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martedì 2 novembre 2021

The Green Knight

Le donne, i cavallier, l'arme, gli orrori


A Camelot, nel giorno di Natale, un anziano re Artù tiene udienza. Si presenta, a sorpresa, il Cavaliere Verde, misterioso gigante dall'aspetto di un albero, e lancia una misteriosa sfida. La raccoglie Gawain, nipote del re. Per mantenere i patti, dovrà intraprendere un percorso che lo porterà a fronteggiare fantasmi, creature fantastiche, briganti, e tentazioni della carne, costringendolo a interrogarsi di continuo sul significato di onore, consapevole che, alla fine del suo viaggio, lo attende la morte.

La saga di Re Artù è una delle più raccontate dai cineasti, tra trasposizioni (più o meno) fedeli (Excalibur), adattamenti di successo (La spada nella roccia, a sua volta tratto dalla splendida rilettura delle storie arturiane di T.H. White, Re in eterno), tentativi di storicizzazione del mito (King Arthur), e riletture in chiave action (King Arthur: La leggenda della spada) e romantica (Il primo cavaliere). 
Era dunque difficile pensare di riuscire ad approcciare la materia con uno sguardo del tutto nuovo, creativo, originale.

La scelta vincente è puntare su un mito meno conosciuto della saga arturiana, il romanzo allitterativo Gawain e il cavaliere verde che costituisce una delle più importanti testimonianze letterarie del periodo medioevale: scritto in medio inglese, è stato trasposto in inglese moderno numerose volte, con la versione forse più celebre a opera di J.R.R. Tolkien. La scelta è vincente non solo perché permette uno sguardo fresco rispetto a quello che avrebbe offerto l'ennesimo racconto delle vicende di Artù (o Lancillotto), ma anche perché la storia è intrisa di simbolismo, immersa in un'atmosfera onirica che il regista Lowery abbraccia fino in fondo, trasformando un romanzo cavalleresco in un incubo a occhi aperti, un viaggio infernale alla ricerca dell'onore.

Il risultato è un film che ricorda ciò che potrebbe partorire David Lynch se approcciasse la materia arturiana, un intreccio continuo di stregoneria, sogni, e umana miseria in cui il reale e il sovrannaturale si permeano fino a confondersi in un unica grande visione. Gawain si muove per terre desolate, funeree, in cui la luce di Camelot non è mai arrivata e probabilmente non arriverà mai.



La complessità e la ricchezza simbolica del materiale di partenza sono tali da permettere molteplici livelli di lettura: dal rapporto uomo-natura (natura creatrice, natura matrigna) al significato di mascolinità, passando per una riflessione sul potere e per lo scontro tra ragione e sentimento, paganesimo e cristianità. In primo piano, tuttavia, c'è l'emancipazione del giovane Gawain, un personaggio molto diverso dall'archetipo del cavaliere che siamo abituati a conoscere: esitante, pieno di dubbi, insicuro persino sul suo voler diventare cavaliere, affronta la missione che gli si para davanti quasi controvoglia, trascinato più dall'istinto di sopravvivenza che da un vero desiderio di avventura. Il suo è un percorso di maturazione che si fa rito iniziatico e anche seduta psicoanalitica, grazie anche ad alcune modifiche apportate da David Lowery al testo originale (potete leggerne qui, ma attenti agli spoiler). L'onore viene cercato e, forse, trovato: ma ne valeva davvero la pena?

Il viaggio di Gawain può essere visto sia come una discesa agli inferi che come una ricerca della vita, sia una catabasi che come una catarsi: se da un lato viaggia verso la morte, dall'altro fugge da una corte crepuscolare, moribonda, stantia. Re Artù e Ginevra sono vecchi, cadaverici, relitti di un'epoca passata, laddove Gawain è giovane e pieno di vita. Il grigio della civiltà si contrappone al verde del cavaliere, simbolo, tra le altre cose, della natura che travolge il fuggevole passaggio dell'uomo. Tutto, intorno a lui, è morte: il suo viaggio prosegue per lande desolate, immerse in una nebbia oltremondana e infestate da spettri ed esseri che di umano hanno ormai soltanto il nome. Gawain soffre la fame, il freddo, la paura, e noi ci trasciniamo con lui per un sentiero che non vorrebbe percorrere ma che continua a seguire, nonostante alla fine lo aspetti, letteralmente, la morte.



La trama tradisce a tratti la natura "ingenua" e mitologica del romanzo, ma Lowery fa sì che passi tutto in secondo piano, calandola nella logica illogica del sogno e dell'allucinazione. La fotografia è splendida, abbacinante, un'estasi visiva che alterna luci monocrome squillanti a una desaturazione estrema, e in cui ogni location pare uscita da un incubo o da un sogno, offrendo una straniante commistione di reale e fantastico che arricchisce i simbolismi della trama. Ogni inquadratura è studiata con precisione maniacale, e offre all'osservatore più attento dei dettagli che consentono di apprezzare appieno la trama sia dal punto di vista letterale che da quello metaforico. 

