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lunedì 24 luglio 2023

Barbie

Life of plastic ain't fantastic

Barbie Stereotipo vive a Barbieland, un Eden rosa confetto dove tutto è perfetto e le varie Barbie conducono la vita che desiderano. Improvvisamente, però, Barbie Stereotipo viene assalita da pensieri di morte, e comincia a perdere la sua perfezione: per ritrovarla, dovrà avventurarsi nel nostro mondo, dove troverà una realtà molto diversa da quella che immaginava.

Cosa significa essere donne, e in particolare essere donne oggi? Domanda da un miliardo di dollari, che domina da tempo discorsi in circoli intellettuali e sui social media (con fazioni faziose l'un contro l'altra armate che troppo spesso soffocano le voci di chi ha davvero qualcosa da dire) e, in misura minore (fin troppo minore), quelli della politica. Molte, ma soprattutto molti, dei partecipanti a questo dibattito avrebbero sorriso condiscendenti se un mese fa qualcuno avesse detto loro che una delle risposte più convincenti, per quanto giocoforza non approfondite, a questa domanda sarebbe arrivata da un film mainstream hollywoodiano, uno di quelli progettati per guadagnare soldi. Il sorriso si sarebbe trasformato in risata sguaiata se questo qualcuno avesse detto loro che il film in questione avrebbe avuto per protagonista Barbie, colei che per le fazioni faziose rappresenta o il simbolo di quando le donne "facevano veramente le donne", prima che saltassero loro strani grilli per la testa come, che so, la parità di trattamento; oppure, dall'altra parte, il simbolo del patriarcato turbocapitalista con scappellamento a destra come fosse Soros.

Ambedue le fazioni avrebbero torto. Greta Gerwig realizza un film che qualcuno ha già definito, a ragione, un potenziale cult generazionale: un film divertentissimo, visivamente abbacinante e ipercreativo, e al tempo stesso in grado di parlare di condizione femminile in modo efficace, senza risultare né eccessivamente didascalico, né troppo superficiale. Chiariamoci, il livello di approfondimento avrebbe indubbiamente potuto essere maggiore, ma non in un film del genere, che mira a parlare a un pubblico grande, grandissimo: l'analisi più approfondita spetta a film come Una donna promettente, che hanno un target di pubblico (ed economico) molto più ristretto. Il miracolo di Gerwig sta nel riuscire a parlare comunque di condizione femminile, patriarcato e mascolinità in un film dai colori pastello che ha come protagonista Barbie, sfruttando proprio l'ambiguità culturale della bambola per portare avanti il proprio messaggio.


Barbie è uno di quei film che non si può fare a meno di descrivere con l'abusata parola stratificato: c'è il puro intrattenimento, con alcuni dei momenti più divertenti dell'anno cinematografico, ma c'è anche una metafora biblico-religiosa, un Eden a sessi invertiti in cui il patriarcato si insinua come il biblico serpente, e in cui la presa di coscienza porta all'emancipazione (sarebbe felice Milton); c'è una fantasia con momenti di follia degni dei Looney Tunes, ma c'è anche una riflessione sul riappropriarsi della propria narrativa, con il gioco "sbagliato" che si rivela più giusto di quello "corretto" e predefinito; c'è, come detto, una riflessione sulla femminilità, ma anche una sulla mascolinità fragile, perfettamente incarnata dal Ken di Ryan Gosling, co-protagonista flamboyant che cerca (e spesso riesce, in modo goffo ed esilarante) a rubare lo schermo all'eroina del film; c'è, infine, un film per ragazze che hanno appena dismesso le loro Barbie, e per donne che le hanno dismesse tempo fa, e che ora, forse, le riscoprono con le proprie figlie.

Ci sarebbe ancora tanto da dire sui temi del film, ma mi limiterò a dire che Gerwig ha il grande merito di non fermare la "critica a Barbie" a quella, delle sue impossibili proporzioni fisiche e al conseguente irraggiungibile ideale di perfezione, ma di sviscerare quello che è, forse, un problema ancora più grave creato dalle varie incarnazioni della bambola: quello di aver fatto credere a tantissime bambine di poter essere tutto ciò che volevano (artiste, astronaute, medici), come se tutto fosse a portata di mano: non è un caso che l'atto dirompente di Barbie, quello che mette in moto l'azione e squarcia il velo di Maya è il tentativo di creare Barbie che raccontino la realtà del nostro mondo, una realtà in cui le donne devono combattere contro barriere di ogni genere (esplicite e implicite, esterne e introiettate) per poter trovare un proprio posto nel mondo.

Gerwig, con abilità da equilibrista, riesce a mantenere in equilibrio tutte queste anime, realizzando uno dei prodotti più metatestuali mai visti al cinema (nemmeno Lego Movie aveva toccato queste vette). A volte il gioco le sfugge di mano, è vero, e ci sono alcuni punti in cui la trama è meno scorrevole: le scene con i dirigenti di Mattel, ad esempio, sono abbastanza superflue, e sembrano quasi un excusatio non petita con cui Gerwig cerca di far vedere che attacca anche l'azienda che sta producendo il film - un esercizio non necessario visto ciò che fa nel resto del film. 
La regista, tuttavia, riesce nella difficile impresa di non farsi intrappolare né in un eccessivo world building, né in una furia moralizzatrice che avrebbero azzoppato il film. Barbieland esiste, e basta: la spiegazione di "come funziona" è di quelle che ci aspetteremmo nei film di fiabe o, appunto, in un corto con Road Runner e Will. E. Coyote. Allo stesso modo, l'unico vero "spiegone" del film, un monologo affidato ad America Ferrera, viene declinato in modo geniale, e riesce a essere sia un momento di risveglio (il momento in cui ogni donna scopre di star giocando a un gioco truccato), sia una parodia dei discorsi motivazionali da film sportivo che tanto piacciono al pubblico maschile: se lo avete trovato ridondante o poco realistico, provate a riguardare un monologo come quello di Al Pacino in Ogni Maledetta Domenica e chiedervi chi farebbe un discorso del genere nella vita reale (risposta: nessuno, nella vita reale va più o meno come nel Maledetto United).


