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lunedì 11 settembre 2017

Valerio Zurlini - I dimenticati: puntata 13 (seconda parte)

Seconda puntata della puntata de "I dimenticati" dedicata a Valerio Zurlini.
Potete trovare qui la prima parte.


Dopo "La ragazza con la valigia", Zurlini riuscì finalmente a convincere Pratolini a portare sullo schermo "Cronaca familiare" (1962) con Mastroianni e Jacques Perrin. Il film vinse il Leone d'Oro a Venezia, ex aequo con "L'infanzia di Ivan" di Andrej Tarkovskij, chiudendo in questo modo in soli tre anni un trittico di film straordinari, tutti nati nel rispetto di un consiglio impartitogli all'esordio dalla ditta Benvenuti&De Bernardi. I due sceneggiatori avevano fatto capire a Zurlini che i personaggi di un film devono essere autentici, perché soltanto partendo dalle loro speranze e dalle loro angosce può nascere una storia credibile. Egli recepì appieno questo insegnamento, costruendo i suoi futuri film con uno sguardo sensibile e delicato sulle emozioni dei protagonisti. 

Aveva appena trentasei anni, ma era lo Zurlini migliore; in seguito non avrebbe più saputo raggiungere questi livelli di rendimento e di continuità. Dal cinema prese le distanze, o meglio fu il cinema a prenderle da lui. Negli anni successivi realizzò soltanto due opere minori per la sua filmografia: "Le soldatesse" nel 1965 e "Seduto alla sua destra" nel 1968, ispirato alla vita del leader congolese Lumumba. Quest'ultimo ebbe gestazione tortuosa: nato per essere uno dei cortometraggi - gli altri sarebbero stati di Pasolini, Lizzani e Bertolucci - del progetto Vangelo '70, una sorta di rilettura dei testi sacri in chiave moderna da presentare al Festival di Berlino e uscito poi col titolo "Amore e rabbia", divenne invece un lungometraggio a se stante. 



In questi anni Zurlini viveva una crisi creativa a causa delle sue inquietudini e metteva più passione e curiosità nei progetti che non riusciva a realizzare che in quelli che diventarono film. Gliene furono cari tre in particolare, dei quali sono rimaste le sceneggiature con le sue annotazioni e le sue ambizioni: "La zattera della medusa", su un gruppo di intellettuali americani nella Roma della Dolce Vita, ispirato a incontri della giovinezza; "Verso Damasco", un progetto a cui lavorò con Giorgio Albertazzi e Luigi Vanzi, tratto dal racconto "L'inchiesta" di Flaiano e Suso Cecchi d'Amico, in cui s'immagina l'arrivo di un magistrato romano in Galilea per indagare sulla scomparsa di Cristo; "Il sole nero", un soggetto ispirato alla vicenda del "boia di Albenga" Luciano Luberti, già fascista
macchiatosi di sevizie contro i partigiani, accusato nel 1970 di aver ucciso la propria amante e di averne tenuto il cadavere in casa per alcuni mesi. Zurlini immaginò un confronto tra quest'uomo e un giovane giornalista depresso e vacillante nella fede cristiana, con un conseguente reciproco plagio tra i due. Un film sul tema del perdono con echi dostoevskijani, che nessun produttore era disposto a finanziare, e un protagonista di sgradevole e abietta autenticità al quale nessun attore era disposto a dare un volto. 

Zurlini ne ricavò un giudizio molto negativo sul cinema italiano, convincendosi forse non a torto che la volontà di borghese quieto vivere e la paura di sfide e innovazioni lo stessero facendo scivolare in una sonnolenza pericolosa e irreversibile e che gli attori volessero conservare un'immagine casalinga e rassicurante, evitando ogni interpretazione che potesse alterarla. Questa delusione contribuì a far sentire Zurlini un regista fuori dal sistema e a spingerlo ad isolarsi sempre di più. 



Nel 1976, ad appena cinquant'anni, girò il suo ultimo film, "Il deserto dei tartari", grazie all'impegno dell'amico Jacques Perrin (che fu anche il protagonista nei panni del tenente Drogo) nel reperire i finanziamenti necessari per un'opera tanto dispendiosa da aver già fatto desistere Antonioni dal portarla sullo schermo. Il film, con un cast stellare che includeva, oltre a Perrin, Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Max von Sydow e Jean-Luis Trintignant. Gli valse il Nastro d'Argento e il David di Donatello e fu molto apprezzato dalla critica. 


