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martedì 31 marzo 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 18

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che suggerisce film da vedere durante la quarantena.


Il genere di oggi è il western.

1) Ombre rosse (disponibile su Prime Video). Un classico immortale, che mantiene immutato il suo fascino più di ottant'anni dopo. La quintessenza del western, con la mirabile regia di John Ford e la presenza carismatica di John Wayne.

2a) Bone Tomahawk (disponibile su Prime Video). Un connubio singolare ma riuscitissimo tra western e horror, che risulta tradizionale e innovativo al tempo stesso. Un grande esordio per S. Craig Zahler alla regia.

2b) Appaloosa (disponibile su Prime Video). Un western d'altri tempi, fuori tempo massimo, ma capace comunque di ricreare la formula magica e riportarci a cavalcare nella prateria. Gli ingredienti sono quelli giusti, e Ed Harris, qui anche regista, li miscela alla perfezione. Qui la recensione completa.

3) Rango (disponibile su Netflix). Qui la recensione completa.

A domani per la diciannovesima puntata!

Pier

domenica 1 ottobre 2017

Madre!

Quando un film sfugge di mano


Lui è uno scrittore di successo che sta attraversando un momento di crisi creativa; lei è sua moglie, completamente assorbita nella ristrutturazione della casa in cui lui è cresciuto, quasi del tutto distrutta da un incendio. La loro vita scorre tranquilla fino a quando uno sconosciuto non bussa alla loro porta, in cerca di un posto dove dormire: lei è scettica, ma lui lo accoglie e lo invita a restare. Da lì, tutto precipita.

Fin dalla sua prima proiezione a Venezia, Madre! ha scatenato reazioni violente e opposte negli spettatori: da una parte chi lo ha adorato, apprezzandone la forza visionaria e l'indubbia impronta registica; dall'altra, più numerosa, chi lo detesta, contestandogli un simbolismo d'accatto, una seconda parte a dir poco confusa, e una spiegazione raffazzonata e poco coerente. 

La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Aronofsky realizza un film di fortissimo impatto, sia visivo che sonoro, in cui gli eventi si susseguono con la logica degli incubi, una parvenza di senso che in realtà causa profondo straniamento e lascia continuamente lo spettatore con la sensazione che qualcosa sia sbagliato, fuori posto, senza però riuscire a capire cosa. Il film racconta una storia dall'afflato biblico, in cui ciò che accade ha un significato simbolico prima ancora che reale, e diversi piani di lettura (biblico, climatico, creativo, autobiografico) si intersecano senza però che uno emerga mai in maniera del tutto univoca. Madre! è incubo, è delirio, è tragedia insensata che si dipana sotto i nostri occhi.
Nel primo atto il regista dimostra di avere pieno possesso della sua creatura, e ci trasporta nel suo mondo distorto e idilliaco attraverso delle immagini che insistono sui corpi e sulle persone prima che sugli spazi, sempre stringenti e compressi, e un sonoro di altissimo livello in cui si inseguono suoni del reale e dell'irreale, fino a cancellare il confine tra i due piani. 

Nella seconda parte, tuttavia, Aronofsky perde completamente le redini, e si lascia trascinare in un gorgo di simbolismi che si sovrappongono a caso, cercando allo stesso tempo di indicare allo spettatore un'interpretazione univoca e infallibile di ciò che sta accadendo. In questo modo, il regista disattende le sue stesse premesse, cercando di introdurre la logica in una storia che proprio nell'assenza di senso aveva trovato la sua cifra espressiva. Aronofsky rinuncia alla dirompente visionarietà della prima parte nel tentativo, peraltro miseramente fallito, di arrivare a una conclusione che fungesse allo stesso tempo da twist narrativo e da chiave interpretativa definitiva. Nel farlo, però, sembra quasi dimenticarsi tutto ciò che ha mostrato fino a quel momento, tutte le contraddizioni, i simbolismi alternativi, complementari e sovrapposti che costituivano il cuore del film, e di cui sembra volersi liberare con la stessa violenza e la stessa goffa inefficacia con cui la sua protagonista cerca di liberarsi degli sconosciuti. Aronofsky perde il controllo persino del tono del film, generando risate sguaiate in momenti che dovrebbero essere di tensione o quantomeno stranianti.
Il film è sorretto dalle ottime prove degli attori: la Lawrence spicca su Bardem, ma ambedue vengono oscurati dall'ingresso in scena di due mostri sacri come Ed Harris e Michelle Pfeiffer, perfetti nei panni di due novelli Adamo ed Eva, accolti nell'Eden e fautori della propria cacciata.

