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giovedì 11 luglio 2019

Spider-Man: Far From Home

L'arrivo delle grandi responsabilità


Peter Parker torna alla sua vita da adolescente, ma tutto è cambiato: Tony Stark è morto, lasciando il mondo e Peter con un vuoto emotivo difficilmente colmabile. A distrarlo dai suoi tormenti arriva una gita scolastica in Europa e, soprattutto, i suoi mutati sentimenti verso MJ. Deciso a dichiararsi durate la vacanza, Peter si troverà invece a dover gestire una nuova minaccia, delle misteriose creature chiamate Elementali, provenienti da un'altra dimensione. Ad aiutarlo, oltre al solito Nick Fury, un misterioso viaggiatore interdimensionale: Quentin Beck, detto Mysterio.

Dopo il fortunato esordio in Spiderman: Homecoming e i drammatici eventi di Endgame, Tom Holland torna a vestire i panni dell'Uomo Ragno in un sequel che comincia a mettere a dura prova il confine tra la sua vita privata e le attività da supereroe. La morte di Tony Stark, mentore e figura paterna per il ragazzo, costringe infatti Peter Parker a iniziare a prendersi quelle responsabilità che fino a quel momento aveva evitato, gettandosi nell'avventura più per amore del rischio e dell'adrenalina che perché guidato da una vera e propria missione.

Quando Nick Fury lo mette di fronte alle "grandi responsabilità" che derivano dai suoi poteri, la prima reazione di Peter è di negazione: non vuole che la missione gli rovini la vacanza e i suoi piani con MJ, ma soprattutto non vuole accettare il ruolo che Fury e lo stesso Stark sembrano volergli assegnare. Il film è dunque pervaso toni da commedia adolescenziale, con Peter, MJ e compagni che attraversano tutte le fasi delle schermaglie amorose liceali. Nonostante sia ovviamente meno spettacolare rispetto ad altri punti del film, questo elemento del film funziona grazie a una buona scrittura e all'ottima chimica tra Tom Holland e Zendaya, che danno vita a molte divertenti sequenze da commedia degli equivoci.

Gli amori adolescenziali, tuttavia, devono cedere il passo alla realtà e alla nuova minaccia contro la Terra: il resto del film si focalizza quindi sul percorso di crescita di Peter e sulla sua accettazione del suo posto nel mondo. Il Ragazzo Ragno inizialmente crede di trovare un nuovo modello di riferimento nel misterioso Quentin Beck, giunto da un universo parallelo per combattere gli Elementali che hanno già distrutto la sua Terra.
La situazione si rivela in realtà più complessa, come chiunque conosca i fumetti può facilmente immaginare, ed è qui che il film prende il volo: il rapporto tra Quentin e Peter e la figura di Quentin in generale sono tra le cose più originali viste nell'universo cinematografico Marvel (anche se, ironicamente, riprendono una delle poche intuizioni azzeccate di Iron Man 3) e aprono molteplici possibilità per il futuro, subito concretizzate in una scena post titoli di coda semplicemente mozzafiato.

Per il resto, il film ha lo spirito di un'avventura di Jules Verne, tra città esotiche (per il pubblico statunitense), situazioni al limite dell'incredibile, scene d'azione coreografate alla perfezione, e una riuscita scanzonatura di fondo che permette al film di risultare sempre fresco e vivace, nonostante un inizio un po' rallentato da tutti i topoi del genere "gita scolastica liceale".

Se Tom Holland è ancora una volta semplicemente perfetto nei panni di Peter Parker, Jake Gyllenhaal brilla in quello di Mysterio, rendendo alla perfezione le mille sfaccettature del personaggio, aiutato anche da un eccellente scrittura. Accanto a loro un esercito di caratteristi d'eccezione, tra cui si distinguono Jon Favreau nei panni di Happy Hogan, sorta di contraltare adulto e senza poteri ai tormenti amorosi del giovane Peter, e Marisa Tomei, sempre più convincente nella versione ringiovanita di Zia May.

