mercoledì 8 maggio 2019

Stanlio e Ollio

Storia di un'amicizia


Regno Unito, 1953. Sono passati sedici anni dal momento d'oro della loro carriera hollywoodiana, e Stan Laurel e Oliver Hardy sono costretti a sbarcare il lunario imbarcandosi in una tournée teatrale in Inghilterra. Anche il teatro, tuttavia, è in crisi, e Stanlio e Ollio dovranno dare fondo a tutta la loro bravura per attirare il pubblico in teatri di second'ordine. La tournée si rivela ben presto per ciò che è realmente, un viaggio sulla strada della memoria, lastricata di rancori, gioie, risate e lacrime, e che li porterà a riconsiderare la loro relazione professionale e la loro amicizia.

Può un film riuscire a commuovere fino alla lacrime con una semplice scritta in sovrimpressione? Basterebbe questo aneddoto per raccontare la portata emotiva di Stanlio e Ollio, un film che non brilla per originalità della messa in scena, ma compensa più che egregiamente con una sceneggiatura ai limiti della perfezione e due attori in stato di grazia. Il film è la storia di un'amicizia e di una eccezionale partnership artistica, entrambe raccontate nel momento del crepuscolo: incontriamo Stan Laurel e Oliver Hardy quando sono ormai anziani, malati, dimenticati negli Stati Uniti e quindi costretti a un tour teatrale nel Regno Unito. Anche la loro amicizia non è più quella di una volta, e ne scopriremo le cause durante il film (vi diremo solo che c'entra un elefante).

Ciò che resta intatta, pura, impervia alle acredini e al passare del tempo, è la loro capacità di far ridere: il film riesce a trasmettere alla perfezione l'irresistibile, geniale comicità del duo sia riproducendo con fedeltà alcune delle loro gag più famose, sia costruendo la loro relazione e quella con le proprie mogli come un fantastico "double act" comico: le schermaglie (inter)coniugali sono tra i momenti migliori del film, degni di rivaleggiare con lo show che Stanlio e Ollio mettono in piedi sul palcoscenico.
La sceneggiatura affianca la comicità delle battute con una struggente nostalgia, che pervade ogni scena del film fino a diventarne co-protagonista. Vedere due giganti della risata ridotti a girare per teatri di second'ordine fa giocoforza pensare a quello che fu, in un esercizio del ricordo che è sia extradiegetico che diegetico. Stanlio e Ollio sono prigionieri del passato: vogliono superarlo, ma al tempo stesso lo rimpiangono. La loro amicizia è incrinata così come la loro arte, e nonostante ambedue ardano dal desiderio di ripararle, il passato torna sempre a galla, impedendo loro di chiudere quella porta per aprirne un'altra.


Lo sguardo malinconico al passato, e la consapevolezza silenziosa ma inconfessata che quei tempi non torneranno sono al centro del rapporto tra i due protagonisti: un rapporto fatto di non detto e di sguardi più che di battute, esattamente come la loro comicità, e rappresentato in maniera viva e struggente grazie anche alle prove superbe di John C. Reilly e Steve Coogan. La prova di Coogan è particolarmente efficace perché il suo personaggio deve essere più sottotono, dimesso, ed è quindi costruito sul non detto e sulle microespressioni del viso, laddove Reilly ha dalla sua l'imponente fisicità e una personalità più flamboyant su cui lavorare. La trasformazione di entrambi in Stanlio e Ollio è ugualmente impressionante non solo per la somiglianza fisica, ma anche per la complicità che riescono a creare e per il riuscito contrasto tra le loro maschere cinematografiche e la loro personalità nella vita reale: laddove in scena Stanlio era l'imbranato e Ollio il volitivo sicuro di sè, fuori scena le parti si invertivano, e Stanlio diventava la vera mente della coppia, con Ollio a rappresentarne il cuore. Un cuore malandato, purtroppo, la cui fragilità è la spada di Damocle che incombe per tutto il film, rendendo più amaro ogni sorriso. 

Il finale è esemplificativo in tal senso, ed è destinato a rimanere impresso a lungo nel cuore degli spettatori. È uno di quei rari casi in cui risate e lacrime si mischiano fino a diventare tutt'uno, in un turbine di emozioni che lascerà lo spettatore stravolto ma felice, in una catarsi cinematografica di rara efficacia.

