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venerdì 12 marzo 2021

Tesori Nascosti - #8

Torna "Tesori nascosti", la rubrica che segnala film meritevoli di recupero passati inosservati o quasi in Italia.

Ogni film è corredato di voto, informazioni su dove reperire il film, e di un breve commento o un link alla nostra recensione.


1. 40 year old version, voto 8
Generecommedia drammatica
Anno: 2020
RegistaRadha Blank
DVD: no
Streaming: Netflix
Commento: Radha è una drammaturga newyorkese. Dopo qualche successo in gioventù, ha ormai raggiunto i quarant'anni senza raggiungere la stabilità economica e di carriera che si aspettava, e deve barcamenarsi tra la sua integrità artistica e la necessità di sbarcare il lunario. Decisa a rilanciarsi, decide di intraprendere una carriera da rapper. Un po' Spike Lee degli esordi, un po' Woody Allen per la capacità di rendere la città co-protagonista del film, il film di Radha Black si distingue da entrambi per l'originalità dello sguardo e la capacità di integrare temi complesso come lutto, crisi di mezza età, significato dell'arte e questione razziale in un film sfaccettato ma coeso, che funziona in ogni suo registro. 

2. La rivincita delle sfigate, voto 8.5.
Generecommedia
Anno: 2019
RegistaOlivia Wilde
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: Prime Video, NowTV, Sky
Commento: Non fatevi spaventare dal solito ignobile titolo italiano (in originale è Booksmart): questo film è un meraviglioso coming of age al femminile, straordinariamente divertente ma allo stesso tempo in grado di raccontare le complessità di un rito di passaggio come il diploma, del peso delle responsabilità e della scoperta della sessualità. Olivia Wilde esordisce alla regia con un film dal forte piglio autoriale, dotato di grande creatività e inventiva nella struttura della narrazione e nella fotografia, con punte di assoluta genialità come la scena in stop-motion.

3. Fratello dove sei?, voto 9.
Genere: commedia
Anno: 2000
Regista: Fratelli Coen
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: Netflix
CommentoUno dei capolavori meno conosciuti dei fratelli Coen, una rivistazione dell'Odissea in salsa country, con tre adorabili carcerati che evadono alla ricerca di un tesoro. A inseguirli, c'è il Fato in persona; a salvarli, forse, una canzone. Cast in stato di grazia, capitanato da Clooney e Turturro, semplicemente irresistibili. Un film imperdibile.

4. Nevia, voto 7.5
Genere: drammatico
Anno: 2019
Regista: Nunzia De Stefano
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: NowTV, Sky
Commento: Nevia è una adolescente che vive nel campo container di Ponticelli, in cerca di riscatto ed evasione: riuscirà a trovarli? Uno splendido esordio, capace di scovare la bellezza nel mezzo dello squallore, raccontando con sguardo dolce e partecipe una bella fiaba contemporanea. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

5. First reformed - La creazione a rischio, voto 7.5.
Genere: drammatico
Anno: 2018
Regista: Paul Schrader
DVDsì, edizione italiana
Streaming: noleggi vari
CommentoFilm difficilmente inquadrabile, questo di Paul Schrader, fotografato con sapienza e narrato in modo irregolare, disordinato, quasi onirico. Schrader segue il difficile percorso, in bilico tra dannazione e redenzione, di un prete che non ha perso la fede in Dio ma quella in se stesso, e i cui demoni sono talmente forti da rendergli quasi impossibile esorcizzare quelli altrui. Il film tocca vette di lirismo e crudo realismo di grande impatto, ma scivola pesantemente in alcuni momenti, soprattutto nella scena finale.

6. Franklyn, voto 7.
Genere: fantasy distopico
Anno: 2008
Regista: Gerald McMorrow
DVDsì, edizione italiana
Streaming: no
Commento: Franklyn è uno strano incrocio tra un film di Iñarritu e un libro di Orwell, con atmosfere alla 1984 e vite comuni che finiscono per incontrarsi a causa di un evento eccezionale. Una combinazione strana, dunque, ma molto gradevole e piacevolmente sorprendente. Qui la recensione completa.

7. Be kind rewind - Gli acchiappafilm, voto 8.5.
Genere: commedia drammatica
Anno: 2008
Regista: Michel Gondry
DVDsì, edizione italiana
Streaming: Mubi, Timvision
Commento: Due amici smagnetizzano per errore tutte le videocassette in vendita nel negozio per cui lavorano. In preda al panico, decidono di ricreare i film andati perduti con delle produzioni casalinghe. Avranno successo? Il film migliore di Michel Gondry dopo Se mi lasci, ti cancello (a proposito di titoli indegni...): una riflessione esilarante e amara sul potere del raccontare storie e del fare cinema, anche con pochi mezzi. I due protagonisti (Jack Black e Mos Def) sono semplicemente perfetti. I film ricreati dal duo valgono da soli la visione.

