Visualizzazione post con etichetta Andrew Dominik. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Andrew Dominik. Mostra tutti i post

venerdì 9 settembre 2022

Telegrammi da Venezia 2022 - #7

Settimo telegramma da Venezia, con icone hollywoodiane, thriller psicologici, sincerità estreme, registi oppressi dal regime, documentari d'autore, e orridi polpettoni italiani.


Blonde (Concorso), voto 6. Andrew Dominik sceglie di girare una storia romanzata sulla vita di Marilyn Monroe, adattando il romanzo di Joyce Carol Oates anziché basarsi su una delle tante biografie disponibili. Il risultato è un film trasfigurato e trasfigurante, dove Marilyin diventa un'armatura e una trappola per Norma Jean, in un rapporto simbiotico e parassitario al tempo stesso. Blonde è girato con grande maestria, e sorretto dalle splendide musiche di Nick Cave e da un'interpretazione trascendente di Ana de Armas, impressionante per somiglianza. Il film però si perde in inutili lungaggini, e restituisce un'immagine di Marilyn troppo in balia degli eventi, come fosse una foglia trascinata dal vento. La tensione e l'efficacia drammatica vengono sacrificate sull'altare dell'estetica e del desiderio di scandalizzare (le scene di nudo e sesso sono abbastanza esplicite, e sono valse al film il primo divieto per minori della storia di Netflix). Il risultato è quindi un film bello da vedere ma faticoso da seguire, che non offre nulla di nuovo sulla figura di Marilyn.

Beyond the Wall (Concorso), voto 8. Un uomo cieco con un passato tormentato; una donna in fuga che si rifugia nel suo appartamento: una scoperta che avviene per gradi, con crescente fiducia e una realtà che sembra sgretolarsi a ogni passo. Vahid Jalilvand realizza un thriller teso, girato alla perfezione, forse leggermente troppo lungo, ma in grado di tenere lo spettatore con lo sguardo fisso sullo schermo fino allo splendido, creativo finale.

Les Miens (Concorso), voto 7. Cosa succederebbe se qualcuno intorno a noi diventasse incapace di mentire? Questa la premessa del riuscito film di Roschdy Zem, in cui una famiglia viene sconvolta dall'improvvisa sincerità estrema di uno dei fratelli in seguito a una commozione cerebrale. Si ride, ci si commuove, si riflette sulla fragilità dei legami e sulla necessità di mantenerli, coltivarli, ascoltarli.

Nuclear (Fuori Concorso), voto 7.5. Ottimo documentario di Oliver Stone che smonta molti dei miti sulla pericolosità del nucleare, argomentando con dovizia di dati e testimonianze la necessità di metterlo al centro della nostra lotta contro il cambiamento climatico.

No Bears (Concorso), voto 6. Jafar Panahi, sempre costretto agli arresti domiciliari dal regime iraniano, gira un altro film che lo vede protagonista nel ruolo di un regista. La capacità di emozionare del film è quindi un po' limitata da una sensazione di già visto, non tanto dal punto di vista della storia quanto da quello del meccanismo narrativo. Peccato, perché la storia raccontata avrebbe potuto arrivare molto più al cuore: speriamo che Panahi possa finalmente tornare a girare.

Chiara (Concorso), voto 2. Una fiction di Rai1 con un budget un po' più elevato, che avrebbe intenti seriosi ma sceglie di far parlare i suoi personaggi come ne L'armata Brancaleone. Un Medioevo del tutto irreale, dove tutti sono puliti, pettinati, con i denti bianchissimi, non c'è fango, non c'è freddo, non c'è fame. Non è nemmeno un film brutto: peggio, è un film inutile.

Pier

martedì 27 settembre 2016

One more time with feeling

Sinestesia della perdita



Domink riprende Nick Cave e la sua band mentre sono alle prese con la registrazione dell'ultimo album dell'artista australiano, Skeleton Tree. Quella che doveva essere una testimonianza delle sessioni diventa invece un ritratto introspettivo dell'artista, che deve fare i conti con la morte del figlio adolescente, e del suo processo artistico.

Capolavoro: non ci sono altre parole per definire il documentario di Andrew Dominik, una geniale e commovente follia, un ritratto in bianco e nero e in 3D del lutto di un grande artista, del suo dramma umano e dello straziante processo creativo che sta dietro il suo ultimo album. Là dove le parole e il racconto falliscono, riescono le immagini, la poesia e la musica, che riescono a esprimere il dolore, la perdita, il profondo senso di straniamento, la violenza psicologica di un evento che toglie ogni punto di riferimento, obbligando l'artista, l'uomo a compiere l'atto più contrario alla propria natura: cambiare.

Dominik sfrutta le tre dimensioni per regalare profondità e vividezza agli spazi in cui viene registrato il disco, ai personaggi, ai loro gesti e alle loro emozioni, ritratti in uno splendido bianco e nero in cui le ombre prevalgono sulla luce, ma la luce diviene per questo ancora più luminosa. "There is more paradise in hell than we've been told", recita cavernosa la voce di Nick Cave: il paradiso esiste anche all'inferno, la speranza può essere trovata anche nei momenti più oscuri, nella musica più cupa, dissonante ed emozionante sentita da molti anni a questa parte.

Il film regala uno sguardo inedito non solo nel lutto, ma anche nel processo creativo, fatto di fallimenti, tentativi, frustrazioni, indissolubilmente legato alla vita ma al tempo stesso separato da essa: la sala di registrazione diventa un'oasi, un'isola fuori dal tempo in cui le emozioni sono pure, violente, come le note di un violino dissonante o di una voce straziata.

One more time with feeling è un film che passerà alla storia del documentario, un racconto poetico e sinestetico in cui immagini, parole e suoni si mescolano, si sovrappongono, si rinforzano, in un crescendo emotivo che non può lasciare indifferenti. Sarà in sala solo il 27 e il 28 Settembre: non perdetelo, per nulla al mondo.

*****

Pier