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Pier

martedì 30 aprile 2019

Avengers: Endgame

Chiudere con stile


Attenzione: questa recensione contiene spoiler sulla trama

Thanos ha raccolto tutte le Gemme dell'Infinito, e ha dimezzato gli esseri viventi nell'Universo. Gli Avengers superstiti sono decisi a non dargliela vinta, e si mettono sulle sue tracce.

Chiunque si sia mai cimentato in una qualunque forma di attività narrativa vi dirà che chiudere una storia in modo efficace è estremamente complesso: occorre portare a conclusione i vari fili della trama, concludere in modo soddisfacente l'arco dei protagonisti, creare qualche colpo di scena e al tempo stesso dare al pubblico un senso di chiusura. Chiudere male una storia può avere un impatto devastante, rovinando non solo il finale, ma anche la memoria di ciò che è stato, come se tutto ciò cui si è assistito in quel momento venisse improvvisamente privato di senso. 

Avengers: Endgame doveva assolvere alla titanica impresa di concludere una storia dipanatasi attraverso ventidue film per quasi undici anni, e la porta a termine con successo, onorando la memoria di ciò che è stato, orchestrando alla perfezione gli eventi nel presente, e gettando le basi per un futuro incerto ma intrigante.
I fratelli Russo, coadiuvati come sempre da Christopher Markus e Stephen McFeely, elaborano infatti una trama a orologeria, in cui le sorprese sono equamente distribuite nell'arco di tre ore che paiono volare, e in cui tutti gli innumerevoli protagonisti visti in questi undici anni ottengono il loro giusto momento di gloria. La memoria è la vera protagonista del film, e viene declinata in tutte le sue forme: rimorso, rimpianto, nostalgia, apprendimento, parte dell'identità.

I registi mettono in chiaro fin da subito il loro intento, e nel farlo stravolgono le prospettive dello spettatore. Laddove tutti si aspettavano un film incentrato su un nuovo scontro con Thanos, i fratelli Russo decidono di uccidere il Titano nei primi minuti del film, ma non prima di aver rivelato agli Avengers superstiti la terribile verità: ha distrutto le Gemme dell'Infinito, rendendo quindi impossibile ogni tentativo di cancellare la sua opera. Un colpo di scena congegnato alla perfezione, che rende onore sia al talento narrativo degli sceneggiatori, sia alle motivazioni e all'intelligenza di quello che è nettamente il miglior villain dell'universo cinematografico Marvel. Thanos non è un cattivo dei fumetti da operetta, ma un freddo calcolatore mosso da un ideale, per quanto folle, e disposto a dare la vita per vederlo realizzato; non vuole dominare il mondo, ma solo renderlo un luogo migliore. Prima di essere ucciso da Thor, lo vediamo intento a coltivare la terra, lontano da ogni tentazione di mantenere quel potere assoluto che le Gemme gli avevano garantito.


Gli Avengers sono annichiliti, e la parte centrale del film è dedicata all'esplorazione del loro senso di perdita, del loro fallimento. Li ritroviamo cinque anni dopo, sfatti, sconfitti, emotivamente distrutti. Ognuno cerca di reagire in modo diverso, e da questo caleidoscopio emotivo emergono momenti toccanti, comici, introspettivi, in uno strano mix che sembra destinato a fallire e che invece funziona alla perfezione, nonostante alcuni personaggi vengano forse buttati eccessivamente in burletta (Thor su tutti). Ed è in questo momento che riemerge la speranza, nelle fattezze e nei modi più inaspettati: un topo riattiva il tunnel quantico che aveva intrappolato Ant-Man, riportando Scott Lang sulla terra. Chi scrive è un fan sfegatato di Paul Rudd, ma sfido chiunque a non riconoscere la sua straordinaria capacità di rendere umano e vero il suo Scott, forse il personaggio emotivamente meglio riuscito del film. Sarà lui a elaborare un piano per annullare gli effetti della Decimazione: un viaggio nel tempo utilizzando il tunnel quantico, al fine di recuperare le pietre prima di Thanos. La sua folle idea stuzzica la mente degli Avengers, e li porta a tornare a collaborare dopo anni di lontananza: Iron Man ci mette la tecnologia, Capitan America le capacità di leader, e il viaggio nel tempo diventa realtà.

