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sabato 11 marzo 2023

The Whale

Le tante forme del dolore


Quante forme può prendere il dolore? E si è colpevoli se il proprio dolore crea dolore agli altri? Queste le domande che animano The Whale, ultimo capitolo della schizofrenica carriera di Darren Aronofsky, un regista incapace di essere "medio". I suoi film sono divisivi, e soprattutto polarizzati in termi di qualità: o brillano di luce propria, o sprofondano a livelli abissali, risultando indigesti anche al suo più grande estimatore. 

The Whale fa parte di "quelli buoni", nonostante alcuni potrebbero trovarlo, legittimamente, respingente per la sua scelta di mettere in scena un dolore così vistoso, così fisicamente impattante, con il corpo obeso del protagonista esposto senza alcun pudore in tutte le sue funzioni quotidiane. Bastano tuttavia pochi minuti per capire che questa esposizione non è fine a se stessa, ma funzionale a far emergere il cuore e l'anima del film. Come in The Wrestler, il corpo diviene uno strumento di sublimazione del dolore, un atto di alienazione dal mondo. Quella di Charlie è un'obesità cercata, aborrita ma anche desiderata: un guscio in cui affogare una depressione irrefrenabile, un muro dietro cui nascondersi per tenere lontano un mondo che lo ha già ferito troppe volte. Fino a quando, un giorno, il passato torna nella forma di una figlia arrabbiata ma adorata, e Charlie questa volta apre la porta: a lei, ma anche al giovane membro di una setta, la cui ambigua presenza ci ricorda come la colpa sia un concetto relativo tanto quanto la salvazione. Charlie vuole salvare sua figlia, ma non se stesso, nonostante la prima operazione sarebbe resa infinitamente più facile dalla seconda.

Su tutto incombe Moby Dick, soggetto dell'insegnamento di Charlie e di un misterioso saggio cui sembra molto affezionato, e che conferisce una lettura nuova dell'opera di Melville e, di riflesso, della stessa vicenda di Charlie. Charlie è un uomo distrutto che però ha ancora tanto da dare, preda di una spirale autodistruttiva che non può e, forse, non vuole più arrestare. Tuttavia, nonostante il suo istinto autopunitivo, Charlie non rinuncia alla sua dignità - a essere se stesso, rivendicando scelte fatte per amore anche quando sembravano egoiste.  

Aronofsky trasforma la casa di Charlie in una soffocante cabina, spesso ripresa ad angolature stranianti, che fanno risaltare l'enormità del protagonista in uno spazio tanto piccolo. La sua è una messa in scena teatrale, che fa risaltare i rapporti tra i personaggi, il non detto dei silenzi, degli sguardi che giudicano, amano, vivisezionano, in un incontro-scontro tra volontà feroci e diverse, decise a essere ciò che vogliono e non ciò che gli altri vogliono che siano.

Il cast offre prove eccezionali, con Sadie Sink che si conferma la più talentuosa del gruppo di giovani attori usciti da Stranger Things, e Brendan Fraser che torna sul grande schermo, dopo tante vicissitudini, con un'interpretazione stordente per forza e range emotivo. Come Mickey Rourke prima di lui, Fraser diventa il suo personaggio, fa suo il desiderio di essere visto per ciò che é: un grande attore ingiustamente messo da parte, addirittura ostracizzato per tanto tempo, deciso a riprendersi ciò che è suo, a riaffermare il suo valore.

The Whale è un film emozionante, che ci costringe a confrontarci con le molteplici sfaccettature del dolore e con la catena di rancori e ferite che esso è in grado di creare. Non brilla per originalità della regia, ma forse è un bene: Aronofsky sembra dare il suo meglio quando la sua folle inventiva viene messa al servizio di una storia classica ma dal forte impatto emotivo, costringendolo a concentrarsi sui personaggi e regalandoci finali da brividi in cui immagine e sceneggiatura divengono tutt'uno e trascendono (è proprio il caso di dirlo) il piano del reale.

**** 1/2

Pier

sabato 10 settembre 2022

Venezia 2022 - Il Totoleone

Anche quest'anno siamo giunti al termine della Mostra del Cinema: una Mostra finalmente tornata alla normalità, con sale piene, dibattiti in coda, feste, biciclette, e panama bianchi. Il programma è stato molto ricco e variegato, e ancora una volta non si possono che fare i complimenti ad Alberto Barbera.