Visivamente, Barbie è un trionfo: dalla scenografia alla fotografia, passando per i costumi, raramente si è vista una perfezione di colori, forme e proporzioni (al di fuori di un film di Wes Anderson), che tocca il suo apice in un momento che coinvolge tutti i Ken verso la fine del film. Il comparto musicale non è da meno, tra canzoni in stile musical e musiche di successo che si integrano perfettamente nell'anima pop del film, che con piglio warholiano prende un'icona e la reimmagina con l'occhio dell'artista.
Il cast è semplicemente perfetto: Ryan Gosling domina la scena con un giusto mix di bovina idiozia, plasticosa avvenenza, e pericolosa stolidezza, ma Margot Robbie offre una performance fenomenale, meno appariscente ma tremendamente efficace, fatta di microreazioni e gesti che donano un'anima alla bambola di plastica più stereotipata che ci sia. Accanto a loro da segnalare anche le prove di America Ferrera, vero cuore morale ed emotivo del film, Kate McKinnon, fenomenale Barbie Strana, e Michael Cera, uomo anonimo e, al tempo stesso, molto più profondo dei suoi "amici" Ken.

Barbie è un animale mitologico che credevamo estinto, un blockbuster d'autore che adotta un taglio postmoderno che non tutti riusciranno a digerire. Per molti risulterà ipertrofico, un film che prova a dire troppo senza dire nulla: è una critica legittima, anche se chi scrive non concorda vista la complessità e la stratificazione che Gerwig è stata in grado di creare. A risultare artificiose o, peggio ancora, preconcette sono le critiche di alcuni commentatori (tutti di sesso maschile) che, come ben evidenziato da altre persone più qualificate di me, sembrano sorpresi e addirittura stizziti nel trovarsi davanti un prodotto di cui, udite udite, non sono il target principale. Ricordano, in tal senso, le critiche piombate addosso a Black Panther, accusato di non pensare abbastanza al pubblico bianco, classico target dei film di supereroi.

Barbie è un film scritto pensando alle donne, è vero; ma non è, nonostante quanto possano dire alcuni, un film che odia gli uomini, a meno che lo spettatore non veda come un insulto il fatto che una bambola anonima, accessoria e dal sorriso stolido come Ken venga rappresentato come un personaggio anonimo, stolido, e accessorio. Barbie è, invece, un film che ha tanto, tantissimo da dire anche agli uomini: basta voler ascoltare o, se proprio si vuol fare orecchie da mercante, farsi trascinare da un ottovolante forse un po' troppo lungo, ma coloratissimo e divertentissimo.

****

Pier

lunedì 30 gennaio 2023

Babylon

 Il lato oscuro dell'innovazione



Hollywood, 1926: il messicano Menny inizia a lavorare nel mondo del cinema come tuttofare, e si fa lentamente strada nel folle mondo della produzione cinematografica nell'epoca del muto. La sua strada si incrocia con quella dell'aspirante attrice Nellie e della star Jack Conrad, e lo trascina in un mondo ricco di follia e magia che sta per essere travolto da una rivoluzionaria invenzione: il sonoro.

Mi scuso in anticipo con i lettori per l'atteggiamento da maestrina dalla penna rossa, ma in questa recensione si impone una premessa metodologica: non è la prima che trovate su queste pagine, e non sarà nemmeno l'ultima. Chi scrive ha enormemente apprezzato Babylon. Se ne scrivessi a mio gusto, questa recensione sarebbe molto più positiva ed entusiastica. Tuttavia, il lavoro del critico, anche se molti sembrano dimenticarlo, non è esprimere le proprie reazioni istintive al film, quanto analizzarlo nel modo più oggettivo possibile, partendo da quelle che sembrano essere le intenzioni del regista e valutando se sia riuscito a raggiungere i suoi obiettivi. Una certa misura di soggettività rimarrà comunque, è inevitabile: ma questo esercizio, se applicato sistematicamente, eviterebbe la polarizzazione di giudizi che si vedono spesso al cinema. Il caso di Babylon è esemplare, con metà dei critici che ha urlato al capolavoro e metà che lo ha definito una mezza ciofeca. La verità, come sempre, sta nel mezzo.

Finita la premessa, veniamo al film: Chazelle torna a guardare al cinema classico, e in particolare al musical, genere principe degli anni d'oro di Hollywood post introduzione del sonoro. Dopo averlo destrutturato e adattato ai nostri tempi in La La Land, Chazelle decide di operare un'altra operazione, questa volta di tipo storico: raccontare il lato oscuro dell'avvento del sonoro. Per farlo, prende il musical per eccellenza che ha raccontato quella storia, Cantando sotto la pioggia, e lo rende uno spettro che aleggia su tutto il film, un'illusione sublimata nel finale, dopo che abbiamo visto quale fosse la realtà nascosta sotto la patina di luci, sorrisi e allegria (esattamente come La La Land si chiudeva con la storia che un musical classico avrebbe raccontato, in opposizione a quella accaduta nella vita reale).