Spiderman: Far From Home costituisce un originale e importante capitolo nell'evoluzione dell'Uomo Ragno sullo schermo. Dal film emerge un Peter Parker più sfaccettato, maturo e interessante, a metà tra lo scavezzacollo visto fin qui nei film e il ragazzo fin troppo tormentato dal senso del dovere che conosciamo dal fumetto: un personaggio, insomma, decisamente intrigante, destinato a giocare un ruolo ancora più centrale e "drammatico" nei prossimi film dell'universo Marvel.

*** 1/2

Pier

venerdì 18 novembre 2016

Animali Notturni

La donna che morì due volte



Susan Morrow è proprietaria di una prestigiosa galleria d'arte. La sua esistenza scorre, fredda e monotona, tra le sue opere e una vita coniugale infelice, con il marito fedifrago e perennemente in viaggio. Un giorno Susan riceve un manoscritto da Edward, il suo primo marito, che le chiede di leggerlo. Il libro è un thriller, ambientato in un Texas calato in una notte che sembra non finire mai. Così, pagina dopo pagina, l'insonne Susan si trova a vivere la realtà del romanzo, e allo stesso tempo a rivivere il dolore che ha inflitto a Edward quando lo ha abbandonato.

Che cos'è un mostro? Questo sembra chiedersi, fin dalla splendida lynchiana sequenza di apertura, Animali Notturni: è un corpo sfigurato che si esibisce all'interno di un'installazione artistica? E' un gruppo di teppisti che sequestra una famiglia in viaggio nel Texas, come nel romanzo di Edward? E' Susan, che ha distrutto il cuore e la vita di Edward, abbandonandolo solo per soldi? O è Edward stesso, che decide di torturare la sua ex moglie con un romanzo di autopsicoanalisi, in cui i demoni interiori sembrano prendere vita sulla pagina?

Se la sequenza d'apertura fa pensare al Lynch di Twin Peaks, il film prosegue su toni decisamente più hitchockiani, anche se mantiene il gusto di Lynch per il ballare al confine tra reale e irreale, materiale e immateriale: quello che in Mulholland Drive era il sogno, qui è la pagina del romanzo di Edward, ambientato in un mondo calato nel sonno della ragione, dove i mostri sono tanto realistici da sembrare tangibili e reali. Attraverso una storia cruda e priva di speranza, Edward racconta alla ex moglie il suo inferno personale, trascinandola nei suoi incubi e non lasciandola più andare. Il passato diventa presente, il racconto diventa più reale del reale, in un ribaltamento di prospettiva in cui Susan muore due volte: la prima (la seconda) sulla pagina, la seconda (la prima) quando lascia Edward e sceglie il denaro al posto della felicità.

Dopo l'ottimo esordio di A single man, Ford dirige la sua opera seconda con una visione d'insieme ammirevole, in cui nulla è fuori posto e tutto si incastra a perfezione: alla fredda crudeltà della scrittura si affianca una fotografia splendida, in cui le cupe atmosfere notturne del Texas si alternano alle fredde luci dell'appartamento di Susan, per poi sprofondare in un abbagliante solleone che sembra uscito dai western di Sergio Leone, in cui ti sembra di sentire la polvere che ti avvolge e ti soffoca lentamente. Ford dirige il film con maniacale perfezionismo, in un equilibrio tra introspezione psicologica e freddezza narrativa che non può non richiamare alla mente il capolavoro di Hitchcock La donna che visse due volte. Come all'inizio del film, tuttavia, proprio quando sembra aver individuato un archetipo Ford se ne discosta con eleganza, annullando ogni pretesa di suspence (centrale, invece, per il regista inglese) per concentrarsi sulle pulsioni più animali dell'uomo, che sembra essere veramente se stesso solo nell'ombra.

Animali notturni è un film realizzato in modo superbo, che sconta solo un eccesso di freddezza e perfezione formale che fanno sì che solo raramente riesca ad emozionare. Probabilmente, però, era esattamente questo lo scopo di Ford, che non vuole coinvolgere lo spettatore, ma costringerlo ad assistere a una parata di mostri, a una seduta di psicoanalisi che, forse, è anche la sua.

****

Pier

sabato 10 settembre 2016

Venezia 2016 - Il Totoleone

Quest'anno invertiamo un po' l'ordine degli addendi, dato che oggi vedremo altri film. Quindi, andiamo con il Totoleone, e nel pomeriggio arriverà l'ultimo telegramma.

