Ultimo telegramma da Venezia 2017, in attesa dei premi.
Mektoub, My love: Canto uno (Concorso), voto 6. Ho avuto molte difficoltà nel dare un voto a questo film. Il voto è la media tra il 9 che avrei dato al film per le intenzioni, e il 3 che merita per l'effettiva realizzazione. Attraverso gli occhi del giovane sceneggiatore Amid, Kechiche racconta l'estate di un gruppo di giovani che si ritrovano in una località balneare dell'Algeria, e riesce a cogliere appieno l'essenza infinita della gioventù: infinite possibilità, infinita energia, infinita sensualità, infinito desiderio di vita.
Peccato la gioventù che racconta sia quella di un mondo irreale e visto con occhio esclusivamente maschile, e in particolare quello di un uomo misogino e guardone: tutte le ragazze sono belle, bellissime, e sessualmente disinibite; il loro unico interesse è portarsi a letto il ragazzo e, perché no, la ragazza di turno; infine, nessun personaggio femminile ha una connotazione almeno vagamente positiva, laddove gli uomini brillano per solidarietà e supporto reciproco. Il 90% delle inquadrature è dedicato ai sederi delle giovani protagoniste, e a poco vale la scusa che quello sia lo sguardo del giovane Amid quando queste scene continuano anche quando lui non è presente. Il film, insomma, sembra una versione autoriale dei cinepanettoni vanziniani o dei film erotici di Tinto Brass. Questo finisce per privare il film della sua vera forza, ovvero la pretesa di realismo: laddove narrativamente il film convince e offre un ritratto splendido e vitale della gioventù, la sua misoginia nemmeno troppo celata fa cadere il velo della verità per regalarci quello che sembra il sogno erotico di un vecchio impotente, l'occhio invidioso di un anziano che modella la gioventù sulle sue fantasie sessuali.
Hannah (Concorso), voto 6. Pallaoro, ultimo italiano in concorso, racconta la solitudine di una donna in un film scarno di dialoghi ma ricco dal punto di vista visivo. Di Hannah non sappiamo quasi nulla, e forse in fondo la sua storia non è importante: ciò che importa è la sua solitudine, la sua quotidianità, la sua lotta per rifarsi una vita. Charlotte Rampling regge il film da sola grazie a un'interpretazione straordinaria per intensità, che compensa almeno in parte lo scarsissimo dinamismo e la non eccessiva originalità dell'opera.
Brutti e cattivi (Orizzonti), voto 5. La storia di come una banda di malviventi diversamente abili (uno non ha le gambe, una non ha le braccia, uno è un nano) tenta il colpo della vita parte benissimo, con un ritmo altissimo e una bella caratterizzazione dei personaggi che ricordano i primi lavori di Guy Ritchie. Tuttavia, giunti a metà il film si incaglia e, lentamente, affonda sotto il peso di una seconda parte lentissima e retorica, in cui accadono meno eventi che in 5 minuti della prima. Un vero peccato, sia per l'intelligente idea di partenza, sia per la buona prova degli attori, Claudio Santamaria su tutti.
Jim & Andy - The Great Beyond (Fuori Concorso), voto 9. Splendido documentario su come Jim Carrey si è calato nei panni di Andy Kaufman per il film Man on The Moon, che offre una profonda riflessione su arte e identità. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.
The rape of Recy Taylor (Orizzonti), voto 7.5. Un bel documentario, sia a livello narrativo che realizzativo, che racconta un episodio poco noto ma decisivo nella lotta per l'emancipazione degli afroamericani. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema
A domani per il Totoleone!
Pier
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venerdì 8 settembre 2017
sabato 18 giugno 2011
Venere Nera
Nel segno dei Freaks
Parigi, inizio '800. All'Accademia Reale delle Scienze un illustre professore sta sostenendo la somiglianza anatomica tra ottentotti e scimmie basandosi sui resti di Sarah Baartman. Partendo da questo episodio il film ripercorre la vita della giovane donna, esibita in fiere, spettacoli e salotti dell'alta società nel ruolo della selvaggia conosciuta come "Venere ottentotta".