Se Cantando sotto la pioggia ci racconta il successo di chi ce l'ha fatta - delle nuove star, come il personaggio di Debbie Reynolds, e di quelle che riescono ad adattarsi, come il personaggio di Gene Kelly - Babylon si focalizza su chi è stato lasciato indietro, sui rottami di un sistema che porta sull'altare a velocità supersonica per poi trascinare nella polvere ancora più velocemente - un processo, questo, che l'avvento di un'innovazione rivoluzionaria come il sonoro rende ancora più rapido, violento, e spietato. Babylon è, in sintesi, la storia di Lina Lamont, il personaggio di Cantando sotto la pioggia interpretato da Jean Hagen: quella con la voce sgraziata, la recitazione inadatta al nuovo mondo del sonoro, anche un po' antipatica, e che alla fine del film ci sembra giusto abbandonare come un relitto di un'epoca sepolta. 

Chazelle ha l'intuizione (non nuova, ma mai esplorata in modo così corale e approfondito - il precedente più illustre è, ovviamente, Viale del tramonto) di prendere le Lina Lamont di quel mondo e renderle i suoi protagonisti, senza nasconderne nemmeno un difetto: i protagonisti di Babylon sono imperfetti, cialtroni, arrivisti, infedeli, maleducati, incapaci di adattarsi a un'industria che sta diventando tale, smettendo le vesti artigianali e improvvisate delle origini. Il sonoro non cambia infatti solo la componente artistica, ma anche quella produttiva: richiede precisione, attenzione, professionalità; richiede processi regolati, controllati, strutturati. Per gli eccessi non c'è più spazio, solo l'oblio: un pozzo senza fondo, di cui vergognarsi, e da nascondere il più accuratamente possibile, lontano dagli occhi del pubblico e di chi è sopravvissuto - un concetto reso alla perfezione in una delle scene migliori del film, quando un ricco malvivente fuori di testa (interpretato con divertita follia da Tobey Maguire) trascina Manny nella versione horror, ma fin troppo reale, della tana del bianconiglio. 

Per parlare dell'innovazione, tuttavia, il film deve giocoforza raccontarci anche tutto ciò che c'era prima, la "vecchia Hollywood" del cinema muto. Chazelle si ritrova quindi a gestire due anime del film, due messaggi che si intersecano ma che non sempre lo fanno alla perfezione a causa di una bulimia visiva che non sempre il regista sembra controllare appieno. Gli eccessi e gli orrori della vecchia Hollywood occupano tutta la prima parte del film, che ci mostra i nostri protagonisti nel pieno della loro gloria: una gloria fatta di alcol, droga, sicurezza del lavoro inesistente, razzismo, lavoratori sfruttati, morti dimenticati e sacrificati sull'altare del set, e chi più ne ha più ne metta. 


La scena d'apertura è un'orgia visiva che fa impallidire gli eccessi più dirompenti di Fellini, un turbinio di immagini e suoni che travolgono tutti i sensi dello spettatore così come travolgono quelli di Manny, personaggio prospettiva che Chazelle segue con occhio quasi documentarista, catturando tutto ciò che vede e che, come lo spettatore, non riesce pienamente ad assimilare. Non sarà l'unica, ma solo la discesa agli inferi piazzata a fine film e il folle montaggio che lo chiude (lo amerete o lo odierete, non c'è via di mezzo) raggiungono la stessa potenza visiva. 

La trama è spesso sfilacciata, soprattutto nella parte centrale: Chazelle utilizza il montaggio alternato con energia febbrile, e quello analogico con una creatività che avrebbe reso felice Ėjzenštejn. Tuttavia, a volte l'energia va a detrimento della coerenza emotiva e narrativa della storia, e finisce per depotenziare le numerose piccole perle presenti nella sceneggiatura: dialoghi che parlano di cinema, ma finiscono per parlare della vita, resi mirabilmente da un cast in stato di grazia, che riesce a farci empatizzare con tante versioni di Lina Lamont e il loro destino tragicamente crepuscolare. 

Brad Pitt è un divo dolente, che vive la sua celebrità con malinconico divertimento e distaccato cinismo. Margot Robbie dà vita a una moderna baccante, che travolge tutto ciò che incontra, una vera star anche quando non è ancora famosa, con un'energia traboccante al punto di essere autodistruttiva: le sue scene di danza sono obnubilanti, viscerali, ancestrali. Jovan Adepo ha una parte più marginale, ma anche una delle scene emotivamente più devastanti del film, in cui vediamo gli effetti del razzismo nei suoi occhi, sul suo viso, e nel suo cuore. A brillare, però, è soprattutto Diego Calva, il vero protagonista del film: il suo Manny è lo spettatore, trascinato in un mondo che non comprende ma lo affascina come un gioco di prestigio, nonostante lo squallore umano e organizzativo. Per Manny il cinema è qualcosa di permanente e immutabile, cui vuole prendere parte, anche solo per un attimo, qualunque sia il prezzo da pagare.