È stata una Mostra pervasa di memorie e ricordi, tra il Bardo di Iñárritu e L'immensità di Crialese, passando anche per The Eternal Daugher e Un Couple; ma, soprattutto, è stata una Mostra sull'incomunicabilità che genera mostri (White Noise, The Banshees of Inisherin) e sull'emarginazione (Bones and All, Monica, Athena, The Whale). Come lo scorso anno, molti film hanno guardato al passato per parlare (con successi alterni) del presente: Argentina, 1985, Chiara, Il signore delle formiche, All the Beauty and the Bloodshed sono gli esempi più evidenti.

Qui trovate un riassuntone dei film visti. Di seguito, invece, trovate i pronostici, quasi sicuramente sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Moltissimi protagonisti "giovani" nei film in Mostra. A spiccare sono due ragazze: Taylor Russell, protagonista del film di Luca Guadagnino, Bones and All, e Sadie Sink, già celebre per Stranger Things, e co-protagonista di The Whale. Sulla prima ricade il mio pronostico, anche per il ruolo più ampio rispetto a quello di Sink, ma su Sink ricade la mia scelta personale. 
PronosticoTaylor Russell, Bones and All
Scelta personaleSadie Sink, The Whale

Coppa Volpi maschile
Qui sembra esserci un chiarissimo favorito, ovvero Brendan Fraser, semplicemente straordinario in The Whale. La sua storia personale, inoltre, è la classica comeback story che tende a essere premiata dai giurati. Sembra tutto apparecchiato per una Coppa Volpi, dunque. L'unico motivo per cui potrebbe perderla sarebbe se The Whale si aggiudicasse il Leone d'Oro (il regolamento impedisce che chi vince il Leone vinca altri premi), replicando quindi quanto successo a un altro interprete di un film di Aronofsky, Mickey Rourke per The Wrestler. Ma non penso accadrà. Su Fraser ricade anche la mia scelta personale. 
PronosticoBrendan Fraser, The Whale 
Scelta personaleBrendan Fraser, The Whale

Coppa Volpi femminile 
Anche qui sembra esserci una chiarissima favorita, Cate Blanchett per TAR, destinata quindi a bissare la sua vittoria per Io Non Sono Qui. Il film non è eccezionale, ma la sua interpretazione è un raggio di luce che ne pervade l'intera durata. La mia scelta personale ricade però sulla splendida Penelope Cruz (anch'essa vincitrice proprio lo scorso anno) per L'immensità, dove interpreta una madre solare, creativa e fragile, capace di trasformarsi in Mina e in Raffaella Carrà.
Pronostico: Cate Blanchett, TAR
Scelta personale: Penelope Cruz, L'immensità

Leone d'Argento (Miglior Regia) 
Questo è un premio che tende ad andare a film in cui l'impronta del regista è più evidente. Andrew Dominik per Blonde e Jafar Panahi per No Bears sembrano logiche scelte, ma anche Alice Diop per Saint Omer e Jahil Valilvand per Beyond the Wall hanno le carte in regolaIl mio pronostico ricade su Jafar Panahi, mentre su Valilvand ricade la mia scelta personale.
Pronostico: Jafar Panahi, No Bears
Scelta personale: Jahil Valilvand, Beyond the Wall

Gran Premio della Giuria 
Il favorito per il secondo premio più importante sembra proprio Saint Omer, un film autoriale ma al tempo stesso ipnotico, primordiale nel suo affrontare il femminile e il lato oscuro della maternità con piglio documentaristico. Anche All the Beauty and the Bloodshed potrebbe giocarsela, ma alla fine penso la spunterà Saint Omer, che si aggiudica anche la mia preferenza personale.
PronosticoSaint Omer
Scelta personaleSaint Omer

Leone d'Oro 
Sfida davvero accesa e incerta, ma c'è un film chiaramente superiore agli altri in questa Mostra, ed è The Banshees of Inisherin. Un film scritto, diretto, interpretato, fotografato, musicato alla perfezione, che dovrebbe, se ci fosse giustizia, aggiudicarsi ogni premio. Tuttavia, la giustizia non è di questo mondo: ad aggiudicarsi il premio sarà l'ottimo (seppur inferiore) road movie cannibalesco di Guadagnino, Bones and All
Pronostico: Bones and All
Scelta personale: The Banshees of Inisherin

È tutto anche per quest'anno. Correte in SNAI a scommettere sull'opposto dei miei pronostici, e noi risentiamo per l'edizione 2023.

