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venerdì 4 settembre 2026

Telegrammi da Venezia 2026 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi: brevi recensioni dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra con tantissimi titoli interessanti, che vede il ritorno alla Mostra di grandi registi assenti da tempo (Danny Boyle, Nanni Moretti, Kore-Eda), oltre che molti graditi abitué (Martin McDonagh, Werner Herzog). Una mostra che, nonostante l'assenza di grandi produzioni hollywoodiane, promette di presentare film che diranno la loro nella stagione dei premi.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra, collegati da interessanti riflessioni sul rapporto che abbiamo con il passato e la realtà, e su come l'establishment trovi sempre il modo di sopravvivere e reinventarsi.

Ink (Concorso), voto 7.5. Un Trainspotting ambientato nel mondo del giornalismo, che racconta l'ascesa dirompente e punk del tabloid The Sun nel Regno Unito degli anni Settanta, che spazzò via il giornalismo paludato e serio che dominava il paese a suon di gossip, sport, educazione sessuale e donne discinte, sotto la direzione di Larry Lamb (un ottimo Jack O' Connell) e la proprietà di Rupert Murdoch. Lamb e Murdoch sono anti-establishment, e tendiamo a tifare per loro, anche perché l'establishment inglese dell'epoca è ricco, classista, e razzista. Tuttavia, il film offre un'interessante racconto ammonitore su come essere anti-establishment non sia sempre un bene: chi vuole distruggere qualcosa finisce spesso per distruggere tutto. The Sun spazza via le ipocrisie della società inglese, ma finisce per distruggerne anche i valori; infonde libertà nel giornalismo, ma ne tradisce la missione di informazione ed educazione. Boyle non dà risposte, non crea vittime e carnefici, ma mette uno specchio davanti agli spettatori, costringendoli ad affrontare alcune scomode verità.

Bucking Fastard (Concorso), voto 7. Herzog torna al cinema di finzione dopo sette anni e realizza un film spiazzante, chiaramente debitore di David Lynch e della sua "dream logic" fin dalla prima scena, in cui le due protagoniste - due sorelle che parlano, pensano, amano in sincrono - raccontano un loro sogno identico che forse non lo è. Herzog prende spunto da una storia vera, ma la declina in chiave fortemente simbolica ed emotiva, caricando il film di possibili interpretazioni senza prediligerne nessuna. Molti lo troveranno ostico, ma l'unico modo di approcciarlo correttamente è di abbandonare ogni tentativo di trovare un filo logico-razionale e lasciarsi travolgere dal donchisciottesco scontro tra le due sorelle e un mondo che non è pronto per loro, facendosi trascinare nel loro folle scavo per arrivare dall'Irlanda alle Orcadi (un'impresa ambiziosissima e impossibile, come in Fitzcarraldo): un tunnel per un mondo nuovo in cui sentirsi finalmente libere. Manca la potenza evocativa di Lynch, ma il risultato è comunque intrigante anche grazie all'ipnotica interpretazione delle sorelle Mara, Kate e Rooney.

Wild Horse Nine (Concorso), voto 9.5. McDonagh torna a Venezia dopo Gli spiriti dell'isola e realizza un altro film indimenticabile su amicizia, memoria, e l'apparente incapacità umana di vivere in pace con il prossimo. Un film profondamente politico, che riprende l'anarchico desiderio di ribellione al potere costituito di Una battaglia dopo l'altra ma lo declina nei toni della commedia nera a tinte crime/spionistiche. Siamo in Cile, poche settimane prima del colpo di stato di Pinochet, e segue due agenti della CIA che hanno lavorato per organizzarlo. Uno di loro sta morendo, e vuole fare una vacanza sull'isola di Pasqua, dove si troverà a tracciare un bilancio della sua vita. La sceneggiatura è semplicemente perfetta, e consacra ancora una volta McDonagh come uno dei migliori scrittori per il cinema (e il teatro) del nostro tempo: i dialoghi sono profondi e filosofici, e al tempo stesso taglienti ed esilaranti. Si ride, tanto, ma si resta sempre immersi in un'aura di malinconia per il tempo che se ne va, per peccati che non si possono annullare, ma che forse si può provare a espiare. John Malkovich offre una prova da Oscar, unendo alla perfezione stralunatezza e rimpianto, ma intorno a lui brillano anche Sam Rockwell (grandissimo attore che McDonagh valorizza come pochi altri) e Steve Buscemi.

