Tra Oscar e inutilità
Francia, 1821. Jean Valjean ha trascorso 19 anni in carcere per avere rubato un pezzo di pane. Dopo essere stato finalmente rilasciato, cerca ospitalità presso un'abbazia, da cui ruba alcuni preziosi oggetti d'argento. Quando viene catturato, le guardie lo portano davanti all'abate perchè riconosca il furto, ma questi sostiene invece di aver regalato gli oggetti a Jean, salvandolo dal ritorno in carcere. Questo produrrà un cambiamento nell'ex galeotto, che userà gli oggetti d'argento per iniziare una nuova vita onesta. Sulle sue tracce, tuttavia, si metterà Javert, inflessibile e implacabile ispettore di polizia, convinto dell'impossibilità della redenzione di un malvivente.
La trasposizione in musical dell'immortale opera di Victor Hugo è stata un clamoroso successo teatrale, prima nel West End e poi a Broadway. Tom Hooper, fresco vincitore dell'Oscar per Il Discorso del Re, ha deciso di accettare la sfida posta dalla trasposizione cinematografica di un musical quasi interamente cantato, in costume e con un forte carattere melodrammatico. La scommessa viene vinta solo in parte: la trasposizione è probabilmente la migliore possibile, con una regia fortemente empatica, che insiste sui personaggi con lunghi piani sequenza e primi piani, presentando al pubblico ogni sfumatura delle loro espressioni, sia vocali che facciali. L'innovativa scelta di far cantare alcune canzoni dal vivo sul set, anzichè registrarle in studio, regala alcuni momenti di vera commozione.
Gli attori sono tutti convincenti, a cominciare dai due protagonisti: Russell Crowe offre il suo sguardo duro ma malinconico al personaggio di Javert, Hugh Jackman presta la sua fisicità al galeotto redento Valjean. Intorno a loro gravitano un Sasha Baron-Cohen e una Helena Bonham-Carter perfetti nel loro ruolo meschini cialtroni, che portano al film dei rari momenti di leggerezza.
Un discorso a parte merita la performance di Anne Hathaway, in particolare il lungo piano sequenza in primissimo piano in cui canta "I dreamed a dream": un momento poetico ed emozionante, in cui l'attrice riesce a trasmettere forte realismo e pathos. Hooper riesce in questo caso a costruire una scena perfetta per intensità e coinvolgimento, che dovrebbe valere alla Hathaway l'Oscar per la miglior attrice non protagonista, senza se e senza ma.
Resta però un problema di fondo: per quanto Hooper abbia indubbiamente fatto un ottimo lavoro, Les Miserables non costituisce un buon materiale per fare un film. Troppo lento, troppo cantato, troppo patetico nel finale, dove spesso arriva a sfiorare il ridicolo, riuscendo sempre a evitarlo per il rotto della cuffia. L'operazione di trasposizione cinematografica risulta quindi un insuccesso, generato non dall'incapacità di chi l'ha svolta, ma dall'oggettiva estraneità di questa materia rispetto al mezzo filmico. Il musical perde infatti tutte le sfumature che fanno de I miserabili di Hugo un grande romanzo, riducendolo a un grande melodramma cantato, in cui le disgrazie si succedono a ritmi veritiginosi e lo spettatore viene travolto dall'angoscia e dalla noia. Si rimpiange più volte il film tv con Depardieu e Malkovich, capace invece di trasmettere le sfaccettature del romanzo di Hugo.
Les Miserables risulta quindi un fallimento, nonostante delle ottime prove d'attore e una regia oggettivamente di altissimo livello. Quello che suscita dubbi è l'operazione in sè, che cerca di rendere cinematografico un qualcosa che cinematografico non è, lasciando lo spettatore a chiedersi: ce ne era veramente bisogno?
**
Pier
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giovedì 21 febbraio 2013
domenica 27 maggio 2012
Dark Shadows
Qual sapore (non abbastanza) retrò
Maine, Diciottesimo secolo. Barnabas Collins, ricco rampollo del magnate cittadino, è conteso tra mille donne. Commette però l'errore di sedurre la sua domestica, che si rivelerà essere una strega. Tradita dal giovane, la donna si vendica facendo morire la sua amata e condanna Barnabas alla dannazione eterna, trasformandolo in un vampiro e rinchiudendolo in una bara sottoterra. Nel 1972 degli scavi riportano alla luce la bara di Barnabas, che si libera e si reca quindi al castello di famiglia, dove farà conoscenza con i suoi bizzarri discendenti.
La prima metà del nuovo film di Burton ci riporta al 1988 e alle atmosfere di Beetlejuice, a quel gusto per il gotico e per il grottesco che avevano lanciato la carriera del regista. Ecco quindi gag geniali e ai limiti dell'assurdo - quella su McDonald's è di alto livello - mischiate ad atmosfere tenebrose ed inquietanti. Le citazioni del passato di Burton però non si fermano qui: Barnabas infatti ci terrorizza e ci fa ridere, creando una miscela irresistibile tra horror vampiresco e commedia brillante, ricorrendo a meccanismi e atmosfere già collaudate con successo ne Il mistero di Sleepy Hollow e in Mars Attacks. Ogni elemento fantastico viene esasperato e portato all'estremo, rendendo spaventoso e ridicolo al tempo stesso, e creando un'atmosfera che avvince lo spettatore.
