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domenica 6 settembre 2015

Telegrammi da Venezia 2015 - #2




Black Mass (Fuori concorso), voto 5.5. Il film racconta la storia di James "Whitey" Bulger, criminale di Boston che per un certo periodo fu il pericolo pubblico numero due negli USA, alle spalle solo di Osama Bin Laden. Johnny Depp è strepitoso e inquietante nella sua interpretazione di Bulger, ma il film è fiacco, poco originale, e spreca l'ottimo cast a disposizione, con Benedict Cumberbatch e Kevin Bacon in ruoli da comprimari. Un'occasione persa.

Banat (Settimana della Critica), voto 7. Un film originale nei temi e nelle ambientazioni, che racconta la fuga in Romania di due giovani italiani in cerca di lavoro. Nonostante qualche imperfezione a livello narrativo, la storia convince e cattura per atmosfere e situazioni. Ottimi i due attori protagonisti.

The Danish Girl (Concorso), voto 8. Dopo il successo del Discorso del Re e il meno convincente Les Miserables, Tom Hooper dirige il neo-premio Oscar Eddie Redmayne nella storia di Lili Elbe, la prima persona ad essersi sottoposta a un intervento chirurgico per diventare donna. Redmayne è eccezionale per delicatezza e misura dell'interpretazione, ma a brillare sono soprattutto Alicia Vikander, la moglie di Lili prima dell'operazione, e la fotografia, splendida e commovente. Peccato per il finale, un po' retorico.

Marguerite (Concorso), voto 8.5. Qui la recensione fatta per NonSoloCinema.

The Childhood of a Leader (Orizzonti), voto 9. Qui la recensione fatta per NonSoloCinema.

Pier

giovedì 21 febbraio 2013

Les Miserables

Tra Oscar e inutilità



Francia, 1821. Jean Valjean ha trascorso 19 anni in carcere per avere rubato un pezzo di pane. Dopo essere stato finalmente rilasciato, cerca ospitalità presso un'abbazia, da cui ruba alcuni preziosi oggetti d'argento. Quando viene catturato, le guardie lo portano davanti all'abate perchè riconosca il furto, ma questi sostiene invece di aver regalato gli oggetti a Jean, salvandolo dal ritorno in carcere. Questo produrrà un cambiamento nell'ex galeotto, che userà gli oggetti d'argento per iniziare una nuova vita onesta. Sulle sue tracce, tuttavia, si metterà Javert, inflessibile e implacabile ispettore di polizia, convinto dell'impossibilità della redenzione di un malvivente.

La trasposizione in musical dell'immortale opera di Victor Hugo è stata un clamoroso successo teatrale, prima nel West End e poi a Broadway. Tom Hooper, fresco vincitore dell'Oscar per Il Discorso del Re, ha deciso di accettare la sfida posta dalla trasposizione cinematografica di un musical quasi interamente cantato, in costume e con un forte carattere melodrammatico. La scommessa viene vinta solo in parte: la trasposizione è probabilmente la migliore possibile, con una regia fortemente empatica, che insiste sui personaggi con lunghi piani sequenza e primi piani, presentando al pubblico ogni sfumatura delle loro espressioni, sia vocali che facciali. L'innovativa scelta di far cantare alcune canzoni dal vivo sul set, anzichè registrarle in studio, regala alcuni momenti di vera commozione.

Gli attori sono tutti convincenti, a cominciare dai due protagonisti: Russell Crowe offre il suo sguardo duro ma malinconico al personaggio di Javert, Hugh Jackman presta la sua fisicità al galeotto redento Valjean. Intorno a loro gravitano un Sasha Baron-Cohen e una Helena Bonham-Carter perfetti nel loro ruolo meschini cialtroni, che portano al film dei rari momenti di leggerezza.
Un discorso a parte merita la performance di Anne Hathaway, in particolare il lungo piano sequenza in primissimo piano in cui canta "I dreamed a dream": un momento poetico ed emozionante, in cui l'attrice riesce a trasmettere forte realismo e pathos. Hooper riesce in questo caso a costruire una scena perfetta per intensità e coinvolgimento, che dovrebbe valere alla Hathaway l'Oscar per la miglior attrice non protagonista, senza se e senza ma.