Il vero testamento di Zurlini è però il penultimo film, "La prima notte di quiete", girato nel 1972 in una Rimini invernale. Oltre alla classica ambientazione nella riviera romagnola ritornano qui molti temi che avevano caratterizzato le sue opere giovanili: l'amore contrastato, la solitudine, l'abbandono, con l'aggiunta di una feroce descrizione dell'ambiente di provincia e dei suoi squallidi frequentatori. La figura del protagonista, un Alain Delon sempre con indosso un cappotto di cammello e un dolcevita verde appartenenti allo stesso regista, era ispirata a un personaggio di una famiglia molto nota da quelle parti, che Zurlini incontrò proprio durante un inverno. Un uomo infelice, ironico e romantico, con un passato misterioso. L'interpretazione di Delon fu eccellente e contribuì a fare de "La prima notte di quiete" uno dei film più visti di quell'anno e il maggior successo commerciale della filmografia del regista. Il quale, paradossalmente (ma non troppo), fu l'unico a non amare il film. 



Era molto esigente, tanto è vero che i film realizzati, soltanto otto, furono meno di quelli rimastigli nel cassetto. Sopra la media per sensibilità e cultura, letteraria e artistica, pretendeva di tradurre in immagini l'animo umano e i suoi sentimenti. Quando gli riusciva, il film risultava più adatto a un pubblico di nicchia che di massa. Quando non gli riusciva, se ne crucciava, come nel caso de "La prima notte di quiete", che considerava il suo film meno riuscito perché a suo giudizio Delon non possedeva nel privato la profonda gentilezza e l'inguaribile malinconia del personaggio. La cosa gli fece apparire l'intero lavoro come un falso e disse di aver provato la sofferenza e l'amarezza di un padre che scopre una vocazione di criminale in un figlio molto amato. Ma forse la verità è che detestava quel figlio proprio perché era venuto fuori a sua immagine e somiglianza, obbligandolo, ogni volta che lo guardava, a vederne riflessi come su uno specchio le illusioni del passato e le delusioni del presente che lo tormentarono per tutta la vita. 

Se ad inizio carriera l'incomprensione con Ponti lo aveva spinto in un limbo suo malgrado, in quello stesso limbo egli si gettò di nuovo spontaneamente nel giro di pochi anni. Questo non gl'impedì di fare film, anzi glieli rese più belli, perché il miglior Zurlini è stato quello impegnato a raccontare Zurlini stesso dandogli un'altra veste: ora quella di un adolescente confuso, ora quella di una ragazza giovane ma già delusa dalla vita, ora quella di un professore d'italiano fiero e decadente. Dietro ciascuno di questi personaggi faceva capolino un aspetto del loro creatore e ad accomunarli vi era sempre un senso d'inquietudine profonda. Ecco allora assimilata la lezione di Benvenuti&De Bernardi, ma in modo estremamente personale. I film di Zurlini, per lo meno quelli più riusciti, sono nati tutti dai personaggi. Ma dietro quei personaggi vi era sempre lui, costretto a confrontarsi con il brutto di una quotidianità fatta di rimpianti e occasioni perdute. Per questo ha passato la vita a cercare rifugio nel bello della letteratura e dell'arte, sempre immerso in una solitudine che, oggi che non c'è più, si è trasformata nella causa del suo immeritato oblio.

Giovanni
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domenica 27 agosto 2017

Valerio Zurlini - I dimenticati: puntata 13 (prima parte)

Torna la rubrica "I dimenticati", questa volta dedicata al regista e sceneggiatore Valerio Zurlini.



