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domenica 15 marzo 2026

Oscar 2026 - I pronostici

Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantatreesima edizione degli Academy Awards. 

Il 2025 è stato un ottimo anno cinematografico, con il ritorno di grandi registi come Paul Thomas Anderson, ma anche la consacrazione di registi finora conosciuti più per film commerciali, per quanto autoriali (Ryan Coogler) o per film d'autore, per quanto già candidati o premiati agli Oscar (Josh Safdie, Chloé Zhao). Anche quest'anno si reinforza il trend di vedere tra le opere candidate film che hanno saputo incontrare il gusto sia del pubblico che della critica, con I peccatori che è forse quello che ha fatto meglio rispetto alle aspettative di partenza.

Chi vincerà, quindi? Difficile a dirsi. Potrebbe - dovrebbe - essere l'anno in cui finalmente l'Academy premierà uno dei più grandi registi del nostro tempo, quel Paul Thomas Anderson che avrebbe già dovuto vincere almeno un paio di volte e finora è invece rimasto a bocca asciutta. Se succederà, confermerà un trend dell'Academy, ovvero quello di premiare grandi registi e interpreti non per il loro film migliore (per quanto Una battaglia dopo l'altra sia comunque un grandissimo film, ma d'altronde Anderson non sbaglia un film).

Ma non divaghiamo! Nonostante l'incertezza, di seguito trovate i pronostici, infallibili come sempre: correte in SNAI, e puntate sull'opposto di quanto scrivo. I film recensiti sul blog sono linkati ogni volta che vengono nominati.


Miglior montaggio
Competizione a due tra Una battaglia dopo l'altra e I peccatori, anche se alcuni siti di pronostici danno F1: The movie tra i papabili. Sia il mio voto che la mia preferenza (di un'incollatura) vanno a Andy Jurgensen per Una battaglia dopo l'altra, un film che ha nel montaggio e nella sua capacità di gestione del ritmo narrativo uno dei suoi punti di forza. 
Pronostico: Andy Jurgensen, Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale: Andy Jurgensen, Una battaglia dopo l'altra

Miglior fotografia
Anche qui, competizione serratissima tra Una battaglia dopo l'altra e I peccatori - e anche qui il primo che sembra avere più possibilità di spuntarla. Tra i due sceglierei il lavoro fatto da Autumn Durald Arkapaw nel secondo, perché le scene di ballo sono ipnotiche anche e soprattutto grazie ai movimenti della macchina da presa. Tuttavia, la mia scelta personale ricade su Adolpho Veloso per Train dreams, un piccolo, grandissimo film che dipinge poesia a ogni inquadratura. Meriterebbe considerazione anche Hamnet, ma il lavoro di Veloso è, a mio modesto parere, superiore.
Pronostico: Michael Bauman, Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale: Adolpho Veloso, Train dreams

Miglior film d'animazione
Per il successo che ha avuto, e per la qualità di animazione, storia e canzoni, non può non vincere KPop Demon Hunters. La mia scelta personale, nonostante Golden infesti la mia testa da mesi, ricade però su Zootropolis 2, uno dei rari sequel che riesce ad aggiungere nuove tematiche all'originale.
Pronostico: KPop Demon Hunters
Scelta personale: Zootropolis 2

Miglior attore non protagonista
Una delle sezioni dall'esito più scontato, e non perché non ci siano ottimi candidati: ma Sean Penn, a dispetto del suo disinteresse per la stagione dei premi, ha vinto tutto quello che c'era da vincere, e sembra lanciato verso il suo terzo Oscar (il primo da non protagonista) per il suo villain in Una battaglia dopo l'altra. Nonostante abbia adorato la prova di Penn, la mia scelta personale ricade però sul suo collega di set, un clamoroso Benicio Del Toro che nel giro di mezz'ora scarsa sullo schermo si divora il film per carisma e simpatia. 
Pronostico: Sean Penn, Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale:  Benicio Del Toro, Una battaglia dopo l'altra


Miglior attrice non protagonista
Competizione ben poco serrata, con Amy Madigan strafavorita per la sua zia-strega di Weapons. Personalmente ho trovato la prova della seconda favorita, Teyana Taylor in Una battaglia dopo l'altra,non così esaltante, ed eclissata da quella di una sua collega di set, inspiegabilmente non candidata, Chase Infiniti, splendida nella parte della figlia di Taylor e Di Caprio. La mia scelta personale ricade quindi su Inga Ibsdotter Lilleaas, vero cuore emotivo di Sentimental value (che è strafavorito per l'Oscar al miglior film in lingua straniera).
Pronostico: Amy Madigan, Weapons
Scelta personale: Inga Ibsdotter Lilleaas, Sentimental value