Pier

sabato 3 settembre 2022

Telegrammi da Venezia 2022 - #3

Terzo telegramma da Venezia, con il (grande) ritorno di Aronofsky e tanti film delle sezioni collaterali, più o meno riusciti.


The Happiest Man in the World (Orizzonti), voto 8. Uno sguardo interessante e originale sulle dinamiche ancora irrisolte nei territori dell'ex Jugoslavia - dinamiche che affliggono le menti ancora prima delle relazioni politiche.

Blue Jean (Giornate degli Autori), voto 5.5. Turbamenti sentimentali in un rapporto docente-allievo carico di tensione erotica, che però risulta dispersivo e inconcludente. 

Monica (Concorso), voto 3.5. Noioso, inconcludente, già visto, incapace di trattare approfonditamente l'unico elemento potenzialmente originale (la transizione della protagonista da uomo a donna), che viene invece presentato come un qualunque elemento di "contrasto" tra figli e genitori. 

El Akhira - L'Ultima Regina (Giornate degli Autori), voto 4. Film storico che mette al centro un personaggio interessante ma poco approfondito, e finisce quindi per annoiare, anche a causa di una lunghezza eccessiva.

Banu (Biennale College), voto 6. La lotta di una donna per riconquistare suo figlio si contrappone alla vittoria del suo paese, l'Azerbajian, in una trentennale guerra. Un film femminile interessante ma incapace di scavare a fondo.

The Whale (Concorso), voto 9. Un'obesità che diventa un guscio in cui affogare una depressione irrefrenabile, il passato che torna nella forma di una figlia arrabbiata ma adorata. Aronofsky ripete l'operazione già riuscitagli con The Wrestler mettendo in scena un uomo distrutto eppure con ancora tanto da dare, preda di una spirale autodistruttiva che non può e, forse, non vuole più arrestare. Brendan Fraser è straordinario nel ruolo del protagonista, ma tutto il cast convince in quello che è finora il film più commovente ed emotivamente vivo della Mostra.

Simone

domenica 1 ottobre 2017

Madre!

Quando un film sfugge di mano


Lui è uno scrittore di successo che sta attraversando un momento di crisi creativa; lei è sua moglie, completamente assorbita nella ristrutturazione della casa in cui lui è cresciuto, quasi del tutto distrutta da un incendio. La loro vita scorre tranquilla fino a quando uno sconosciuto non bussa alla loro porta, in cerca di un posto dove dormire: lei è scettica, ma lui lo accoglie e lo invita a restare. Da lì, tutto precipita.

Fin dalla sua prima proiezione a Venezia, Madre! ha scatenato reazioni violente e opposte negli spettatori: da una parte chi lo ha adorato, apprezzandone la forza visionaria e l'indubbia impronta registica; dall'altra, più numerosa, chi lo detesta, contestandogli un simbolismo d'accatto, una seconda parte a dir poco confusa, e una spiegazione raffazzonata e poco coerente. 

La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Aronofsky realizza un film di fortissimo impatto, sia visivo che sonoro, in cui gli eventi si susseguono con la logica degli incubi, una parvenza di senso che in realtà causa profondo straniamento e lascia continuamente lo spettatore con la sensazione che qualcosa sia sbagliato, fuori posto, senza però riuscire a capire cosa. Il film racconta una storia dall'afflato biblico, in cui ciò che accade ha un significato simbolico prima ancora che reale, e diversi piani di lettura (biblico, climatico, creativo, autobiografico) si intersecano senza però che uno emerga mai in maniera del tutto univoca. Madre! è incubo, è delirio, è tragedia insensata che si dipana sotto i nostri occhi.
Nel primo atto il regista dimostra di avere pieno possesso della sua creatura, e ci trasporta nel suo mondo distorto e idilliaco attraverso delle immagini che insistono sui corpi e sulle persone prima che sugli spazi, sempre stringenti e compressi, e un sonoro di altissimo livello in cui si inseguono suoni del reale e dell'irreale, fino a cancellare il confine tra i due piani. 

