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mercoledì 9 febbraio 2022

Nightmare Alley - La fiera delle illusioni

La fiera dell'avidità


USA, 1939. Stan si unisce a un luna park itinerante, dove impara i trucchi del mentalismo da Zeena e  suo marito Pete. Dopo aver sedotto la giovane Molly, fugge con lei e insieme creano un numero di grande successo. Tuttavia, Stan non si accontenta: vuole di più, e decide così di lanciarsi nello spiritismo.

Cosa distingue l'uomo dalle bestie? Cosa significa essere un "mostro"? Queste la domande che, da sempre, permeano il cinema di Guillermo Del Toro, sia nei suoi lavori più autoriali (Il labirinto del fauno, La forma dell'acqua), sia in quelli più commerciali (Blade II, Hellboy). Non sorprende, dunque, che sia rimasto affascinato da Nightmare Alley, il romanzo noir di William Lindsay Gresham, che si apre, così come il film, con una descrizione ipnotica della figura dell'uomo bestia, fenomeno da baraccone abbrutito al punto di ridursi a divorare animali vivi in cambio qualche bicchiere di alcool. Già questo basterebbe ad attirare l'attenzione di Del Toro, ma c'è di più: il circo, con il suo esercito di freaks esclusi dalla società ma capaci di solidarietà reciproca; un protagonista carismatico, ambizioso, ma divorato da un demone interiore che gli impedisce di accontentarsi.

Rispetto al romanzo, Del Toro cambia la natura del demone (eterna, dostoevskijana insoddisfazione nel romanzo, avidità e hubris nel film), ma non il risultato: l'occhio rimane focalizzato su Stanton Carlisle, affabulatore che con il duro lavoro diviene mentalista di straordinario talento, per poi provare la strada dello spiritismo. La sua parabola è una versione distorta del sogno americano, uno specchio deformante che restituisce un incubo, raccontando le storie di fallimenti, vite spezzate e calpestate che spesso lastricano i cosiddetti successi. Il passato è il demone che perseguita tutti, ma non l'unico, e così assistamo a una carrellata di mostri e scheletri che si accumulano nel sottosuolo delle vite dei protagonisti, ritratti di Dorian Gray nascosti da uno sguardo seducente, un sorriso smagliante e una storia di apparente successo. 

Del Toro mette in scena una lunga seduta psicoanalitica, vivisezionando le pulsioni dei suoi personaggi e trasportando lo spettatore in un'ipnotica discesa agli inferi, un viaggio nel ventre putrido e macilento della società statunitense prima della seconda guerra mondiale che diventa quasi subito quella di oggi: una società atomizzata, in cui il denaro è il primus movens e i sentimenti sono utili solo se sfruttabili, un'arma di manipolazione nei confronti dei gonzi. Nessuna redenzione è possibile: chi si interessa degli altri viene calpestato e distrutto, chi se ne disinteressa finisce per distruggerci.

Lo sguardo di Del Toro è cupo come la sua narrazione, fatto di luci taglienti e chiaroscuri netti, violenti, quasi espressionisti. La scenografia è fatta di oggetti apparentemente normali che però nel loro insieme diventano alieni, inquietanti, mostruosi. L'incedere non è rapido, ma ha una cadenza ipnotica, che impedisce di distogliere lo sguardo anche quando il ritmo cala (e succede spesso).

Al netto del ritmo, il difetto di Nightmare Alley è forse quello di non aggiungere granché alla poetica di Del Toro. Non emerge una nuova visione, un nuovo messaggio, una nuova prospettiva sulle tematiche sopracitate: l'unica novità sembra essere la totale assenza di speranza, la mancanza di quell'ottimismo che Del Toro aveva mantenuto in tutte le sue opere precedenti. Un cambiamento che, tuttavia, può essere evidente solo a chi già conosce il lavoro di Del Toro, ed è destinato a sfuggire agli altri.