Un'edizione in cui i film migliori, per una volta, sono venuti dagli USA, con tutti i quattro i film in concorso che hanno convinto critici e pubblico.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Il predicatore messianico di Michael Silva sembra aver incantato tutti, ma la nostra scelta personale ricade su Emily Jones, che oscura la sua versione adulta Dakota Fanning nel controverso ma potente Brimstone. Possibile sorpresa il Mirko Frezza de Il più grande sogno.
Pronostico: Michael Silva, El Cristo Ciego
Scelta personale: Emily Jones, Brimstone

Coppa Volpi maschile
Sfida meno accesa che in campo femminile, con poche prestazioni che restano fissate nella memoria. Potrebbe vincere Gosling come premio di consolazione in caso La La Land non ottenesse premi, ma il favorito sembra Oscar Martinez, protagonista de El ciudadano Ilustre. La nostra scelta ricade invece sul Jake Gyllenhaal di Nocturnal Animals, splendido nel suo personaggio al confine tra realtà e finzione.
PronosticoOscar Martinez, El Ciudadano Ilustre
Scelta personaleJake Gyllenhaal, Nocturnal Animals

Coppa Volpi femminile
Qui la sfida è agguerritissima, con Amy Adams in corsa per due film, Natalie Portman chiara favorita e Monica Bellucci (On the Milky Road di Emir Kusturica) e Yuliya Vysotskaya (Paradise, di Andrej Koncaloskij) possibili sorprese. La nostra scelta ricade sulla Portman, intensissima e commovente, ma che rischia di pagare il regolamento che impedisce che il vincitore del Leone d'Oro si aggiudichi anche la Coppa Volpi.
PronosticoYuliya Vysotskaya, Paradise
Scelta personaleNatalie Portman, Jackie

Miglior Film "Orizzonti"
Il favorito sembra essere l'acclamato Boys in the Trees, che vedremo questo pomeriggio. Difficile, invece, indicare il nostro favorito: la sezione Orizzonti è forse il successo più grande della gestione Barbera, che l'ha strappata dal limbo artistoide cui l'aveva confinata Muller per restituirla al pubblico, senza però rinunciare all'autorialità. Lo scorso anno Childhood of a Leader, poi premiato, era stato un colpo di fulmine, quest'anno molti film ci sono piaciuti, anche se nessuno ci ha incantato. Alla fine, sempre aspettando Boys in the Trees, la scelta ricade sull'italiano Vannucci, autore de Il più grande sogno.
PronosticoBoys in Trees
Scelta personaleIl Più Grande Sogno

Gran Premio della Giuria
Qui il grande favorito è il filippino Lav Diaz, il cui The woman who left ha conquistato la critica. Dato che le quasi quattro ore di durata ci hanno impedito di vederlo, la nostra scelta personale ricade su Nocturnal Animals di Tom Ford.
PronosticoThe Woman Who Left
Scelta personaleNocturnal Animals

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Rapidamente: Chazelle merita qualunque premio sia assegnabile, ma non vincerà il Leone d'Oro, storicamente ostico per le grandi produzioni USA. Diviene quindi il favorito per il Leone d'Argento, che noi invece assegneremmo a Denis Villeneuve per il bellissimo Arrival.
Pronostico: Damien ChazelleLa La Land
Scelta personaleDenis Villeneuve, Arrival

Leone d'Oro
Sfida davvero accesa, in un anno di qualità davvero alta, in cui sono stati pochi i film davvero deludenti (di questa ristretta lista, purtroppo, facevano parte tutti i film italiani, con la parziale eccezione di Spira Mirabilis). Visto il presidente (Sam Mendes) e i membri della giuria, il Jackie di Pablo Larrain sembra avere il favore del pronostico, seguito a poca distanza da The Woman Who Left di Lav Diaz. Tuttavia, il nostro preferito resta La La Land, poetico e toccante come pochissimi film negli ultimi dieci anni.
Pronostico: Jackie
Scelta personale: La La Land

E' tutto, ci risentiamo più tardi per l'ultimo telegramma.