Babylon è un film indubbiamente imperfetto, esaltato e al tempo stesso fagocitato dalla folle ambizione di un regista che vuole fare un film personale e al tempo stesso di intrattenimento, spettacolare e al tempo stesso intimista. Spesso il giocattolo gli sfugge di mano, sbanda, va fuori strada. Però, in qualche modo, riesce sempre a rientrare in pista, e nel complesso risulta impossibile non ammirarne almeno in parte la geniale follia. Non è il capolavoro di Chazelle, come ha sostenuto qualcuno. Stroncarlo, tuttavia, dimostra una miopia incomprensibile, quasi che si volesse punire il regista per le eccezionali capacità che dimostra nonostante la giovane età (38 anni), o che si volesse negargli la possibilità di portare in scena la propria visione: una visione che trasuda un eccesso di confidenza, forse persino tracotanza, ma che produce un'estasi visiva che lascia a bocca aperta, intrattenendo attraverso l'immagine prima ancora che con la parola. Una visione, in sintesi, che incarna l'idea stessa di cinema.

*** 1/2

Pier


sabato 7 agosto 2021

The Suicide Squad - Missione suicida

Geniale anarchia


Il primo capitolo dedicato alla Suicide Squad - il team di villain dell'universo DC arruolato dal governo per missioni suicide - era stato un disastro, complice una storia produttiva da manuale su come non si realizza un film; lo spin-off dedicato ad Harley Quinn era andato un po' meglio, ma comunque non aveva scaldato i cuori. Il compito di James Gunn nell'affrontare questo secondo capitolo era quindi al tempo stesso semplice e complesso: semplice, perché doveva gestire delle aspettative tutto sommato abbastanza basse; complesso perché proprio per questo era facile accontentarsi e limitarsi al compitino, regalando un clone de I guardiani della galassia con i cattivi come protagonisti.

Gunn, invece, decide di tornare alle origini - le sue - e di realizzare un film indipendente come quelli che realizzava con la Troma Entertainment e grazie a cui si è fatto un nome, ma avendo a disposizione un budget da blockbuster hollywoodiano. 
Gunn riesce a replicare gli elementi che avevano reso la saga dei Guardiani della Galassia un grande successo a sorpresa, al punto da spingere la Marvel a cercare di replicarne la formula anche in molti altri suoi film: personaggi emarginati, degli outsider ben caratterizzati che si trovano costretti a collaborare e, a poco a poco, diventano una sgangheratissima famiglia; un'identità visiva molto forte, con colori brillanti e un gusto per i combattimenti ripresi in modo nitido e chiaro, anziché con la "camera ballerina" che spesso caratterizza i film di supereroi. A questi elementi Gunn aggiunge il suo gusto per lo splatter e il turpiloquio, con ettolitri di sangue, morti improvvise, e una messa in scena fumettistica e, a tratti, cartoonesca. 

It's raining villains

Il risultato è un film unico e idiosincratico, probabilmente irripetibile nel suo mix di anarchia e visione, delirio e lucidità registica, un ottovolante emotivo che cattura subito lo spettatore e non lo abbandona più fino al traguardo, immergendolo nella caotica realtà dei protagonisti. 
Fin dal primo minuto, la Task Force X è in balia degli eventi, sballottata da un punto all'altro di Corto Maltese senza avere bene idea di cosa stia succedendo. Come Amanda Waller (e, anzi, più di lei), Gunn ha invece perfettamente il controllo della situazione, e dirige i suoi antieroi con assoluta maestria. Il loro stupore è il nostro stupore, le loro scoperte le nostre scoperte. Non sanno cosa stanno facendo, non sanno come lavorare insieme, e devono scoprirlo davanti ai nostri occhi, tra errori (tanti, alcuni decisamente esilaranti) e momenti più intimi, che Gunn riesce miracolosamente a inserire nell'uragano di scene d'azione senza farli risultare posticci. Il pericolo, questa volta, è reale, nessun personaggio è al sicuro: insomma, la Suicide Squad fa finalmente onore al suo nome, superando il classico senso di invincibilità di tutti i film di supereroi.

Tutti i personaggi sono memorabili: la Harley Quinn di Margot Robbie passa da essere l'unico elemento positivo del primo film a essere l'elemento più virtuoso e talentuoso di una squadra ben assortita, dando vita ad alcuni dei momenti più riusciti del film; il Bloodsport di Idris Elba è il perfetto epigono fumettistico dei grandi eroi riluttanti del cinema d'azione hollywoodiano; il Peacemaker di John Cena è il lato oscuro di Capitan America (esattamente come l'Homelander di The Boys è il lato oscuro di Superman); e il King Shark doppiato da Sylvester Stallone è una versione più comica ma anche più feroce del Groot dei Guardiani della Galassia. A brillare, tuttavia, sono i personaggi minori, e in particolare il Polka-Dot Man di David Dastmalchian e la Ratcatcher interpretata dalla semiesordiente Daniela Melchior: impossibile non affascinarsi alle loro storie, accuratamente costruite da Gunn, che le rivela a poco a poco nel corso del film.


Le scene d'azione e gli effetti speciali sono semplicemente magnifiche. Gunn vuole che, come lui, gli spettatori si godano ogni momento di ciò che succede, e dunque opta per un uso parco e poco frenetico del montaggio, facendo invece largo uso di piani sequenza, grandangoli e panoramiche. L'attenzione per costumi e scenografie è maniacale, con citazioni divertite ma sottili(il vestito rosso di Harley Quinn è un geniale omaggio a quello iconico di Pretty Woman, l'armatura di Bloodsport ricorda quelle di Tron) e si accompagna alla creazione di creature computerizzate perfette nel loro equilibrio tra realismo e "fumettoso."