Nightmare Alley è un racconto di dannazione e perdizione, in cui il nemico non è un agente esterno (no, nemmeno l'algida psicologa mirabilmente interpretata da Cate Blanchett) ma interno, un cancro morale che divora lentamente ma inesorabilmente, un sonno del sentimento e dell'empatia che genera mostri terribili quanto quello della ragione.

*** 1/2

Pier

giovedì 22 aprile 2021

Nomadland

No direction home 


Empire, stato del Nevada. Alla morte del marito, Bo decide di lasciare la casa dove hanno sempre vissuto, in una cittadina industriale del Nevada diventata una città semi-fantasma dopo la chiusura della fabbrica che dava lavoro alla grande maggioranza dei locali. Si trasferisce a vivere in un van, che trasforma in una casa con la C maiuscola, e comincia a spostarsi per le strade d'America, entrando a far parte di una comunità di persone come lei: i nomadi della strada. 

Quando pensiamo ai nomadi, il primo pensiero corre sempre a culture "altre", nello spazio o nel tempo, lontane dai canoni di sedentarietà della civiltà occidentale contemporanea. Tuttavia, i nomadi sono parte fondante, il cuore pulsante ma invisibile del paese che ha egemonizzato la cultura occidentale degli ultimi settant'anni, gli Stati Uniti. Nella pancia degli States c'è una vibrante comunità di invisibili, con i suoi riti, le sue tradizioni, in perenne movimento verso un futuro che non arriverà mai ma che è comunque più attraente di un passato fatto di rinunce, fallimenti e solitudine. 

Chloé Zhao si immerge in questa comunità e la racconta con uno sguardo documentaristico ma lirico, distante ma partecipe, che racconta la storia dei nomadi attraverso sguardi, paesaggi, e silenzi, muovendosi con elegenza tra il road movie e il cinema di Ken Loach, di cui non ha gli elementi di critica sociale ma lo sguardo affettuoso verso la solidarietà tra diseredati, i legami indissolubili che possono nascere da un breve incontro, da una parola gentile, da un aiuto disinteressato. 

Citare altri registi non rende però giustizia all'originalità dello sguardo della Zhao, uno sguardo unico, ricco, vitale, che trova il bello in ogni cosa ma non rifugge da raccontare la quotidianità anche nei suoi momenti più triviali - uno sguardo che sceglie di raccontare per immagini, suoni, sensazioni più che attraverso le parole, riscoprendo una lezione dimenticata su cosa sia davvero il cinema, in un'epoca in cui la parola sembra aver preso il sopravvento sull'elemento visivo che invece costituisce il cuore e l'anima della settimana arte. Laddove altri film raccontano la materia, Nomadland racconta l'anima: l'anima dei suoi personaggi, l'anima (perduta) di un paese. 

La crisi economica e il fallimento del sistema capitalista, del sogno americano sono i coprotagonisti del film, ma la Zhao decide di lasciarli sullo sfondo, spettri che incombono sui protagonisti, animali notturni da cui i nomadi si difendono come le tribù di una volta: stringendosi insieme intorno a un fuoco e raccontando storie. La Zhao sceglie di indugiare su ciò che i nomadi hanno guadagnato scegliendo questa vita più che su ciò che hanno perso, sui legami di una comunità sui generis, ma presente, che si sostituiscono alle regole di una società strutturata ma assente. Questa scelta non solo avvicina lo spettatore al loro mondo, ma amplifica la portata emotiva delle scene in cui il passato riemerge, come un fiume carsico che travolge personaggi e spettatori. 
La scelta di circondare Frances McDormand, sempre magnifica, di veri nomadi incontrati sulla strada è vincente e dona al film un afflato neorealista che ne rafforza l'impatto emotivo e sociale. 

