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martedì 30 giugno 2026

Supergirl

Ritorno al cuore


Kara Zor El, cugina di Superman, festeggia il proprio compleanno con un lungo pub crawl in un pianeta illuminato da un sole rosso, dove i suoi poteri non funzionano e può ubriacarsi in santa pace. Il suo desiderio di obnubilamento alcolica viene però frustrato quando Ruthye, una ragazzina del luogo, chiede il suo aiuto per vendicarsi di Krem delle Colline Gialle, leader di una temuta banda di predoni spaziali e colpevole dell'omicidio di tutta la famiglia di Ruthye.

Attorno a Supergirl si è creata, online, una strana narrativa di disfattismo. È la stessa narrativa che si era creata per Elemental, guidata dagli incassi iniziali (veri o previsti) dati in pasto al pubblico come le tavole della legge, un dato inconfutabile della qualità o povertà del film che diviene profezia che si autoavvera, ma anche da altri fattori "invisibili", di cui proveremo a parlare. Anche Elemental fu massacrato a fronte di un box office non eccezionale all'esordio, e fu poi salvato, per fortuna, dal passaparola (speriamo accada anche per Supergirl). Da questa narrativa non sono immuni i critici, che anzi la rinforzano e corroborano.

Insomma, se avete letto che Supergirl è banale o, peggio ancora, brutto, ecco, sappiate che chi lo ha scritto è vittima di questa narrativa, e che basta vedere il film senza preconcetti per rendersi conto che è una falsità, e che gli argomenti usati per sostenerla sono pretestuosi. Supergirl è imperfetto (ci torniamo), ma è un buon film, che intrattiene ed emoziona. È anche un film che segna un passo in avanti nei film di supereroi al femminile, donando alla sua protagonista una backstory e uno studio del personaggio che spesso vengono negati o sacrificati sull'altare della spettacolarità, che qui viene invece messa al servizio della costruzione della personalità di Kara. I combattimenti sono una rappresentazione visiva della sua evoluzione psicologica, una coreografia dei moti del suo animo.

Andiamo con ordine. Supergirl non è, come letto in moltissime recensioni scritte da persone evidentemente entrate in un'altra sala, un'origin story classica e già vista. È una storia di come l'eroe (l'eroina, in questo caso) arriva ad accettare le proprie responsabilità e il proprio posto del mondo. La vicenda parte in medias res, con Kara che si trova di proposito in un luogo dove non può usare i suoi poteri. Kara è inaffidabile, sarcastica, urticante, disordinata. La sua vita, come la sua astronave, è un disastro, ed è quanto di più lontano possa esistere da un eroe, e soprattutto dall'eroe per eccellenza che è suo cugino, simbolo ai suoi occhi di una perfezione quasi fastidiosa. Chi ha visto Superman sa quanto Kara si sbagli, ma lei no. Kara è in preda a un dolore invisibile che la spinge all'autodistruzione, all'annichilimento pur di non pensare. Ruthye agisce come uno specchio per Kara, facendole (ri)vedere ciò che è successo a lei e spingendola ad agire per evitare che la storia si ripeta.

A livello visivo, Supergirl ha più trovate in un singolo fotogramma di quelle che molti film del genere hanno nella loro intera durata. Il regista Craig Gillespie non ha paura di usare il colore con finalità espressiva, esaltandolo o desaturandolo a seconda del momento emotivo e narrativo che vuole raccontare. I mondi che porta in scena sono moribondi ma al tempo stesso brulicano di vita, grazie a creature aliene realizzate con effetti pratici (e la differenza con il digitale si vede) e, soprattutto, una varietà che non si vedeva dai tempi della scena di Mos Eisley.


Supergirl
non è nemmeno un Guardiani della Galassia al femminile: ha alcuni debiti comuni ai Guardiani (su tutti, Guerre Stellari e i suoi pianeti fatti di polvere e relitti, sia umani che non), ma anche tanti altri cui i Guardiani non si sono mai nemmeno avvicinati, come ad esempio l'universo di Mad Max. Laddove Guardiani è una space opera, Supergirl è chiaramente un western crepuscolare, che deve più a film come Il Grinta, come giustamente evidenziato dai 400 Calci, che alle opere precedenti di James Gunn, invocato a caso anche quando non è il regista. Kara si muove in mondi "andati avanti", per dirla alla Stephen King, fatti di polvere e detriti e in cui vige solo la legge del più forte. Ed è proprio di fronte all'ennesimo atto di prevaricazione che scatterà in lei qualcosa che la porterà a capire che ciò che ha perso non deve impedirle di vedere ciò che ha ancora con sé.

