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giovedì 7 ottobre 2021

La Scuola Cattolica

Pornografia del dolore


In un liceo della Roma bene si intrecciano le storie di molti ragazzi, alle prese con la “malattia incurabile” dell’essere nati maschi. Tra famiglie assenti e ipocrisie borghesi si nascondono mostri, che usciranno allo scoperto in modo tragico quando due ex studenti compiranno quello che diverrà noto come il massacro del Circeo. 

Una premessa: chi scrive non ha letto il libro da cui il film è tratto. Tuttavia, leggendo varie recensioni online, si evince che il tema del testo non è il massacro del Circeo, bensì un’analisi del sostrato culturale in cui questo è maturato. Un tema di grande interesse, e che anche il film esplora nella prima parte con buona efficacia, avvalendosi di un giovane cast corale di ottimo livello. 

Il film nella prima parte procede per quadri, non tutti ugualmente riusciti, che insieme formano però i tasselli di un mosaico storico e sociale. Amicizie, attrazioni, liti, riti di iniziazione, tensioni familiari: tutto concorre a formare il ritratto di una generazione di maschi disorientati, storditi da aspettative inconciliabili e tossiche, annegate in un mare di ipocrisia borghese e cattolica. 

Già nella prima parte, tuttavia, si insinua nel racconto la preparazione del massacro del Circeo, che poi occupa quasi per intero la seconda metà. E qui il film va alla deriva, annegando in un voyeurismo della violenza eccessivo, insensato, quasi pornografico, che non solo manca di rispetto alle famiglie delle vittime ma è anche del tutto inutile e scentrato ai fini narrativi. Il film da corale diventa personale, da ritratto sociologico diventa il racconto di un delitto ritratto con totale assenza di grazia e senso della messa in scena. Lo scopo è, probabilmente, scioccare lo spettatore; il risultato è quello di infastidirlo e distruggere quanto di buono il film aveva fatto fin lì. 

La scuola cattolica è l’ennesimo esempio di un cinema italiano deteriore, incapace di non spettacolarizzare tutto (sentimenti, dolore, delitti) e di muoversi nei grigi: o bianco, o nero, altrimenti lo spettatore si annoia. Nulla di più sbagliato: lo spettatore si annoia e, anzi, si adira quando gli viene promesso un film intelligente, tematicamente ricco, riflessivo, e si ritrova invece davanti la banalizzazione di un delitto già stra-conosciuto, trasformato in spettacolino per guardoni.

**

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

martedì 14 ottobre 2014

Pasolini

Appunti per un film superficiale


L’ultimo giorno di vita di Pier Paolo Pasolini, raccontato attraverso immagini della sua quotidianità e del suo film mai realizzato, "Porno-Teo-Kolossal". Tra incontri con amici, familiari e colleghi, il film ci accompagna fino al suo tragico epilogo, l’omicidio dell’intellettuale nella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975.

Difficile raccontare con efficacia una figura così complessa come quella di Pier Paolo Pasolini, uno degli intellettuali più innovativi e poliedrici del Novecento italiano. Difficile anche parlare della sua morte, ancora al centro di controversie, senza scadere nel complottismo. Abel Ferrara inizia in modo originale, scegliendo di alternare il quotidiano con la fantasia, la realtà con la finzione filmica e letteraria. I lati positivi del film, tuttavia, finiscono qui, a causa di una serie di errori e superficialità che sarebbero imperdonabili persino per un regista alle prime armi. La continua alternanza tra italiano e inglese, operata senza una logica precisa, risulta innaturale e spesso fastidiosa, costringendo attori italiani a parlare un inglese innaturale e non eccelso, e Willem Dafoe a esprimersi in un italiano stentato da Stanlio e Ollio, che mal si adatta alla figura che interpreta. Per una volta, il doppiaggio arriva a salvare il film, eliminando questa bruttura almeno dalla versione italiana.

