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mercoledì 17 dicembre 2025

The Smashing Machine (In pillole #35)

Imparare a perdere


Benny Safdie racconta la storia vera di Mark Kerr, lottatore di arti marziali miste, cui Dwayne Johnson presta volto e corpo, raccontandone la forza fisica e la fragilità emotiva. La prestazione di Johnson è il principale elemento di interesse in quello che, per il resto, è un solido film sportivo, molto tradizionale nell'impianto ma fotografato con un taglio semi-documentaristico che accresce l'impatto di alcune scene.

Il film ha il anche il pregio di non raccontare una classica parabola di caduta-redenzione-rinascita, ma quella di un'accettazione della sconfitta come parte della vita. Questa parabola è comunque presente grazie alle vicende di Mark Coleman, amico e collega di Kerr che invece la segue perfettamente. Safdie dà centralità alla storia di Coleman per far emergere per contrasto la particolarità di quella meno convenzionale di Kerr. 

Il risultato è un film che non brilla per originalità - visto il regista era forse lecito aspettarsi qualcosa di più - ma funziona a livello narrativo ed emotivo grazie a una solida e sorprendente prova del suo protagonista, messo al centro della vicenda senza spettacolarizzazione o tentativi di mimesi da actor studio, ma con un realismo che colpisce e contribuisce a costruire una morale non scontata su cosa significhi "vincere" nello sport e nella vita.

*** 1/2

Pier

martedì 2 settembre 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #4

Quarto telegramma da Venezia, tra eminenze grigie con la passione per il teatro, lottatori in crisi, sequestratori con cui empatizzare, ed esperimenti che meritavano miglior sorte.


Il Mago del Cremlino (Concorso), voto 8. Come si distrugge la verità? La ricetta non è la magia, anche se il titolo sembra suggerirlo, ma una profonda conoscenza della psiche umana e dei trucchi con cui si può ingannarla. A partire dall'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, Assayas confeziona un thriller politico che racconta la caduta del Muro e l'ascesa di Vladimir Putin attraverso un dialogo/confessione tra un giornalista e Vadim Baranov, ispirato a Vladislav Surkov, eminenza grigia di Putin. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: non basta altro. Sceneggiatura stellare (con la collaborazione, e si vede, di Emmanuel Carrère), e cast perfetto, da Jude Law/Putin a Jeffrey Wright nei panni del giornalista, passando per Alicia Vikander. A brillare più di tutti è però Paul Dano, che dopo Il Petroliere torna a essere il volto innocente e seducente del Male, un sorriso disarmante che repelle e conquista allo stesso tempo.

The Smashing Machine (Concorso), voto 7.5. Benny Safdie racconta la storia vera di Mark Kerr, lottatore di arti marziali miste, cui Dwayne Johnson presta volto e corpo, raccontandone la forza fisica e la fragilità emotiva. Un solido film sportivo, fotografato con taglio semi-documentaristico, che ha il pregio di non raccontare una classica parabola di caduta-redenzione-rinascita, pur tratteggiandola di sottofondo (con la centralità data alle vicende di Mark Coleman, amico e collega di Kerr) come elemento di contrasto all'evoluzione meno convenzionale della vita di Kerr. Il risultato è un film che non brilla per originalità, ma funziona a livello narrativo ed emotivo, con una morale non scontata.

Dead Man's Wire (Fuori Concorso), voto 8. Gus Van Sant torna alla regia dopo sette anni e lo fa con una commedia-thriller tratta da una storia vera, in un'operazione che ricorda quella operata da Richard Linklater (regista tematicamente simile a Van Sant, e come lui solitamente lontano da questo genere) con Hitman, presentato due anni fa proprio a Venezia. Il film racconta l'assurda storia vera del sequestro del banchiere Richard Hall da parte di Tony Kiritsis. Raccontato con la giusta dose di humor nero, Dead Man's Wire è un'attenta esplorazione della psiche umana e di quanto poco basti per far "impazzire" un uomo probo e onesto. Van Sant esibisce una chiara e sacrosanta favorevolezza alle posizioni di Kiritsis (un ottimo Bill Skarsgard), perfetto esempio del "piccolo uomo" truffato dalle grandi banche e dal sistema capitalistico in generale, realizzando un film che diverte ma porta anche avanti una forte posizione politica, soprattutto di questi tempi.

Orfeo (Fuori Concorso), voto 5. Un voto di stima, perché questo pastiche di live action e animazione realizzato da Virgilio Villoresi con sguardo e fotografia espressionista ha intuizioni visive notevoli e stimolanti. Tuttavia, la trama è un guazzabuglio senza capo né coda, frutto di un adattamento pedissequo dell'opera omonima di Buzzati, che avrebbe richiesto maggior riflessione per essere resa in modo efficace su un altro medium. Non brilla nemmeno il cast (con l'eccezione di Vinicio Marchioni), che sembra essere stato scelto da un cinofilo, anziché da un cinefilo.