La memoria viene qui affrontata anche in chiave meta-narrativa, riportando i protagonisti ai momenti chiave della loro storia, e facendo rivivere allo spettatore snodi cruciali dei film precedenti, presentandoli sotto diverse angolazioni. Un dietro le quinte che rivela la natura sottile e illusoria dei ricordi che, lungi dall'essere obiettivo come noi ci illudiamo che siano, sono invece solo il risultato di un'elaborazione parziale di quanto successo: ciò che ci sembrava epico è ridicolo agli occhi di qualcun altro, ciò che ci sembrava tragico è in realtà solo parte della vita, un passo necessario per l'evoluzione delle cose e di noi stessi. Allo stesso tempo, tuttavia, il ricordo è anche ciò che ci sostiene, e che permette agli Avengers di continuare a sperare: quando il Thanos del passato scopre del piano degli Avengers, dunque, il ricordo diventa il nemico. L'obiettivo non è più quindi cancellare metà degli esseri viventi, ma obliterarne il ricordo, affinché possa nascere una nuova vita libera dalla memoria di ciò che è stato. 

Se la parte narrativa è pressoché impeccabile, l'unico difetto del film risiede nella fotografia, tornata banale e piatta come in Civil War, bloccata su colori grigio/bluastri che non riescono a essere tragici e che rendono il film incolore per larghi tratti, costretto a sorreggersi sugli effetti speciali per fornire un qualunque tipo di stimolo visivo.
Questo rimane tuttavia un difetto veniale in un film che conclude in modo eccezionale una saga che ci ha accompagnato per più di un decennio, assemblando (è proprio il caso di dirlo) diversi personaggi e diverse storie in un unicum di rara coerenza che costituisce una delle pagine più alte del genere supereroistico e del blockbuster hollywoodiano in generale.

Nel finale il film abbandona la vena introspettiva per lanciarsi in una battaglia campale che non mancherà di dare grandi soddisfazioni ai fan, fino a un finale di devastante portata emotiva, in grado di farci piangere di sofferenza ma anche di gioia per la conclusione semplicemente perfetta degli archi narrativi di alcuni degli eroi più popolari. Non vogliamo dire di più: ognuno potrà riempire questo spazio con il suo ricordo, il suo momento preferito del finale di una saga che rimarrà nei nostri cuori; un finale che non può lasciare indifferenti, e che dà un nuovo significato alla frase che ha accompagnato la campagna promozionale del film: a qualunque costo. 

**** 1/2

Pier

mercoledì 17 aprile 2019

Dumbo - Lo sconsiglio: puntata 18

Il cimitero degli elefanti

Raramente capita di vedere un film ad alto budget realizzato con la sciatteria con cui è stato realizzato Dumbo. La mancanza di convinzione, voglia, energie, e di una qualunque idea creativa è evidente fin dalla prima scena: la sceneggiatura è sciatta e malscritta, con dialoghi stantii e un'evoluzione della trama farraginosa eppur comunque scontata; gli attori svogliati, con un Colin Farrell che nemmeno ci prova, un Danny DeVito che si limita al compitino, un'Eva Green tanto bella quanto annoiata, e i due attori bambini più inespressivi della storia del cinema; le immagini sono piatte, banali, persino quelle in cui sarebbe bastato copiare pedissequamente l'originale, come la sequenza degli elefanti rosa; persino i freaks, uno degli elementi centrali del cinema burtonianonon sono tali, e presentano un character design pigro e mancante di inventiva.

Burton, appunto: Dumbo è probabilmente il punto più basso della sua carriera, che già di recente non era esattamente in formissima: un film talmente inutile da risultare insensato, a meno che non lo si legga come una richiesta di aiuto. Se Dreamland (che non a caso offre alcune delle pochissime sequenze ispirate del film) è chiaramente Disneyland, Dumbo può essere visto come Burton, il freak prigioniero del mondo delle major che lo obbligano a ripetere lo stesso stanco numero tutte le sere, condannandolo a una lenta e deprimente decadenza che strappa il cuore a chi lo ricorda libero e creativo.

