Puntata speciale di Nuovo Cinema Paravirus, dedicata al "dietro le quinte" del cinema.
Il genere di oggi sono quindi i cosiddetti "meta-film", ovvero i film che raccontano la produzione e la creazione di altri film, veri o fittizi.
I tre film segnalati sono:
1) Cantando sotto la pioggia (disponibile a noleggio su vari servizi). Un capolavoro assoluto, che racconta il passaggio dal muto al sonoro, dalla vecchia alla nuova Hollywood, ma anche l'importanza del sogno, dell'ambizione, e della resilienza. Stanley Donen (qui il nostro speciale su di lui) realizza un film indimenticabile, che racconta la storia del cinema e, nel farlo, entra a farne parte.
2) Tropic Thunder (disponibile su Prime Video). Un capolavoro di comicità demenziale, una parodia dello star system hollywoodiano irresistibile, irriverente, imperdibile.
3) Hugo Cabret (disponibile a noleggio su vari servizi). Un film che è come un orologio antico: i meccanismi non sono sempre perfetti, a volte si inceppano ma, una volta aperto, rivela al suo interno una perfezione e una bellezza tale che è impossibile non restarne rapiti e affascinati. Qui la recensione completa.
Tenete gli occhi aperti per il prossimo speciale di Nuovo Cinema Paravirus. Coming soon!
Pier
Visualizzazione post con etichetta Ben Kingsley. Mostra tutti i post
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domenica 17 maggio 2020
sabato 4 maggio 2013
Iron Man 3
Problem Child
Dopo gli eventi di New York narrati in "The Avengers", Tony Stark non è più lo stesso. Soffre di insonnia, ha frequenti attacchi di panico, e soprattutto non riesce più a separare la sua vita da quella di Iron Man, sviluppando un rapporto morboso con le sue armature. La minaccia del Mandarino, un terrorista che vuole rieducare l'Occidente e sovvertire le loro regole, lo costringe a fare i conti con se stesso, cercando di localizzare il nemico e di capire la tecnica con cui realizza i suoi improvvisi e devastanti attentati.
Il terzo capitolo di Iron Man ci presenta un Tony Stark incerto e nervoso, la cui spacconeria tradisce per la prima volta una forte insicurezza di fondo. Seguendo le orme dell'ultimo Batman di Nolan, Tony appare per quasi tutto il film senza armatura, e si districa nella rete del Mandarino grazie a gadget improvvisati, intuizioni da detective e l'aiuto di un bambino tanto molesto quanto brillante. Il bambino, tuttavia, rappresenta anche il maggior difetto del film, il "problem child" cantato dagli AC/DC (per la prima volta inopinatamente assenti dalla colonna sonora di Iron Man) che rende inefficace il tentativo di approfondimento del personaggio: il suo inserimento nella storia è posticcio, e sembra solo destinato a rendere il film più appetibile per le famiglie, come suggerito magistralmente da Leo Ortolani in questa recensione a fumetti. Le scene che lo vedono protagonista, per quanto a volte divertenti (esilarante lo scambio "siamo connessi" tra lui e Tony), risultano avulse dal resto della trama, che punta invece forte sull'introspezione di Tony Stark e delle sue nevrosi, e finiscono per depotenziare l'intenzione di rendere il personaggio più profondo e tridimensionale.
Se la regia non convince, la trama scorre invece rapida e sicura verso la conclusione, alternando colpi di scena e messaggi non banali grazie anche a dei villains azzeccati e alla solita superba interpretazione di Robert Downey Jr, la cui identificazione con Tony/Iron Man è ormai totale. Accanto a lui brillano una sempre efficace Gwyneth Paltrow, ma soprattutto un Ben Kingsley trasformista e istrionico, in grado di rappresentare al meglio le mille sfumature attribuite al personaggio del Mandarino, molto diverso da quello del fumetto.