Pier


domenica 10 maggio 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 58

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.


Il genere di oggi sono i film di evasione, i cosiddetti prison break movies.

I film segnalati sono:

1) Papillon (disponibile su RaiPlay e su Sky). Una delle storie vere più emozionanti mai portate sullo schermo, un pugno allo stomaco che racconta l'inferno dell'Isola del Diavolo, colonia penale francese  dove i metodi efferati erano all'ordine del giorno.

2) Fratello dove sei? (disponibile a noleggio su vari servizi). Una rilettura moderna dell'Odissea, con un gruppo di simpatici cialtroni in fuga dalla prigione e dal destino, capitanato da un George Clooney adorabilmente gigione. Uno dei film più sottovalutati dei fratelli Coen, sorretto anche da un'irresistibile colonna sonora.

3) Galline in fuga (disponibile su Chili). Il primo capolavoro della Aardman, che consacrò l'animazione in stop-motion come forma d'arte presso il grande pubblico. Una storia ricca di azione, citazionismo, e colpi di scena, con la rocambolesca fuga delle galline dal pollaio-lager che non ha nulla da invidiare a grandi classici del genere.

A domani per la cinquantanovesima puntata!

Pier


lunedì 27 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 45

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.


Il genere di oggi sono i film con animali protagonisti.

I film segnalati sono:

1)  Jurassik Park (disponibile su Netflix, Prime Video, e Timvision). Uno dei primi grandi kolossal degli anni Novanta, con effetti speciali incredibili che, grazie alla scelta di usare effetti "fisici" anziché al computer, stupiscono ancora oggi. Lo sguardo di meraviglia dei protagonisti su cui indugia la camera di Spielberg è quello degli spettatori.

2)  A proposito di Davis (disponibile a noleggio su vari servizi). I fratelli Coen realizzano una ballata malinconica e struggente, una ring composition in cui l'uomo è allo stesso tempo artefice e vittima del proprio destino. Il talento di Llewis è solo pari alla sua abilità nello sprecarlo, eppure non possiamo non provare simpatia e affetto per un personaggio cui la vita sembra non voler riconoscere nemmeno il giusto compenso per le sue fatiche. Qui la recensione completa.

3)  Pets - vita da animali (disponibile su Netflix). Un film che ha la sua forza nel ritmo, nelle gag, ma soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi, sia primari che secondari, tra falchi incapaci di trattenere i propri istinti, gatte pigre, e bulldog convinti dell'esistenza di un complotto degli scoiattoli. Qui la recensione completa.

A domani per la quarantaseiesima puntata!

Pier


lunedì 13 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 31

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.


Il "genere" di oggi, scelto dal pubblico, è "film con protagonisti sovrappeso o in carne."

I film segnalati sono:

1) Il grande Lebowski (disponibile su Prime Video e Timvision). Il film più amato dei fratelli Coen, una commedia dell'assurdo che unisce una regia splendida a dialoghi fulminanti e personaggi indimenticabili.

2) Zoran il mio nipote scemo (disponibile su Sky). Una bella commedia italiana, che vede un burbero cialtrone friulano, interpretato dal sempre ottimo Giuseppe Battiston, costretto a cambiare vita a causa dell'arrivo del nipote sloveno, dotato di parlata colta e libresca e di una mira infallibile a freccette.

3) Big Hero 6 (disponibile su Disney+). Un film "di supereroi" atipico, che conquista soprattutto quando parla di sentimenti, di amicizia e della necessità di non tradire la propria natura. Baymax è un personaggio iconico fin dalla sua prima apparizione, ed entra nel cuore dello spettatore per non andarsene più. Qui la recensione completa.

A domani per la trentaduesima puntata!

Pier


sabato 23 febbraio 2019

Oscar 2019 - I pronostici

Domani sera, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantunesima edizione degli Academy Awards. 

Un'edizione che segna ancora una volta il trionfo assoluto della Mostra Cinematografica di Venezia, presente con ben 39 nomination tra concorso e fuori concorso (alcune - quelle del film First Reformed - addirittura risalenti a due edizioni fa), contro le 13 di Cannes, e che verrà ricordata per essere la prima dopo molti anni senza presentatore a causa del forfait di Kevin Hart, vittima dell'ennesima caccia alle streghe a causa di tweet scritti ennemila anni fa e per cui si era già scusato.

Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici, accompagnati come sempre con le scelte personali del sottoscritto, che inspiegabilmente l'Academy si ostina a ignorare.

Pronti? Iniziamo!


Miglior montaggio
Categoria senza un chiaro favorito, con tutti i contendenti che potrebbero dire la loro. I favoriti sembrano essere Hank Corwin per Vice - L'uomo nell'ombra e John Ottman per Bohemian Rhapsody, con Yorgos Mavropsaridis (La Favorita) possibile sorpresa. Alla fine penso vincerà Corwin, cui va anche la mia preferenza personale: Vice non sarebbe il film che è senza il suo eccezionale montaggio, vero e proprio regolatore del ritmo narrativo.