Questa l'unica lettura che può salvare Dumbo: quel che resta, è noia. Tanta.

Livello di sconsiglio: Altissimo (*****)


mercoledì 3 aprile 2019

Noi

Tra metafora e horror



1986, West Coast statunitense. La piccola Adelaide si allontana dalla famiglia in un luna park, e vive un'esperienza talmente inquietante da renderla afasica per molto tempo. Anni dopo, ormai cresciuta, Adelaide torna su quei luoghi con la sua famiglia. Una sera, mentre sono in casa, sul vialetto di casa si materializzano dei misteriosi visitatori: è l'inizio di un incubo che costringerà Adelaide a rivivere il suo passato.

Dopo il fulminate esordio di Get Out!, vincitore dell'Oscar per la miglior sceneggiatura, nel suo secondo film Jordan Peele non rinuncia alla commistione tra horror e critica sociale che era stata la forza del primo. La sua ambizione, però, vola alto, e ci regala un film immensamente più coraggioso ed evocativo, capace di inquietare con la sola forza delle immagini, dimostrando di aver imparato quella lezione impartita da Alfred Hitchcock e che molti registi di genere sembrano costantemente dimenticare.

La scena di apertura è una gioia visiva, in cui il lento incedere della macchina da presa, divisa tra la soggettiva della piccola Adelaide e un occhio esterno e inquietante, riesce a trasformare una passeggiata in un normalissimo luna park in una discesa agli inferi. I suoni si distorcono in maniera impercettibile, ma quel tanto che basta perché un profondo senso di inquietudine si impadronisca dello spettatore. Questa inquietudine pervade tutto il film, svanendo soltanto durante la parte centrale del film, in cui la regia si fa più piatta e convenzionale (con qualche eccezione, come le scene con il personaggio di Elizabeth Moss, eccezionale come sempre), accontentandosi degli stilemi del genere horror e piegandosi alla logica degli jump scares, degli assalti improvvisi, e dello splatter. I venti minuti finali, tuttavia, sono di una potenza visiva immensa, in cui i simboli introdotti nella prima metà del film sembrano prendere vita e diventano il cuore pulsante della storia. Tra balli, conigli, e tunnel sotterranei deserti, il film risorge a nuova vita, raccontando in quei pochi minuti l'America e la nostra psiche come pochi altri hanno saputo fare.

Laddove Noi ha una padronanza del mezzo cinematografico molto migliore di Get Out!, nella sceneggiatura si dimostra invece un passo indietro. La metafora dei cloni per parlare della disparità sociale funziona e convince appieno, ma l'integrazione tra questo elemento e il genere horror è invece malriuscita. In Get Out! il genere diventava un mezzo perfetto per veicolare il messaggio di critica sociale; in Noi, invece, il genere diventa una pastoia, che rallenta il film anziché elevarlo, costringendolo nei suoi stilemi anziché metterli al servizio della storia. Se nella parte iniziale del film il meccanismo classico della casa sotto assedio funziona e si integra alla perfezione nella trama, le ripetute ed estenuanti fughe e combattimenti con i Tethered cessano quasi subito di essere interessanti per diventare una formula trita e ritrita, che oltretutto finisce per distogliere l'attenzione dal tema e dal messaggio del film. Nella parte centrale del film ci sono paradossalmente più momenti pensati per essere spaventosi, ma pochissimi spaventi. 


La sceneggiatura zoppica anche in uno di quelli che dovrebbero essere i punti di forza di Peele, ovvero l'umorismo nero. In Get Out! lo humor scaturiva naturalmente dalle vicende narrate, e spesso esplodeva nei momenti più inappropriati, generando un effetto di straniamento che contribuiva all'atmosfera del film. In Noi, invece, i momenti comici sembrano quasi incollati con lo scotch, e scaturiscono quasi sempre dal marito di Adelaide, cui viene inopinatamente assegnato il ruolo di spalla comica e che finisce per non fare quasi mai ridere.