Pier

lunedì 2 agosto 2021

Jungle Cruise

Il ritorno del cinema d'avventura


Londra, 1916: la botanica Lily Hougton, accompagnata dal fratello MacGregor, parte per una rocambolesca avventura nella foresta amazzonica alla ricerca di un fiore di cui parlano le leggende, dalle mitiche proprietà curative. Per navigare il Rio delle Amazzoni ingaggia i servigi di Frank, proprietario di una imbarcazione sgangherata ma profondo conoscitore delle mille biforcazioni del fiume. L'avventura si rivelerà più complessa del previsto quando sulle loro tracce si metterà il principe tedesco Joachim e, soprattutto, quando la leggenda dietro il fiore si rivelerà fin troppo autentica. 

Il cinema d'avventura è un genere che sembrava morto e sepolto: esploratori e affini, dopo aver conosciuto il loro momento di gloria con le serie di Indiana Jones e All'inseguimento della pietra verde, e aver vissuto un ottimo revival "per ragazzi" con la serie de La mummia, sembravano passati di moda. 
Jungle Cruise raccoglie l'eredità dell'ultimo filone e si rivela una lieta sorpresa che riesce nell'impresa di resuscitare e rilanciare il genere, azzeccandone in pieno gli ingredienti principali: personaggi interessanti e carismatici, scrittura brillante, avventura fatta di continui pericoli superati, spesso in modo rocambolesco, grazie ad astuzia, abilità, e sprezzo del pericolo. Ispirato, come già I pirati dei Caraibi (altra saga che aveva rilanciato un genere, quello dei pirati, che sembrava superato), da un'attrazione di Disneyland, il film tradisce la sua origine ma riesce a sfruttarla per raccontare un'avventura sul fiume con ingredienti di screwball comedy, un mix che non si vedeva dai tempi di un capolavoro come La regina d'Africa

La sceneggiatura è perfetta per il genere: dialoghi brillanti, avventure ai limite dell'incredibile che uniscono fatti storici con un tocco di fantastico, e un colpo di scena per una volta davvero azzeccato. Jaumie Collet-Serra è efficace nel mettere le sue doti di regista di cinema d'azione al servizio della sceneggiatura con una direzione degli attori che ne fa risaltare le capacità comiche, un montaggio serrato che dà al film un ottimo ritmo, un uso della CGI efficace (anche se debitore dell'estetica de I pirati dei Caraibi), e una fotografia che ha il coraggio di "fermarsi" durante alcune delle scene d'azione, mettendo in luce le doti atletiche di Dwayne Johnson.

Johnson offre probabilmente una delle sue prove migliori, donando al suo personaggio quel fascino da simpatica canaglia che aveva già esibito efficacemente, seppur solo a livello vocale, in Oceania, e divertendo e divertendosi anche quando si lancia in improbabili freddure e giochi di parole. A brillare più di tutti, però, è Emily Blunt: il suo sorriso e il suo sguardo strafottente bucano lo schermo, i suoi tempi comici sono eccezionali, il suo humor inglese (il film va, se possibile, visto in inglese) contrasta perfettamente con l'americanissimo Johnson. La sua Dottoressa Houghton è senza ombra di dubbio uno dei personaggi femminili migliori del genere, ed eclissa le sue epigone di tempi più recenti, saga della Mummia in testa, per personalità e carisma.

Jungle cruise è un film divertente, senza pensieri e senza alcuna pretesa se non quella di intrattenere e, perché no, far viaggiare la nostra mente - l'ideale, forse, per questo momento storico. Chi scrive auspica che possa essere anche il primo capitolo di una nuova saga che ha il potenziale di resuscitare un genere che, pur avendo come target di riferimento i ragazzi, è in grado di offrire risate e divertimento di qualità anche agli adulti. Se la saga continuerà (e gli incassi, in tal senso, sembrano promettere bene) dovrà però alzare l'asticella della creatività, puntando verso nuovi territori narrativi ed espressivi: ma si parte da radici solide.

****

Pier 

giovedì 29 dicembre 2016

Oceania

Sulle spalle dei giganti




Vaiana è la giovane principessa di un'isola della Polinesia. Da sempre attratta dal mare, si scontra con i divieti alla navigazione imposti dal padre. Quando una misteriosa carestia si abbatterà sull'isola, tuttavia, toccherà a lei prendere il largo per sistemare le cose: dovrà trovare Maui, il semidio del pantheon polinesiano, e aiutarlo a riportare a Te Fiti, dea della Natura, il cuore che egli le ha sottratto secoli fa.