Pronostico: Hank Corwin, Vice
Scelta personale: Hank Corwin, Vice

Miglior fotografia
Qui il chiarissimo favorito è Alfonso Cuaròn, e con ragione: il bianco e nero di ROMA è splendido e abbacinante, qualcosa che non si vedeva dai tempi di Toro Scatenato. In caso l'Academy volesse evitare di dare tutti i premi a Cuaròn, una possibile sorpresa potrebbe essere Łukasz Żal, direttore della fotografia di quel Cold War che ha incantato il festival di Cannes, guadagnandosi un po' a sorpresa anche una nomination per la miglior regia.
La mia preferenza però ricade sulla sontuosa fotografia de La Favorita, in cui Robbie Ryan ha ripreso la lezione di Stankley Kubrick in Barry Lyndon e la ha rielaborata con originalità, creando un ambiente straniante e allucinato che diventa il perfetto teatro degli intrighi e delle follie di corte.

Pronostico: Alfonso Cuaròn, ROMA
Scelta personale: Robbie Ryan, La Favorita

Miglior film d'animazione
Anni di egemonia Disney/Pixar sembrano giunti alla fine: nonostante l'indubbia qualità di film come Ralph rompe Internet e Gli Incredibili 2, impossibile quest'anno non premiare Spider-Man: Un Nuovo Universo, il più innovativo film d'animazione dai tempi di Ratatouille. Il mio cuore è diviso tra lo splendore visivo di Spider-Man e la dolcezza de L'isola dei cani, ennesima perla nella filmografia di Wes Anderson, ma alla fine scelgo anche io Spider-Man.
Pronostico: Spider-Man: Un Nuovo Universo
Scelta personale: Spider-Man: Un Nuovo Universo

Miglior attore non protagonista
Anche quest'anno, la redazione di Film Ora premierebbe Sam Rockwell, che compare solo per pochi minuti in Vice, ma riesce comunque a lasciare il segno con il suo splendido George W. Bush, un irresistibile utile idiota, talmente cialtrone da farlo risultare simpatico anche al suo più aspro detrattore. Tuttavia, siamo certi che l'Academy premierà la prova di Mahershala Alì in Green Book, sia per il solito politically correct (che il film in questione evita magistralmente), sia per l'oggettiva bontà  della prova di Alì, uno degli attori migliori in circolazione a costruire un personaggio sui silenzi. Richard E. Grant (Copia Originale) è il possibile outsider.
PronosticoMahershala Alì, Green Book
Scelta personale: Sam Rockwell, Vice

Miglior attrice non protagonista
La chiara protagonista sembra essere Regina King per Se la strada potesse parlare, mediocre opera terza (toh, che sorpresa) del regista di Moonlight : la King si è finora aggiudicata tutti i premi e sarebbe davvero sorprendente se dovesse sfuggirle la statuetta. La mia scelta personale, non riuscendo a scegliere tra Rachel Weisz ed Emma Stone ne La Favorita, ricade sulla Marina de Tavira di ROMA, splendida commistione di forza e fragilità imprigionata nell'ipocrisia di una vita borghese.
Pronostico: Regina King, Se la strada potesse parlare
Scelta personale: Marina de Tavira, ROMA

Miglior sceneggiatura originale
Scontro molto aperto in questa categoria, con Vice, La Favorita, e Green Book che potrebbero aggiudicarsi la statuetta. Penso che alla fine la spunterà Green Book, su cui ricade anche la mia scelta personale.
Pronostico: Green Book
Scelta personale: Green Book

Miglior sceneggiatura non originale
Un uomo solo al comando, e il suo nome è Spike Lee: BlacKkKlansman si è finora aggiudicato tutti i premi, e sembra lanciato anche agli Oscar, dove Lee non ha mai vinto. Appena dietro troviamo La ballata di Buster Scruggs, geniale pastiche in salsa western dei fratelli Coen, a parere di chi scrive tra i migliori sceneggiatori di Hollywood: a loro va la mia preferenza personale.
Pronostico: BlacKkKlansman
Scelta personale: La ballata di Buster Scruggs

Miglior attore protagonista
Lotta a due tra Rami Malek (Bohemian Rhapsody) e Christian Bale (Vice) per la statuetta per la migliore interpretazione maschile. Due prove simili (ambedue interpretano un personaggio reale), eppur diversissime: laddove Malek è quasi trascendente nel riportare in vita Freddie Mercury, Bale incarna alla perfezione la banalità e anonimità del male di Cheney. Il favorito sembra essere Malek, anche per dare un riconoscimento alla sua determinazione nel portare a termine un film (non eccezionale) che sembrava maledetto. La mia scelta personale sarebbe un ex aequo, ma dovendo scegliere vado su Bale.
Pronostico: Rami Malek, Bohemian Rhapsody
Scelta personale: Christian Bale, Vice