La recitazione è invece un punto di forza del film: Lupita Nyng'o offre una prova superba, eccezionale nella sua caratterizzazione di Adelaide e del suo clone, così diverse eppure così simili. Accanto a lei brillano i due giovani attori che interpretano i suoi figli, anche loro splendidi nella loro capacità di dare vita a due diverse incarnazioni dello stesso personaggio. Shahadi Wright Joseph diventa lentamente la guida spirituale della famiglia, mentre Evan Axel Cole ne è la coscienza silenziosa, cui viene affidata (con successo) la scena forse più importante dell'intero film, quantomeno in termini narrativi.

Noi funziona dunque meglio quando ha il coraggio di staccarsi dal genere cui dice di appartenere, usandone temi e stilemi per parlare di ciò che gli sta a cuore. Non è un caso che il film torni a librarsi altissimo nel finale, che torna sui toni e le atmosfere dei primi venti minuti, concentrandosi sulle immagini e sulle metafore piuttosto che sull'azione, e riuscendo quindi a immergere nuovamente lo spettatore nell'inquietudine e nelle scomode riflessioni sollevati dalla prima parte.
Noi è paradossalmente un horror di media qualità, ma un grandissimo film. La metafora di Peele sembra semplice, ma è in realtà estremamente profonda e stratificata, e si insinua nella mente dello spettatore, mettendovi radici e costringendolo a riflettere su quanto visto anche dopo la visione.

****

Pier

mercoledì 20 marzo 2019

Captain Marvel (In pillole #15)

DejAvengers


Un supereroe smemorato, che a poco a poco riscopre la sua identità - una scoperta, questa, che lo costringerà a compiere una scelta lacerante; la scoperta, l'ennesima, di avere poteri ancora più grandi di quanto creduto in precedenza.

Se questa trama suona familiare è perché lo é: è la base di praticamente qualunque film, fumetto e cartone animato uscito negli anni Novanta, da Dragonball in poi. E, per quanto Captain Marvel sia ambientato negli anni Novanta (una delle poche scelte originali e riuscite), siamo ormai nell'anno 2019: di origin stories di supereroi ne abbiamo viste fin troppe, e raccontare la storia a ritroso non può bastare per ridare originalità a una forma trita e ritrita. E no, il sesso della supereroina non può e non deve essere considerato un elemento distintivo della trama, e confidiamo che anche la Marvel la pensi nello stesso modo.

Non è un caso che le parti migliori del film siano quelle ambientate sulla terra, quando finalmente il film si distacca dall'archetipo in cui si è autoimprigionato per diventare una sorta di Men in Black in salsa supereroistica, con Nick Fury (un Samuel L. Jackson ringiovanito in modo incredibilmente realistico dalla CGI, forse la cosa più sorprendente del film) a fare da mattatore e Captain Marvel, alias Carol Danvers, finalmente libera dalle pastoie di un addestramento militare visto e rivisto e del classico trauma dell'eroe smemorato.

Samuel L. Jackson e Brie Larson hanno una chimica innegabile, ed è un piacere vederli interagire sullo schermo: i loro dialoghi sono uno dei punti di forza del film, e ciò che riesce a dargli una caratterizzazione che lo differenzia da quanto visto in passato. In generale le trovate comiche sono ottime, dalle gag con il gatto Goose, forse il vero mattatore del film, ai dialoghi con gli Skrull.
Per il resto la sceneggiatura è abbastanza piatta, soprattutto nella prima metà, con colpi di scena che non sono tali e una certa lungaggine nelle vicende narrate. A questo si aggiunge una regia pedissequa e poco ispirata, che manca del ritmo di un Ant Man o della scanzonatura dei Guardiani della Galassia, e si limita a eseguire il compitino.

Captain Marvel strappa una sufficienza risicata, forse non tanto per sue colpe specifiche, quanto per il fatto di arrivare fuori tempo massimo, in un mercato saturo di supereroi. Poteva però essere l'occasione per provare qualcosa di nuovo, una variazione sul tema che consentisse alla Marvel di introdurre un personaggio fondamentale per il prosieguo degli Avengers, ma che al tempo stesso ci portasse in territori inesplorati a livello narrativo e visivo (cosa che, ad esempio, Doctor Strange aveva almeno provato a fare).
Il film risulta quindi solo un enorme déjà vu, un prodotto di intrattenimento ben confezionato, ma destinato a essere dimenticato non appena usciti dalla sala.