La seconda metà cala decisamente di tono, un po' per la necessità di portare avanti la trama, che finisce per rubare spazio e tempo ai personaggi, un po' per una generale mancanza di ritmo cui solo qualche scena indovinata e grottesca riesce a sopperire. Dopo metà film Burton sembra perdere il suo spirito scanzonato e dissacrante e finisce per essere intrappolato da una trama che vuole raccontare molto e finisce per contenere troppo, sprecando colpi di scena che avrebbero potuto essere interessanti - quello sulla nipotina di Barnabas su tutti - e che finiscono invece per sembrare buttati a caso all'interno dell'interminabile sequenza di eventi che caratterizza gli ultimi 30 minuti.
La realizzazione è di alto livello, con costumi indovinati e un montaggio e una fotografia formalmente perfetti e che servono con devozione l'immaginazione di Burton. La sceneggiatura come detto zoppica, e sembra fortemente influenzata da un lato da produttori desiderosi di vendere il prodotto, dall'altra dalla volontà di rendere omaggio alla serie tv cui il film è ispirato, che però ovviamente non può essere adeguatamente riassunta nello spazio di una sola pellicola.
Dark Shadows è dunque un film brillante che ci riporta per un attimo alle atmosfere del Burton degli esordi, salvo poi perdere smalto con il passare dei minuti e farci nascere un pensiero un po' da vecchi brontoloni: forse di Beetlejuice non ne fanno proprio più.
***
Pier
Maine, Diciottesimo secolo. Barnabas Collins, ricco rampollo del magnate cittadino, è conteso tra mille donne. Commette però l'errore di sedurre la sua domestica, che si rivelerà essere una strega. Tradita dal giovane, la donna si vendica facendo morire la sua amata e condanna Barnabas alla dannazione eterna, trasformandolo in un vampiro e rinchiudendolo in una bara sottoterra. Nel 1972 degli scavi riportano alla luce la bara di Barnabas, che si libera e si reca quindi al castello di famiglia, dove farà conoscenza con i suoi bizzarri discendenti.
La prima metà del nuovo film di Burton ci riporta al 1988 e alle atmosfere di Beetlejuice, a quel gusto per il gotico e per il grottesco che avevano lanciato la carriera del regista. Ecco quindi gag geniali e ai limiti dell'assurdo - quella su McDonald's è di alto livello - mischiate ad atmosfere tenebrose ed inquietanti. Le citazioni del passato di Burton però non si fermano qui: Barnabas infatti ci terrorizza e ci fa ridere, creando una miscela irresistibile tra horror vampiresco e commedia brillante, ricorrendo a meccanismi e atmosfere già collaudate con successo ne Il mistero di Sleepy Hollow e in Mars Attacks. Ogni elemento fantastico viene esasperato e portato all'estremo, rendendo spaventoso e ridicolo al tempo stesso, e creando un'atmosfera che avvince lo spettatore.
La seconda metà cala decisamente di tono, un po' per la necessità di portare avanti la trama, che finisce per rubare spazio e tempo ai personaggi, un po' per una generale mancanza di ritmo cui solo qualche scena indovinata e grottesca riesce a sopperire. Dopo metà film Burton sembra perdere il suo spirito scanzonato e dissacrante e finisce per essere intrappolato da una trama che vuole raccontare molto e finisce per contenere troppo, sprecando colpi di scena che avrebbero potuto essere interessanti - quello sulla nipotina di Barnabas su tutti - e che finiscono invece per sembrare buttati a caso all'interno dell'interminabile sequenza di eventi che caratterizza gli ultimi 30 minuti.
La realizzazione è di alto livello, con costumi indovinati e un montaggio e una fotografia formalmente perfetti e che servono con devozione l'immaginazione di Burton. La sceneggiatura come detto zoppica, e sembra fortemente influenzata da un lato da produttori desiderosi di vendere il prodotto, dall'altra dalla volontà di rendere omaggio alla serie tv cui il film è ispirato, che però ovviamente non può essere adeguatamente riassunta nello spazio di una sola pellicola.
Dark Shadows è dunque un film brillante che ci riporta per un attimo alle atmosfere del Burton degli esordi, salvo poi perdere smalto con il passare dei minuti e farci nascere un pensiero un po' da vecchi brontoloni: forse di Beetlejuice non ne fanno proprio più.
***
Pier
venerdì 3 febbraio 2012
Hugo Cabret
L'infantile capacità di sognare
Parigi, anni '30. Hugo è un orfano che vive all'interno della stazione di Montparnasse, dove si occupa della manutenzione e del funzionamento degli orologi. Il suo unico amico è un misterioso automa, lasciatogli dal padre, che cerca disperatamente di riparare. Proprio per procurarsi alcuni pezzi di ricambio arriva a rubare nel negozio di giocattoli di Nonno Georges, un anziano burbero e scontroso che, come il piccolo Hugo, nasconde un segreto insospettabile. Il loro incontro scatenerà una serie di eventi che aiuteranno entrambi a scendere a patti con il proprio passato.
