Money as old as time
Le ragioni per fare un remake de La Bella e la Bestia con attori in carne e ossa erano sfuggenti fin all'annuncio del progetto, e la visione non fuga i dubbi ma, anzi, li rinforza: a che pro realizzare un film che aggiunge pochissimo alla storia originale, sacrificando a un maggiore (e ridondante) approfondimento psicologico dei personaggi l'espressività dei personaggi stessi?
Davvero il passato di Belle e della Bestia è più importante, in quella che è comunque una fiaba, della vitalità e della simpatia trasmessa da Lumière e dagli altri abitanti del castello? Se ne Il libro della giungla la computer grafica aveva raggiunto nuove vette di eccellenza e realismo (ottenendo un sacrosanto Oscar), qui il realismo risulta una palla al piede, che indebolisce il film anziché arricchirlo, rendendo freddi e poco empatici personaggi che fanno di simpatia ed espressività il proprio punto forte, con la Bestia e Lumière che risultano i più penalizzati.
E dire che il film, al netto del paragone con l'originale, è pure ben realizzato. In particolare, il comparto visivo è d'eccellenza, con una fotografia splendida e costumi e scenografie perfette per realizzazione ed capacità evocativa. Gli attori offrono buone prove, con Emma Watson che se la cava più che dignitosamente con il canto (in originale) e Luke Evans che dà vita a un Gaston esilarante, mentre lo stellare cast di doppiatori riesce a infondere vita ai freddi arredi del castello. Anche le musiche realizzate appositamente per il remake convincono, inserendosi armoniosamente nella partitura originale.
Rimane, quindi, l'interrogativo iniziale, di cui ahimé conosciamo fin troppo bene la risposta, che non è altro che la storia più vecchia del mondo: i soldi. Tuttavia, sarebbe auspicabile che la Disney scegliesse meglio i prossimi classici da trasporre in live action, identificando quelli che possono essere arricchiti dalla computer grafica e da una sceneggiatura più "adulta" (Peter Pan, Aladdin, Hercules) e lasciando invece in pace quelli che rischiano di perdere le doti che li hanno resi celebri.
** 1/2
Pier
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mercoledì 12 aprile 2017
giovedì 24 giugno 2010
Tata Matilda e il grande botto
Divertimento per i più piccoli
Quando una famiglia è divisa o in difficoltà riceve la visita della magica Tata Matilda, una Mary Poppins vecchia, brutta e scorbutica, che ringiovanisce man mano che i piccini imparano le lezioni che lei impartisce.
Da un classico inglese per l'infanzia Emma Thompson ricava una deliziosa favola tagliata su misura per lei, perfetta nel ruolo dell'inflessibile Tata alle prese con torme di marmocchi indisciplinati.
La aiutano egregiamente altri eccellenti attori british, con Maggie Smith anziana svampita, Ralph Phiennes zio snaturato e Ewan McGregor padre e marito amorevole ma disperso in battaglia.
La storia diverte con trucchi, magie e animali parlanti. Non mancano i "cattivi" goffi e pasticcioni, parenti serpenti e tutti gli ingredienti che servono per creare una storia accattivante.
Il ritmo è incalzante e non scende mai di tono, regalando ad ogni momento portenti, prodigi e clamorosi cambiamenti.
Una bella favola per bambini, cresciuti e non, e in generale per chi ha ancora il gusto di farsi divertire e incantare da una storia semplice ma deliziosa, fatta di buoni sentimenti e di insegnamenti impartiti con il sorriso.
***1/2
Pier
Quando una famiglia è divisa o in difficoltà riceve la visita della magica Tata Matilda, una Mary Poppins vecchia, brutta e scorbutica, che ringiovanisce man mano che i piccini imparano le lezioni che lei impartisce.
Da un classico inglese per l'infanzia Emma Thompson ricava una deliziosa favola tagliata su misura per lei, perfetta nel ruolo dell'inflessibile Tata alle prese con torme di marmocchi indisciplinati.
La aiutano egregiamente altri eccellenti attori british, con Maggie Smith anziana svampita, Ralph Phiennes zio snaturato e Ewan McGregor padre e marito amorevole ma disperso in battaglia.
La storia diverte con trucchi, magie e animali parlanti. Non mancano i "cattivi" goffi e pasticcioni, parenti serpenti e tutti gli ingredienti che servono per creare una storia accattivante.
Il ritmo è incalzante e non scende mai di tono, regalando ad ogni momento portenti, prodigi e clamorosi cambiamenti.
Una bella favola per bambini, cresciuti e non, e in generale per chi ha ancora il gusto di farsi divertire e incantare da una storia semplice ma deliziosa, fatta di buoni sentimenti e di insegnamenti impartiti con il sorriso.