Pier

sabato 3 settembre 2016

Telegrammi da Venezia 2016 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia per seguire il festival.
Cominciamo con le recensioni dei film visti nei primi due giorni:



La La Land (Concorso), voto 9. Non è più tempo di musical, o forse sì: dopo il successo di Whiplash, Damien Chazelle realizza un musical solo apparentemente classico, che in realtà usa in modo geniale il genere per esplorare il rapporto tra verità e finzione, tra realtà e sogno. Sequenza d'apertura da Oscar istantaneo.

Les Beaux Jours d'Aranjeuz (Concorso), voto 3. Wim Wenders torna alla Mostra con un film insulso, un non-film, sicuramente l'opera peggiore della sua cinematografia. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

The Light Between Oceans (Concorso), voto 5.Premessa: questo film è un melò, e chi scrive detesta i melò. Tuttavia, il film non brilla per originalità visiva né narrativa, e manca di ritmo. Riesce però, a tratti, a emozionare, grazie soprattutto alle ottime prove di Fassbender e della Vikander.

Arrival (Concorso), voto 8. Decenni dopo Incontri ravvicinati del terzo tipo, finalmente un film di fantascienza torna a occuparsi del potere del linguaggio, dell'incontro-scontro con una civiltà aliena, anziché solo dello scontro. Villeneuve dirige con piglio autoriale un'opera dal buon potenziale commerciale, realizzando un film che intrattiene e fa riflettere.

El Cristo Ciego (Concorso), voto 6.5.Interessante opera prima del cileno Christopher Murray, il film esplora il ruolo della fede nel mondo di oggi, quello della morte di Dio e della crisi dei valori. Il viaggio di un ragazzo attraverso il deserto diventa catartico per lui e per altri, grazie non alla forza dei miracoli ma a quella delle parole. Il ritmo non è elevato, ma il film stimola alla riflessione.

Nocturnal Animals (Concorso), voto 7.5. Tom Ford ritorna al Lido dopo il suo film d'esordio, A single man, e lo fa con un thriller che si apre con una sequenza lynchiana per poi scivolare in atmosfere hitchcockiane, in cui il rapporto tra vicenda reale e vicenda romanzesca si compenetrano e sembrano quasi influenzarsi a vicenda. Meno stimolante a livello visivo del film d'esordio, ma con una solidità narrativa e una capacità di suspense sorprendenti.

King of the Belgians (Orizzonti), voto 7. Creativo mockumentary che racconta con toni comici e grotteschi l'immaginario tentativo del re del Belgio di tornare al suo paese sull'orlo di una secessione. Impossibilitato a lasciare la Turchia in aereo per via dell'eruzione di un vulcano islandese, il re affronterà un'odissea attraverso i Balcani, usando i mezzi più improbabili nel tentativo di tornare a casa.

Pier

martedì 3 maggio 2011

Source Code

Tecnologia e (poca) etica



Colter Stevens, pilota di elicottero impegnato nella guerra in Iraq, si risveglia in un treno senza sapere come ci sia finito. In tasca trova i documenti di uno sconosciuto, l'insegnate Sean Fentress, con cui i suoi compagni di viaggio sembrano identificarlo. Mentre cerca di capire cosa sia successo espolode una bomba, che uccide lui e moltissimi alti passeggeri. Al suo risveglio si ritrova in una specie di capsula, dove una donna da uno schermo lo informa che non è morto e che tra poco sarà di nuovo trasferito sul treno: il suo compito è scoprire l'autore dell'attentato per evitare che colpisca ancora. La sua missione è top secret, e il nome in codice è : Source Code, lo stesso della tecnologia che permette al capitano di tornare sul treno 8 minuti prima dell'esplosione.

Dopo lo splendido esordio di Moon, Duncan Jones torna con un altro fantascientifico a basso costo (anche se il budget è certamente maggiore di quello della sua prima prova), ma gli conferisce un taglio decisamente diverso, pur mantenendo dei punti in comune. Se Moon era infatti una riflessione sulla solitudine e l'isolamento dell'uomo nello spazio, avendo come unica compagnia la tecnologia, Source Code vede la tecnologia come un mezzo per salvare persone e modificare la realtà e il corso degli avvenimenti.
La missione del capitano Stevens sfrutta una tecnologia sconosciuta, le cui potenzialità non sono del tutto chiare nemmeno ai suoi stessi creatori. Si può modificare il passato? Questo il dubbio che attanaglia il capitano, e con lui lo spettatore, fino alla risoluzione della vicenda.