Fin dalle prime sequenze, Hugo Cabret rivela una sorprendente creatività visiva e registica. Nel giro di dieci minuti si susseguono un piano sequenza "virtuale", che sfrutta le tecniche digitiali per portarci a spasso per Parigi, fino alla stazione di Montparnasse, con un approccio che sarebbe piaciuto a Orson Welles, e un magistrale piano sequenza "reale", in cui vediamo il piccolo Hugo muoversi nel suo mondo segreto all'interno della stazione, scoprendo di volta in volta una nuova, piccola meraviglia. Scorsese approccia il suo primo film per bambini con un'infantile voglia di stupire, regalando trovate visive in ogni momento del film, sia in quelle più dinamiche, sia in quelle più statiche come le visite in biblioteca, vero e proprio castello del sapere, immenso e stupefacente nella sua semplicità.
Il film è un inno alla giovinezza, all'infanzia, a quei primordi della nostra vita caratterizzati dall'amore per la scoperta, l'esplorazione e l'avventura. La storia di Hugo corre in parallelo con quella del cinema, raccontata attraverso la vita e le opere di George Melies, mago, illusionista, e primo grande talento visivo della settima arte. Sue le invenzioni dei primi effetti speciali, dei primi trucchi, delle prime opere in grado di far sognare e non solo di descrivere, attraverso l'uso di immagini sofisticate (per l'epoca) e di un gusto per il fantastico ambizioso e visionario. Il cinema diviene così il vero protagonista del film, che ci accompagna in un viaggio tra le creazioni di Melies e tra altre mille suggestioni, tra cui un automa che non può non ricordare la Metropolis di Fritz Lang.
Scorsese dedica una grande attenzione agli spazi,che da luoghi reali diventano la sede dei giochi e delle avventure di giovani e adulti: la stazione diventa così un dedalo di cunicoli e passaggi segreti, la biblioteca un mondo da esplorare, un set cinematografico un castello di vetro controllato da un mago con la passione per lo stupore. In questo senso la fotografia di Robert Richardson e le scenografie di Dante Ferretti diventano un valore aggiunto che, attraverso un sapiente uso della luce, riesce a conferire ad ogni singolo ambiente e ad ogni situazione un'atmosfera specifica e unica, che lo caratterizza e lo rende vivo, quasi uno dei personaggi della storia
La forza visiva del film è tale che gli si perdonano alcune lungaggini evitabili, una trama esile che stenta a decollare, se non nel finale, e la scarsa attenzione dedicata ai dialoghi dei ragazzi, spesso un po' troppo artefatti. La forza del film è supportata dalla meravigliosa prova di Ben Kingsley nella parte del giocattolaio-regista, reliquia di un tempo che sembra sparito e, allo stesso tempo, precursore di un mondo che deve ancora venire. Intorno a lui e ai due giovani protagonisti si muove un gruppo di caratteristi eccezionali, tra cui spicca Sasha Baron Cohen nel ruolo di un implacabile capostazione che sembra uscito da un racconto di Dickens.
Hugo Cabret è come un orologio antico: i meccanismi non sono sempre perfetti, a volte si inceppano ma, una volta aperto, rivela al suo interno una perfezione e una bellezza tale che è impossibile non restarne rapiti e affascinati. Il 3D è, per una volta, un valore aggiunto, che arricchisce ulteriormente la fiaba di Scorsese, un omaggio al cinema che scalda il cuore e regala alcuni momenti di pura poesia.
***1/2
Pier
Parigi, anni '30. Hugo è un orfano che vive all'interno della stazione di Montparnasse, dove si occupa della manutenzione e del funzionamento degli orologi. Il suo unico amico è un misterioso automa, lasciatogli dal padre, che cerca disperatamente di riparare. Proprio per procurarsi alcuni pezzi di ricambio arriva a rubare nel negozio di giocattoli di Nonno Georges, un anziano burbero e scontroso che, come il piccolo Hugo, nasconde un segreto insospettabile. Il loro incontro scatenerà una serie di eventi che aiuteranno entrambi a scendere a patti con il proprio passato.
Fin dalle prime sequenze, Hugo Cabret rivela una sorprendente creatività visiva e registica. Nel giro di dieci minuti si susseguono un piano sequenza "virtuale", che sfrutta le tecniche digitiali per portarci a spasso per Parigi, fino alla stazione di Montparnasse, con un approccio che sarebbe piaciuto a Orson Welles, e un magistrale piano sequenza "reale", in cui vediamo il piccolo Hugo muoversi nel suo mondo segreto all'interno della stazione, scoprendo di volta in volta una nuova, piccola meraviglia. Scorsese approccia il suo primo film per bambini con un'infantile voglia di stupire, regalando trovate visive in ogni momento del film, sia in quelle più dinamiche, sia in quelle più statiche come le visite in biblioteca, vero e proprio castello del sapere, immenso e stupefacente nella sua semplicità.