Supergirl non è, infine, un film che tradisce la sua protagonista, come letto in un delirante articolo di Variety che non riesce nemmeno a cogliere le motivazioni di Kara (sì, "salvare il tuo cane" può essere una motivazione sufficiente - John Wick insegna - soprattutto se è tutto ciò che ti resta del mondo che hai perduto). Supergirl è un film al femminile e sul girl power senza aver bisogno di ricordarlo ogni dieci secondi, difetto che invece colpiva Captain Marvel (che fu invece, paradossalmente, ricevuto con molto più entusiasmo). Milly Alcock - e almeno qui tutti, anche i più critici, concordano - è superlativa nel ruolo. Ha un carisma che buca lo schermo, e incarna alla perfezione la natura strafottente ma fragile di Kara, la cui sbruffonaggine è solo una maschera per coprire il vuoto che ha nel cuore. Accanto a lei, Eve Ridley offre un'ottima prova come Ruthie, una ragazzina con un senso dell'onore ipertrofico che sembra l'incrocio tra una lady vittoriana, Mulan, e Lyanna Mormont.
 
Alcuni hanno criticato l'assenza di un villain davvero pericoloso, ma anche questo appunto tradisce una totale incomprensione del cuore emotivo e narrativo del film. Il nemico esterno, come già in Logan, è un pretesto: il vero nemico di Supergirl è... Supergirl stessa. La doppia natura di Kara e la coesistenza in lei di un lato chiaro e un lato oscuro sono centrali alla caratterizzazione personaggio di Supergirl, che nei fumetti ha spesso dovuto affrontare sue incarnazioni malvagie, esattamente come accadeva a Wolverine in Logan. Kara deve sconfiggere i suoi demoni e se stessa per diventare la supereroina che è destinata a essere, e per portare a compimento la missione semplice ma difficilissima (che riecheggia un altro auspicio materno visto recentemente) affidatale dalla madre: essere buona. Non è un caso che Gillespie e la sceneggiatrice Ana Nogueira la lascino senza poteri per gran parte del film: Kara deve capire qual è la sua vera forza prima di poterli usare davvero.
A questo aggiungiamoci che Krem è tutt'altro che un cattivo villain: è deliziosamente sadico, che compensa quel che non ha in termini di superpoteri con una crudeltà e un sadismo degni del mondo di Mad Max, e raramente rappresentata nei film di supereroi. 


Cosa spiega, dunque, la negatività che circonda il film? Oltre al già citato culto del box office, ci sono tre fattori che paiono palesi. Il primo, evidenziato anche nella recensione dei 400 Calci già linkata sopra, è l'affaticamento da film di superereoi che porta ormai a "demolire" qualunque film non alzi la posta in gioco. Per dirla in breve: se non sei più grande, più grosso, più "fan service", non ci interessi. Un ragionamento comprensibile ma fallace, dato che è proprio nei film più intimisti e character-focused come Supergirl che spesso si trovano nuove idee creative (vedi, a titolo illustrativo, il caso di Ant-Man). Il secondo motivo risiede negli irriducibili dello Snyderverse, pochi ma rumorosissimi, che odiano per principio tutto ciò che viene dopo l'addio del loro regista-eroe (avevano preso di mira anche Superman).

Il terzo e ultimo motivo, più strisciante e insidioso, è l'ormai sempre più probabile bias che esiste verso i film con eroine femminili, soprattutto quando i fan decidono che la protagonista non corrisponda ai loro discutibili canoni di bellezza (che Milly Alcock venga ritenuta poco avvenente lascia basito - F4 - chi scrive). Non è un caso che i film al femminile funzionino sempre peggio delle loro controparti, e se questo a livello di pubblico si può spiegare con la semplice demografia (anche se il problema resta), a livello di critica è inevitabile guardarsi allo specchio e farsi qualche domanda, perchè abbiamo promosso film ben più mediocri di questo quando il protagonista era un uomo (me compreso, rivedendo questa classifica).