Tratto da una storia vera, la Venere Nera è un film sullo spettacolo e sulla spettacolarizzazione della persona, inizialmente volontaria, poi via via sempre più forzata, costretta, fino ad arrivare sull'orlo della violenza. Quello che sembrerebbe un film lontano da quelli di un maestro del realismo come Kechiche si ricollega invece alla poetica del regista tunisino grazie al modo con cui il tema viene affrontato. Protagoniste divengono quindi le espressioni, i corpi, le emozioni, sia della "Venere Nera" che dei suoi spettatori, accomunati dal desiderio quasi morboso di vedere il "diverso", un "diverso" temuto quanto ammirato.
Kechiche si ricollega alla grande tradizione dei freaks cinematografici, dall'omonimo film a Elephant Man, ma non si concentra solo sulla vittima ma anche sui suoi sfruttatori, mostrando come anche quelli mossi da buone intenzioni (il primo padrone di Sarah) non facessero in realtà che umiliare la dignità della donna.
La sceneggiatura supporta una regia molto curata con dialoghi serrati e continui, e l'eccellente fotografia conferisce al film un'atmosfera cupa, morbosa, quasi clandestina, in piena sintonia con il tema trattato. La protagonista, Yahima Torrès, è semplicemente perfetta, ed è sostenuta da una buona prova complessiva di tutto il cast.
Il film però, nonostante i tagli operati rispetto alla prima versione della pellicola, risulta comunque lento in molti tratti, e saltuariamente anche ripetitivo. L'amore per la narrazione di Kechiche lo porta, come sempre, a una scarsa capacità di sintesi, che arricchisce il film di dettagli e atmosfere ma fa perdere in parte di efficacia la trama.
Venere Nera è un film potente e interessante, che riesce ad avere un impatto notevole nonostante alcuni lungaggini probabilmente evitabili.
*** 1/2
Pier
Parigi, inizio '800. All'Accademia Reale delle Scienze un illustre professore sta sostenendo la somiglianza anatomica tra ottentotti e scimmie basandosi sui resti di Sarah Baartman. Partendo da questo episodio il film ripercorre la vita della giovane donna, esibita in fiere, spettacoli e salotti dell'alta società nel ruolo della selvaggia conosciuta come "Venere ottentotta".
Tratto da una storia vera, la Venere Nera è un film sullo spettacolo e sulla spettacolarizzazione della persona, inizialmente volontaria, poi via via sempre più forzata, costretta, fino ad arrivare sull'orlo della violenza. Quello che sembrerebbe un film lontano da quelli di un maestro del realismo come Kechiche si ricollega invece alla poetica del regista tunisino grazie al modo con cui il tema viene affrontato. Protagoniste divengono quindi le espressioni, i corpi, le emozioni, sia della "Venere Nera" che dei suoi spettatori, accomunati dal desiderio quasi morboso di vedere il "diverso", un "diverso" temuto quanto ammirato.
Kechiche si ricollega alla grande tradizione dei freaks cinematografici, dall'omonimo film a Elephant Man, ma non si concentra solo sulla vittima ma anche sui suoi sfruttatori, mostrando come anche quelli mossi da buone intenzioni (il primo padrone di Sarah) non facessero in realtà che umiliare la dignità della donna.
La sceneggiatura supporta una regia molto curata con dialoghi serrati e continui, e l'eccellente fotografia conferisce al film un'atmosfera cupa, morbosa, quasi clandestina, in piena sintonia con il tema trattato. La protagonista, Yahima Torrès, è semplicemente perfetta, ed è sostenuta da una buona prova complessiva di tutto il cast.
Il film però, nonostante i tagli operati rispetto alla prima versione della pellicola, risulta comunque lento in molti tratti, e saltuariamente anche ripetitivo. L'amore per la narrazione di Kechiche lo porta, come sempre, a una scarsa capacità di sintesi, che arricchisce il film di dettagli e atmosfere ma fa perdere in parte di efficacia la trama.
Venere Nera è un film potente e interessante, che riesce ad avere un impatto notevole nonostante alcuni lungaggini probabilmente evitabili.
*** 1/2
Pier
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