Il film è un inno alla giovinezza, all'infanzia, a quei primordi della nostra vita caratterizzati dall'amore per la scoperta, l'esplorazione e l'avventura. La storia di Hugo corre in parallelo con quella del cinema, raccontata attraverso la vita e le opere di George Melies, mago, illusionista, e primo grande talento visivo della settima arte. Sue le invenzioni dei primi effetti speciali, dei primi trucchi, delle prime opere in grado di far sognare e non solo di descrivere, attraverso l'uso di immagini sofisticate (per l'epoca) e di un gusto per il fantastico ambizioso e visionario. Il cinema diviene così il vero protagonista del film, che ci accompagna in un viaggio tra le creazioni di Melies e tra altre mille suggestioni, tra cui un automa che non può non ricordare la Metropolis di Fritz Lang.
Scorsese dedica una grande attenzione agli spazi,che da luoghi reali diventano la sede dei giochi e delle avventure di giovani e adulti: la stazione diventa così un dedalo di cunicoli e passaggi segreti, la biblioteca un mondo da esplorare, un set cinematografico un castello di vetro controllato da un mago con la passione per lo stupore. In questo senso la fotografia di Robert Richardson e le scenografie di Dante Ferretti diventano un valore aggiunto che, attraverso un sapiente uso della luce, riesce a conferire ad ogni singolo ambiente e ad ogni situazione un'atmosfera specifica e unica, che lo caratterizza e lo rende vivo, quasi uno dei personaggi della storia
La forza visiva del film è tale che gli si perdonano alcune lungaggini evitabili, una trama esile che stenta a decollare, se non nel finale, e la scarsa attenzione dedicata ai dialoghi dei ragazzi, spesso un po' troppo artefatti. La forza del film è supportata dalla meravigliosa prova di Ben Kingsley nella parte del giocattolaio-regista, reliquia di un tempo che sembra sparito e, allo stesso tempo, precursore di un mondo che deve ancora venire. Intorno a lui e ai due giovani protagonisti si muove un gruppo di caratteristi eccezionali, tra cui spicca Sasha Baron Cohen nel ruolo di un implacabile capostazione che sembra uscito da un racconto di Dickens.
Hugo Cabret è come un orologio antico: i meccanismi non sono sempre perfetti, a volte si inceppano ma, una volta aperto, rivela al suo interno una perfezione e una bellezza tale che è impossibile non restarne rapiti e affascinati. Il 3D è, per una volta, un valore aggiunto, che arricchisce ulteriormente la fiaba di Scorsese, un omaggio al cinema che scalda il cuore e regala alcuni momenti di pura poesia.
***1/2
Pier
giovedì 31 marzo 2011
Kick Ass
I supereroi visti da Tarantino
Dave è un liceale come tanti, innamorato della bella della scuola e appassionato di videogiochi e fumetti. Proprio questi ultimi gli faranno venire il desiderio di provare veramente a fare il supereroe, e così, dopo aver acquistato costume e armi su internet, inizia a vestire i panni di Kick Ass. Scoprirà ben presto che la vita reale di un supereroe non è tutta rosa e fiori, e sulla sua strada troverà la malavita e altri supereroi ben più attrezzati e preparati di lui.
Tratto dal celebre fumetto di John Romita Jr., Kick Ass è un film dal sapore fortemente tarantiniano. Il regista Matthew Vaughn, già ottimo nel suo esordio con Stardust, coglie appieno lo spirito dissacrante e un po' pulp del fumetto e, nonostante qualche cambiamento nella trama, riesce a trasferirlo pressoché intatto nel film, arricchendolo anche di una dose di humour che diventa un valore aggiunto.
Il mito del supereroe viene così disgregato non da una spietata analisi sociale, come accadeva in Watchmen, ma da uno sguardo divertito e disincantato, pronto a ridicolizzare tutti i clichè dei paladini mascherati. La risata tuttavia non seppellisce ma li umanizza, conferendo loro quella dimensione autentica e quotidiana che è una delle caratteristiche fondamentali del fumetto.
Kick Ass funziona grazie a un ritmo incalzante, in cui azione, battute e citazioni d'alta scuola si succedono di continuo. Il montaggio è rapido e vorticoso, e supporta il film nella sua sfrenata corsa verso il pirotecnico finale.
La colonna sonora è un piccolo gioiello, con musiche azzeccatissime piazzate nei momenti chiave e alcune chicche davvero impagabili.
I giovani attori offrono tutti buone prove, anche se Chloe Moretz, l'interprete di Hit Girl, spicca decisamente più degli altri, aiutata anche dal fatto di interpretare il personaggio di gran lunga più interessante e particolare.
Kick Ass è un piacere per gli appassionati di fumetti ma anche per i cinefili, che vi ritroveranno lo stesso spirito, dissacrante ma anche rispettoso, nei confronti del cinema classico che ha fatto grande Tarantino.