The Suicide Squad è quello che succede quando un film "di genere" - e di un genere ormai abusato e ai limiti della saturazione come quello supereroistico - viene affidato a un autore con una visione forte e chiara e gli si permette di portarla fino in fondo, senza interferire. Chiariamoci, Gunn non è il primo a cercare di dare un taglio "tarantiniano" (è ironico usare qui questo aggettivo, visto quanto Tarantino stesso è stato ispirato dalle opere della Troma) ai prodotti di supereroi: dei tentativi erano già stati fatti, e pure con buon successo (Kick Ass e Deadpool al cinema, The Boys come serie televisiva). Tuttavia, l'assoluta mancanza di freni inibitori e, al tempo stesso, l'estremo amore per il materiale di Gunn è palese, ed è l'ingrediente segreto che rende il film un amalgama irresistibile e originale ai limiti della follia, che trascina lo spettatore in un frullatore emotivo che non lascia un attimo di tregua.

**** 1/2

Pier


sabato 18 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 36

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.



Il genere di oggi sono i film con protagonisti/e esteticamente accattivanti.

I film segnalati sono:

1) C'era una volta... a Hollywood (disponibile su Chili). Una fiaba moderna intrisa di nostalgia e amore per un mondo che non c'è più, ma soprattutto per gli eroi silenziosi che quel mondo hanno contribuito a costruire, i cavalieri senza macchia e senza paura che rimangono sullo sfondo, mentre altri si prendono le luci della ribalta. Il Cliff Booth di Brad Pitt brilla e domina la scena, ma  - nonostante il limitato minutaggio - brilla anche la Sharon Tate di Margot Robbie, mai così affascinante, perfetta e luminosa incarnazione del sogno hollywoodiano. Qui la recensione completa.

2) Sin City 2 (disponibile su Prime Video). Basterebbe Eva Green, una femme fatale da manuale, vera Dea dotata di una bellezza quasi irreale, ma torna anche Jessica Alba nei panni di Nancy, già ricoperti nel primo capitolo. Accanto a loro, la new entry Gordon-Levitt, adorabile ed eroico spaccone, e il ritorno Mickey Rourke, semplicemente perfetto nei panni del ruvido Marv. Qui la recensione completa.

3) Fuga dal mondo dei sogni (disponibile su Chili). Un po' oscurato dal successo e dalla genialità di Chi ha incastrato Roger Rabbit?, Fuga dal mondo dei sogni è immeritatamente caduto nel dimenticatoio. Pochi lo ricordano, eppure si tratta di un film estremamente innovativo, diretto da uno dei pionieri dell'animazione "non disneyana", Ralph Bakshi, che realizza uun thriller che non ha nulla da invidiare ai grandi classici del noir pur non rinunciando a una comicità in grado di piacere ai ragazzi.

A domani per la trentasettesima puntata!

Pier


martedì 10 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood

Il coraggio di sperimentare



Los Angeles, 1969. Le strade di tre personaggi molto diversi tra loro si incrociano in una Hollywood in preda alla rivoluzione hippie: Rick Dalton, star della televisione in declino, che si barcamena tra varie parti per mantenere il suo stile di vita; Cliff Booth, stuntman di Rick e suo tuttofare, che a Hollywood ci va solo per lavorare; e Sharon Tate, attrice sulla cresta dell'onda e moglie del regista più cool del momento, Roman Polanski. Le loro storie si incrociano, si sfiorano, si inseguono, mentre Hollywood, come la bella addormentata, sta per essere risvegliata dal suo sogno dorato.

Pochi registi negli ultimi decenni hanno saputo crearsi uno stile distintivo come Quentin Tarantino: i suoi film sono immediatamente riconoscibili grazie a un mix di azione scoppiettante, dialoghi fulminanti e personaggi tanto idiosincratici quanto indimenticabili. A livello estetico, Tarantino ha sempre privilegiato una fotografia iper curata e un montaggio ritmato quasi quanto i suoi dialoghi, con continui cambi di prospettiva, sguardo, focus di attenzione 1.

Con C'era una volta a... Hollywood, Tarantino spariglia le carte, dimostrando un coraggio non comune e sperimentando senza paura con nuovi linguaggi, tematiche e modalità espressive.
L'evoluzione del suo stile da Inglorious Basterds a C'era una volta a... Hollywood ricorda quella di Sergio Leone tra la trilogia del dollaro e i due C'era una volta...: si passa da un ritmo forsennato a uno rallentato, contemplativo, quasi onirico, che ci immerge in una Hollywood in cui l'estate sembra infinita, le star sono divinità scese in terra, e anche i comprimari sembrano usciti da un sogno a occhi aperti. Questo si riflette sia nella struttura testuale che in quella visiva: i dialoghi sono più rarefatti e riflessivi, le scene più lunghe e insistite, inframmezzate da flashback (uno strumento narrativo solitamente poco utilizzato dal regista del Tennessee), digressioni, e momenti musicali. Le inquadrature sono più lunghe, ampie, fatte di carrellate infinite e panoramiche mozzafiato, e si concentrano più sul paesaggio e le atmosfere che sui personaggi; la musica è onnipresente, e non usata strategicamente come solitamente accade nei film di Tarantino, e diventa un tappeto sonoro che è parte integrante dell'ambientazione, della città, e dell'epoca.