Nomadland è un film che colpisce dritto al cuore senza bisogno di scene madri o grandi conflitti interiori o sociali. È un film che racconta la miseria in modo onesto, sincero, adottando lo sguardo dei suoi personaggi anziché ergersi a giudice e dispensatore di pietà. Nomadland racconta e ritrae, laddove altri avrebbero giudicato o fatto un trattatello morale: è quello che il grande cinema dovrebbe fare. 
E non fatevi ingannare dalla sua apparente semplicità: Nomadland è grande, grandissimo cinema. 

**** 1/2 

Pier

mercoledì 21 maggio 2014

Godzilla

Lo sporco inganno del trailer e il mostro cuccioloso



Joe Brody è un ingegnere nucleare che lavora in una centrale in Giappone insieme alla moglie. Quando un impulso elettromagnetico di origine sconosciuta provoca una scossa sismica che distrugge la centrale e causa la morte della moglie, la missione di Brody diventa scoprire le vere ragioni del disastro. Quindici anni dopo la sua ricerca lo porterà a scoprire quello che le autorità hanno tenuto nascosto al mondo, una verità inquietante e terribile che affonda le sue radici nell’alba del mondo e della vita sulla Terra.

Dopo il disastroso film del 1998, Godzilla, il padre dei kaiju giapponesi assorti a nuova fama in Occidente grazie a Pacific Rim, sembrava pronto a un rilancio in grande stile. Tutto nel trailer lasciava pensare a un blockbuster di altissimo livello: un protagonista come Bryan Cranston, reduce dal successo di Breaking Bad; una trama finalmente sensata e coerente con la storia del mostro e le tematiche ad esso connesse; e, soprattutto, un mostro ed effetti speciali delle aspettative.
Se l’ultima aspettativa è stata soddisfatta, le prime due sono state ampiamente deluse: Godzilla è un film lento e noioso, in cui l’unico attore in grado di recitare viene messo da parte quasi subito per lasciare spazio a dei protagonisti inespressivi o per chiara incapacità, come nel caso della Olsen e di Taylor-Johnson o per scarsa convinzione, come nel caso di Watanabe e Strathairn, due grandi attori che sembrano domandarsi a ogni scena perché diamine si trovino in una tale baracconata, salvo poi guardare il portafoglio e ricordarsene.

La trama, oltre a essere insopportabilmente lenta, un peccato mortale per un film del genere, è anche ridicola e incoerente, con Godzilla ridotto al ruolo di comparsa e, soprattutto, elevato a difensore dell’umanità anziché esserne la nemesi. Un mostro che dovrebbe essere la rappresentazione fisica  dell’orrore del nucleare e dei disastri che questo può provocare diventa così un animale guardiano, pronto persino a sacrificare se stesso di salvare Tokyo prima e San Francisco poi dalla terribile furia distruttrice dei MUTO, mostri con velleità riproduttive che sembrano copiati pari pari da alcuni degli alieni di Pacific Rim. In alcune inquadrature Godzilla risulta addirittura tenero, un povero cucciolo spossato dalle lunghe ore di gioco, cui è giusto concedere un riposino. Il tutto per una creatura la cui sola apparizione dovrebbe incutere terrore ed evocare morte e devastazione.

Rimangono gli effetti speciali e la spettacolarità di alcune scene (il lancio dei paracadutisti su tutte), che non bastano però a ripagare lo spettatore per una trama così insulsa e, soprattutto, per l’inganno perpetuato con il trailer, raramente utilizzato in maniera così smaccatamente manipolatrice, con alcune immagini, come quella della Statua della Libertà distrutta, che non compaiono nemmeno nel film, dato che tutta l’azione si svolge sull’Oceano Pacifico e di New York manco si vede l'ombra.

Godzilla è un film inutile e dimenticabile che, pur riuscendo a fare nettamente meglio del suo predecessore americano, è del tutto incapace di creare quella tensione narrativa e quella sensazione di catastrofe incombente che un disaster movie  dovrebbe generare nello spettatore.

* 1/2

Pier