****
Pier
mercoledì 2 febbraio 2011
Il discorso del re
Il potere della parola
Regno Unito, fine anni '30. Re Giorgio V è malato, e il suo regno sta giungendo alla fine. Il successore designato è Edoardo, che decide però di rinunciare al trono dopo poco tempo per sposare la pluridivorziata americana Wallis Simpson. A succedergli è il fratello Albert-Giorgio VI, affetto però da una grave forma di balbuzie. Mentre oscure nubi si addensano sull'Europa, il nuovo re si affida alle cure del logopedista anticonformista Lionel Logue per imparare a parlare in pubblico.
Il film di Tom Hooper (già autore di una piccola perla passata quasi inosservata come Il maledetto United) ha già nel titolo la sua cifra e il suo punto di forza. La vera protagonista de Il discorso del re è infatti la parola, fluente nella bocca della duchessa di York, di Logue e del principe-re Edoardo, lenta e impacciata in quella di Albert. Parlare per lui è un'impresa titanica, e anche raccontare una storia alle sue figlie diventa uno sforzo immane, sofferto, una lenta conquista di ogni sillaba. Logue saprà far scoprire al re non solo l'arte di parlare in pubblico, ma anche il piacere di parlare, di esprimere le proprie idee, restituendogli il suo diritto "ad essere ascoltato".
La sceneggiatura è magistrale e accompagna la lenta evoluzione del principe-re con dialoghi eccezionali, brillanti e drammatici allo stesso tempo, in cui ogni singola parola ha il suo significato. Memorabili in questo senso le lezioni impartite da Logue, in cui gli esercizi vocali diventano anche un modo per aiutare il re a ritrovare se stesso.
Il vero punto di forza del film è però il cast, capitanato da un Colin Firth sublime, che come il buon vino migliora invecchiando e che, dopo la spledida prova di A single man, offre una performance commovente e vera, in cui la sofferenza di ogni parola traspare chiaramente dal suo volto, dalle sue espressioni, dai suoi occhi. Linguaggio verbale e linguaggio corporeo si fondono alla perfezione nella sua recitazione, e ne fanno il favorito numero uno per gli Oscar di quest'anno.
Accanto a lui troviamo un Geoffrey Rush se possibile ancora più bravo: la sua è una recitazione più sommessa, meno "forte" ma ugualmente di impatto, in cui i sottotesti hanno la stessa importanza del testo e le parole non dette traspaiono chiaramente da ogni sua espressione. Una prova perfetta, sotto ogni punto di vista.
Ottime anche le interpretazioni di Helena Bonham Carter, che torna con successo a un personaggio "normale" conferendogli comunque l'ironia di cui è capace, e di Timothy Spall, un eccellente Churchill che meriterebbe forse un film a parte tanto è convincente.
La regia è ottima nel coordinare i vari elementi del film, che comprendono anche una splendida fotografia e un'eccellente colonna sonora, ma non offre guizzi creativi degni di nota.
Il discorso del re è un film di grande impatto, in cui ogni parola è misurata e calcolata al millimetro, e ci fa capire chiaramente come, anche negli eventi storici di maggiore portata, sono i dettagli, le persone e le parole che sanno dire a fare la differenza. Da vedere in lingua originale, senza se e senza ma.
****
Pier
Regno Unito, fine anni '30. Re Giorgio V è malato, e il suo regno sta giungendo alla fine. Il successore designato è Edoardo, che decide però di rinunciare al trono dopo poco tempo per sposare la pluridivorziata americana Wallis Simpson. A succedergli è il fratello Albert-Giorgio VI, affetto però da una grave forma di balbuzie. Mentre oscure nubi si addensano sull'Europa, il nuovo re si affida alle cure del logopedista anticonformista Lionel Logue per imparare a parlare in pubblico.
Il film di Tom Hooper (già autore di una piccola perla passata quasi inosservata come Il maledetto United) ha già nel titolo la sua cifra e il suo punto di forza. La vera protagonista de Il discorso del re è infatti la parola, fluente nella bocca della duchessa di York, di Logue e del principe-re Edoardo, lenta e impacciata in quella di Albert. Parlare per lui è un'impresa titanica, e anche raccontare una storia alle sue figlie diventa uno sforzo immane, sofferto, una lenta conquista di ogni sillaba. Logue saprà far scoprire al re non solo l'arte di parlare in pubblico, ma anche il piacere di parlare, di esprimere le proprie idee, restituendogli il suo diritto "ad essere ascoltato".
La sceneggiatura è magistrale e accompagna la lenta evoluzione del principe-re con dialoghi eccezionali, brillanti e drammatici allo stesso tempo, in cui ogni singola parola ha il suo significato. Memorabili in questo senso le lezioni impartite da Logue, in cui gli esercizi vocali diventano anche un modo per aiutare il re a ritrovare se stesso.
Il vero punto di forza del film è però il cast, capitanato da un Colin Firth sublime, che come il buon vino migliora invecchiando e che, dopo la spledida prova di A single man, offre una performance commovente e vera, in cui la sofferenza di ogni parola traspare chiaramente dal suo volto, dalle sue espressioni, dai suoi occhi. Linguaggio verbale e linguaggio corporeo si fondono alla perfezione nella sua recitazione, e ne fanno il favorito numero uno per gli Oscar di quest'anno.