Madre! è, in fondo, un film che pecca di scarso coraggio, che dopo un inizio dirompente esita, tituba, e alla fine si tira indietro, rientrando nei ranghi del cinema di genere. Si ha quasi la sensazione che Aronofsky (o gli studios, chissà) si sia spaventato di fronte al potenziale innovativo della sua opera, che gli avrebbe senza dubbio alienato la gran parte del pubblico, e abbia cercato di rimediare con una spiegazione posticcia. 
Il risultato è un film con un eccessivo numero di alti e bassi, che comunque non piace al pubblico e scontenta anche molti cinefili proprio per questo tentativo di "rifarsi un'immagine", per la pavidità dimostrata dopo una prima parte davvero intrigante nella sua unicità. È comunque un lavoro estremamente interessante, che non merita certo l'ironico scorno con cui è stato accolto da molti critici in quel di Venezia. Certo, rimane il rammarico per ciò che avrebbe potuto essere.

***

Pier

mercoledì 6 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #4

Quarto telegramma da Venezia, con il film più discusso della Mostra.


mother! (Concorso), voto 6.5. Il film di Aronofsky è il primo vero "caso" della Mostra 2017: da un lato la maggior parte dei critici, che lo ha massacrato, accusandolo di essere sconclusionato e senza capo né coda; dall'altro un gruppo più sparuto, ma molto agguerrito, che lo considera un capolavoro visionario e accusa il mondo di non averlo capito, lanciandosi in interpretazioni quasi più visionarie del film stesso. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: Aronofsky vuole filmare un incubo, e per due terzi di film ci riesce, grazie a una fotografia claustrofobica, un sonoro di livello straordinario e alle interpretazioni superbe di tutti gli interpreti, Jennifer Lawrence e Michelle Pfeiffer in testa. In questa parte il film è ansiogeno, insensato a livello cognitivo ma perfettamente logico a livello emotivo e viscerale, terrorizzante nella sua normalità: tutto ciò che un incubo dovrebbe essere. Nel finale, però, Aronofsky perde decisamente il controllo della sua creatura, sia per il desiderio di mettere troppa carne al fuoco, sia per il maldestro tentativo di dare una spiegazione a qualcosa che non può e non deve averne: i sogni e l'inconscio non si spiegano, insegna il maestro del genere, David Lynch. Aronofsky dimentica questa importante lezione, condannando il suo film a sfiorare il ridicolo, dopo aver contemplato l'immenso.

Sweet Country (Concorso), voto 6.5. La storia di un paese raccontata attraverso la vicenda di un aborigeno che, per difendersi, deve uccidere un uomo bianco nel selvaggio West australiano di inizio Novecento. Pur braccato, l'uomo rivelerà una profonda connessione con la sua terra, che l'uomo bianco gli ha strappato a livello materiale ma non spirituale. Un film convincente , che si dilunga un po' troppo ma ha il pregio di una visione registica forte che si sostanzia soprattutto nelle immagini, splendide ed evocative.

Ammore e malavita (Concorso), voto 7. I Manetti Bros girano uno scanzonato divertissement che unisce film di mafia e musical. La prima ora è splendida: divertente, intelligente, ironica, con un ritmo forsennato. Poi il film si dilunga inutilmente per un'altra ora, con lungaggini e ripetizioni che lo appesantiscono e finiscono per sfiancarne la freschezza iniziale. Si arriva alla fine con fatica, ed è un peccato.