Miglior attrice protagonista
Una competizione che vede due grandi attrici un po' "attempate" contendersi la statuetta: da una parte Glenn Close, più volte nominata ma che ha sempre mancato il premio; dall'altra Olivia Colman, veterana di cinema e TV britannici, e straripante mattatrice nella parte della regina Anna in La Favorita. Da amante del cinema, non posso né voglio credere ai rumors che vedrebbero Lady Gaga come possibile sorpresa, dato che la sua prova attoriale in A Star is Born, più che agli Oscar, meriterebbe un premio alla sagra del tonno di Stintino. Non avendo purtroppo ancora visto il film che vede protagonista Glenn Close, sia il mio pronostico che la mia preferenza personale vanno alla bravissima e adorabile Olivia Colman.
Pronostico: Olivia ColmanLa Favorita
Scelta personale: Olivia ColmanLa Favorita

Miglior regia
Il favorito in questa categoria è chiaramente Alfonso Cuaròn, che con ROMA ha raccolto il plauso della critica e di gran parte del pubblico. Nonostante non lo abbia amato quanto  altri, la regia è oggettivamente sontuosa nella sua capacità di unire i vari elementi , magnifico bianco e nero  in testa, e creare una madeleine filmica pervasa di nostaglia. La mia scelta personale, tuttavia, ricade sullo splendido lavoro fatto da Yorgos Lanthimos ne La Favorita.
Pronostico: Alfonso Cuaròn, ROMA
Scelta personale: Yorgos Lanthimos, La Favorita

Miglior film
La battaglia per il miglior film è quantomai accesa: da una parte i film realmente meritevoli, come ROMA e La Favorita; dall'altra, quelli spinti per ragioni politico-sociali, come Black Panther, o quelli spinti dal sonno della ragione, come A Star is Born. Nel mezzo, la possibile sorpresa di Green Book: non sarebbe la prima volta che, in un anno senza un chiaro dominatore, l'Academy decidesse di premiare un film più "banale" dal punto di vista cinematografico, ma meritevole da quello narrativo. Alla fine, tuttavia, penso che si imporrà ROMA, finora trionfatore in tutti gli altri premi maggiori. La mia scelta personale, ormai si sarà capito, ricade su La Favorita.
Pronostico: ROMA
Scelta personale: La Favorita

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier

domenica 2 settembre 2018

Telegrammi da Venezia 2018 - #2

Secondo telegramma da Venezia, con molti dei film più attesi del Concorso. A brillare, però, è ancora una volta il cinema classico.




The Ballad of Buster Scruggs (Concorso), voto 7.5. Il nuovo film dei fratelli Coen è un western antologico, in cui sei storie sono collegate solo dall'ambientazione, introdotte dall'inquadratura di un libro simile a quello dei film Disney di una volta, quasi a sottolineare il fatto che queste storie si muovono tra realtà e leggenda. In queste sei storie, tutte ben riuscite (soprattutto le prime tre), si ritrovano i toni e le tematiche che hanno reso celebri i due fratelli: lo humor dell'assurdo di Burn after reading, e quello più cerebrale e raffinato di Fratello dove sei? ; il cinismo e il pessimismo cosmico di Non è un paese per vecchi, e le riflessioni filosofiche di A serious man; l'amore per la musica di A proposito di Davis e dello stesso Fratello dove sei?, e quello per il thriller de L'uomo che non c'era e Fargo. Il risultato è un film corale che non è tra i loro migliori solo per la mancanza di una tematica "forte", ma si distingue comunque per la qualità di sceneggiatura e immagini.

A Star is Born (Fuori Concorso), voto 4.5. Che spreco, questo film. Gli ingredienti per il successo sembravano esserci tutti: una storia di comprovata efficacia, due star che sembravano avere un'ottima chimica sullo schermo, la voce e le canzoni di Lady Gaga. A rovinare tutto ci pensa una sceneggiatura imbarazzante, con dialoghi che sembrano tratti da una telenovela brasiliana di serie B, personaggi che compiono azioni senza senso, e un'evoluzione della trama che procede a strappi, senza dare mai la sensazione di sapere dove andare. La regia di Bradley Cooper (all'esordio dietro la macchina da presa) è scolastica ma funzionale alla storia, ma crolla di fronte all'insipienza della scrittura e alla prova poco convincente di Lady Gaga, tanto fenomenale quando canta quanto è rivedibile (e siamo generosi) quando è costretta a recitare. Le canzoni funzionano, pur non brillando per originalità, e le esibizioni canore sono decisamente l'unica parte riuscita del film, anche grazie all'ottima chimica tra i due attori protagonisti.