Dev Patel è un Gawain perfetto (e chi conosce le leggende arturiane può apprezzare l'appropriatezza di rendere lui e sua madre di un'etnia diversa rispetto agli altri cavalieri), e rende appieno la titubanza, l'incertezza, e il senso dell'onore in fieri del suo personaggio. Al suo fianco, Alicia Vikander convince in un doppio ruolo, e offre un monologo sul "verde" di grande portata emotiva. 

The Green Knight è un film coraggioso, creativo, con una visione forte e originale che viene portata avanti senza aver paura di confondere lo spettatore, invitandolo a lasciar andare la riflessione razionale per lasciarsi trasportare dalla forza delle immagini e da una storia che parla più all'inconscio. Lasciatevi trascinare: non ve ne pentirete.

****1/2

Pier

sabato 17 ottobre 2020

La vita straordinaria di David Copperfield

Un classico per i nostri tempi


Inghilterra, età vittoriana. David Copperfield nasce orfano di padre. Allevato dalla madre e dalla governante, vedrà il suo nido idilliaco infranto dall'arrivo di Mur. Murdstone, nuovo marito della madre. Questi, per liberarsene, lo spedisce a Londra a lavorare nella sua fabbrica. Questo è l'inizio di una serie di avventure e disavventure che porteranno il giovane David a scoprire se stesso, passando spesso dalle stelle alle stalle e incontrando una galleria di personaggi memorabili sulla sua strada. 

Poco noto al pubblico italiano, Armando Iannucci (scozzese, anche se di origini italiane) è uno degli autori più geniali e innovativi in attività, specializzato in satira politica. Sue sono le meravigliose serie The thick of it e Veep, dove mette a nudo senza pietà e con un misto di crudeltà e ironia molto british le idiosincrasie di politici e politicanti. Laddove il suo primo film, Morto Stalin se ne fa un altro, proseguiva questo filone, La vita straordinaria di David Copperfield vira in direzione della commedia e della satira sociale. Iannucci riprende le tematiche di denuncia della storia di Dickens ma le spoglia quasi del tutto della loro componente patetico-emotiva per puntare su toni leggeri, ma ugualmente efficaci nel mettere a nudo le contraddizioni del sistema delle classi sociali inglesi. 

Iannucci mette in atto questa visione già nella scelta del cast, un ensemble multietnico dove un indiano ha genitori caucasici e un'afroamericana un padre asiatico, annullando così ogni differenza razziale. Questa scelta, originale, coraggiosa e mai vista al cinema (più frequente a teatro), ha l'effetto di far risaltare ancora di più le assurdità delle distinzioni per ceto: un sistema di classi rigido, ingessato, che Iannucci, da buon inglese, sa essere vivo e rampante ancora ogni giorno. 

Alla rigidità del sistema si oppone la vitalità contagiosa di David, mirabilmente interpretato da Dev Patel, che dà al personaggio un entusiasmo contagioso e fanciullesco, che fa vibrare di vita il film. Accanto a lui, un'indimenticabile galleria di eccentrici, tra cui spiccano Hugh Laurie nella parte dello svampito Mr. Dick, Tilda Swinton in quella dell'eccentrica zia Betsy, e Peter Capaldi nel ruolo del funambolico straccione squattrinato Mr. Micawber.

La sceneggiatura procede per quadri, con i vari episodi della vita di David congiunti solo dalla sua voce narrante. Questa sconnessione a volte rallenta il ritmo del racconto, che però non risulta mai noioso grazie alla brillantezza di dialoghi e personaggi. 
Il comparto visivo riflette la vitalità dei personaggi e della sceneggiatura, amplificandole, con una fotografia ariosa e luminosa, costumi pastello, e abitazioni eccentriche che sembrano uscite da un libro di avventure, piene di oggetti e di vita. Tutto sembra un parto della fantasia esuberante di David, un frutto del suo racconto allo spettatore, un'immagine della realtà trasfigurata dai suoi occhi da sognatore che non si arrende di fronte alle difficoltà.

Dietro questa patina spensierata, tuttavia, Iannucci mette in scena un passato di abusi e ingiustizie che ricorda sinistramente il presente, in cui pochi hanno tantissimo e molti devono arrangiarsi, tirare a campare, vivendo alla giornata e trascinandosi tra debiti e mancanza di cibo, con lo spettro della prigione che aleggia su di loro. La Londra vittoriana di Dickens diviene la Londra multietnica di oggi, e la somiglianza è sconcertante ma innegabile.

Iannucci si conferma un regista che ha sempre qualcosa da dire, ma dimostra anche una capacità di cambiare registro e tono senza rinunciare alla sua voce e alla sua visione del mondo. La vita straordinaria di David Copperfield è un film che diverte e dona gioia, ma che al tempo stesso fa riflettere. Alle risate sonore si mescolano i sorrisi amari, in una commistione tra commedia e satira che funziona e colpisce, e che dimostra che alcuni classici hanno ancora tantissimo da dire.

****

Pier