Accanto a lui troviamo un Geoffrey Rush se possibile ancora più bravo: la sua è una recitazione più sommessa, meno "forte" ma ugualmente di impatto, in cui i sottotesti hanno la stessa importanza del testo e le parole non dette traspaiono chiaramente da ogni sua espressione. Una prova perfetta, sotto ogni punto di vista.
Ottime anche le interpretazioni di Helena Bonham Carter, che torna con successo a un personaggio "normale" conferendogli comunque l'ironia di cui è capace, e di Timothy Spall, un eccellente Churchill che meriterebbe forse un film a parte tanto è convincente.
La regia è ottima nel coordinare i vari elementi del film, che comprendono anche una splendida fotografia e un'eccellente colonna sonora, ma non offre guizzi creativi degni di nota.
Il discorso del re è un film di grande impatto, in cui ogni parola è misurata e calcolata al millimetro, e ci fa capire chiaramente come, anche negli eventi storici di maggiore portata, sono i dettagli, le persone e le parole che sanno dire a fare la differenza. Da vedere in lingua originale, senza se e senza ma.
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Pier
domenica 7 marzo 2010
Alice in Wonderland
Le Meraviglie secondo Burton
L'Alice che tutti conosciamo è cresciuta, ha ormai diciotto anni ed è in procinto di sposarsi: proprio al momento di accettare la proposta del suo fidanzato, tuttavia, Alice fugge e cade nuovamente nel Paese delle Meraviglie. In sua assenza la Regina di Cuori è diventata la padrona assoluta del Paese, riducendolo in schiavitù. Solo Alice, secondo una profezia, potrà riportare la pace e la libertà nel Paese. Per farlo dovrà però affrontare numerose prove e rivedere vecchi amici e nemici.
Tim Burton reinventa l'universo creato da Lewis Carroll e lo trasforma dal sogno di una bambina nello specchio delle ansie e delle inquietudini di una diciottenne in procinto di fare un passo che, forse, è più grande di lei.
Le trovate di Burton sono come sempre visivamente eccezionali (Stregatto su tutti) e la trama è scorrevole ed accattivante: manca tuttavia lo spunto creativo che caratterizza molti altri suoi film, da Edward mani di forbice a Big Fish.
Come già accaduto ne La fabbrica di cioccolato, il fatto di confrontarsi con un romanzo celeberrimo limita la creatività del regista, che può dare libero sfogo alla sua fantasia solo nella realizzazione di ambienti e personaggi ma non nella loro caratterizzazione. L'unica eccezione è costituita dal Cappellaio Matto, magnificamente interpretato da Depp, che acquisisce uno spessore e un'importanza assai maggiori rispetto a quelli concessigli da libro e precedenti adattamenti cinematografici.
Il film è comunque piacevole, e ha la sua forza più nella qualità e nella bellezza delle immagini che nella trama, che non delude del tutto ma ha dei passaggi alquanto scontati, soprattutto nel finale.
Il fascino della storia di Carroll e la fantasia di Burton creano un mix affascinante e incantato, cui però mancano quella magia e quelle emozioni che le opere del regista solitamente dispensano a piene mani.
**1/2
Pier
L'Alice che tutti conosciamo è cresciuta, ha ormai diciotto anni ed è in procinto di sposarsi: proprio al momento di accettare la proposta del suo fidanzato, tuttavia, Alice fugge e cade nuovamente nel Paese delle Meraviglie. In sua assenza la Regina di Cuori è diventata la padrona assoluta del Paese, riducendolo in schiavitù. Solo Alice, secondo una profezia, potrà riportare la pace e la libertà nel Paese. Per farlo dovrà però affrontare numerose prove e rivedere vecchi amici e nemici.
Tim Burton reinventa l'universo creato da Lewis Carroll e lo trasforma dal sogno di una bambina nello specchio delle ansie e delle inquietudini di una diciottenne in procinto di fare un passo che, forse, è più grande di lei.
Le trovate di Burton sono come sempre visivamente eccezionali (Stregatto su tutti) e la trama è scorrevole ed accattivante: manca tuttavia lo spunto creativo che caratterizza molti altri suoi film, da Edward mani di forbice a Big Fish.
Come già accaduto ne La fabbrica di cioccolato, il fatto di confrontarsi con un romanzo celeberrimo limita la creatività del regista, che può dare libero sfogo alla sua fantasia solo nella realizzazione di ambienti e personaggi ma non nella loro caratterizzazione. L'unica eccezione è costituita dal Cappellaio Matto, magnificamente interpretato da Depp, che acquisisce uno spessore e un'importanza assai maggiori rispetto a quelli concessigli da libro e precedenti adattamenti cinematografici.
Il film è comunque piacevole, e ha la sua forza più nella qualità e nella bellezza delle immagini che nella trama, che non delude del tutto ma ha dei passaggi alquanto scontati, soprattutto nel finale.
Il fascino della storia di Carroll e la fantasia di Burton creano un mix affascinante e incantato, cui però mancano quella magia e quelle emozioni che le opere del regista solitamente dispensano a piene mani.
