix con la complessità delle teorie di Freud. Guardatelo, poi rifletteteci su, discutetene, parlatene. Potete odiarlo, amarlo, trovarlo sgradevole come ha fatto Ale o apprezzarlo come ho fatto io. Una sola cosa non potrete fare: rimanere indifferenti.
****1/2
Pier
Lo so, ne abbiamo già una di recensione di Inception. Eppure questa volta sento che una seconda recensione sia d'obbligo, proprio perchè il mio giudizio e quello di Ale sono discordi. Perchè se c'è un film di cui si può, anzi si deve, discutere all'infinito, bè quello è proprio Inception.
E' impossibile non vedere in Inception le tracce dei precedenti film di Nolan, della sua passione per la molteplicità dei piani narrativi, del loro concatenarsi, intrecciarsi, fondersi fino a diventare una trama complessa ma chiara al tempo stesso. In Memento il meccanismo era innescato da perdite di memoria, in The Prestige dalla lettura di un diario.
Questa volta, invece, Nolan decide di cimentarsi con la materia più illogica, incontrollabile e sfuggente in assoluto: il sogno.
E per farlo racconta la storia del ladro di sogni Cobb impegnato nella difficile impresa di instillare un'idea (l'inception del titolo), moltiplicando i piani narrativi come mai aveva fatto prima, ma mantenendo un'unicità d'azione che rende lo scorrere degli eventi molto più fluido. Non abusa di flashback o espedienti "esterni", semplicemente segue il dipanarsi dei sogni fino al loro punto di origine, il punto più profondo, il punto di non ritorno. Lì troviamo Di Caprio all'inizio del film, e lì lo porterà il loro viaggio attraverso l'inconscio, un viaggio costellato di paesaggi da mozzare il fiato e di insidie nascoste.
La mente è l'arma più pericolosa, e Nolan ne sfrutta al massimo il potenziale, utilizzando le sue insidie per collegare la vicenda personale di Cobb alla missione della sua squadra.
Gli attori sono eccellenti, e ciascuno di loro contribuisce a costruire il film e a conferirgli la necessaria personalità. Gli effetti speciali sono eccezionali, ma non sono di certo il motivo per vedere il film, che ha come punto di forza una sceneggiatura solida, scattante, con il solo difetto di diventare a volte un po' troppo didascalica, un peccato veniale se si pensa alla complessità dell'architettura creata da Nolan.
Inception dimostra ancora una volta la capacità di Nolan di coniugare le esigenze dei blockbuster con l'artisticità del cinema d'autore, la potenza visiva di Matrix con la complessità delle teorie di Freud. Guardatelo, poi rifletteteci su, discutetene, parlatene. Potete odiarlo, amarlo, trovarlo sgradevole come ha fatto Ale o apprezzarlo come ho fatto io. Una sola cosa non potrete fare: rimanere indifferenti.
****1/2
Pier
Inception
"Il sogno è l'infinita ombra del Vero" (Pascoli)
Dom Cobb è un ladro. Un ladro di cui le più grandi multinazionali del mondo si avvalgono per mettere in pratica il più moderno spionaggio industriale: rubare un'idea, una convinzione, una verità dai sogni delle persone. Fin qui tutto bene.
Saito, un'industriale giapponese, lo contatta per un lavoro ben più complesso e mai provato prima: inculcare nella mente di un certo Fisher Junior, suo più grande concorrente, l'idea di frammentare l'impero del padre morente. L'impresa di Cobb, supportato da un team di 5 professionisti, si svilupperà su 3 livelli onirici (e più) e verrà complicata, da una parte, dal mondo militarizzato di Fischer (il quale è stato istruito a difendersi da persone come Cobb) e, dall'altra, dalle proiezioni di colpa di Cobb sulla morte della moglie.
Cristopher Nolan ci ha abituati a trame complicate e profonde, dove il subconscio è la parte più razionale e istintiva dell'uomo. In Memento, la trama procede su due binari magistralmente alternati con un montaggio che farebbe venire i brividi anche al regista russo Sergei Eisenstein; in Insomnia il dramma accidentale dell' omicidio di un collega, porta il protagonista Al Pacino a tormentarsi in una insonnia artica dove il sole non tramonta mai; le due versione di Batman, Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro, sono splendide rivisitazioni sempre in chiave psicologica del fumetto originale. Inception continua il filone, ma è il più debole e vi spiego il perché.
Infatti, mentre negli altri film, la rivisitazione mentale del/i protagonista/i è lineare (mancanza di memoria breve, senso di colpa, solitudine) e circoscritta in un costrutto narrativo ben definito, in Inception vengono mischiati due piani filmici: da una parte il più affascinante problema di Cobb, divorato dal senso di colpa della morte della moglie che cerca di demonizzare attraverso un palazzo di ricordi dove vive quando sogna; dall'altro, la vera trama del film, ovvero il viaggio su tre livelli nel mondo onirico di Fischer, dove sparatorie e azione fanno da padroni. Se la prima parte è Nolan, la seconda è Hollywood.
Qual è il risultato? Un film che si fa guardare per più di due ore e mezza grazie agli effetti speciali e all' originalità del viaggio nei sogni condivisi, ma che si complica esponenzialmente (e inutilmente) nel mescolare storie diverse, spesso non logicamente compatibili. La vita di Cobb e la moglie nel sogno è originale e il senso di colpa del protagonista, che si materializza nei suoi sogni come un palazzo di ricordi, è d'impatto.
Dopo la proiezioni ci si domanda (e lo dico da vero fan di Nolan) se non fosse stato meglio concentrarsi su questa dimensione, interrogandosi sulla difficoltà nel gestire un senso di colpa così divorante, e sull'importanza dell'immaginario (o proiezioni) personali all'interno di un rapporto di coppia.
Del resto l'attesa di Inception era troppo alta. Il marketing del film lo ha portato ad incassare 60 milioni di dollari il primo week end; se confrontato con i film precedenti del regista, dove la media d'incasso superava a stento i 200 mila dollari, ci accorgiamo che il sogno di Fischer, pieno di sparatorie ed effetti speciali, vale molto di più che una semplice analisi del mondo onirico.
**
Alessandro
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