Chiariamoci, Supergirl non è un film perfetto: alcuni passaggi di sceneggiatura sono poco curati o ripetuti, con almeno una battaglia di troppo e un personaggio (il Lobo interpretato da un Jason Momoa nato per il ruolo) che si integra a fatica con il tono e la storia del film. Rimane però un film creativo, sia a livello visivo che narrativo, che rinuncia a raccontare la lotta per il macrocosmo per focalizzarsi sul microcosmo interiore di Kara, dove si combatte una battaglia non meno importante. Una maggiore introspezione è ciò che è cronicamente mancato sia al DCU di Snyder, sia alle fasi recenti dell'MCU. E forse è proprio in queste storie - più piccole, più intime, più vere - che i pachidermi supereroistici potrebbero ritrovare un po' di abbrivio per uscire dal pantano in cui sembrano essere scivolati, come ha giustamente suggerito IndieWire (non è un caso che anche il prossimo Spiderman sembra aver abbracciato questa dimensione più "raccolta").

Supergirl, insomma, non merita la negatività letta in giro, ma merita che andiamo a vederlo al cinema a dare una possibilità a questa eroina sgangherata, imperfetta, piena di cicatrici, ma che di fronte alle difficoltà non smette mai di rialzarsi.

*** 1/2

Pier

martedì 22 luglio 2025

Superman

Leggere i bisogni


Superman ha fermato l'invasione unilaterale dello stato di Jarhanpur da parte della dittatura di Boravia. Tuttavia, Boravia è un alleato degli USA, e il governo, sobillato da Lex Luthor, comincia a mettere in dubbio quanto si possa fidare di Superman, costringendo Clark Kent/Kal-El a fare i conti con la sua missione e le sue decisioni.

Ci sono prodotti culturali che riescono a cogliere perfettamente lo spirito del tempo, o addirittura ad anticiparlo: è il caso di Joker, per esempio, inquietante nella sua capacità di catturare il livello di rabbia e desiderio di rivolta che ribolliva nella pancia degli USA. Altri prodotti, tuttavia, non leggono lo spirito del tempo, ma ne leggono i bisogni. Bruce Springsteen è un artista particolarmente sensibile in tal senso. Nel 1982 pubblica Nebraska, che racconta il fallimento del sogno americano e le crisi esistenziali di molti lavoratori in un momento in cui negli USA lo spirito dominante era ottimista, entusiasta: erano i primi vagiti della presidenza Reagan, e il futuro sembrava pieno di ricchezza per tutti: ma c'era già chi sapeva - sentiva - che sarebbe stato lasciato indietro, e aveva bisogno di qualcuno che raccogliesse il suo disorientamento. Allo stesso modo, nel 2002 Springsteen pubblica The Rising subito dopo gli attentati dell'11 Settembre 2001: l'umore del paese è nero, cupo, pessimista, ma Springsteen scrive un album carico di speranza e ottimismo - non ciò che il pubblico provava in quel momento, ma ciò di cui aveva bisogno.

Superman, nella sua trasposizione cinematografica, sembra un personaggio capace di catturare i bisogni nascosti della società: cupo e preconizzante sventura nel 2006, gli anni della presidenza Obama, pieno di luce oggi, quando il mondo è in fiamme per guerre, crisi economiche, disuguaglianze sempre crescenti. James Gunn non vuole seguire lo spirito dominante, ma vuole lanciare un segnale di speranza - un messaggio che dovrebbe essere banale, ma che oggi tristemente finisce per non esserlo: essere brave persone è un valore, non qualcosa da prendere in giro. Il Superman di Gunn è umano più che alieno, un immigrato alieno (illegal alien, il termine inglese, rende ancora meglio l'ambiguità della sua situazione) cresciuto con i valori di una famiglia terrestre che gli ha insegnato ad aiutare il suo prossimo, a costruire ponti anziché seminare divisione, a mettere il suo immenso potere al servizio dei più deboli. 