Miglior sceneggiatura originale
Qui il chiarissimo favorito è Ryan Coogler per I peccatori, soprattutto dopo le molteplici vittorie ottenute ai SAG (Screen Actors Guild) Awards. Su di lui ricade anche la mia scelta personale, perché I peccatori ha una fotografia che ruba gli occhi, ma una sceneggiatura sorprendente, originale, che scarta continuamente di lato, senza mai scegliere la strada più facile o intuitiva.
Pronostico: Ryan Coogler, I peccatori
Scelta personale: Ryan Coogler, I peccatori

Miglior sceneggiatura non originale
Qui il favorito sembra essere Una battaglia dopo l'altra, e la brillantezza di dialoghi e personaggi, nonché l'enorme difficoltà di adattare Thomas Pynchon, renderebbero il premio assolutamente meritato. La mia scelta personale ricade però su Bugonia, una satira nera e graffiante ingiustamente snobbata dalla stagione dei premi. 
Pronostico: Paul Thomas AndersonUna battaglia dopo l'altra
Scelta personale: Will Tracy, Bugonia


Miglior attrice protagonista
Qui la favorita è chiarissima, Jessie Buckley per la sua trascendente prova in Hamnet. Non ci sono dubbi né per il pronostico, né per la mia scelta personale, che sono molto felice di darle dato che la considero un'attrice strepitosa fin dai tempi de La figlia oscura.
Pronostico: Jessie Buckley, Hamnet
Scelta personale: Jessie Buckley, Hamnet

Miglior attore protagonista
Timothée Chalamet sembtrava nettamente il favorito, almeno fino ai SAG, che hanno consacrato I peccatori con ogni premio possibile, incluso quello a Michael B. Jordan. I SAG non sono tutto - lo scorso anno vinse proprio Chalamet con A complete unknown, ma l'Oscar andò ad Adrien Brody - ma il plebiscito goduto da I peccatori sembra davvero fortissimo, e il sindacato attori è quello più rappresentato nell'Academy. Nonostante le polemiche sulle dichiarazioni di Chalamet su balletto e opera non possano influire sul voto (come ben spiegato qui), il pronostico ricade quindi su Michael B. Jordan. La scelta personale invece premia Chalamet, indubbiamente non un mostro di simpatia e acume nelle dichiarazioni pubbliche, ma strepitoso in Marty Supreme, dove offre l'ennesima prova di altissimo livello degli ultimi anni (due nomination in due anni, vediamo se riuscirà a battere il record di Di Caprio per nomination senza vittoria) - una prova che unisce la sensibilità che gli ha dato la fama in Chiamami col tuo nome e l'intensità ai limiti dell'arroganza di A complete unknown e Dune
Pronostico: Michael B. Jordan, I peccatori
Scelta personale: Timothée Chalamet, Marty Supreme

Miglior regia
Qui non riesco a credere che qualcuno possa decidere di non premiare Paul Thomas Anderson - non tanto per il film in sé, che pure merita per come Anderson riesce a realizzare un'opera completamente diversa dalle sue precedenti, un film ipercinetico che ricorda più Tarantino ma corteggia anche l'assurdo di Lynch e il cinismo di Peckinpah. Il pronostico ricade quindi su Una battaglia dopo l'altra, così come la scelta personale.
Pronostico: Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale: Paul Thomas AndersonUna battaglia dopo l'altra

"Ti dico che non può non vincere Paul Thomas, quest'anno. Fidati, fidati."

Miglior film
Qui i pronostici impazzano, e nessuno sa veramente come finirà. Penso che possa essere l'anno in cui miglior regia e miglior film tornano a essere assegnati alla stessa opera, e quindi punto tutto su Una battaglia dopo l'altra. Il mio voto personale ricade su I peccatori, per la folle ambizione della sua composizione narrativa e visiva.
Pronostico: Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale: I peccatori

Che aspettate? Correte in sala scommesse!

Pier

mercoledì 23 aprile 2025

I Peccatori

Il silenzio là fuori


1932, Clarksdale, Mississippi. I due gemelli Smoke e Stack tornano a casa dopo essere stati in trincea e aver lavorato per la malavita di Chicago. Vogliono aprire un juke joint, un locale dove anche gli afroamericani liberati ma ancora vittime della segregazione possano divertirsi. Per farlo, assoldano il cugino Sammie, musicista prodigioso, e altri amici della comunità locale. La sera dell'inaugurazione, però, si presentano tre bianchi, ospiti inattesi.