**1/2
Pier
mercoledì 17 febbraio 2010
Amabili resti
Poesia e confusione
Peter Jackson, carico di gloria dopo la trilogia del Signore degli Anelli, torna dietro la macchina da presa, e lo fa per dirigere un film molto diverso da quelli cui ci aveva abituato.
Amabili resti affronta un tema comune, la perdita di una persona cara, ribaltando però completamente la prospettiva: a narrare la storia è infatti Susan, la giovane ragazza uccisa, che in una sorta di flusso di autocoscienza ricostruisce i sentimenti provati dopo la morte e la sua permanenza in una sorta di limbo (chiamato, ironia della sorte, Terra di Mezzo) per quei defunti che hanno ancora conti in sospeso.
Il film crea un curioso mix tra fantasy e thriller, facendo oscillare lo spettatore tra il sogno e una tensione forte e palpabile. Le scene di suspence regalano senza dubbio i momenti migliori, anche se sono certamente apprezzabili anche le ricostruzioni della Terra di Mezzo, in particolare l'albero che rappresenta la porta per il paradiso. La fotografia è molto ben curata, e utilizza sapientemente luci e colori per rappresentare gli stati d'animo della protagonista.
Le scene di livello create da Jackson sono però appesantite dall'eccessivo quantità di elementi che il regista ha voluto inserire nel film: alcune scene sono di troppo, e alcuni personaggi (come quello della nonna, pur magnificamente interpretato da Susan Sarandon) assolutamente non necessari.
La ridondanza finisce per rendere il film poco scorrevole in alcuni punti e fa perdere di vista la linearità della trama.
Ad appesantire ulteriormente il tutto contribuiscono gli attori che interpretano i genitori di Susie, il monoespressivo Whalberg e l'insulsa Rachel Weitz, che si permette di rifiutare i kolossal quando dovrebbe ringraziare di trovare ancora qualcuno che la fa lavorare.
Tanto sono scialbi e poco empatici i due adulti, tanto la giovane protagonista è brava e convincente, e offre una prova di grande talento che lascia presagire per lei una lunga e fortunata carriera. Merita una menzione anche la prova di Stanley Tucci, che interpreta l'assassino della ragazza.
Amabili resti ha un ottimo spunto di partenza, che però non riesce a sviluppare al meglio, finendo per perdersi tra mille sottotrame diverse e assolutamente non necessarie. E il finale, che cita un altro celeberrimo film di "fantasmi", è francamente rivedibile, per non dire stucchevole.
Peccato, poteva essere una bella sorpresa.
**1/2
Pier
Peter Jackson, carico di gloria dopo la trilogia del Signore degli Anelli, torna dietro la macchina da presa, e lo fa per dirigere un film molto diverso da quelli cui ci aveva abituato.
Amabili resti affronta un tema comune, la perdita di una persona cara, ribaltando però completamente la prospettiva: a narrare la storia è infatti Susan, la giovane ragazza uccisa, che in una sorta di flusso di autocoscienza ricostruisce i sentimenti provati dopo la morte e la sua permanenza in una sorta di limbo (chiamato, ironia della sorte, Terra di Mezzo) per quei defunti che hanno ancora conti in sospeso.
Il film crea un curioso mix tra fantasy e thriller, facendo oscillare lo spettatore tra il sogno e una tensione forte e palpabile. Le scene di suspence regalano senza dubbio i momenti migliori, anche se sono certamente apprezzabili anche le ricostruzioni della Terra di Mezzo, in particolare l'albero che rappresenta la porta per il paradiso. La fotografia è molto ben curata, e utilizza sapientemente luci e colori per rappresentare gli stati d'animo della protagonista.
Le scene di livello create da Jackson sono però appesantite dall'eccessivo quantità di elementi che il regista ha voluto inserire nel film: alcune scene sono di troppo, e alcuni personaggi (come quello della nonna, pur magnificamente interpretato da Susan Sarandon) assolutamente non necessari.
La ridondanza finisce per rendere il film poco scorrevole in alcuni punti e fa perdere di vista la linearità della trama.
Ad appesantire ulteriormente il tutto contribuiscono gli attori che interpretano i genitori di Susie, il monoespressivo Whalberg e l'insulsa Rachel Weitz, che si permette di rifiutare i kolossal quando dovrebbe ringraziare di trovare ancora qualcuno che la fa lavorare.
Tanto sono scialbi e poco empatici i due adulti, tanto la giovane protagonista è brava e convincente, e offre una prova di grande talento che lascia presagire per lei una lunga e fortunata carriera. Merita una menzione anche la prova di Stanley Tucci, che interpreta l'assassino della ragazza.
Amabili resti ha un ottimo spunto di partenza, che però non riesce a sviluppare al meglio, finendo per perdersi tra mille sottotrame diverse e assolutamente non necessarie. E il finale, che cita un altro celeberrimo film di "fantasmi", è francamente rivedibile, per non dire stucchevole.
Peccato, poteva essere una bella sorpresa.