All'interno di questa cornice contemplativa si inseriscono, come mine nascoste in un campo di grano, delle scene meravigliosamente tarantiniane, la cui energia esplode e riverbera con maggior vigore proprio in virtù della calma che le ha precedute: la scena con Bruce Lee è meravigliosa per ironia e dialoghi, e la visita di Cliff al ranch dove vive la Manson family è un piccolo capolavoro, in cui Tarantino dimostra la sua padronanza assoluta di diversi generi. È però nella prima parte dello splendido finale che Tarantino spara le sue cartucce migliori, realizzando una sequenza destinata a diventare di culto.

Tarantino integra queste due anime alla perfezione, dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, di essere un affabulatore visivo senza eguali, un artista della mise en scene, capace come pochi altri di raccontare storie per immagini - immagini di una purezza cristallina, quasi accecante, in cui ogni dettaglio nasconde un mondo, un ricordo, un'emozione.

L'alternarsi di atmosfere e toni così diversi ricorda quelli della fiaba, in cui tutto segue una logica invisibile che è al servizio dell'insegnamento e della morale. C'era una volta a... Hollywood è una fiaba moderna intrisa di nostalgia e amore per un mondo che non c'è più, ma soprattutto per gli eroi silenziosi che quel mondo hanno contribuito a costruire, i cavalieri senza macchia e senza paura che rimangono sullo sfondo, mentre altri si prendono le luci della ribaltà. Non è un caso che il Cliff Booth di Brad Pitt brilli più del pur ottimo Rick Dalton di Leonardo Di Caprio: Cliff è l'anima del film, colui che ne tiene insieme i diversi fili narrativi e che li riannoderà, non del tutto consapevolmente, fino a farli incontrare. Pitt è semplicemente perfetto nella parte, e finisce per oscurare i pur ottimi Di Caprio e Margot Robbie, mai così affascinante, perfetta e luminosa incarnazione del sogno hollywoodiano. Ed è proprio questo sogno il vero protagonista del film: Tarantino ci presenta una Hollywood del 1969 più vera del vero, viva, vibrante, che sembra quasi strabordare dalle inquadrature, come se uno schermo non fosse sufficiente a trattenerne l'energia.

Con C'era una volta a... Hollywood, Tarantino dimostra il coraggio creativo dei grandi artisti, realizzando un film nuovo, diverso, imperfetto come solo il grande cinema sa essere; un film che sa rinunciare ai momenti che lo renderebbero più facile da apprezzare e "cool" per cercare la bellezza e il divertimento in luoghi nuovi e inesplorati; il film meno "tarantiano" del suo cinema e, al tempo stesso, quello che ne è la celebrazione e la perfetta sintesi. Non perdetelo.

**** 1/2

Pier

1: valga, come esempio, questa scena solo apparentemente statica di Inglorious Basterds, caratterizzata da continui stacchi di montaggio.

sabato 23 febbraio 2019

Oscar 2019 - I pronostici

Domani sera, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantunesima edizione degli Academy Awards. 

Un'edizione che segna ancora una volta il trionfo assoluto della Mostra Cinematografica di Venezia, presente con ben 39 nomination tra concorso e fuori concorso (alcune - quelle del film First Reformed - addirittura risalenti a due edizioni fa), contro le 13 di Cannes, e che verrà ricordata per essere la prima dopo molti anni senza presentatore a causa del forfait di Kevin Hart, vittima dell'ennesima caccia alle streghe a causa di tweet scritti ennemila anni fa e per cui si era già scusato.

Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici, accompagnati come sempre con le scelte personali del sottoscritto, che inspiegabilmente l'Academy si ostina a ignorare.

Pronti? Iniziamo!


Miglior montaggio
Categoria senza un chiaro favorito, con tutti i contendenti che potrebbero dire la loro. I favoriti sembrano essere Hank Corwin per Vice - L'uomo nell'ombra e John Ottman per Bohemian Rhapsody, con Yorgos Mavropsaridis (La Favorita) possibile sorpresa. Alla fine penso vincerà Corwin, cui va anche la mia preferenza personale: Vice non sarebbe il film che è senza il suo eccezionale montaggio, vero e proprio regolatore del ritmo narrativo.

Pronostico: Hank Corwin, Vice
Scelta personale: Hank Corwin, Vice

Miglior fotografia
Qui il chiarissimo favorito è Alfonso Cuaròn, e con ragione: il bianco e nero di ROMA è splendido e abbacinante, qualcosa che non si vedeva dai tempi di Toro Scatenato. In caso l'Academy volesse evitare di dare tutti i premi a Cuaròn, una possibile sorpresa potrebbe essere Łukasz Żal, direttore della fotografia di quel Cold War che ha incantato il festival di Cannes, guadagnandosi un po' a sorpresa anche una nomination per la miglior regia.
La mia preferenza però ricade sulla sontuosa fotografia de La Favorita, in cui Robbie Ryan ha ripreso la lezione di Stankley Kubrick in Barry Lyndon e la ha rielaborata con originalità, creando un ambiente straniante e allucinato che diventa il perfetto teatro degli intrighi e delle follie di corte.