Nella seconda parte, tuttavia, Aronofsky perde completamente le redini, e si lascia trascinare in un gorgo di simbolismi che si sovrappongono a caso, cercando allo stesso tempo di indicare allo spettatore un'interpretazione univoca e infallibile di ciò che sta accadendo. In questo modo, il regista disattende le sue stesse premesse, cercando di introdurre la logica in una storia che proprio nell'assenza di senso aveva trovato la sua cifra espressiva. Aronofsky rinuncia alla dirompente visionarietà della prima parte nel tentativo, peraltro miseramente fallito, di arrivare a una conclusione che fungesse allo stesso tempo da twist narrativo e da chiave interpretativa definitiva. Nel farlo, però, sembra quasi dimenticarsi tutto ciò che ha mostrato fino a quel momento, tutte le contraddizioni, i simbolismi alternativi, complementari e sovrapposti che costituivano il cuore del film, e di cui sembra volersi liberare con la stessa violenza e la stessa goffa inefficacia con cui la sua protagonista cerca di liberarsi degli sconosciuti. Aronofsky perde il controllo persino del tono del film, generando risate sguaiate in momenti che dovrebbero essere di tensione o quantomeno stranianti.
Il film è sorretto dalle ottime prove degli attori: la Lawrence spicca su Bardem, ma ambedue vengono oscurati dall'ingresso in scena di due mostri sacri come Ed Harris e Michelle Pfeiffer, perfetti nei panni di due novelli Adamo ed Eva, accolti nell'Eden e fautori della propria cacciata.

Madre! è, in fondo, un film che pecca di scarso coraggio, che dopo un inizio dirompente esita, tituba, e alla fine si tira indietro, rientrando nei ranghi del cinema di genere. Si ha quasi la sensazione che Aronofsky (o gli studios, chissà) si sia spaventato di fronte al potenziale innovativo della sua opera, che gli avrebbe senza dubbio alienato la gran parte del pubblico, e abbia cercato di rimediare con una spiegazione posticcia. 
Il risultato è un film con un eccessivo numero di alti e bassi, che comunque non piace al pubblico e scontenta anche molti cinefili proprio per questo tentativo di "rifarsi un'immagine", per la pavidità dimostrata dopo una prima parte davvero intrigante nella sua unicità. È comunque un lavoro estremamente interessante, che non merita certo l'ironico scorno con cui è stato accolto da molti critici in quel di Venezia. Certo, rimane il rammarico per ciò che avrebbe potuto essere.

***

Pier

sabato 9 settembre 2017

Venezia 2017 - Il Totoleone

Anche quest'anno siamo arrivati alla fine della Mostra del Cinema.

È stata una Mostra decisamente interessante, con pochissimi picchi negativi nel Concorso, ma anche pochi amori a prima vista, che invece abbondavano lo scorso anno.

Di seguito i pronostici per il Leone d'Oro, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Qui la competizione sembra davvero ridotta, con Charlie Plummer chiaramente favorito per la sua parte in Lean on Pete. Il ragazzo ha un innegabile talento e offre una splendida interpretazione; tuttavia, la mia preferenza ricade su un piccolo, grande attore: Noah Jupe, splendido protagonista di Suburbicon, la commedia nera di George Clooney.
Pronostico: Charlie Plummer, Lean on Pete
Scelta personale: Noah Jupe, Suburbicon

Coppa Volpi maschile
Sfida poco accesa che in campo femminile, causa la presenza di molti film corali, in cui è difficile identificare un protagonista univoco. Tra tutte, si staglia nettamente la commovente interpretazione di Donald Sutherland in The Leisure Seeker, cui va anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Donald Sutherland, The Leisure Seeker
Scelta personale: Donald Sutherland, The Leisure Seeker

Coppa Volpi femminile
Come lo scorso anno, la sfida è agguerritissima, con Jennifer Lawrence (mother!), Helen Mirren (The Leisure Seeker), Charlotte Rampling (Hannah), Sally Hawkins (The Shape of Water) e Frances McDormand (Three Billboards) che possono legittimamente aspirare alla vittoria. La favorita sembra Sally Hawkins, ma personalmente sarei molto felice se la giuria decidesse di dare una coppa Volpi "di coppia", premiando sia Donald Sutherland che Helen Mirren, cuore pulsante del film più commovente visto alla Mostra.
Pronostico: Sally Hawkins, The Shape of Water
Scelta personale: Helen Mirren, The Leisure Seeker

Osella per la miglior sceneggiatura
Qui il netto favorito sembra essere Three Billboards, scritto alla perfezione da Martin McDonagh. A mio parere, tuttavia, il meriterebbe altri onori, e la mia scelta personale ricade quindi su Suburbicon, con la splendida sceneggiatura piena di humor nero dei fratelli Coen.
Pronostico: Three Billboards
Scelta personale: Suburbicon