**1/2

Pier

sabato 23 febbraio 2019

Oscar 2019 - I pronostici

Domani sera, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantunesima edizione degli Academy Awards. 

Un'edizione che segna ancora una volta il trionfo assoluto della Mostra Cinematografica di Venezia, presente con ben 39 nomination tra concorso e fuori concorso (alcune - quelle del film First Reformed - addirittura risalenti a due edizioni fa), contro le 13 di Cannes, e che verrà ricordata per essere la prima dopo molti anni senza presentatore a causa del forfait di Kevin Hart, vittima dell'ennesima caccia alle streghe a causa di tweet scritti ennemila anni fa e per cui si era già scusato.

Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici, accompagnati come sempre con le scelte personali del sottoscritto, che inspiegabilmente l'Academy si ostina a ignorare.

Pronti? Iniziamo!


Miglior montaggio
Categoria senza un chiaro favorito, con tutti i contendenti che potrebbero dire la loro. I favoriti sembrano essere Hank Corwin per Vice - L'uomo nell'ombra e John Ottman per Bohemian Rhapsody, con Yorgos Mavropsaridis (La Favorita) possibile sorpresa. Alla fine penso vincerà Corwin, cui va anche la mia preferenza personale: Vice non sarebbe il film che è senza il suo eccezionale montaggio, vero e proprio regolatore del ritmo narrativo.

Pronostico: Hank Corwin, Vice
Scelta personale: Hank Corwin, Vice

Miglior fotografia
Qui il chiarissimo favorito è Alfonso Cuaròn, e con ragione: il bianco e nero di ROMA è splendido e abbacinante, qualcosa che non si vedeva dai tempi di Toro Scatenato. In caso l'Academy volesse evitare di dare tutti i premi a Cuaròn, una possibile sorpresa potrebbe essere Łukasz Żal, direttore della fotografia di quel Cold War che ha incantato il festival di Cannes, guadagnandosi un po' a sorpresa anche una nomination per la miglior regia.
La mia preferenza però ricade sulla sontuosa fotografia de La Favorita, in cui Robbie Ryan ha ripreso la lezione di Stankley Kubrick in Barry Lyndon e la ha rielaborata con originalità, creando un ambiente straniante e allucinato che diventa il perfetto teatro degli intrighi e delle follie di corte.

Pronostico: Alfonso Cuaròn, ROMA
Scelta personale: Robbie Ryan, La Favorita

Miglior film d'animazione
Anni di egemonia Disney/Pixar sembrano giunti alla fine: nonostante l'indubbia qualità di film come Ralph rompe Internet e Gli Incredibili 2, impossibile quest'anno non premiare Spider-Man: Un Nuovo Universo, il più innovativo film d'animazione dai tempi di Ratatouille. Il mio cuore è diviso tra lo splendore visivo di Spider-Man e la dolcezza de L'isola dei cani, ennesima perla nella filmografia di Wes Anderson, ma alla fine scelgo anche io Spider-Man.
Pronostico: Spider-Man: Un Nuovo Universo
Scelta personale: Spider-Man: Un Nuovo Universo

Miglior attore non protagonista
Anche quest'anno, la redazione di Film Ora premierebbe Sam Rockwell, che compare solo per pochi minuti in Vice, ma riesce comunque a lasciare il segno con il suo splendido George W. Bush, un irresistibile utile idiota, talmente cialtrone da farlo risultare simpatico anche al suo più aspro detrattore. Tuttavia, siamo certi che l'Academy premierà la prova di Mahershala Alì in Green Book, sia per il solito politically correct (che il film in questione evita magistralmente), sia per l'oggettiva bontà  della prova di Alì, uno degli attori migliori in circolazione a costruire un personaggio sui silenzi. Richard E. Grant (Copia Originale) è il possibile outsider.
PronosticoMahershala Alì, Green Book
Scelta personale: Sam Rockwell, Vice