Pronostico: Alfonso Cuaròn, ROMA
Scelta personale: Robbie Ryan, La Favorita

Miglior film d'animazione
Anni di egemonia Disney/Pixar sembrano giunti alla fine: nonostante l'indubbia qualità di film come Ralph rompe Internet e Gli Incredibili 2, impossibile quest'anno non premiare Spider-Man: Un Nuovo Universo, il più innovativo film d'animazione dai tempi di Ratatouille. Il mio cuore è diviso tra lo splendore visivo di Spider-Man e la dolcezza de L'isola dei cani, ennesima perla nella filmografia di Wes Anderson, ma alla fine scelgo anche io Spider-Man.
Pronostico: Spider-Man: Un Nuovo Universo
Scelta personale: Spider-Man: Un Nuovo Universo

Miglior attore non protagonista
Anche quest'anno, la redazione di Film Ora premierebbe Sam Rockwell, che compare solo per pochi minuti in Vice, ma riesce comunque a lasciare il segno con il suo splendido George W. Bush, un irresistibile utile idiota, talmente cialtrone da farlo risultare simpatico anche al suo più aspro detrattore. Tuttavia, siamo certi che l'Academy premierà la prova di Mahershala Alì in Green Book, sia per il solito politically correct (che il film in questione evita magistralmente), sia per l'oggettiva bontà  della prova di Alì, uno degli attori migliori in circolazione a costruire un personaggio sui silenzi. Richard E. Grant (Copia Originale) è il possibile outsider.
Pronostico: Mahershala Alì, Green Book
Scelta personale: Sam Rockwell, Vice

Miglior attrice non protagonista
La chiara protagonista sembra essere Regina King per Se la strada potesse parlare, mediocre opera terza (toh, che sorpresa) del regista di Moonlight : la King si è finora aggiudicata tutti i premi e sarebbe davvero sorprendente se dovesse sfuggirle la statuetta. La mia scelta personale, non riuscendo a scegliere tra Rachel Weisz ed Emma Stone ne La Favorita, ricade sulla Marina de Tavira di ROMA, splendida commistione di forza e fragilità imprigionata nell'ipocrisia di una vita borghese.
Pronostico: Regina King, Se la strada potesse parlare
Scelta personale: Marina de Tavira, ROMA

Miglior sceneggiatura originale
Scontro molto aperto in questa categoria, con Vice, La Favorita, e Green Book che potrebbero aggiudicarsi la statuetta. Penso che alla fine la spunterà Green Book, su cui ricade anche la mia scelta personale.
Pronostico: Green Book
Scelta personale: Green Book

Miglior sceneggiatura non originale
Un uomo solo al comando, e il suo nome è Spike Lee: BlacKkKlansman si è finora aggiudicato tutti i premi, e sembra lanciato anche agli Oscar, dove Lee non ha mai vinto. Appena dietro troviamo La ballata di Buster Scruggs, geniale pastiche in salsa western dei fratelli Coen, a parere di chi scrive tra i migliori sceneggiatori di Hollywood: a loro va la mia preferenza personale.
Pronostico: BlacKkKlansman
Scelta personale: La ballata di Buster Scruggs

Miglior attore protagonista
Lotta a due tra Rami Malek (Bohemian Rhapsody) e Christian Bale (Vice) per la statuetta per la migliore interpretazione maschile. Due prove simili (ambedue interpretano un personaggio reale), eppur diversissime: laddove Malek è quasi trascendente nel riportare in vita Freddie Mercury, Bale incarna alla perfezione la banalità e anonimità del male di Cheney. Il favorito sembra essere Malek, anche per dare un riconoscimento alla sua determinazione nel portare a termine un film (non eccezionale) che sembrava maledetto. La mia scelta personale sarebbe un ex aequo, ma dovendo scegliere vado su Bale.
Pronostico: Rami Malek, Bohemian Rhapsody
Scelta personale: Christian Bale, Vice

Miglior attrice protagonista
Una competizione che vede due grandi attrici un po' "attempate" contendersi la statuetta: da una parte Glenn Close, più volte nominata ma che ha sempre mancato il premio; dall'altra Olivia Colman, veterana di cinema e TV britannici, e straripante mattatrice nella parte della regina Anna in La Favorita. Da amante del cinema, non posso né voglio credere ai rumors che vedrebbero Lady Gaga come possibile sorpresa, dato che la sua prova attoriale in A Star is Born, più che agli Oscar, meriterebbe un premio alla sagra del tonno di Stintino. Non avendo purtroppo ancora visto il film che vede protagonista Glenn Close, sia il mio pronostico che la mia preferenza personale vanno alla bravissima e adorabile Olivia Colman.
Pronostico: Olivia Colman, La Favorita
Scelta personale: Olivia Colman, La Favorita

Miglior regia
Il favorito in questa categoria è chiaramente Alfonso Cuaròn, che con ROMA ha raccolto il plauso della critica e di gran parte del pubblico. Nonostante non lo abbia amato quanto  altri, la regia è oggettivamente sontuosa nella sua capacità di unire i vari elementi , magnifico bianco e nero  in testa, e creare una madeleine filmica pervasa di nostaglia. La mia scelta personale, tuttavia, ricade sullo splendido lavoro fatto da Yorgos Lanthimos ne La Favorita.
Pronostico: Alfonso Cuaròn, ROMA
Scelta personale: Yorgos Lanthimos, La Favorita

Miglior film
La battaglia per il miglior film è quantomai accesa: da una parte i film realmente meritevoli, come ROMA e La Favorita; dall'altra, quelli spinti per ragioni politico-sociali, come Black Panther, o quelli spinti dal sonno della ragione, come A Star is Born. Nel mezzo, la possibile sorpresa di Green Book: non sarebbe la prima volta che, in un anno senza un chiaro dominatore, l'Academy decidesse di premiare un film più "banale" dal punto di vista cinematografico, ma meritevole da quello narrativo. Alla fine, tuttavia, penso che si imporrà ROMA, finora trionfatore in tutti gli altri premi maggiori. La mia scelta personale, ormai si sarà capito, ricade su La Favorita.
Pronostico: ROMA
Scelta personale: La Favorita

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier

giovedì 1 settembre 2016

Suicide Squad - Lo sconsiglio: puntata 16

Cosa succede quando si prende un regista noto per le atmosfere cupe e crepuscolari, gli si fa girare un film, e poi lo si fa rimontare (e forse anche rigirare) dalla compagnia che fa i trailer?