Iron Man 3 prosegue l'epopea dell'eroe dall'armatura bionica, inserendosi efficacemente nel solco tracciato dai primi due film e, soprattutto, da The Avengers. Tuttavia, il tentativo di approfondire il personaggio, pur lodevole, viene vanificato dall'infantilità di alcuni momenti della trama, rendendo meno accettabile per gli appassionati l'accantonamento della dimensione baraccona e smargiassa che aveva caratterizzato i film precedenti. Il film rimane comunque godibile, e sembra preparare il terreno per un ulteriore sequel.
**1/2
Pier
Dopo gli eventi di New York narrati in "The Avengers", Tony Stark non è più lo stesso. Soffre di insonnia, ha frequenti attacchi di panico, e soprattutto non riesce più a separare la sua vita da quella di Iron Man, sviluppando un rapporto morboso con le sue armature. La minaccia del Mandarino, un terrorista che vuole rieducare l'Occidente e sovvertire le loro regole, lo costringe a fare i conti con se stesso, cercando di localizzare il nemico e di capire la tecnica con cui realizza i suoi improvvisi e devastanti attentati.
Il terzo capitolo di Iron Man ci presenta un Tony Stark incerto e nervoso, la cui spacconeria tradisce per la prima volta una forte insicurezza di fondo. Seguendo le orme dell'ultimo Batman di Nolan, Tony appare per quasi tutto il film senza armatura, e si districa nella rete del Mandarino grazie a gadget improvvisati, intuizioni da detective e l'aiuto di un bambino tanto molesto quanto brillante. Il bambino, tuttavia, rappresenta anche il maggior difetto del film, il "problem child" cantato dagli AC/DC (per la prima volta inopinatamente assenti dalla colonna sonora di Iron Man) che rende inefficace il tentativo di approfondimento del personaggio: il suo inserimento nella storia è posticcio, e sembra solo destinato a rendere il film più appetibile per le famiglie, come suggerito magistralmente da Leo Ortolani in questa recensione a fumetti. Le scene che lo vedono protagonista, per quanto a volte divertenti (esilarante lo scambio "siamo connessi" tra lui e Tony), risultano avulse dal resto della trama, che punta invece forte sull'introspezione di Tony Stark e delle sue nevrosi, e finiscono per depotenziare l'intenzione di rendere il personaggio più profondo e tridimensionale.
Se la regia non convince, la trama scorre invece rapida e sicura verso la conclusione, alternando colpi di scena e messaggi non banali grazie anche a dei villains azzeccati e alla solita superba interpretazione di Robert Downey Jr, la cui identificazione con Tony/Iron Man è ormai totale. Accanto a lui brillano una sempre efficace Gwyneth Paltrow, ma soprattutto un Ben Kingsley trasformista e istrionico, in grado di rappresentare al meglio le mille sfumature attribuite al personaggio del Mandarino, molto diverso da quello del fumetto.
Iron Man 3 prosegue l'epopea dell'eroe dall'armatura bionica, inserendosi efficacemente nel solco tracciato dai primi due film e, soprattutto, da The Avengers. Tuttavia, il tentativo di approfondire il personaggio, pur lodevole, viene vanificato dall'infantilità di alcuni momenti della trama, rendendo meno accettabile per gli appassionati l'accantonamento della dimensione baraccona e smargiassa che aveva caratterizzato i film precedenti. Il film rimane comunque godibile, e sembra preparare il terreno per un ulteriore sequel.
**1/2
Pier
venerdì 3 febbraio 2012
Hugo Cabret
L'infantile capacità di sognare
Parigi, anni '30. Hugo è un orfano che vive all'interno della stazione di Montparnasse, dove si occupa della manutenzione e del funzionamento degli orologi. Il suo unico amico è un misterioso automa, lasciatogli dal padre, che cerca disperatamente di riparare. Proprio per procurarsi alcuni pezzi di ricambio arriva a rubare nel negozio di giocattoli di Nonno Georges, un anziano burbero e scontroso che, come il piccolo Hugo, nasconde un segreto insospettabile. Il loro incontro scatenerà una serie di eventi che aiuteranno entrambi a scendere a patti con il proprio passato.