Ryan Coogler ha un senso innato per l'intrattenimento impegnato. Da Black panther alla serie di Creed, Coogler ha dimostrato un'abilità molto rara: quella di creare film divertenti, intrattenenti, di genere, ma in grado anche di parlare di tematiche importanti come giustizia sociale e appropriazione culturale.
Non ci sarebbe dunque da sorprendersi per il fatto che ne I peccatori riesca a replicare questa operazione. Ciononostante, alla fine del film si rimane con la sensazione di aver assistito a un mezzo miracolo.

Perché in I peccatori Coogler non si limita ad amalgamare ingredienti complessi, ricavandone un risultato efficace e armonic: qui mischia mitologie, suggestioni, generi con una creatività impareggiabile, ricavando una miscela cangiante, originale, che sembra sempre sul punto di bruciare e invece inebria, seduce, fino a esplodere trionfalmente.

Il primo atto è uno spaccato sociologico della vita degli afroamericani durante il periodo delle leggi Jim Crow e della segregazione. Siamo nel cuore della terra del blues, ma ai bianchi il blues piace, chi lo suona no, come ricorda uno dei personaggi. Quello che vediamo non è però solo la storia di una discriminazione strisciante, meno esibita ma comunque presente e terribilmente viva, ma quella di una comunità - con i suoi luoghi, i suoi riti, le sue tradizioni. Coogler si prende il suo tempo per presentarcela, ed è una scelta vincente, perché a questi personaggi ci si affeziona, e si capisce cosa hanno da perdere e da guadagnare.

Poi lo scenario, improvvisamente, cambia. Dai campi aperti e le strade ariose passiamo in un interno, il juke joint creato da Smoke e Stack. Non è l'unico cambiamento. Hans Christian Andersen diceva che quando le parole vengono meno, è la musica a parlare. E proprio così accade nel secondo atto de I peccatori: le parole cessano, e comincia la musica. Una musica magica, evocativa, che apre la porta a fantasmi, antenati, e incubi; una musica che risveglia passioni, che non lascia indifferenti; una musica che crea comunità, e - per dirla con Johann Sebastian Bach - aiuta a non sentire il silenzio là fuori, dove quella comunità è discriminata, isolata, perseguitata. 


Fuori, appunto. Per qualche attimo, il fuori cessa di esistere - sia per i protagonisti che per gli spettatori, ma non scompare. Rimane lì, in agguato, una notte oscura e piena di terrore. Siamo al terzo atto, in cui Coogler opera un'inversione a U degna di quella di Parasite o, per rimanere nel genere vampiresco, di Dal tramonto all'alba, trascinandoci all'inferno, e sfruttando la metafora del vampirismo nella sua doppia accezione.

Da una parte il vampirismo come metafora della discriminazione, del rigetto sociale, della marginalizzazione: non è un caso che i popoli la cui musica è in grado di risvegliare anime e demoni siano tre popoli storicamente vittime di oppressione (irlandesi, nativi americani, afroamericani), e che sia vista come uno strumento che permette di mantenere la propria identità, strappata da anni di schiavitù e prevaricazioni. Questa faccia del vampirismo si estrinseca alla perfezione nella scena del sabba celtico, in cui il leader dei vampiri, Remmick, li guida in una danza ipnotica e festosa che invoca la solidarietà, l'uguaglianza, e la fine di ogni oppressione.

Ma è solo un incantesimo, un'illusione, perché dall'altra parte ci attende l'altra accezione del vampirismo, metafora dell'appropriazione (e del capitalismo), di chi succhia l'anima e la vita di altri per sopravvivere. Remmick e i suoi sodali non vogliono solo ascoltare la musica di Sammie; vogliono appropriarsene, farla loro, fagocitarla, in una perfetta rappresentazione di come la musica blues, nata da e con gli schiavi, sia stata assorbita, ingoiata, e reimpacchettata dall'industria, andando ad arricchire i soliti sospetti, e non la comunità da cui si era generata. Remmick è una sanguisuga che condanna all'eterna dannazione, alla stessa eterna insoddisfazione che lo divora. Il fatto che lui stesso sia stato oppresso non fa altro che confermare un vecchio adagio, ovvero che l'oppressione è come un virus, che viene trasmesso e perpetuato: chi è stato oppresso opprimerà qualcun altro, in un'eterna guerra tra poveri, un circolo vizioso che nessuno sembra riuscire a spezzare.