**1/2
Pier
lunedì 16 novembre 2009
Julie e Julia
Un piatto per pochi palati
Julie, giovane statunitense, vive nel mito di Julia Child, la scrittrice e presentatrice TV che sdoganò la cucina francese presso le casalinghe americane. Il sogno di Julie è di conoscere la sua beniamina, e incomincia a tenere un blog per raccontare le sue avventure tra i fornelli nel tentativo di realizzare le ricette rese celebri dalla Child. Le vicende delle due si incrociano, in un continuo alternarsi tra passato e presente.
Julie, giovane statunitense, vive nel mito di Julia Child, la scrittrice e presentatrice TV che sdoganò la cucina francese presso le casalinghe americane. Il sogno di Julie è di conoscere la sua beniamina, e incomincia a tenere un blog per raccontare le sue avventure tra i fornelli nel tentativo di realizzare le ricette rese celebri dalla Child. Le vicende delle due si incrociano, in un continuo alternarsi tra passato e presente.
Tratto dall'omonimo bestseller, Julie e Julia è un classico film culinario, dove le ricette sono il piatto forte della trama e la cucina è il set privilegiato: emergono anche altri spunti, certo, ma sono tutti secondari rispetto alla storia della Child e agli sforzi di Julie per emularla. I dialoghi sono simpatici e riescono spesso a strappare un sorriso, regia e fotografia sono invece abbastanza scolastiche.
Ottimi gli attori, con una Meryl Streep mattatrice, un grande Stanley Tucci e Amy Adams che si conferma come una delle giovani più interessanti del panorama hollywoodiano, anche se in una parte non certo complessa.
La nota più stonata è costituita dal doppiaggio, con Meryl Streep-Julia che sembra perennemente ubriaca.
Julie e Julia è un film da vedere solo per gli amanti della buona cucina: gli altri possono perderselo senza troppi rimpianti.
Rimane comunque un film grazioso, che passa piacevolmente senza accampare troppe pretese moralistiche o educative.
**1/2
Pier
Pier
giovedì 18 dicembre 2008
Big Fish - La favola come sogno eterno

Cinema come fantasia o cinema come realtà? Questo è un interrogativo che ha diviso i più grandi cineasti di tutti i tempi, a partire dagli albori, quando, nel 1900 esisteva già uno scontro di idee tra i fratelli Lumiere che volevano e seguivano un cinema documentaristico, e Melies il regista che, per primo, diede un volto favolistico alla settima arte.
Ebbene “ Big Fish” il nuovo film di Tim Burton, attualmente nelle sale, sembra seguire l’ interpretazione Meliesiana, ovvero cinema come evasione, cinema come favola e storia ben più piacevole della realtà nella quale tutto segue i canoni della razionalità. Con rigore onirico Burton sostituisce agli eroi mucciniani e ozpetekiani impregnati della stessa tristezza che caratterizza i nostri dubbi esistenziali , personaggi mitici, innocenti e ingenui ( Il gigante, il lupo mannaro, le gemelle siamesi) ,che per le loro particolarità in un certo senso mostruose sarebbero classificati come reietti della società nella realtà razionale ma che nella favola sono proprio le loro nefandezze a inserirli nei canoni della normalità, a farli protagonisti di un mondo fantasioso dove le loro diversità sono disegnate dal regista con tanta ingenuità da renderli amabili e non mostruosi.
Il film può riassumere, a mio parere, il significato di cinema: Il bisogno di evasione, l’importanza della fantasia, il credere ancora possibile sognare a occhi aperti un mondo dove morire è come nascere( Non a caso il vecchio Ed Bloom muore là dove era cominciata la sua fantasia) dove il male è come il bene ( Il poeta fallito che rapina una banca agisce con una ingenuità disarmante), e dove amare è come odiare( Ed Bloom e protagonista di tutte le azioni eroiche della città sotto gli occhi gelosi del suo migliore amico, a cui soffia sul finale anche la ragazza); dove insomma tutti i sentimenti opposti si fondono in uno unico che diventa l’elemento di una vita fantastica. Ed è questo che significa il cinema, proprio il sedersi sulla poltrona a luce spenta a guardare eroi e personaggi che non rispecchiano la nostra realtà ; dunque non deve essere una trasposizione di noi stessi sullo schermo, perché come va la nostra vita, com’ è la realtà non abbiamo bisogno di vederlo nelle sale perché il mondo e la vita sono il nostro schermo e noi i protagonisti. Davanti ad un film abbiamo bisogno di sentirci diversi, abbiamo bisogno di sentire cosa significa parlare con un gigante, lanciare un bastone a un uomo lupo, organizzare la fuga dal Vietnam con due ragazze vietnamite siamesi; insomma abbiamo bisogno di vedere tutto quello che nella realtà non potremmo o che in fin dei conti non vorremmo vedere perché ci spaventerebbe; ma se c’è una cosa che il cinema ci ha insegnato è che la finzione non fa e non deve far paura, ma può colpire dritto al cuore ricordandoci che un tuffo nella più fanciullesca delle favole è un punto necessario per una esistenza eterna, perché, com’è detto nel film, è raccontando storie che l’uomo ottiene l’immortalità.
**** (*****)
Alessandro
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