Peterloo (Concorso), voto 6. Un bel dramma in costume, che sembra però fuori posto nel contesto del concorso della Mostra del Cinema. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Double vies (Concorso), voto 7.5. Il nuovo film di Olivier Assayas usa il tema della tecnologia e dell'avvento del digitale come pretesto per parlare delle bugie e dei sotterfugi di un gruppo di famiglie borghesi che gravita attorno al mondo dell'editoria. Scritto superbamente e con un ritmo pressoché perfetto, il film sembra a tratti piacersi un po' troppo, ma risulta comunque un'interessante ed efficace riflessione sui sentimenti nell'età odierna, e fa pensare che, in fondo, la tecnologia ha cambiato ben poco, in tal senso.

Suspiria (Concorso), voto 6.5. Premessa: non ho visto l'originale di Dario Argento. Il lancio di pomodori possiamo farlo più tardi, ok? Detto questo, l'omaggio (secondo il regista) o il remake (secondo i fan) di Guadagnino funziona bene per quasi tutto il film, sia grazie alla forza delle immagini create dal regista, sia grazie alla scelta dello sceneggiatore David Kajganich di intrecciare la storia della scuola di ballo in mano alle streghe con gli eventi della Germania anni Settanta. Il senso di colpa per i crimini del nazismo e le azioni terroristico/ideologiche della RAF si intrecciano così con la storia della protagonista Susie, vittima designata delle streghe intenzionate a usarla per i loro scopi.
Susie è interpretata da un'inespressiva Dakota Johnson, che non riesce comunque ad affossare quanto di buono c'è nel film. Guadagnino dirige tutto senza fronzoli, dimostrando ancora una volta dopo Chiamami col tuo nome di lavorare meglio quando deve gestire sceneggiature e soggetti altrui. La sua attenzione è sulla storia e sulle atmosfere, ma non per questo rinuncia a creare delle immagini di forte impatto visivo (su tutti spiccano le scene di ballo, e il primo di Susie in particolare) che donano al film una dimensione metafisica che non sconfina mai nell'horror, ma crea un'atmosfera di angoscia e sospensione del reale. Tuttavia, nel finale la sceneggiatura perde del tutto coerenza, rinunciando a scegliere tra catarsi e trionfo del Male per intraprendere una strada senza né capo né coda, e che nel suo epilogo depotenzia la forza di quanto visto fin lì. La regia, purtroppo, segue, e nel finale compie delle scelte scontate e abbastanza prevedibili (c'è sangue? Giriamo tutto con una lente rossa!), in netta contraddizione rispetto al coraggio mostrato fin lì. Peccato.

Adam und Evelyn (Settimana della Critica), voto 5.5. Due giovani che vivono in Germania dell'Est decidono di sfruttare la decisione dell'Ungheria di aprire le frontiere e trasferirsi all'Ovest, nel "mondo libero". Novelli Adamo ed Eva, i due dovranno rifarsi una vita in un mondo sconosciuto. La metafora funziona bene e non è forzata, ma non basta a sorreggere un film che dovrebbe fare della storia la sua forza, e risulta invece lento e con poco ritmo.

The Great Buster (Venezia Classici - Non fiction), voto 8.5. Peter Bogdanovich porta alla Mostra questo splendido documentario su Buster Keaton, un genio della comicità del cinema muto troppo spesso ingiustamente dimenticato. Il film racconta la carriera di Keaton in tutti i suoi aspetti, sottolineandone non solo le doti di comico ma anche quelle di regista e inventore: i suoi film infatti brillano anche per le innovazioni tecnologiche, nonché per l'abilità di Keaton di fare acrobrazie incredibili senza servirsi di stunt. Una piccola perla, assolutamente da non perdere per chi ama il cinema classico e per chi vuole iniziare a scoprirlo.

Pier e Simone

martedì 12 dicembre 2017

Suburbicon

Il volto oscuro dell'America


Stati Uniti, 1959. Gardner Lodge è un padre di famiglia che vive nella città modello Suburbicon insieme alla moglie Rose, paralizzata per via di un incidente, e al figlio Nicky. La città è abitata da soli bianchi, fino a quando accanto alla casa di Gardner si trasferisce una famiglia di colore, i Meyers. Il loro arrivo scatena la reazione veemente della comunità, che viene sconvolta anche da un altro evento: nottetempo due delinquenti si introducono nella villa dei Lodge e uccidono Rose con una dose eccessiva di cloroformio.

George Clooney torna alla regia rielaborando una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen, scritta appena dopo il loro fortunato (e troppo poco conosciuto qui da noi) film d'esordio, Blood Simple. Il tocco dei Coen è evidente in ogni dialogo e ogni situazione che vede protagonista la famiglia Lodge. Il film è pervaso da un'atmosfera trasognata, perennemente in bilico tra assurdo e dramma, tra risata e incubo domestico, conferendo al tutto quel tocco grottesco che ha reso celebre il cinema dei due fratelli. Questa sospensione della realtà è però solo parziale: se alcune delle vicende narrate sembrano assurde, infatti, le motivazioni che muovono i protagonisti sono terribilmente reali nella loro meschinità.