L'anima del film è la musica, un mix tra la colonna sonora originale composta da Ludwig Göransson e rielaborazioni di canzoni tradizionali, magistralmente interpretata dal cast, su tutti un Miles Canton all'esordio cinematografico, la cui voce obnubila i sensi per bellezza, calore e gioia dolente. Su tutte brilla la sua esecuzione di I lied to you, talmente convincente che sembra davvero spezzare le barriere di spazio e tempo, trasportando lo spettatore in un non luogo in cui ogni epoca è qui, ora, viva e danzante. 
Il corpo sono attori e attrici, che sembrano incanalare lo spirito divino come i musicisti e danzatori dell'antica Grecia, dando vita a personaggi di carne, sangue, desiderio. Detto di Canton, Michael B. Jordan fa ovviamente la parte del leone con un doppio ruolo in cui riesce a distinguere alla perfezione i due fratelli Stack e Smoke. Accanto a lui brillano soprattutto Hailee Steinfeld, una femme fatale decisamente sui generis, e Wunmi Mosaku, ex moglie di Smoke e maga Hoodoo, capace di declinare una strega, una madre, una combattente.

Coogler dirige il tutto con una fotografia avvolgente, con un ampio uso di piani sequenza sinuosi (qui una bella analisi di quello di I lied to you), che legano l'azione creando l'illusione di un sogno, soprattutto durante le scene di ballo e canto, e vengono spezzati dalle incursioni esterne, in un perfetto corrispettivo visivo dell'evoluzione narrativa del film. La gestione del ritmo è esemplare, con un crescendo che va a esplodere in un finale pulp che farebbe felice Tarantino, il più liberatorio dai tempi di Django Unchained

I peccatori è un film mercuriale, che cambia forma continuamente, unendo horror, musical, blackspoitation, dramma, commedia, e tanto altro. Parla di dannazione e redenzione, di musica che cura l'anima ma risveglia i sensi, di oppressione e ribellione. è un racconto epico, vibrante, potente, che brucia il cuore dello spettatore e lo trascina con sé in un viaggio pieno di meraviglia e orrore. 

*****

Pier

sabato 30 gennaio 2016

Creed

Combattere, combattere ancora



Apollo Creed, l'antico avversario di Rocky Balboa, è morto sul ring, ma ha lasciato un figlio illegittimo che non ha mai conosciuto. Dopo la morte della madre, il ragazzo, di nome Adonis, viene adottato dalla moglie di Creed, che lo cresce come se fosse suo. Il richiamo del ring si fa sentire e, una volta cresciuto, Adonis decide di andare a cercare l'unica persona che può fare di lui un campione: Rocky Balboa. Per una serie di coincidenze, arriverà a giocarsi il titolo mondiale, ma sarà lui a dover aiutare Rocky a combattere una battaglia molto più difficile.

Dopo sei film, Rocky appende definitivamente i guantoni al chiodo, e passa al testimone a un degno erede della sua epopea. Creed nasce dalle ceneri della saga e ne riprendi molti temi e suggestioni: la sfida contro se stesso, Davide e Golia, la boxe come salvazione da un'infanzia tormentata. Tuttavia, il film aggiunge anche temi originali che lo rendono godibile e interessante nonostante alcune sensazioni di già visto: il rapporto tra l'anziano campione disilluso dalla vita e il giovane impulsivo che deve ancora conoscerla; la sfida con un passato mai conosciuto, eppure ingombrante; e, infine, la sfida con la malattia e la vecchiaia. Stallone presta il volto a un Rocky stanco, più saggio ma anche più cinico, cui l'arrivo di Adonis porta una nuova ragione per tirare avanti nonostante la morte di tutti coloro che amava e la distanza di un figlio con cui non è mai riuscito veramente a legare. La sua prestazione emoziona e convince, in una sovrapposizione tra attore e personaggio che ricorda quella di Mickey Rourke in The Wrestler, pur non raggiungendone le vette interpretative. Accanto a lui Michael B. Jordan convince nella parte del giovane Adonis, offrendo una prova sorprendentemente matura nel ruolo di un giovane dilaniato tra il desiderio di costruirsi un'immagine e liberarsi dall'ombra del padre, e la paura di gettarne il nome del fango.

Il film presenta anche una fotografia molto interessante, con gli incontri di boxe ripresi con una fluidità e una leggerezza dei movimenti molto peculiari, con un ampio uso del piano sequenza (soprattutto nel primissimo combattimento) e poco montaggio. La trama non brilla per originalità ma ha ritmo e realismo, e tratteggia la vita dei giovani a Philadelphia con occhio quasi documentaristico, tra solitudini, sogni e frustrazioni.

Creed è un film che offre quel che promette, una storia di boxe in cui sport e privato si intrecciano. Pur non essendo nulla di eccezionale, riesce però a coinvolgere e, a tratti, emozionare, e diviene così un degno erede di una saga che, dopo aver toccato picchi molto alti (il primo Rocky vinse l'Oscar per il miglior film) sembrava essere giunta al capolinea.

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Pier