Miglior attrice non protagonista
La chiara protagonista sembra essere Regina King per Se la strada potesse parlare, mediocre opera terza (toh, che sorpresa) del regista di Moonlight : la King si è finora aggiudicata tutti i premi e sarebbe davvero sorprendente se dovesse sfuggirle la statuetta. La mia scelta personale, non riuscendo a scegliere tra Rachel Weisz ed Emma Stone ne La Favorita, ricade sulla Marina de Tavira di ROMA, splendida commistione di forza e fragilità imprigionata nell'ipocrisia di una vita borghese.
Pronostico: Regina King, Se la strada potesse parlare
Scelta personale: Marina de Tavira, ROMA

Miglior sceneggiatura originale
Scontro molto aperto in questa categoria, con Vice, La Favorita, e Green Book che potrebbero aggiudicarsi la statuetta. Penso che alla fine la spunterà Green Book, su cui ricade anche la mia scelta personale.
Pronostico: Green Book
Scelta personale: Green Book

Miglior sceneggiatura non originale
Un uomo solo al comando, e il suo nome è Spike Lee: BlacKkKlansman si è finora aggiudicato tutti i premi, e sembra lanciato anche agli Oscar, dove Lee non ha mai vinto. Appena dietro troviamo La ballata di Buster Scruggs, geniale pastiche in salsa western dei fratelli Coen, a parere di chi scrive tra i migliori sceneggiatori di Hollywood: a loro va la mia preferenza personale.
Pronostico: BlacKkKlansman
Scelta personale: La ballata di Buster Scruggs

Miglior attore protagonista
Lotta a due tra Rami Malek (Bohemian Rhapsody) e Christian Bale (Vice) per la statuetta per la migliore interpretazione maschile. Due prove simili (ambedue interpretano un personaggio reale), eppur diversissime: laddove Malek è quasi trascendente nel riportare in vita Freddie Mercury, Bale incarna alla perfezione la banalità e anonimità del male di Cheney. Il favorito sembra essere Malek, anche per dare un riconoscimento alla sua determinazione nel portare a termine un film (non eccezionale) che sembrava maledetto. La mia scelta personale sarebbe un ex aequo, ma dovendo scegliere vado su Bale.
Pronostico: Rami Malek, Bohemian Rhapsody
Scelta personale: Christian Bale, Vice

Miglior attrice protagonista
Una competizione che vede due grandi attrici un po' "attempate" contendersi la statuetta: da una parte Glenn Close, più volte nominata ma che ha sempre mancato il premio; dall'altra Olivia Colman, veterana di cinema e TV britannici, e straripante mattatrice nella parte della regina Anna in La Favorita. Da amante del cinema, non posso né voglio credere ai rumors che vedrebbero Lady Gaga come possibile sorpresa, dato che la sua prova attoriale in A Star is Born, più che agli Oscar, meriterebbe un premio alla sagra del tonno di Stintino. Non avendo purtroppo ancora visto il film che vede protagonista Glenn Close, sia il mio pronostico che la mia preferenza personale vanno alla bravissima e adorabile Olivia Colman.
Pronostico: Olivia ColmanLa Favorita
Scelta personale: Olivia ColmanLa Favorita

Miglior regia
Il favorito in questa categoria è chiaramente Alfonso Cuaròn, che con ROMA ha raccolto il plauso della critica e di gran parte del pubblico. Nonostante non lo abbia amato quanto  altri, la regia è oggettivamente sontuosa nella sua capacità di unire i vari elementi , magnifico bianco e nero  in testa, e creare una madeleine filmica pervasa di nostaglia. La mia scelta personale, tuttavia, ricade sullo splendido lavoro fatto da Yorgos Lanthimos ne La Favorita.
Pronostico: Alfonso Cuaròn, ROMA
Scelta personale: Yorgos Lanthimos, La Favorita

Miglior film
La battaglia per il miglior film è quantomai accesa: da una parte i film realmente meritevoli, come ROMA e La Favorita; dall'altra, quelli spinti per ragioni politico-sociali, come Black Panther, o quelli spinti dal sonno della ragione, come A Star is Born. Nel mezzo, la possibile sorpresa di Green Book: non sarebbe la prima volta che, in un anno senza un chiaro dominatore, l'Academy decidesse di premiare un film più "banale" dal punto di vista cinematografico, ma meritevole da quello narrativo. Alla fine, tuttavia, penso che si imporrà ROMA, finora trionfatore in tutti gli altri premi maggiori. La mia scelta personale, ormai si sarà capito, ricade su La Favorita.
Pronostico: ROMA
Scelta personale: La Favorita