Fin dalle prime sequenze, Hugo Cabret rivela una sorprendente creatività visiva e registica. Nel giro di dieci minuti si susseguono un piano sequenza "virtuale", che sfrutta le tecniche digitiali per portarci a spasso per Parigi, fino alla stazione di Montparnasse, con un approccio che sarebbe piaciuto a Orson Welles, e un magistrale piano sequenza "reale", in cui vediamo il piccolo Hugo muoversi nel suo mondo segreto all'interno della stazione, scoprendo di volta in volta una nuova, piccola meraviglia. Scorsese approccia il suo primo film per bambini con un'infantile voglia di stupire, regalando trovate visive in ogni momento del film, sia in quelle più dinamiche, sia in quelle più statiche come le visite in biblioteca, vero e proprio castello del sapere, immenso e stupefacente nella sua semplicità.
Il film è un inno alla giovinezza, all'infanzia, a quei primordi della nostra vita caratterizzati dall'amore per la scoperta, l'esplorazione e l'avventura. La storia di Hugo corre in parallelo con quella del cinema, raccontata attraverso la vita e le opere di George Melies, mago, illusionista, e primo grande talento visivo della settima arte. Sue le invenzioni dei primi effetti speciali, dei primi trucchi, delle prime opere in grado di far sognare e non solo di descrivere, attraverso l'uso di immagini sofisticate (per l'epoca) e di un gusto per il fantastico ambizioso e visionario. Il cinema diviene così il vero protagonista del film, che ci accompagna in un viaggio tra le creazioni di Melies e tra altre mille suggestioni, tra cui un automa che non può non ricordare la Metropolis di Fritz Lang.
Scorsese dedica una grande attenzione agli spazi,che da luoghi reali diventano la sede dei giochi e delle avventure di giovani e adulti: la stazione diventa così un dedalo di cunicoli e passaggi segreti, la biblioteca un mondo da esplorare, un set cinematografico un castello di vetro controllato da un mago con la passione per lo stupore. In questo senso la fotografia di Robert Richardson e le scenografie di Dante Ferretti diventano un valore aggiunto che, attraverso un sapiente uso della luce, riesce a conferire ad ogni singolo ambiente e ad ogni situazione un'atmosfera specifica e unica, che lo caratterizza e lo rende vivo, quasi uno dei personaggi della storia
La forza visiva del film è tale che gli si perdonano alcune lungaggini evitabili, una trama esile che stenta a decollare, se non nel finale, e la scarsa attenzione dedicata ai dialoghi dei ragazzi, spesso un po' troppo artefatti. La forza del film è supportata dalla meravigliosa prova di Ben Kingsley nella parte del giocattolaio-regista, reliquia di un tempo che sembra sparito e, allo stesso tempo, precursore di un mondo che deve ancora venire. Intorno a lui e ai due giovani protagonisti si muove un gruppo di caratteristi eccezionali, tra cui spicca Sasha Baron Cohen nel ruolo di un implacabile capostazione che sembra uscito da un racconto di Dickens.
Hugo Cabret è come un orologio antico: i meccanismi non sono sempre perfetti, a volte si inceppano ma, una volta aperto, rivela al suo interno una perfezione e una bellezza tale che è impossibile non restarne rapiti e affascinati. Il 3D è, per una volta, un valore aggiunto, che arricchisce ulteriormente la fiaba di Scorsese, un omaggio al cinema che scalda il cuore e regala alcuni momenti di pura poesia.