Un uomo che ama trascorrere gli inverni a Riccione è un uomo che si nasconde, dunque destinato all'oblio. Valerio Zurlini si rifugiava in quel luogo sapendo di ritrovarvi sé stesso e al tempo stesso di nascondersi agli altri. In quei viali e su quelle spiagge erano custodite l'ingenuità della sua infanzia e gli interrogativi senza risposte della sua adolescenza: per questo la riviera sarebbe diventata lo scenario dei suoi film più personali e sentiti - "Estate violenta", "La ragazza con la valigia", "La prima notte di quiete" - che furono anche i migliori. Vi passò tutte le estati da ragazzo, trasferendosi dalla Bologna dov'era nato nel 1926, fino all'ultima spensierata vacanza del 1943. Di ritorno decise di arruolarsi nel Corpo Italiano di Liberazione, nelle cui fila combatté per due anni. Trascorse la sera prima di partire in un'abitazione molto elegante, che già ospitava i suoi futuri compagni di resistenza. Al mattino dopo venne a salutarli il padrone di casa; non disse il suo nome ma Zurlini colse la forte personalità di quell'uomo che, anni dopo, scoprì essere Luchino Visconti.

A guerra finita Zurlini tornò a Roma, uomo fatto ma bisognoso di recuperare gli studi e gli amici. Una cosa gli portò l'altra, perché in un tardo pomeriggio in cui vagava per i corridoi dell'Università si imbatté in un gruppo di ragazzi che in un'aula stava provando "La Celestina" di Fernando de Rojas, un testo spagnolo del XVI secolo. Rimase incantato dalla loro passione, che glieli fece apparire tutti bravissimi, forse più di quel che erano. Si avvicinò a uno di essi, che sedeva in disparte perché in quel momento non era di scena, e gli chiese come si poteva entrare a far parte del gruppo. Era Marcello Mastroianni, che gli spiegò che per fare l'attore bastava superare un provino; se invece voleva dedicarsi alla regia avrebbe dovuto sostenere un esame piuttosto severo davanti a una commissione. Iniziò come attore, ma già l'anno successivo assunse la direzione del gruppo, il cui nome era Centro Universitario Teatrale. Si trattava della seconda scuola della capitale in ordine d'importanza dopo l'Accademia Silvio d'Amico, i cui attori passavano spesso ad osservare gli allestimenti dei giovani colleghi invidiandone la maggior libertà, che essi sfruttavano portando in scena testi che le compagnie stabili evitavano perché troppo ostiche per il pubblico.

In quel periodo Zurlini divenne amico di Mario Landi, in seguito affermatosi come regista teatrale e televisivo. Quando questi fu chiamato dal Piccolo Teatro di Milano per curare la regia de "Il soldato Tanaka" di Georg Kaiser, chiese a Zurlini di fargli da assistente. Egli accettò con piacere e si trasferì a Milano. La paga era di duemila lire al giorno, quando un pasto in trattoria gliene costava già seicento. Per arrotondare i guadagni scriveva allora i testi per un'agenzia di pubblicità, la Filmolimpia, dove lavorava anche Landi. A Milano Zurlini faticava ad ambientarsi, perché finita la giornata di lavoro non aveva nessuno da frequentare. A poco a poco, tuttavia, si ambientò, riuscendo anche ad introdursi nell'ambiente dei pittori, appassionandosi così anche all'arte moderna, perché di quella antica già lo era.


Nel frattempo le cose migliorarono anche sotto il profilo professionale: la Filmolimpia ricevette l'incarico di realizzare un cortometraggio promozionale per una ditta di Bologna e per Zurlini fu l'occasione per muovere i primi passi nell'ambiente cinematografico. Mentre si trovavano a Bologna, il titolare di un emporio locale commissionò alla troupe un secondo cortometraggio sulla sua ditta. Questa volta il giovane Zurlini ebbe anche l'incarico di girare in prima persona le riprese, dato che il titolare Mario Landi era impegnato altrove con una regia teatrale. Zurlini se la cavò egregiamente, riversando in questo pur piccolo lavoro quanto appreso come spettatore, in fatto di tecnica cinematografica, e come aiuto regista teatrale, in fatto di direzione degli attori. Questo episodio gli fece aprire gli occhi sulla sua vocazione e così, tra il 1949 e il 1952, si dedicò alla realizzazione di una quindicina di documentari. Impossibile vederli: sono andati perduti, oppure si trovano sommersi nell'archivio di qualche casa di produzione. Restano soltanto i titoli, oltre a qualche breve cenno dell'autore stesso: "Sorrida, prego", su un fotografo di Bologna; "Soldati in città", cronaca di una libera uscita; "Il mercato delle facce" su generici e comparse, girato nel loro sindacato, dove comparivano in veste di attori Franciolini, Rosi e Zeffirelli; "Serenata da un soldo", sui ragazzi che guadagnavano poche lire suonando i piani di Barberia; "Ventotto tonnellate", in viaggio per l'Italia a documentare la vita dei camionisti.