***1/2
Pier
venerdì 16 aprile 2010
L'uomo nell'ombra
Cinema d'altri tempi
Uno scrittore di scarso successo viene assunto come ghost writer dell'autobiografia di Adam Lang, controverso ex premier britannico ritiratosi a vivere in un'isola al largo di Boston. Durante la stesura del libro Lang viene accusato di aver commesso crimini di guerra durante il suo mandato, e lo scrittore finisce suo malgrado coinvolto in intrighi politici e familiari. Decide comunque di restare, fino a quando non scopre che il suo predecessore nel ruolo di ghost writer è mosto in circostanze misteriose.
La prima cosa che colpisce nel nuovo film di Polanski sono le atmosfere: fredde, cupe, con una natura nemica e aggressiva, eppure dotate di una strana bellezza. Alla tempesta esterna corrisponde quella interna, con liti familiari, misteriose sparizioni, domestiche ambigue e donne indecifrabili. Il personaggio dello scrittore, ottimamente interpretato da Ewan McGregor, rimane suo malgrado invischiato in qualcosa di più grande di lui, in una situazione tipicamente hitchockiana dell' "uomo solo contro tutti". La regia e la fotografia sono il punto di forza del film, che sfrutta a fondo l'espressività del linguaggio filmico e dell'immagine: molte delle scene migliori sono prive di dialogo e creano nello spettatore tensione ed ansia per la sorte del protagonista.
L'abilità di Polanski e degli attori (ottimo anche Pierce Brosnan) coprono le pecche di una sceneggiatura che, pur presentando dei momenti di notevole vivacità, ha pochi colpi di scena e manca di intrecci secondari. I momenti migliori sono le escursioni di McGregor sull'isola e sulla terra ferma, in particolare l'incontro con il vecchietto (cameo di Eli Wallach, il Brutto di Sergio Leone) che comincia a gettare qualche ombra sulla sorte del primo ghost writer di Lang.
L'uomo nell'ombra è un film d'altri tempi, in cui atmosfere e immagini hanno un ruolo importante quanto e più di quello delle parole. Orso d'argento alla regia meritatissimo.
***
Pier
Uno scrittore di scarso successo viene assunto come ghost writer dell'autobiografia di Adam Lang, controverso ex premier britannico ritiratosi a vivere in un'isola al largo di Boston. Durante la stesura del libro Lang viene accusato di aver commesso crimini di guerra durante il suo mandato, e lo scrittore finisce suo malgrado coinvolto in intrighi politici e familiari. Decide comunque di restare, fino a quando non scopre che il suo predecessore nel ruolo di ghost writer è mosto in circostanze misteriose.
La prima cosa che colpisce nel nuovo film di Polanski sono le atmosfere: fredde, cupe, con una natura nemica e aggressiva, eppure dotate di una strana bellezza. Alla tempesta esterna corrisponde quella interna, con liti familiari, misteriose sparizioni, domestiche ambigue e donne indecifrabili. Il personaggio dello scrittore, ottimamente interpretato da Ewan McGregor, rimane suo malgrado invischiato in qualcosa di più grande di lui, in una situazione tipicamente hitchockiana dell' "uomo solo contro tutti". La regia e la fotografia sono il punto di forza del film, che sfrutta a fondo l'espressività del linguaggio filmico e dell'immagine: molte delle scene migliori sono prive di dialogo e creano nello spettatore tensione ed ansia per la sorte del protagonista.
L'abilità di Polanski e degli attori (ottimo anche Pierce Brosnan) coprono le pecche di una sceneggiatura che, pur presentando dei momenti di notevole vivacità, ha pochi colpi di scena e manca di intrecci secondari. I momenti migliori sono le escursioni di McGregor sull'isola e sulla terra ferma, in particolare l'incontro con il vecchietto (cameo di Eli Wallach, il Brutto di Sergio Leone) che comincia a gettare qualche ombra sulla sorte del primo ghost writer di Lang.
L'uomo nell'ombra è un film d'altri tempi, in cui atmosfere e immagini hanno un ruolo importante quanto e più di quello delle parole. Orso d'argento alla regia meritatissimo.
***
Pier
venerdì 22 maggio 2009
Angeli e Demoni
Da un mediocre romanzo un film insufficiente
Sono andato con tutte le migliori intenzioni a vedere il nuovo film di Ron Howard "Angeli e Demoni", convinto che questa volta il film sarebbe stato quantomeno guardabile, visto il modo cinematografico con cui il romanzo, da cui è tratto, è stato scritto. Invece la delusione è ai massimi livelli e, ancora una volta, il regista, fin troppo sopravvalutato, non ha perso occasione per mostrare tutta la sua superficialità.
Il fatto che il film di Kubrick, Arancia Meccanica, sia stato l'unico film in grado di superare l' omonimo romanzo scritto da Anthony Burgess, dimostra quanto difficile sia per un regista e per uno sceneggiatore adattare cinematograficamente un testo letterario. Ma nel caso di Angeli e Demoni la sceneggiatura era già praticamente scritta, e, in modo davvero incredibile, Ron Howard è stato capace di cambiare le poche cose belle che c'erano del romanzo di Dan Brown:
- Viene eliminato il personaggio del capo del CERN, figura assolutamente rilevante sia ai fini dello sviluppo narrativo che della "morale".