Resta però un problema di fondo: per quanto Hooper abbia indubbiamente fatto un ottimo lavoro, Les Miserables non costituisce un buon materiale per fare un film. Troppo lento, troppo cantato, troppo patetico nel finale, dove spesso arriva a sfiorare il ridicolo, riuscendo sempre a evitarlo per il rotto della cuffia. L'operazione di trasposizione cinematografica risulta quindi un insuccesso, generato non dall'incapacità di chi l'ha svolta, ma dall'oggettiva estraneità di questa materia rispetto al mezzo filmico. Il musical perde infatti tutte le sfumature che fanno de I miserabili di Hugo un grande romanzo, riducendolo a un grande melodramma cantato, in cui le disgrazie si succedono a ritmi veritiginosi e lo spettatore viene travolto dall'angoscia e dalla noia. Si rimpiange più volte il film tv con Depardieu e Malkovich, capace invece di trasmettere le sfaccettature del romanzo di Hugo.

Les Miserables risulta quindi un fallimento, nonostante delle ottime prove d'attore e una regia oggettivamente di altissimo livello. Quello che suscita dubbi è l'operazione in sè, che cerca di rendere cinematografico un qualcosa che cinematografico non è, lasciando lo spettatore a chiedersi: ce ne era veramente bisogno?

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Pier

mercoledì 2 febbraio 2011

Il discorso del re

Il potere della parola



Regno Unito, fine anni '30. Re Giorgio V è malato, e il suo regno sta giungendo alla fine. Il successore designato è Edoardo, che decide però di rinunciare al trono dopo poco tempo per sposare la pluridivorziata americana Wallis Simpson. A succedergli è il fratello Albert-Giorgio VI, affetto però da una grave forma di balbuzie. Mentre oscure nubi si addensano sull'Europa, il nuovo re si affida alle cure del logopedista anticonformista Lionel Logue per imparare a parlare in pubblico.

Il film di Tom Hooper (già autore di una piccola perla passata quasi inosservata come Il maledetto United) ha già nel titolo la sua cifra e il suo punto di forza. La vera protagonista de Il discorso del re è infatti la parola, fluente nella bocca della duchessa di York, di Logue e del principe-re Edoardo, lenta e impacciata in quella di Albert. Parlare per lui è un'impresa titanica, e anche raccontare una storia alle sue figlie diventa uno sforzo immane, sofferto, una lenta conquista di ogni sillaba. Logue saprà far scoprire al re non solo l'arte di parlare in pubblico, ma anche il piacere di parlare, di esprimere le proprie idee, restituendogli il suo diritto "ad essere ascoltato".
La sceneggiatura è magistrale e accompagna la lenta evoluzione del principe-re con dialoghi eccezionali, brillanti e drammatici allo stesso tempo, in cui ogni singola parola ha il suo significato. Memorabili in questo senso le lezioni impartite da Logue, in cui gli esercizi vocali diventano anche un modo per aiutare il re a ritrovare se stesso.

Il vero punto di forza del film è però il cast, capitanato da un Colin Firth sublime, che come il buon vino migliora invecchiando e che, dopo la spledida prova di A single man, offre una performance commovente e vera, in cui la sofferenza di ogni parola traspare chiaramente dal suo volto, dalle sue espressioni, dai suoi occhi. Linguaggio verbale e linguaggio corporeo si fondono alla perfezione nella sua recitazione, e ne fanno il favorito numero uno per gli Oscar di quest'anno.
Accanto a lui troviamo un Geoffrey Rush se possibile ancora più bravo: la sua è una recitazione più sommessa, meno "forte" ma ugualmente di impatto, in cui i sottotesti hanno la stessa importanza del testo e le parole non dette traspaiono chiaramente da ogni sua espressione. Una prova perfetta, sotto ogni punto di vista.
Ottime anche le interpretazioni di Helena Bonham Carter, che torna con successo a un personaggio "normale" conferendogli comunque l'ironia di cui è capace, e di Timothy Spall, un eccellente Churchill che meriterebbe forse un film a parte tanto è convincente.

La regia è ottima nel coordinare i vari elementi del film, che comprendono anche una splendida fotografia e un'eccellente colonna sonora, ma non offre guizzi creativi degni di nota.
Il discorso del re è un film di grande impatto, in cui ogni parola è misurata e calcolata al millimetro, e ci fa capire chiaramente come, anche negli eventi storici di maggiore portata, sono i dettagli, le persone e le parole che sanno dire a fare la differenza. Da vedere in lingua originale, senza se e senza ma.


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Pier