La realtà irrompe poi con violenza dall'unica finestra aggiunta da Clooney, la sottotrama dedicata alla famiglia di colore: se inizialmente le vicende dei Mayers sembrano disconnesse dalla vicenda principale, quasi fuoriposto, con il passare dei minuti ci si rende conto che la loro storia è il contraltare di quella dei Lodge, nonché quella che fornisce la cifra morale del film. La folla cerca il mostro nell'altro, nel diverso, quando in realtà il mostro ha una faccia ben più riconoscibile e domestica, e si annida tra coloro di cui ci fidavamo di più. Non è un caso che lo sguardo che accompagna il film sia quello del piccolo Nicky (un ottimo Noah Jupe), che da innocente diviene prima incredulo e poi terrorizzato dall'incredibile evoluzione degli eventi.

Clooney usa la cittadina di Suburbicon come una metafora dell'America odierna, incapace di vedere il male nel proprio giardino ma pronta a scagliarsi sul primo capro espiatorio disponibile. Pur peccando a volte di retorica, il messaggio arriva forte e chiaro ed è di sicuro impatto: il crescendo di violenza nelle due sottotrame procede perfettamente in parallelo, con la verità sulla morte di Rose che viene gradualmente a galla, tra scene esilaranti e terrificanti rivelazioni, e l'atteggiamento dei cittadini di Suburbicon verso i Meyers che passa dall'essere passivo aggressivo a un vero e proprio linciaggio. Violenza che chiama violenza, generando una sorta di anti-euforia collettiva in cui ognuno sembra ubriaco dal desiderio di sangue.

Il matrimonio tra le due sottotrame non avviene senza intoppi: mancano lo splendido rigore visivo di alcune opere di Clooney (Good Night, and Good Luck su tutte), e lo humor non è al livello dei migliori lavori dei Coen. Tuttavia, Suburbicon è un film ben riuscito, in cui le due storie crescono lentamente in parallelo fino a diventare un unico, inquietante affresco dell'intolleranza, che parla della storia passata dell'America ma dipinge anche un ritratto fin troppo tristamente fedele del suo presente.

*** 1/2

Pier

sabato 8 febbraio 2014

A proposito di Davis

La splendida ballata di un perdente



Llewyn Davis è un musicista squattrinato che vive e lavora nel Greenwich Village, a New York. Pioniere del folk, sembra incapace di costruirsi una vita stabile, un po' per sfortuna, un po' per pigrizia e cialtroneria. Non ha una casa e dorme sul divano di chi lo può ospitare. Sempre a corto di soldi, tira a campare con qualche esibizione nei locali del quartiere e partecipando alla registrazione di corti di amici. Quando la sorte lo mette di fronte all'ennesima difficoltà, tuttavia, Llewyn dovrà fare i conti con se stesso e decidere cosa fare del suo destino.

Con A proposito di Davis, i Cohen tornano a raccontare il loro personale ciclo dei vinti, personaggi travolti dalla vita, barche contro corrente che vengono risospinti senza posa al punto di partenza, incapaci per sorte o incapacità di ribellarsi al proprio destino. Llewyn Davis è ispirato a un personaggio reale, Dave van Ronk, il "Sindaco di MacDougal Street", pioniere del folk venerato da Bob Dylan che non raggiunse mai la notorietà e la fama. Llewyn trascende però la sua ispirazione e diviene un archetipo, il simbolo di quei perdenti di talento che tanto affascinano cinema e letteratura.
L'eterno vagare da un divano all'altro di Manhattan, la perenne assenza di denaro, il rapporto conflittuale con le donne: tutti questi elementi fanno ormai parte della routine di Llewis, che non riesce a spezzarla nonostante il suo innegabile talento. A richiamarlo alla vita, in un'impresa che si rivela talmente disperata da diventare quasi donchisciottesca, dovrà arrivare un gatto rosso uscito direttamente da Colazione da Tiffany, la cui fuga lo costringerà a uscire dal suo guscio protettivo e a fare quello che non ha mai fatto: rischiare.

I Coen realizzano una ballata malinconica e struggente, una ring composition in cui l'uomo è allo stesso tempo artefice e vittima del proprio destino. Il talento di Llewis è solo pari alla sua abilità nello sprecarlo, eppure non possiamo non provare simpatia e affetto per un personaggio cui la vita sembra non voler riconoscere nemmeno il giusto compenso per le sue fatiche. Il film alterna passaggi esilaranti ad altri commoventi, in cui la musica di Llewis ti entra dentro, stringendoti in un abbraccio di note che ti fa comprendere tutta la sua insicurezza, la sua umana paura per la vita, il suo inespresso ma irresistibile bisogno di essere amato.