Ron Clements e John Musker sono stati i registi simbolo del cosiddetto Rinascimento Disney dei primi anni Novanta. I due hanno infatti firmato la regia di successi di pubblico e critica come La sirenetta, Aladdin, ed Hercules. Nonostante il successo, Clements e Musker hanno sempre dimostrato un'inesauribile desiderio di innovare il loro linguaggio filmico e, in generale, di testare i limiti dell'animazione. Questo li ha portati a realizzare un film come Il pianeta del tesoro, profondamente lontano dai canoni Disney e, forse per questo, penalizzato dal pubblico, nonché quello che è stato il (meraviglioso) canto del cigno dell'animazione tradizionale made in Disney, quel La Principessa e il Ranocchio che, pur ammantato dei classici stilemi dell'animazione disneyana, li reinventava con delicatezza e poesia.

Oceania (Moana in originale) costituisce la summa dei precedenti esperimenti della coppia, un punto di arrivo e (speriamo) di partenza per portare l'animazione Disney al livello successivo senza però perdere di vista quegli elementi che l'hanno resa grande. In Oceania ritroviamo la principessa con un sogno, le canzoni, gli animali da compagnia, e altri archetipi che fanno parte delle storie della casa di Topolino fin dal 1939, anno di realizzazione di Biancaneve e i sette nani. Allo stesso tempo, tuttavia, il film si discosta profondamente dalla tradizione: la storia d'amore, già marginale in Frozen, è qui del tutto assente; la storia non è ispirata a una fiaba, ma alla mitologia polinesiana; la spalla di Vaiana, Maui, non costituisce solo il classico alleggerimento comico, ma ha un suo personale arco narrativo, legato eppure indipendente da quello della protagonista; l'animale da compagnia che accompagna il viaggio di Vaiana è un pollo muto e inespressivo, erede più della comicità di Buster Keaton che della tradizione Disney (e quello che sembra il classico "animale Disney", il porcellino amico della protagonista, viene abbandonato dopo pochi minuti di film).

Clements e Musker mescolano tradizioni diverse, creando un buon amalgama che riesce nell'impresa più difficile: creare qualcosa di nuovo all'interno degli stringenti paletti della Disney, che ha pur sempre l'esigenza di "salvaguardare" il marchio e accontentare i gusti del pubblico. I due registi si muovono con fantasia e creatività all'interno dei limiti impostigli, e riescono a realizzare un film che diverte e, al tempo stesso, porta in avanti la narrativa e la tradizione visiva disneyana. Particolarmente riuscita, in questo senso, è la decisione di fare del mare e, più in generale, della natura un personaggio attivo, e non solo lo sfondo delle avventure della protagonista, creando momenti di comicità e riflessione che sarebbero stati impossibili con un approccio più convenzionale. I registi, alla prima esperienza con la computer grafica, sfruttano appieno le potenzialità del mezzo, rinunciando al fotorealismo della Pixar per privilegiare quel look "da cartone animato" che è alla base dei principi dell'animazione Disney, secondo un'ottica in cui il racconto e l'espressività, piuttosto che il realismo, sono al primo posto. Allo stesso tempo, tuttavia, è impossibile non notare come Oceania sia il primo film in cui sia la protagonista che i personaggi di contorno hanno un corpo e delle proporzioni "normali", e non le irreali misure che spesso hanno attirato critiche alla Disney: la scelta di uscire dalla fiaba per "calarsi" nel mondo reale, per quanto popolato di creature mitiche, porta giustamente con sé un aggiustamento visivo che si spera possa diventare una lezione per i film futuri.

Le musiche, composte da Mark Mancina con Lil-Manuel Miranda e Opetaia Foa'i, sono un innovativo mix di generi e tradizioni musicali diverse, che spaziano dal classico "I want moment" disneyano (How far I'll go) ai suoni del Pacifico del Sud (We know the way), a pezzi più swing degni del Genio di Aladdin (You're welcome, cantata dal sorprendente Dwayne Johnson/The Rock), al pop sperimentale di David Bowie (Shiny, forse il pezzo più originale di tutti per sonorità). La colonna sonora è forse l'elemento migliore del film, e non presenta punti morti come invece accadeva in Frozen, dove ad alcune canzoni eccellenti se ne alternavano altre decisamente dimenticabili.

Oceania è una bella scommessa vinta da quelli che sono forse gli ultimi testimoni dell'animazione "classica", di cui riescono a salvaguardare i principi pur rinunciando al mezzo che li ha resi celebri, attuando un'operazione simile a quella con cui John Lasseter, ormai 21 anni fa, riuscì a portare al successo il primo film realizzato in computer grafica, Toy Story. Oceania non può ovviamente essere altrettanto rivoluzionario, ma riesce comunque a rinnovare un genere, quello della "fiaba di formazione" che nemmeno sette anni fa tutti davano per morto, indulgendo anche in perfetti momenti di autoparodia e citazionismo. L'animazione disneyana è invece viva e vegeta, e speriamo possa allietarci per molti anni ancora.

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Pier