***1/2
Pier
Parigi, anni '30. Hugo è un orfano che vive all'interno della stazione di Montparnasse, dove si occupa della manutenzione e del funzionamento degli orologi. Il suo unico amico è un misterioso automa, lasciatogli dal padre, che cerca disperatamente di riparare. Proprio per procurarsi alcuni pezzi di ricambio arriva a rubare nel negozio di giocattoli di Nonno Georges, un anziano burbero e scontroso che, come il piccolo Hugo, nasconde un segreto insospettabile. Il loro incontro scatenerà una serie di eventi che aiuteranno entrambi a scendere a patti con il proprio passato.
Fin dalle prime sequenze, Hugo Cabret rivela una sorprendente creatività visiva e registica. Nel giro di dieci minuti si susseguono un piano sequenza "virtuale", che sfrutta le tecniche digitiali per portarci a spasso per Parigi, fino alla stazione di Montparnasse, con un approccio che sarebbe piaciuto a Orson Welles, e un magistrale piano sequenza "reale", in cui vediamo il piccolo Hugo muoversi nel suo mondo segreto all'interno della stazione, scoprendo di volta in volta una nuova, piccola meraviglia. Scorsese approccia il suo primo film per bambini con un'infantile voglia di stupire, regalando trovate visive in ogni momento del film, sia in quelle più dinamiche, sia in quelle più statiche come le visite in biblioteca, vero e proprio castello del sapere, immenso e stupefacente nella sua semplicità.
Il film è un inno alla giovinezza, all'infanzia, a quei primordi della nostra vita caratterizzati dall'amore per la scoperta, l'esplorazione e l'avventura. La storia di Hugo corre in parallelo con quella del cinema, raccontata attraverso la vita e le opere di George Melies, mago, illusionista, e primo grande talento visivo della settima arte. Sue le invenzioni dei primi effetti speciali, dei primi trucchi, delle prime opere in grado di far sognare e non solo di descrivere, attraverso l'uso di immagini sofisticate (per l'epoca) e di un gusto per il fantastico ambizioso e visionario. Il cinema diviene così il vero protagonista del film, che ci accompagna in un viaggio tra le creazioni di Melies e tra altre mille suggestioni, tra cui un automa che non può non ricordare la Metropolis di Fritz Lang.
Scorsese dedica una grande attenzione agli spazi,che da luoghi reali diventano la sede dei giochi e delle avventure di giovani e adulti: la stazione diventa così un dedalo di cunicoli e passaggi segreti, la biblioteca un mondo da esplorare, un set cinematografico un castello di vetro controllato da un mago con la passione per lo stupore. In questo senso la fotografia di Robert Richardson e le scenografie di Dante Ferretti diventano un valore aggiunto che, attraverso un sapiente uso della luce, riesce a conferire ad ogni singolo ambiente e ad ogni situazione un'atmosfera specifica e unica, che lo caratterizza e lo rende vivo, quasi uno dei personaggi della storia
La forza visiva del film è tale che gli si perdonano alcune lungaggini evitabili, una trama esile che stenta a decollare, se non nel finale, e la scarsa attenzione dedicata ai dialoghi dei ragazzi, spesso un po' troppo artefatti. La forza del film è supportata dalla meravigliosa prova di Ben Kingsley nella parte del giocattolaio-regista, reliquia di un tempo che sembra sparito e, allo stesso tempo, precursore di un mondo che deve ancora venire. Intorno a lui e ai due giovani protagonisti si muove un gruppo di caratteristi eccezionali, tra cui spicca Sasha Baron Cohen nel ruolo di un implacabile capostazione che sembra uscito da un racconto di Dickens.
Hugo Cabret è come un orologio antico: i meccanismi non sono sempre perfetti, a volte si inceppano ma, una volta aperto, rivela al suo interno una perfezione e una bellezza tale che è impossibile non restarne rapiti e affascinati. Il 3D è, per una volta, un valore aggiunto, che arricchisce ulteriormente la fiaba di Scorsese, un omaggio al cinema che scalda il cuore e regala alcuni momenti di pura poesia.
***1/2
Pier
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