- Olivetti, capo della guardia Svizzera, viene ridotto ad un personaggio secondario, senza personalità ne dimensione psicologica, mentre Richter lo sotituisce come scettico delle teorie di Langdon.
- Il regista glissa completamente sulle storie dei personaggi. Vittoria Vetra non viene raccontata minimamente e il regista le disegna un personaggio più simile ad una valletta televisiva che ad una scienziata; per non parlare del Camerlengo Carlo Ventresca (a cui gli viene cambiato il nome per giustificare Ewan McGregor), dipinto non come religioso fanatico, protettore della chiesa e della fede, ma come un semplicissimo giovane ambizioso.
A tutto questo si somma la completa incapacità dello sceneggiatore di strutturare un testo narrativo sensato: quando viene ucciso il padre di Vittoria dentro il suo ufficio, l'occhio strappato è all'interno dello studio con il cadavere. Ora, come è entrato l'assassino, visto che la porta era apribile solo con lo scanner della retina se il cadavere era all'interno? Cos'è, lo ha ucciso fuori, gli ha strappato l'occhio e lo ha trascinato dentro l'ufficio? E ancora, l'elicottero preso sul finale dal Camerlengo che cosa ci faceva in piazza del Vaticano? Il film dice per portare via i cardinali più anziani, ma un elicottero civile non ha una capienza di 5/6 persone massimo? Gli altri 34 dove si sarebbero dovuti mettere sulle pale dell'elica o aggrappati alla base? Per non parlare della morte dell'assassino dentro la macchina... ma chi ce l'ha messa quella bomba? Lui stesso?
Mi chiedo davvero come Ron Howard possa solo presentarsi a Hollywood per un altro film.
*1/2
Alessandro
giovedì 18 dicembre 2008
Big Fish - La favola come sogno eterno

Cinema come fantasia o cinema come realtà? Questo è un interrogativo che ha diviso i più grandi cineasti di tutti i tempi, a partire dagli albori, quando, nel 1900 esisteva già uno scontro di idee tra i fratelli Lumiere che volevano e seguivano un cinema documentaristico, e Melies il regista che, per primo, diede un volto favolistico alla settima arte.
Ebbene “ Big Fish” il nuovo film di Tim Burton, attualmente nelle sale, sembra seguire l’ interpretazione Meliesiana, ovvero cinema come evasione, cinema come favola e storia ben più piacevole della realtà nella quale tutto segue i canoni della razionalità. Con rigore onirico Burton sostituisce agli eroi mucciniani e ozpetekiani impregnati della stessa tristezza che caratterizza i nostri dubbi esistenziali , personaggi mitici, innocenti e ingenui ( Il gigante, il lupo mannaro, le gemelle siamesi) ,che per le loro particolarità in un certo senso mostruose sarebbero classificati come reietti della società nella realtà razionale ma che nella favola sono proprio le loro nefandezze a inserirli nei canoni della normalità, a farli protagonisti di un mondo fantasioso dove le loro diversità sono disegnate dal regista con tanta ingenuità da renderli amabili e non mostruosi.
Il film può riassumere, a mio parere, il significato di cinema: Il bisogno di evasione, l’importanza della fantasia, il credere ancora possibile sognare a occhi aperti un mondo dove morire è come nascere( Non a caso il vecchio Ed Bloom muore là dove era cominciata la sua fantasia) dove il male è come il bene ( Il poeta fallito che rapina una banca agisce con una ingenuità disarmante), e dove amare è come odiare( Ed Bloom e protagonista di tutte le azioni eroiche della città sotto gli occhi gelosi del suo migliore amico, a cui soffia sul finale anche la ragazza); dove insomma tutti i sentimenti opposti si fondono in uno unico che diventa l’elemento di una vita fantastica. Ed è questo che significa il cinema, proprio il sedersi sulla poltrona a luce spenta a guardare eroi e personaggi che non rispecchiano la nostra realtà ; dunque non deve essere una trasposizione di noi stessi sullo schermo, perché come va la nostra vita, com’ è la realtà non abbiamo bisogno di vederlo nelle sale perché il mondo e la vita sono il nostro schermo e noi i protagonisti. Davanti ad un film abbiamo bisogno di sentirci diversi, abbiamo bisogno di sentire cosa significa parlare con un gigante, lanciare un bastone a un uomo lupo, organizzare la fuga dal Vietnam con due ragazze vietnamite siamesi; insomma abbiamo bisogno di vedere tutto quello che nella realtà non potremmo o che in fin dei conti non vorremmo vedere perché ci spaventerebbe; ma se c’è una cosa che il cinema ci ha insegnato è che la finzione non fa e non deve far paura, ma può colpire dritto al cuore ricordandoci che un tuffo nella più fanciullesca delle favole è un punto necessario per una esistenza eterna, perché, com’è detto nel film, è raccontando storie che l’uomo ottiene l’immortalità.
**** (*****)
Alessandro
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