Anche senza considerare questa discutibile scelta espressiva, tuttavia, il film non riesce a raggiungere il suo scopo, ovvero quello di offrire un ritratto intimo di Pasolini, in cui il personaggio pubblico lascia posto a quello privato. Ferrara è infatti del tutto disinteressato a fornire un profilo intellettuale di Pasolini, o a spiegare la sua importanza all’interno del panorama culturale italiano e mondiale. Persino le sue idee politiche rimangono sullo sfondo, accessorie rispetto al racconto dell’uomo. La missione di Ferrara è un mezzo fallimento: Pasolini pecca di superficialità, sorvolando su numerosi aspetti della complessa personalità e poetica dell'intellettuale italiano e scivolando spesso nella banalità. Ferrara non riesce né a umanizzare il personaggio, nonostante l’inserimento di scene di vita quotidiana, né a trasmetterne la profonda vitalità intellettuale.

Il film dà quindi la sensazione di essere incompiuto, un’accozzaglia di appunti e immagini girate per raccogliere le informazioni necessarie a realizzare il film vero e proprio. Non valgono a salvare Pasolini i numerosi elementi di interesse a livello visivo, con alcune immagini di grande bellezza e verità, soprattutto nel finale: qui il contrasto tra la luminosa leggerezza delle note del Barbiere di Siviglia e le cupe immagini del ritrovamento del cadavere e del lutto creano un momento di forte intensità emotiva. Dafoe incarna alla perfezione il protagonista a livello fisico, sopperendo almeno in parte alla scarsa veridicità che l’uso dell’inglese (o, peggio ancora, di un italiano abborracciato) conferisce alle sue battute. Intorno a lui si muove un cast italiano di alto livello cui vengono concesse scene da comparse. L'unico che riesce a distinguersi è Ninetto Davoli nella parte di Epifanio/Eduardo de Filippo, unico a non essere forzato all’uso dell’inglese e dunque a non rimanere azzoppato nella sua naturalezza espressiva (per quanto un De Filippo che parla in romano non sia esattamente l'ideale...).

Il film di Ferrara risulta piatto, poco convincente e superficiale perché rimane a metà del guado, indeciso tra l’uso di una lingua o dell’altra, tra raccontare un grande intellettuale per quello che era o cercare di esaltarne l’umanità, tra l’essere un film artistico o un biopic da sceneggiato televisivo.

*1/2

Pier

PS: questa recensione è stata rielaborata a partire da quella già pubblicata su Nonsolocinema durante la Mostra. La trovate qui.

venerdì 5 settembre 2014

Telegrammi da Venezia 2014 - #5


Quinta parte dei telegrammi veneziani. Domani arrivano la sesta e ultima parte e il Totoleone.


Sivas (Concorso), voto 5. Storia banale e non approfondita del rapporto tra un ragazzo e un cane da combattimento. Il film si salva solo per l'interpretazione del giovane protagonista e le atmosfere, ma non basta.

Cymbeline (Orizzonti), voto 3. Di gran lunga il peggior film visto qui al festival, un adattamento moderno di Shakespeare che fa rabbrividire per lo spreco di talento che mette in scena. Ed Harris, Ethan Hawke e Milla Jovovich recitano in un lavoro raffazzonato e approssimativo, che non riesce né a emozionare né a interessare.

La Trattativa (Fuori Concorso), voto 7. La Guzzanti smette i panni della pasionaria per indossare quelli della documentarista, e realizza un film che, per quanto ovviamente non imparziale, offre una panoramica interessante e puntuale  sui fatti riguardanti la presunta trattativa Stato-mafia, riuscendo a rendere il racconto piacevole e a volte persino divertente.

Theeb (Orizzonti), voto 8. Splendida storia di maturazione e crescita di un giovane beduino, che scopre le tradizioni e l'intima natura del suo popolo attraverso un viaggio nel deserto con il fratello e un ospite in difficoltà.

Pasolini (Concorso), voto 5. Nonostante qualche guizzo artistico, il film di Ferrara su Pasolini risulta superficiale. Ottima la prova di Dafoe, nonostante la scellerata scelta di fargli recitare alcune scene in italiano. Qui la recensione completa fatta per Nonsolocinema.

Le dernier coup de marteau (Concorso), voto 7. Interessante film sull'adolescenza, tra musica classica, calcio e problemi di salute. Qui la recensione completa.