Sumo: Spirit Weights Nothing (Fuori Concorso), voto 7. Documentario asciutto ed efficace, in pieno stile ESPN, sul sumo che va dietro le quinte di una delle icone culturali giapponesi: allenamenti, regime alimentare, classifiche, ma soprattutto l'impatto sul corpo e sulla psiche degli atleti, che consacrano tutti se stessi a una tradizione e ai valori che rappresenta.

Mr. Nelson, Did You Kill People (Concorso), voto 5.5. Tsukamoto, leggendario regista giapponese, si cimenta con la storia di Allen Nelson, un veterano del Vietnam che, al termine di un lungo percorso psicologico, racconta gli orrori della guerra in pubblico, portando la sua testimonianza e il suo rimorso in Giappone e persino nello stesso Vietnam. La sua vicenda di testimone dell'orrore è interessantissima, ma viene relegata agli ultimi venti minuti scarsi di film. Prima assistiamo alla fiera del già visto, un racconto di orrori di guerra e stress post-traumatico che tanti, troppi (Tsukamoto incluso) hanno già raccontato, spesso con maggiore efficacia. Lo stile recitativo che Tsukamoto impone ai suoi attori e che funziona benissimo con interpreti giapponesi stona con un cast occidentale, rendendo il tutto troppo "urlato". Restano una vicenda morale di grande interesse e un eccellente lavoro sul sonoro: peccato, poteva essere molto di più.

Pier

mercoledì 23 aprile 2025

I Peccatori

Il silenzio là fuori


1932, Clarksdale, Mississippi. I due gemelli Smoke e Stack tornano a casa dopo essere stati in trincea e aver lavorato per la malavita di Chicago. Vogliono aprire un juke joint, un locale dove anche gli afroamericani liberati ma ancora vittime della segregazione possano divertirsi. Per farlo, assoldano il cugino Sammie, musicista prodigioso, e altri amici della comunità locale. La sera dell'inaugurazione, però, si presentano tre bianchi, ospiti inattesi.

Ryan Coogler ha un senso innato per l'intrattenimento impegnato. Da Black panther alla serie di Creed, Coogler ha dimostrato un'abilità molto rara: quella di creare film divertenti, intrattenenti, di genere, ma in grado anche di parlare di tematiche importanti come giustizia sociale e appropriazione culturale.
Non ci sarebbe dunque da sorprendersi per il fatto che ne I peccatori riesca a replicare questa operazione. Ciononostante, alla fine del film si rimane con la sensazione di aver assistito a un mezzo miracolo.

Perché in I peccatori Coogler non si limita ad amalgamare ingredienti complessi, ricavandone un risultato efficace e armonic: qui mischia mitologie, suggestioni, generi con una creatività impareggiabile, ricavando una miscela cangiante, originale, che sembra sempre sul punto di bruciare e invece inebria, seduce, fino a esplodere trionfalmente.

Il primo atto è uno spaccato sociologico della vita degli afroamericani durante il periodo delle leggi Jim Crow e della segregazione. Siamo nel cuore della terra del blues, ma ai bianchi il blues piace, chi lo suona no, come ricorda uno dei personaggi. Quello che vediamo non è però solo la storia di una discriminazione strisciante, meno esibita ma comunque presente e terribilmente viva, ma quella di una comunità - con i suoi luoghi, i suoi riti, le sue tradizioni. Coogler si prende il suo tempo per presentarcela, ed è una scelta vincente, perché a questi personaggi ci si affeziona, e si capisce cosa hanno da perdere e da guadagnare.

Poi lo scenario, improvvisamente, cambia. Dai campi aperti e le strade ariose passiamo in un interno, il juke joint creato da Smoke e Stack. Non è l'unico cambiamento. Hans Christian Andersen diceva che quando le parole vengono meno, è la musica a parlare. E proprio così accade nel secondo atto de I peccatori: le parole cessano, e comincia la musica. Una musica magica, evocativa, che apre la porta a fantasmi, antenati, e incubi; una musica che risveglia passioni, che non lascia indifferenti; una musica che crea comunità, e - per dirla con Johann Sebastian Bach - aiuta a non sentire il silenzio là fuori, dove quella comunità è discriminata, isolata, perseguitata. 