Gran Premio della Giuria
Situazione quantomai fluida per i tre premi principali, per i quali è sempre difficile definire chi vincerà cosa. Il favorito per questo premio potrebbe essere il giapponese Kore-eda con The Third Murder, convincente legal drama che sfugge alla classificazione di genere grazie a una storia e a una fotografia quasi universali. La mia scelta personale cade invece su The Shape of Water di Guillermo del Toro, una favola moderna in grado di commuovere e far riflettere.
Pronostico: The Third Murder
Scelta personale: The Shape of Water

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Qui il favorito rischia di essere Foxtrot, forse il film con la migliore idea di regia vista alla Mostra. Maoz riesce anche a tradurla in un film convincente, a mio parere uno dei due migliori visto in concorso, cui va quindi anche il mio voto personale.
Pronostico: Samuel Maoz, Foxtrot
Scelta personale: Samuel Maoz, Foxtrot

Leone d'Oro
Sfida davvero accesa, ma il favorito sembra a sorpresa essere mother! di Darren Aronofsky: stroncato da gran parte  della critica, il film presenta però una forza visiva e una potenza nel messaggio che potrebbero conquistare i giurati, a dispetto delle sue evidenti e clamorose imperfezioni. La mia scelta personale ricade invece su Three Billboards, film solo apparentemente più classico, che coniuga alla perfezione ogni suo elemento, dalla recitazione al montaggio, al servizio del messaggio che il regista vuole comunicare, riuscendo a divertire, emozionare e far riflettere.
Pronostico: mother!
Scelta personale: Three Billboards

È tutto per quest'anno, ci risentiamo per l'edizione 2018.

Pier

mercoledì 6 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #4

Quarto telegramma da Venezia, con il film più discusso della Mostra.


mother! (Concorso), voto 6.5. Il film di Aronofsky è il primo vero "caso" della Mostra 2017: da un lato la maggior parte dei critici, che lo ha massacrato, accusandolo di essere sconclusionato e senza capo né coda; dall'altro un gruppo più sparuto, ma molto agguerrito, che lo considera un capolavoro visionario e accusa il mondo di non averlo capito, lanciandosi in interpretazioni quasi più visionarie del film stesso. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: Aronofsky vuole filmare un incubo, e per due terzi di film ci riesce, grazie a una fotografia claustrofobica, un sonoro di livello straordinario e alle interpretazioni superbe di tutti gli interpreti, Jennifer Lawrence e Michelle Pfeiffer in testa. In questa parte il film è ansiogeno, insensato a livello cognitivo ma perfettamente logico a livello emotivo e viscerale, terrorizzante nella sua normalità: tutto ciò che un incubo dovrebbe essere. Nel finale, però, Aronofsky perde decisamente il controllo della sua creatura, sia per il desiderio di mettere troppa carne al fuoco, sia per il maldestro tentativo di dare una spiegazione a qualcosa che non può e non deve averne: i sogni e l'inconscio non si spiegano, insegna il maestro del genere, David Lynch. Aronofsky dimentica questa importante lezione, condannando il suo film a sfiorare il ridicolo, dopo aver contemplato l'immenso.

Sweet Country (Concorso), voto 6.5. La storia di un paese raccontata attraverso la vicenda di un aborigeno che, per difendersi, deve uccidere un uomo bianco nel selvaggio West australiano di inizio Novecento. Pur braccato, l'uomo rivelerà una profonda connessione con la sua terra, che l'uomo bianco gli ha strappato a livello materiale ma non spirituale. Un film convincente , che si dilunga un po' troppo ma ha il pregio di una visione registica forte che si sostanzia soprattutto nelle immagini, splendide ed evocative.

Ammore e malavita (Concorso), voto 7. I Manetti Bros girano uno scanzonato divertissement che unisce film di mafia e musical. La prima ora è splendida: divertente, intelligente, ironica, con un ritmo forsennato. Poi il film si dilunga inutilmente per un'altra ora, con lungaggini e ripetizioni che lo appesantiscono e finiscono per sfiancarne la freschezza iniziale. Si arriva alla fine con fatica, ed è un peccato.