Sembra la premessa di una barzelletta, ma è la storia produttiva di Suicide Squad, che spiega alla perfezione perché, nonostante le buone prove di Margot Robbie e Will Smith, il film sia un orrido pasticcio, e perché, alla fine, a suicidarsi sia lo spettatore.

Livello di sconsiglio: Alto (****)

Pier

martedì 21 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street


Il fascino oscuro dell'avidità




New York, Anni 90. Jordan Belfort è un broker di successo e senza scrupoli. Avido e ambizioso, è riuscito a sopravvivere al crollo del mercato del 1987 vendendo azioni non quotate e di scarso valore, iniziando una serie di pratiche finanziarie illecite che lo porteranno a fondare la sua agenzia, la Stratton Oakmont. Il denaro comincia a scorrere a fiumi, accompagnato da un vortice di donne, droga ed eccessi che porteranno Belfort a vivere in un ottovolante continuo dove affetti, amici e salute vengono sacrificati in nome della ricchezza sfrenata e del lusso.

Con The Wolf of Wall Street, Martin Scorsese affronta per la prima volta il mondo della finanza, e lo fa attraverso la controversa storia di Jordan Belfort, il Madoff degli anni 90, un truffatore incallito che ricorda Gordon Gekko, ma riesce a superare il personaggio di fiction in quanto ad avidità e spregiudicatezza. Il regista e lo sceneggiatore, Terence Winter, decidono di basare la storia sull'autobiografia del protagonista, adottando così i toni della commedia nera, di un'ironia cinica e chiassosa che nasconde però una forte critica sociale. Il risultato è un film esilarante e amaro, che colpisce lo spettatore con scene talmente assurde da risultare divertenti, e lo colpisce di nuovo quando questi realizza che sono realmente accadute. Il film non risparmia nulla, nessun eccesso, nessun abuso, mettendo in scena con ogni minimo dettaglio.quel vortice inarrestabile che è stata la vita di Belfort.

Nonostante la lungaggine di alcune sequenze, il film scorre rapido e veloce, trascinato da una regia decisa e psichedelica, da musiche perfette, e da una prova del cast semplicemente sublime. Su tutti spicca il protagonista, un Di Caprio mai così eclettico, capace di rappresentare tutte le innumerevoli sfaccettature del carattere di Belfort: truffatore, padre di famiglia, tossicodipendente, leader carismatico, traditore, amico fedele, uomo della porta accanto, miliardario. Di Caprio indossa i panni di Belfort alla perfezione, alternando momenti di irresistibile ilarità (la scena in cui le droghe gli inducono una sorta di paralisi) ad altri di cupa ferocia, passando per tutto lo spettro delle emozioni umane, in una performance che, se ci fosse giustizia, dovrebbe garantirgli quella statuetta che incredibilmente non ha ancora vinto. Accanto a lui si muove uno splendido Jonah Hill, ormai affermatosi come attore "impegnato", che tratteggia un personaggio insopportabile nel suo essere sempre sopra le righe, sboccato, eccessivo e incontrollabile. Nonostante appaia solo per pochi minuti, infine, non si può non menzionare la splendida prova di Matthew McConaughey, che ruba letteralmente la scena nella parte del primo "mentore" di Belfort, il broker cocainomane e onanista Mark Hanna.

Il film negli USA è stato oggetto di molte critiche, tacciato di essere immorale per aver rappresentato un criminale come un simpatico uomo d'affari un po' spericolato. Queste critiche appaiono del tutto ingiustificate, in quanto perdono del tutto di vista lo scopo dell'opera: mettere a nudo l'immoralità del sistema capitalistico. Immorale non è il film, ma ciò che racconta. E' immorale il fatto che il protagonista, nella realtà, abbia fatto solo quattro anni di prigione; è immorale un sistema che idolatra un uomo che dichiaratamente sfrutta l'ingenuità altrui, e che permette il ripetersi di situazioni simili, come nel caso Madoff; è immorale, infine, che quest'uomo sia tutt'oggi l'idolo indiscusso di moltissimi broker e operatori finanziari, al punto che, in alcune società finanziarie, sono state organizzate proiezioni private del film per gli impiegati.
Scorsese non vuole parlare di Jordan Belfort, rendendolo simpatico o umano ma, attraverso la sua storia, vuole raccontare le storture di un sistema che concentra la ricchezza nelle mani di pochi, in maniera talmente smisurata che questi non sanno letteralmente che farsene.

The Wolf of Wall Street è un film militante: la trama esilarante e i personaggi al limite del caricaturale non riescono a farci dimenticare che la storia è vera, e che i personaggi che la abitano sono realmente vissuti. Il divertimento si mescola quindi a uno sbigottimento crescente, che alla fine del film lascia lo spettatore soddisfatto ma sconcertato, spingendolo a interrogarsi su di sè e sulla società di cui fa parte perchè, come mostra l'ultima inquadratura riservata all'agente FBI, tutti, più o meno consciamente, vorrebbero essere Jordan Belfort.

****1/2

Pier