Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi: brevi recensioni dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra con tantissimi titoli interessanti, che vede il ritorno alla Mostra di grandi registi assenti da tempo (Danny Boyle, Nanni Moretti, Kore-Eda), oltre che molti graditi abitué (Martin McDonagh, Werner Herzog). Una mostra che, nonostante l'assenza di grandi produzioni hollywoodiane, promette di presentare film che diranno la loro nella stagione dei premi.
Ink (Concorso), voto 7.5. Un Trainspotting ambientato nel mondo del giornalismo, che racconta l'ascesa dirompente e punk del tabloid The Sun nel Regno Unito degli anni Settanta, che spazzò via il giornalismo paludato e serio che dominava il paese a suon di gossip, sport, educazione sessuale e donne discinte, sotto la direzione di Larry Lamb (un ottimo Jack O' Connell) e la proprietà di Rupert Murdoch. Lamb e Murdoch sono anti-establishment, e tendiamo a tifare per loro, anche perché l'establishment inglese dell'epoca è ricco, classista, e razzista. Tuttavia, il film offre un'interessante racconto ammonitore su come essere anti-establishment non sia sempre un bene: chi vuole distruggere qualcosa finisce spesso per distruggere tutto. The Sun spazza via le ipocrisie della società inglese, ma finisce per distruggerne anche i valori; infonde libertà nel giornalismo, ma ne tradisce la missione di informazione ed educazione. Boyle non dà risposte, non crea vittime e carnefici, ma mette uno specchio davanti agli spettatori, costringendoli ad affrontare alcune scomode verità.
Bucking Fastard (Concorso), voto 7. Herzog torna al cinema di finzione dopo sette anni e realizza un film spiazzante, chiaramente debitore di David Lynch e della sua "dream logic" fin dalla prima scena, in cui le due protagoniste - due sorelle che parlano, pensano, amano in sincrono - raccontano un loro sogno identico che forse non lo è. Herzog prende spunto da una storia vera, ma la declina in chiave fortemente simbolica ed emotiva, caricando il film di possibili interpretazioni senza prediligerne nessuna. Molti lo troveranno ostico, ma l'unico modo di approcciarlo correttamente è di abbandonare ogni tentativo di trovare un filo logico-razionale e lasciarsi travolgere dal donchisciottesco scontro tra le due sorelle e un mondo che non è pronto per loro, facendosi trascinare nel loro folle scavo per arrivare dall'Irlanda alle Orcadi (un'impresa ambiziosissima e impossibile, come in Fitzcarraldo): un tunnel per un mondo nuovo in cui sentirsi finalmente libere. Manca la potenza evocativa di Lynch, ma il risultato è comunque intrigante anche grazie all'ipnotica interpretazione delle sorelle Mara, Kate e Rooney.
Wild Horse Nine (Concorso), voto 9.5. McDonagh torna a Venezia dopo Gli spiriti dell'isola e realizza un altro film indimenticabile su amicizia, memoria, e l'apparente incapacità umana di vivere in pace con il prossimo. Un film profondamente politico, che riprende l'anarchico desiderio di ribellione al potere costituito di Una battaglia dopo l'altra ma lo declina nei toni della commedia nera a tinte crime/spionistiche. Siamo in Cile, poche settimane prima del colpo di stato di Pinochet, e segue due agenti della CIA che hanno lavorato per organizzarlo. Uno di loro sta morendo, e vuole fare una vacanza sull'isola di Pasqua, dove si troverà a tracciare un bilancio della sua vita. La sceneggiatura è semplicemente perfetta, e consacra ancora una volta McDonagh come uno dei migliori scrittori per il cinema (e il teatro) del nostro tempo: i dialoghi sono profondi e filosofici, e al tempo stesso taglienti ed esilaranti. Si ride, tanto, ma si resta sempre immersi in un'aura di malinconia per il tempo che se ne va, per peccati che non si possono annullare, ma che forse si può provare a espiare. John Malkovich offre una prova da Oscar, unendo alla perfezione stralunatezza e rimpianto, ma intorno a lui brillano anche Sam Rockwell (grandissimo attore che McDonagh valorizza come pochi altri) e Steve Buscemi.
Sumo: Spirit Weights Nothing (Fuori Concorso), voto 7. Documentario asciutto ed efficace, in pieno stile ESPN, sul sumo che va dietro le quinte di una delle icone culturali giapponesi: allenamenti, regime alimentare, classifiche, ma soprattutto l'impatto sul corpo e sulla psiche degli atleti, che consacrano tutti se stessi a una tradizione e ai valori che rappresenta.
Mr. Nelson, Did You Kill People (Concorso), voto 5.5. Tsukamoto, leggendario regista giapponese, si cimenta con la storia di Allen Nelson, un veterano del Vietnam che, al termine di un lungo percorso psicologico, racconta gli orrori della guerra in pubblico, portando la sua testimonianza e il suo rimorso in Giappone e persino nello stesso Vietnam. La sua vicenda di testimone dell'orrore è interessantissima, ma viene relegata agli ultimi venti minuti scarsi di film. Prima assistiamo alla fiera del già visto, un racconto di orrori di guerra e stress post-traumatico che tanti, troppi (Tsukamoto incluso) hanno già raccontato, spesso con maggiore efficacia. Lo stile recitativo che Tsukamoto impone ai suoi attori e che funziona benissimo con interpreti giapponesi stona con un cast occidentale, rendendo il tutto troppo "urlato". Restano una vicenda morale di grande interesse e un eccellente lavoro sul sonoro: peccato, poteva essere molto di più.
Pier