Caniba (Orizzonti), voto 1. Un documentario che butta al vento un tema interessantissimo come quello del cannibalismo per inseguire pretese autoriali. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Team Hurricane (Settimana della Critica), voto 8. Quanta freschezza in questo film di Annika Berg: di sguardo, di interpretazione, di concezione del cinema e dell'adolescenza. Il racconto delle giornate di otto adolescenti danesi passa attraverso i loro occhi, la loro visione del mondo, di se stesse, del proprio corpo, del diventare grandi: una visione colorata, piena di energia e immagini sgargianti e kitsch, ma anche di sofferenza, insicurezza e voglia di avere qualcuno che ti sta accanto. Un esordio splendido, toccante, divertente e originale.




giovedì 17 febbraio 2011

Il cigno nero

Un perfetto equilibrio



Nina è una ballerina del corpo di ballo del New York City Ballet. Sotto la spinta della madre si allena giorno e notte per migliorare, sognando il ruolo che le potrebbe cambiare la carriera. L'occasione arriva quando Thomas Leroy, celebre regista e coreografo, la preferisce all'attuale etoile per il ruolo di protagonista de Il lago dei cigni. Per prepararsi al ruolo Nina inizia un percorso di introspezione psicologica che la porterà a conoscere a fondo la propria sessualità e il proprio lato oscuro, creandosi al tempo stesso una nemica mortale.

Darren Aronofsky riparte dalle solide basi narrative di The Wrestler, aggiungendo però quel tocco visionario, alienato e alienante che lo aveva reso famoso con Pi Greco prima e con Requiem for a Dream poi. L'incontro tra le due anime del moderno cinema americano - narrazione e sperimentazione visiva, Eastwood e Lynch - funziona alla grande, e dà vita a un thriller psicologico di grande impatto, in cui l'approfondimento del personaggio non ruba spazio alla narrazione.
La storia dell'ossessione di Nina per la danza viene raccontata soprattutto attraverso il corpo della protagonista, che come era già accaduto con Mickey Rourke diventa un vero e proprio libro, in cui i caratteri e le parole sono sostituiti dai segni e dalle cicatrici lasciati dalle lunghe ore di allenamento. La fisicità è al centro del film, in una continua e violenta ricerca della perfezione, violenza che viene accentuata dal contrasto con la natura apparentemente aggraziata della danza.

La sceneggiatura è solida, scorrevole e senza quei punti morti che spesso caratterizzano i film di questo genere. Il vero punto forte è però la fotografia, sempre in bilico tra realtà e finzione, immagine e immaginazione.
Gli attori sono ottimi, a partire da una Natalie Portman in stato di grazia e giustamente favorita per l'Oscar, per finire con Vincent Cassel e Mila Kunis, il primo sempre perfetto nei ruoli di complemento, la seconda molto promettente e giustamente insignita del premio Mastroianni a Venezia.

Aronofsky opera una meravigliosa fusione tra il suo cinema degli esordi e il suo film (ad oggi) più premiato, trovando un perfetto equilibrio tra forza visiva e narrativa e dando vita a un thriller in grado di conquistare anche chi, come il sottoscritto, non è un patito della danza. Da vedere.

****1/2

Pier

giovedì 5 marzo 2009

The Wrestler

Quando un film arriva dritto al cuore


Può la storia, già vista e stravista, di un lottatore a fine carriera che cerca disperatamente di sparare gli ultimi colpi, diventare un film capace di emozionare e appassionare il pubblico? Può un attore, con una sua performance, arrivare diritto al cuore dello spettatore, senza passare dal via?

La risposta è sì. The Wrestler è questo, ma anche di più: perchè dietro alla storia di Randy “The Ram” Robinson ci sono tante piccole, grandi cose: c'è una splendida regia di Darren Arronofsky, che dopo il disastro di The Fountain torna sui suoi livelli con un film apparentemente non nelle sue corde; c'è una storia di diseredati dell'America d'oggi, raccontata in sordina, sommessamente, ma presente e ben viva, grazie anche al personaggio e all'interpretazione di Marisa Tomei; c'è una colonna sonora azzeccata, formata prevalentemente da pezzi dei Guns n' Roses e impreziosita da una splendida canzone di Bruce Springsteen, composta apposta per il film.

Ma soprattutto c'è la performance toccante e indimenticabile di Mickey Rourke: penso sia impossibile raccontare le sfumature e i cambi di tono che Rourke regala al suo personaggio.

Avete solo un modo per capire di cosa parlo: andare al cinema a vedere The Wresler.

Non ve ne pentirete.

***** (*****)

Pier