Banalità, appunto, temi classici dei grandi blockbuster USA anni Novanta. Eppure. Eppure oggi non sono più banalità, e Gunn lo evidenzia a ogni passaggio narrativo. L'aggressione unidirezionale di uno stato sovrano del "terzo mondo" da parte di una dittatura, un miliardario del settore tech affetto da egomania che controlla de facto il governo statunitense (indicativo che questo sia uno dei pochissimi film del genere a non far nemmeno vedere il presidente del paese), la pervasività delle fake news (una delle scene dove la metafora si fa più letterale eppure, proprio per questo, diventa tremendamente efficace): questo, togliendo i metaumani, è il nostro mondo, che ci piaccia o meno: un mondo che ha dimenticato cose che una volta avremmo considerato, appunto, banalità, e oggi vengono etichettate con l'orrido neologismo "buoniste". Oggi, essere buono non è banale: è anticonformista, è "punk".


Intorno a questo messaggio politico, semplice ma diretto (ma non lo sono tutte le "grandi" campagne elettorali?) Gunn realizza il cinecomic più strutturalmente e narrativamente simile a un fumetto visto finora al cinema: colorato, ipercinetico, sovraffollato, con continui cambi di prospettiva, nuovi personaggi, pochissimi attimi di respiro. Il risultato è un film a volte narrativamente caotico, ma incredibilmente efficace a livello di intrattenimento e messaggio emotivo: un film che parla alla pancia e al cuore prima che al cervello, ma che fa il suo mestiere con competenza e grande senso per lo spettacolo. La scelta di iniziare in medias res funziona perché ci mostra subito un Superman vulnerabile, che ha nella famiglia e in un animale i suoi riferimenti emotivi ed è ben integrato nella vita terreste: un Superman umano, molto umano, che avvicina anziché allontanare, e con cui si entra subito in relazione.

Superman non è un film perfetto: come molti fumetti è sovraccarico, ha troppe linee narrative, e a volte perde ottime occasioni per approfondire bei momenti. La regia ipercinetica di Gunn e il suo uso dell'humor visivo intrattengono, ma a volte distraggono. Ma è un film che funziona, e lo fa perché azzecca tutti i beat emotivi: il richiamo tra scena di apertura e chiusura è forse scontato, ma tremendamente efficace; il monologo di Superman è scontato nei contenuti, ma perfetto nella forma, così come il dialogo tra Clark e suo padre; e quella bandiera che si alza al cielo mentre un popolo sta per essere sterminato è una delle immagini più potenti viste al cinema negli ultimi tempi, complice anche l'atroce attualità.

Funziona, inoltre, grazie ai suoi personaggi - ben scritti, ma soprattutto ben interpretati. L'ottima caratterizzazione della sceneggiatura di Gunn rischierebbe di finire annegata in battaglie ed effetti speciali se non fosse per un cast senza grandi nomi ma perfettamente in parte. Corenwset è un Superman perfetto: buono, ostinato, ingenuo, generoso, con uno humor terra-terra che funziona grazie alla sua totale mancanza di maliza. È sia Clark Kent che Kal-El, e è impossibile non affezionarsi a lui - non tifare per lui. Rachel Brosnahan è la miglior Lois Lane mai vista su schermo, una sorpresa solo per chi non aveva ammirato la sua irresistibile vena comica in The Marvelous Mrs. Maisel. Acuta, pungente, intelligente, capace di tenere intellettualmente testa a ogni controparte: Gunn e Brosnahan hanno finalmente reso Lois Lane un personaggio a tuttotondo anziché un generico interesse amoroso. Hoult è un Lex Luthor perfetto, che non sfigura di fronte ai grandissimi attori che lo hanno interpretato in passato, e tinge la sua malvagità di una motivazione tanto meschina quanto tremendamente realistica: l'invidia, la vanagloria. Attorno a loro si muovono vari personaggi, metaumani e non, tra cui brilla il Mr Terrific interpretato con meravigliosa indifferenza da Edi Kathegi, e che spesso ruba la scena ai protagonisti.

Rubare la scena

Superman non farà la storia dei cinecomic, ma è un film tremendamente adatto ai nostri tempi. Parafrasando un suo celebre collega, non è il supereroe che ci meritiamo, ma quello di cui abbiamo bisogno in un'epoca in cui è difficile essere ottimisti e sperare in un futuro migliore. Dalla visione di Superman si esce con un sorriso stampato in volto perché i mali del nostro tempo sono stati sconfitti da un eroe che incarna tutti i valori che ci rendono umani: nella realtà spesso non va così, ma la speranza, dopo la visione, divampa. Non è poco.

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Pier