Gli attori regalano una prova perfetta per misura e capacità, a partire dal protagonista, Oscar Isaac, abile nel trasmettere emozioni e caratterizzare il suo personaggio più con le espressioni e la fisicità che con le parole. Accanto a lui, oltre a un John Goodman meraviglioso nella sua parte da caratterista e a un Justin Timberlake posato e fedele amico, si muove una Carey Mulligan mai così convincente, spogliata di quegli eccessi di smorfie e faccette che in altri film la rendevano poco tollerabile e sempre sopra le righe. La sua Jean è la voce della coscienza di Llewis, aspra ma allo stesso tempo indulgente, incapace di odiare fino in fondo quel simpatico cialtrone che si trascina per le vie del Village regalando al pubblico sprazzi del suo enorme talento.

La vera protagonista è però la musica, che sottolinea ogni momento chiave del film. Raramente una colonna sonora riesce a entrare così velocemente nel cuore dello spettatore, cullandolo mentre passeggia nel viale dei sogni infranti e delle promesse mai mantenute dei protagonisti. A questa si accompagna una fotografia fumosa e intensa, che restituisce appieno l'atmosfera di quegli anni turbolenti e decisivi per la storia della musica (siamo nel 1961).

Inside Llewyn Davis è un film che parla della vita con cinismo e dolcezza al tempo stesso, presentando un personaggio che, seppur sconfitto, non si dà per vinto e continua a fare ciò che sa fare meglio, intrappolato in un talento che sembra non volerlo lasciare andare. I Coen raccontano con maestria una storia toccante nella sua veridicità, in quello che, per me, è il miglior film dell'ultimo anno, una lunga ballata al termine della quale, mentre Llewyn conosce il suo destino, un giovane Bob Dylan intona le struggenti note di Farewell avvolto nell'ombra e nel fumo di un locale, salutando lo spettatore e, allo stesso tempo, la fine di un'epoca. Da non perdere

*****

Pier

martedì 1 marzo 2011

Il Grinta

Classico senza innovazione



Il padre di Mattie Ross, quattordicenne determinata e senza peli sulla lingua, viene ucciso da Tom Chaney, un fuorilegge di bassa lega. La ragazza vuole vendetta, e per ottenerla si rivolge a uno sceriffo federale, Rooster Cogburn, detto "il Grinta" per la sua fama di spietatezza nei confronti dei malviventi. Dopo alcuni tentennamenti Cogburn, guercio e con il vizio dell'alcool, accetta l'offerta di Mattie. A loro si unisce La Boeuf, un ranger texano anch'egli sulle tracce di Chaney.

Un remake possiede intrinsecamente una scarsa originalità. Tuttavia i film più riusciti di questo genere riescono solitamente a offrire una nuova prospettiva al film originale, rileggendo un personaggio, riorganizzando gli eventi, o semplicemente utilizzando uno stile differente.
Il nuovo film dei fratelli Coen decide invece di non aggiungere nulla alla pellicola del 1969 di Henry Hathaway, che valse a John Wayne il suo unico Oscar. Il Grinta è infatti un film girato in maniera splendida, con una fotografia poetica degna del miglior John Ford e attori in stato di grazia, tra cui spicca il sempre ottimo Jeff Bridges, ma non è originale: non devia di una virgola dal suo predecessore, non aggiunge nulla, non tenta alcun guizzo d'autore, con la notabile eccezione della magnifica colonna sonora.

Il risultato quindi è un ottimo prodotto industriale, eseguito alla perfezione ma mancante di quell'anima e di quel sentimento che hanno reso grande il genere western. L'insensatezza della caccia all'uomo diventa metafora della vita, un tema caro ai Coen ma già presente anche nel film (e nel testo) da cui Il Grinta è tratto.
Sembra un'occasione persa, in quanto i piani di lettura offerti dalle avventure di Cogburn sono notevoli (dal contrasto legge-giustizia al significato della vendetta), ma vengono colpevolmente tralasciati per concentrarsi solo sui vizi e i difetti del protagonista, ovviamente compensati da virtù tanto nascoste quanto importanti.

Così come Ladykillers, anche Il Grinta suggerisce che i Coen si trovino più a loro agio con materiale originale o comunque mai filmato da altri, mentre non riescono a trovare la loro vena più sincera ed innovativa quando si devono confrontare con il cinema del passato, nonostante una realizzazione come sempre impeccabile.