Fuori, appunto. Per qualche attimo, il fuori cessa di esistere - sia per i protagonisti che per gli spettatori, ma non scompare. Rimane lì, in agguato, una notte oscura e piena di terrore. Siamo al terzo atto, in cui Coogler opera un'inversione a U degna di quella di Parasite o, per rimanere nel genere vampiresco, di Dal tramonto all'alba, trascinandoci all'inferno, e sfruttando la metafora del vampirismo nella sua doppia accezione.

Da una parte il vampirismo come metafora della discriminazione, del rigetto sociale, della marginalizzazione: non è un caso che i popoli la cui musica è in grado di risvegliare anime e demoni siano tre popoli storicamente vittime di oppressione (irlandesi, nativi americani, afroamericani), e che sia vista come uno strumento che permette di mantenere la propria identità, strappata da anni di schiavitù e prevaricazioni. Questa faccia del vampirismo si estrinseca alla perfezione nella scena del sabba celtico, in cui il leader dei vampiri, Remmick, li guida in una danza ipnotica e festosa che invoca la solidarietà, l'uguaglianza, e la fine di ogni oppressione.

Ma è solo un incantesimo, un'illusione, perché dall'altra parte ci attende l'altra accezione del vampirismo, metafora dell'appropriazione (e del capitalismo), di chi succhia l'anima e la vita di altri per sopravvivere. Remmick e i suoi sodali non vogliono solo ascoltare la musica di Sammie; vogliono appropriarsene, farla loro, fagocitarla, in una perfetta rappresentazione di come la musica blues, nata da e con gli schiavi, sia stata assorbita, ingoiata, e reimpacchettata dall'industria, andando ad arricchire i soliti sospetti, e non la comunità da cui si era generata. Remmick è una sanguisuga che condanna all'eterna dannazione, alla stessa eterna insoddisfazione che lo divora. Il fatto che lui stesso sia stato oppresso non fa altro che confermare un vecchio adagio, ovvero che l'oppressione è come un virus, che viene trasmesso e perpetuato: chi è stato oppresso opprimerà qualcun altro, in un'eterna guerra tra poveri, un circolo vizioso che nessuno sembra riuscire a spezzare.


L'anima del film è la musica, un mix tra la colonna sonora originale composta da Ludwig Göransson e rielaborazioni di canzoni tradizionali, magistralmente interpretata dal cast, su tutti un Miles Canton all'esordio cinematografico, la cui voce obnubila i sensi per bellezza, calore e gioia dolente. Su tutte brilla la sua esecuzione di I lied to you, talmente convincente che sembra davvero spezzare le barriere di spazio e tempo, trasportando lo spettatore in un non luogo in cui ogni epoca è qui, ora, viva e danzante. 
Il corpo sono attori e attrici, che sembrano incanalare lo spirito divino come i musicisti e danzatori dell'antica Grecia, dando vita a personaggi di carne, sangue, desiderio. Detto di Canton, Michael B. Jordan fa ovviamente la parte del leone con un doppio ruolo in cui riesce a distinguere alla perfezione i due fratelli Stack e Smoke. Accanto a lui brillano soprattutto Hailee Steinfeld, una femme fatale decisamente sui generis, e Wunmi Mosaku, ex moglie di Smoke e maga Hoodoo, capace di declinare una strega, una madre, una combattente.

Coogler dirige il tutto con una fotografia avvolgente, con un ampio uso di piani sequenza sinuosi (qui una bella analisi di quello di I lied to you), che legano l'azione creando l'illusione di un sogno, soprattutto durante le scene di ballo e canto, e vengono spezzati dalle incursioni esterne, in un perfetto corrispettivo visivo dell'evoluzione narrativa del film. La gestione del ritmo è esemplare, con un crescendo che va a esplodere in un finale pulp che farebbe felice Tarantino, il più liberatorio dai tempi di Django Unchained

I peccatori è un film mercuriale, che cambia forma continuamente, unendo horror, musical, blackspoitation, dramma, commedia, e tanto altro. Parla di dannazione e redenzione, di musica che cura l'anima ma risveglia i sensi, di oppressione e ribellione. è un racconto epico, vibrante, potente, che brucia il cuore dello spettatore e lo trascina con sé in un viaggio pieno di meraviglia e orrore. 

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Pier