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier

venerdì 22 febbraio 2019

Green Book

La forza della semplicità


New York City, anni Sessanta. Tony 'Lip' Vallelonga è un italoamericano che fa il buttafuori al Copacabana. A causa della temporanea chiusura del locale, Tony si ritrova senza lavoro. Per mantenere la moglie e i due figli accetta un'offerta di lavoro singolare: accompagnare il dottor Donald Shirley, un musicista afroamericano, nel suo tour di concerti attraverso gli Stati del Sud, dall'Iowa al Mississipi. Tony dovrà fargli da autista e guardia del corpo, superando allo stesso tempo i suoi stessi stereotipi razziali.

Il tema del razzismo è un nervo scoperto nella società statunitense, una parte di passato (e presente) non ancora del tutto risolta, e che forse non lo sarà mai; un problema che sembra superato, e che invece periodicamente torna a riemergere, come un coccodrillo rimasto nascosto sotto la superficie dell’acqua, in attesa. È un tema, dunque, molto difficile da affrontare in modo adeguato, da un lato per il rischio di incorrere nel politically incorrect, dall’altro per quello di scivolare nel pietistico, finendo per sminuire, anziché esaltare, la portata storica del problema.

Potrebbe sorprendere, dunque, che uno dei film migliori sul tema sia una storia scritta (con Nick Vallelonga, figlio di Tony, e Brian Currie) e diretta da Peter Farrelly, celebre presso il grande pubblico per commedie demenziali come Tutti pazzi per Mary e Io, me, e Irene. Tuttavia, forse è proprio la conoscenza dei meccanismi e dei tempi comici che permette a Farrelly di raccontare con efficacia la storia (vera) dell’incontro-scontro tra Tony e Shirley, realizzando un film on the road che bilancia sapientemente gli elementi comici e drammatici. Il film ha infatti la sua forza principale nella sceneggiatura, semplicemente perfetta per ritmo, struttura e scrittura dei personaggi. Sia Tony che Shirley sono personaggi che scopriamo gradualmente, più attraverso le loro azioni che per mezzo di inutili descrizioni, e che rivelano una complessità insospettabile al primo incontro.

Gran parte del merito va alle interpretazioni di Mahershala Alì e, soprattutto, di Viggo Mortensen, all’ennesima prova sontuosa che non verrà premiata con l’Oscar. Prima poi occorrerà fare un discorso sulla carriera di Mortensen, forse l’attore migliore della sua generazione ma costantemente snobbato nella stagione dei premi, probabilmente a causa della sua recitazione sempre misurata e mai sopra le righe. In Green Book dà vita a un Tony eccezionale per simpatia e naturalezza, vero e proprio mattatore che riesce però anche a dare vita ad alcuni dei momenti più profondi e commoventi del film. Accanto a lui, Alì dà vita a un personaggio costruito per sottrazione, in cui il non detto è più importante di ciò che dice.

La coppia ha una chimica innegabile, dovuta anche alla perfetta complementarità dei loro personaggi: laddove Tony è ciarliero fino ad autodefinirsi un artista della parola, Shirley è taciturno e introverso, e parla solo con la sua musica; laddove Tony è definito dalla sua appartenenza a una famiglia onnipresente e affettuosa, Shirley è invece solo, rifiutato sia dai bianchi che dai neri, e costretto a suonare una musica più “vendibile” per uno con il suo colore della pelle, ma lontana dal suo cuore.

Green Book non brilla certo per originalità, ma costruisce una storia semplice ed efficace, che spinge lo spettatore a una riflessione che non viene invece sollecitata da altri film teoricamente più profondi e di supposta maggiore dignità filmica e drammaturgica. La storia del cinema indipendente statunitense ci insegna però che è con la semplicità che si riescono a trasmettere messaggi “forti”, e gli autori di Green Book dimostrano di aver capito perfettamente la lezione, realizzando un film non indimenticabile ma che arriva dritta al cuore.

*** 1/2

Pier