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Pier

martedì 22 dicembre 2009

Rivediamoli - Fargo

Un turbine di violenza in un contesto tragicomico


Jerry Lundegaard è un venditore di automobili in un concessionario di Minneapolis. Ha il senso degli affari, ma per far fronte a problemi economici, decide di inscenare il rapimento della moglie per ottenere i soldi del riscatto dal cognato ricco. Il fatto ha effettivamente luogo, ma non va liscio come Jerry aveva previsto e si trasforma in una carneficina che si interromperà solamente alla fine, con l'arresto di colui che, da principio, ha dato via al circolo virtuoso di morti.

I Coen inscenano una storia dipingendola inizialmente come reale, dichiarando esplicitamente che i fatti sono realmente accaduti, e alla fine si smentiscono, sottolineando che nulla ha effettivamente avuto luogo. Tra verità e finzione, il film si snoda con efficacia narrativa attraverso un'approfondita e cinica descrizione di tutti i personaggi del film, dall'imperdonabile protagonista, venditore paurosamente normale capace di cose impensabili, alla moglie-vittima, fatta morire come un cane senza degnarla di una scena finale, dal tenente, insensibile all'orrore delle morti violenti e che non perde occasione per ingozzarsi come un maiale con un marito disgustoso, al padre della povera donna rapita, avido e senza scrupoli, attaccato più ai soldi che alla figlia in pericolo.

In uno scenario desolato, con il freddo della neve e della nebbia che sembra uscire dallo schermo per avvolgere chi guarda, i Coen si divertono a inondare la storia di cinismo e violenza, sempre alla ricerca di quell' humor nero che spiazza uno spettatore incredulo e divertito. Ma il loro più grande merito è stato quello di esprimere, attraverso questa storia puramente cinematografica, il loro odio verso una moderna società americana, tanto distaccata e fredda nei rapporti umani, quanto schiava del dio denaro, con poco da dire, se non annuire e far finta di commuoversi per le disgrazie altrui o predicando il bene demagogico senza crederci davvero fino in fondo.

Sicuramente tra i più bei film dei Coen, se non il migliore, Fargo ironizza sulla tragedia come se fossimo talmente saturi e abituati alle morti violenti e ai complotti che non esisterebbe nessun altro modo originale per raccontarli. Un film di impatto visivo e narrativo, ancora moderno dopo quasi quindici anni; il classico film che chiunque vedrebbe e rivedrebbe senza mai coglierne fino in fondo un senso completamente razionale.

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Alessandro

domenica 6 dicembre 2009

A serious man

Dopo il "Barbiere" e il "Drugo", ora il "Professore di fisica"


Laurence Gopnik è lo sfortunato personaggio della nuova commedia dei fratelli Coen. Professore di fisica in attesa del posto fisso, Laurence, ebreo e americano medio, è afflitto da guai di cui non è sempre pienamente consapevole: la moglie lo tradisce con un collega e gli chiede il divorzio, il fratello passa il suo tempo in bagno a drenarsi i reni, il figlio fuma canne e ascolta gli airplane, la figlia gli ruba i soldi per rifarsi il naso, la vicina lo adesca e l'altro vicino lo minaccia. A tutto ciò, che costituisce gran parte della vita normale di Larry, si vanno ad aggiungere pesanti beffe del destino come l'incidente d'auto, l'avvocato difensore che muore prima di risolvere un contenzioso, uno studente coreano che lo corrompe e lo accusa di diffamazione, la spesa dei funerali dell'amante di sua moglie, fino ad arrivare alla chiamata finale del medico che preannuncia una catastrofe.

A seriuos man è il ritorno alla commedia classica dei Coen, del Il grande Lebowski o del L'Uomo che non c'era. I due registi metaforizzano la situazione di un uomo mediocre la cui apatia lo rende incapace di affrontare o almeno di rendersi conto di tutto ciò che gli capita intorno; questa sua passività nei confronti degli eventi lo induce a rivolgersi a tre rabbini per cercare risposte, ma il risultato è un grosso buco di significato più comico che sensato.

La commedia è raffinata nei dettagli (stupenda la scena iniziale d'ambientazione dove l'inquadratura corre sul filo di un cuffia iPod che rivela solo alla fine essere una radiolina anni '70), e magistrale nella realizzazione e nel risultato finale. Il protagonista è raccontato perfettamente e contestualizzato in un ambiente filmico fatto su misura, gli eventi, per quanto assurdi, sono presentati in modo coerente con la trama e l'ambientazione narrativa, e l'incontro con i primi due rabbini è d'antologia. Stupendo nel finale, quando tutto sembra andare per il meglio e verso un happy ending, il tocco Coen esce prepotentemente sotto forma di uragano (o chiamata del medico).

Il film è sicuramente il ritorno dei fratelli Coen al cinema di livello, abbandonato per ben nove anni nei quali si sono persi in commedie senza spirito, forma e sostanza o film d'azione senza una loro nitida traccia. A serious man è un ottimo film che echeggia, senza però raggiungere, i canoni delle commedie più amate come Fratello dove sei? e Il grande Lebowski.

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Alessandro