Altri due documentari meritano qualche parola in più. Il primo s'intitola "La stazione" e costituisce il primo esempio di cinema-verità: girato in un mese, in presa diretta e senza copione, nella sala d'aspetto di terza classe nella stazione Termini, registrando le parlate dialettali dei meridionali in attesa del treno che li portasse al nord in cerca di lavoro. Il secondo s'intitola "Pugilatori" e racconta le sfide tra dilettanti che combattono per arrotondare un magro salario, cercando di guadagnare in una sera, in caso di vittoria, l'equivalente di un mese di paga. Per realizzare questo progetto Zurlini ottenne un finanziamento grazie all'avallo di Luchino Visconti, ma dato che la somma non bastò fu costretto a vendere alcuni libri e oggetti di famiglia. Una volta terminato lo mostrò a Pietro Germi, il quale lo segnalò alla Lux per la distribuzione. Fu una svolta per Zurlini perché il patron della società, l'avvocato Gualino, ebbe modo di vedere e apprezzare anche gli altri suoi documentari e così nel 1952 gli propose di realizzare il suo primo lungometraggio.

La gestazione del progetto non fu semplice: Zurlini propose diversi soggetti, inediti o d'ispirazioni letterarie e storiche, che per una ragione o per l'altra vennero tutti respinti. La Lux ribattè offrendogli la riduzione cinematografica di un romanzo appena uscito di Pratolini, "Le ragazze di San Frediano". A Zurlini sarebbe piaciuto molto trarre un film da un altro libro dello stesso autore, "Cronaca familiare", ma al momento questi si oppose, considerandolo un diario privato, per poi lasciarsi convincere soltanto nel 1962. Invece "Le ragazze di San Frediano" a Zurlini non piaceva: la considerava un'opera minore, piena di toscanismi che non sentiva familiari e con un protagonista che trovava odioso. Ma l'occasione di un debutto alla regia era troppo grossa per rifiutare, così insieme a Suso Cecchi d'Amico e allo stesso Pratolini scrissero la sceneggiatura. Alla Lux però non piacque, la fece rifare da altri due sceneggiatori e venne ancora peggio. Alla fine Zurlini si ricordò di un vecchio amico, un abile cantastorie di nome Leo Benvenuti, che aveva appena iniziato un sodalizio professionale con Piero De Bernardi e cercava un'occasione per affrancarsi dal cinema comico. Gliela offrì Zurlini, che venne ripagato con un testo riuscitissimo, pur se non aderente al libro, dal quale trasse un bel film con Antonio Cifariello nel ruolo del protagonista dongiovanni.



Finite le riprese iniziò a lavorare al soggetto di un nuovo film, "Guendalina", che però non potè girare in prima persona perché all'ultimo momento il produttore Carlo Ponti decise di affidarlo a Lattuada, dichiarando pubblicamente, forse solo per giustificare il voltafaccia, che Zurlini era inaffidabile e lavorarci insieme era difficile. Questa cattiva reputazione arenò la sua carriera di regista per cinque anni, che dedicò all'elaborazione di altri due film, "Estate violenta" (1959), con Jean Louis Trintignant ed Eleonora Rossi Drago, e quello che sarà il suo capolavoro, "La ragazza con la valigia" (1961), con Claudia Cardinale e Jacques Perrin. Per realizzarlo Zurlini dovette far ricorso a tutti i sentimenti: coraggio e sfrontatezza nell'imporre due protagonisti giovanissimi (ventitrè anni la Cardinale, venti Perrin), sensibilità nel racconto, realismo fin quasi al cinismo nell'epilogo. Un capolavoro sottovalutato, con l'indimenticabile scena della Cardinale che scende le scale in accappatoio bianco sulle note di Celeste Aida.


Terminato questo lavoro, Zurlini riuscì finalmente a convincere Pratolini a portare sullo schermo "Cronaca familiare" (1962), con Mastroianni e Jacques Perrin.


Giovanni