Caniba (Orizzonti), voto 1. Un documentario che butta al vento un tema interessantissimo come quello del cannibalismo per inseguire pretese autoriali. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Team Hurricane (Settimana della Critica), voto 8. Quanta freschezza in questo film di Annika Berg: di sguardo, di interpretazione, di concezione del cinema e dell'adolescenza. Il racconto delle giornate di otto adolescenti danesi passa attraverso i loro occhi, la loro visione del mondo, di se stesse, del proprio corpo, del diventare grandi: una visione colorata, piena di energia e immagini sgargianti e kitsch, ma anche di sofferenza, insicurezza e voglia di avere qualcuno che ti sta accanto. Un esordio splendido, toccante, divertente e originale.




venerdì 5 settembre 2014

Telegrammi da Venezia 2014 - #5


Quinta parte dei telegrammi veneziani. Domani arrivano la sesta e ultima parte e il Totoleone.


Sivas (Concorso), voto 5. Storia banale e non approfondita del rapporto tra un ragazzo e un cane da combattimento. Il film si salva solo per l'interpretazione del giovane protagonista e le atmosfere, ma non basta.

Cymbeline (Orizzonti), voto 3. Di gran lunga il peggior film visto qui al festival, un adattamento moderno di Shakespeare che fa rabbrividire per lo spreco di talento che mette in scena. Ed Harris, Ethan Hawke e Milla Jovovich recitano in un lavoro raffazzonato e approssimativo, che non riesce né a emozionare né a interessare.

La Trattativa (Fuori Concorso), voto 7. La Guzzanti smette i panni della pasionaria per indossare quelli della documentarista, e realizza un film che, per quanto ovviamente non imparziale, offre una panoramica interessante e puntuale  sui fatti riguardanti la presunta trattativa Stato-mafia, riuscendo a rendere il racconto piacevole e a volte persino divertente.

Theeb (Orizzonti), voto 8. Splendida storia di maturazione e crescita di un giovane beduino, che scopre le tradizioni e l'intima natura del suo popolo attraverso un viaggio nel deserto con il fratello e un ospite in difficoltà.

Pasolini (Concorso), voto 5. Nonostante qualche guizzo artistico, il film di Ferrara su Pasolini risulta superficiale. Ottima la prova di Dafoe, nonostante la scellerata scelta di fargli recitare alcune scene in italiano. Qui la recensione completa fatta per Nonsolocinema.

Le dernier coup de marteau (Concorso), voto 7. Interessante film sull'adolescenza, tra musica classica, calcio e problemi di salute. Qui la recensione completa.

mercoledì 28 gennaio 2009

Appaloosa

Il western non è morto, viva il western!



Appaloosa è un film d'altri tempi, un western classico, fatto di paesaggi e lunghe cavalcate, in cui lo scontro verbale è preferito a quello con le armi, che pure arriva nel più classico dei mezzogiorni di fuoco.

Ed Harris racconta la storia di due avventurieri, Virgil Cole e Everett Hitch, che si guadagnano da vivere riportando l'ordine nelle città oppresse dai fuorilegge. Sono diretti ad Appaloosa, una piccola cittadina nel New Mexico tenuta sotto scacco da Randall Bragg, ranchero col grilletto e la parlantina facile. Cole e Hitch vengono ingaggiati per difendere la città e assicurare Bragg alla giustizia. Tutto sembra procedere per il meglio, ma l'arrivo della maliziosa signorina French sconvolgerà le regole del gioco.

La regia è quanto di meglio si possa desiderare se amate i western di John Ford: grande cura nella composizione dell'inquadratura, molti primi piani che si alternano con paesaggi sconfinati e selvaggi.

Ottima anche la composizione del cast: Jeremy Irons è un perfetto villain, Ed Harris con un solo sguardo riesce a comunicare tutto quello che l'orgoglio gli impedisce di dire.
Un discorso a parte va fatto per Viggo Mortensen, che conferma di essere uno dei migliori attori emersi negli ultimi anni. La sua interpretazione dell'eroe classico, pronto a sacrificarsi per l'amico, è esemplare per espressività e intensità.

Unico neo, ma ammetto di essere prevenuto, la presenza di Renee Zellweger, con la solita interpretazione tutta smorfie e moine che proprio non riesco a sopportare.

Ed Harris riporta in vita personaggi e mondi che sembravano perduti per sempre, regalandoci, ancora una volta, un eroe solitario che cavalca lentamente verso il tramonto.


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Pier