Il film ha un ritmo eccellente, e strizza apertamente l'occhio a Matrix e Inception, studiando le potenzialità della mente umana e le opportunità inesplorate che essa ancora offre. Jones sceglie la forma del thriller, creando attesa e suspence senza dover ricorrere a scene di inseguimento mozzafiato, ma semplicemente sfruttando e modulando a suo piacere il tempo. Gli otto minuti offerti al colonnello Stevens sono un limite ma anche una possibilità, un universo inesplorato e malleabile che il colonnello può rivivere di volta in volta, correggendo gli errori come se si trovasse in un videogioco. La fotografia è molto ben curata e contribuisce a creare quell'atmosfera sempre sospesa tra sogno e realtà che è la caratteristica principale del film.

Jake Gyllenhaal offre il suo volto al capitano Stevens, e offre una prova di sostanza, non memorabile ma comunque efficace per quello che il ruolo richiede. Vera Farmiga è la sua interlocutrice su schermo, così come Gertie era quello di Sam Rockwell in Moon. La sua prova è volutamente sottotono ma di grande spessore, e contribuisce ad accrescere la suspence generata dal film.

Source Code affronta il tema dell'etica della tecnologia, interrogandosi sui limiti che questa non dovrebbe oltrepassare per non diventare disumana. In Moon, tuttavia, questo tema era affrontato con maggiore profondità e introspezione, mentre qui resta solo abbozzato e concentrato in una parte del film, senza pervaderlo per intero come accadeva nell'opera precedente.

Source Code è un thriller di buon livello, con un ritmo eccellente e una sceneggiatura non banale. Manca però di quella profondità che aveva reso Moon una delle rivelazioni della scorsa stagione cinematografica, e penetra solo superficialmente anche nel cuore dello spettatore.

***

Pier

giovedì 3 giugno 2010

Prince of Persia - Le sabbie del tempo

Cappa e spada in salsa videogame



Antica Persia. Dastan è un orfano che ha avuto la fortuna di essere adottato dal re, e ora combatte valorosamente per le sue armate. Dopo la conquista di una città sacra, il re muore dopo aver indossato una veste donatagli da Dastan e questi è ingiustamente accusato del suo omicidio. Riesce a fuggire, portando con sè un pugnale magico, dotato della capacità di riavvolgere il tempo. Lo accompagna Tamina, principessa della città conquistata e custode segreta del pugnale, decisa a tutto pur di riprenderlo.

L'accoppiata Disney-Bruckheimer ci riprova, dopo il successo di pubblico e critica dei Pirati con Johnny Depp e quello di pubblico (ma non di critica) del cacciatore di tesori Cage.
Questa volta il soggetto è il celeberrimo videogioco Prince of Persia, con Jake Gyllenhaal a dare viso e muscoli a Dastan.
Il film mescola le atmosfere orientali con i grandi classici hollywoodiani di cappa e spada: il risultato sono quasi due ore di puro divertimento, in cui i duelli verbali si alternano perfettamente con quelli a colpi di scimitarra, i protagonisti risolvono misteri su misteri e nemici ed amici si scambiano e si confondono di continuo.

Memorabile in questo senso il personaggio di Alfred Molina, astuto mercante arabo che ricorda da vicino il suo omologo della saga di Indiana Jones. Le sue apparizioni contribuiscono a creare i momenti migliori del film, tra struzzi da corsa e schiavi lanciatori di coltelli, e sopperiscono allo scarsa vena comica del personaggio principale, lontano anni luce dallo Jack Sparrow della serie caraibica.

Regista e sceneggiatori non si risparmiano nulla, e così compaiono anche Setta degli Assassini, tempeste di sabbia e tesori nascosti: tutto contribuisce a creare uno spettacolare carrozzone visivo, che non è certo un capolavoro ma ha il pregio di non annoiare mai e di tenere sempre lo spettatore con il fiato sospeso.
Un blockbuster di ottima fattura insomma, fatto per divertire e stupire e che raggiunge in pieno il suo scopo. State al gioco, vi appassionerà.

***1/2

Pier