sabato 11 marzo 2023

Oscar 2023 - I pronostici

Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantaduesima edizione degli Academy Awards. 

Il 2022 ci ha regalato tanti film di valore, dimostrando che c'è ancora vita, e tanta, al di fuori degli universi cinematografici che sembravano aver fagocitato l'industria, e che invece sembrano mostrare un po' la corda. Ed è stato proprio uno dei grandi favoriti di stanotte a mostrare che un altro cinema di intrattenimento - creativo, immaginifico, di genere -  è assolutamente possibile.

Ecco di seguito i pronostici, infallibili come sempre: correte in SNAI, e puntate sull'opposto di quanto scrivo. I film recensiti sono linkati ogni volta che vengono nominati.


Miglior montaggio
I due grandi favoriti sembrano essere i montatori di film che fanno del dinamismo la loro forza: Matt Villa e Jonathan Redmond per Elvis e Paul Rogers per Everything, Everywhere, All at Once, con Eddie Hamilton per Top Gun: Maverick appena dietro. Penso vincerà Rogers, mentre la mia preferenza personale va ai montatori di Elvis, che vive dell'energia cinetica data anche dal montaggio.
Pronostico: 
Paul Rogers, Everything, Everywhere, All at Once
Scelta personale: Matt Villa e Jonathan Redmond, Elvis


Miglior fotografia
Sezione con nomination molto bizzarre: inspiegabilmente ignorato Gli Spiriti dell'Isola, troviamo invece film ben più mediocri come Nulla di Nuovo sul Fronte Occidentale (un titolo che potrebbe essere anche la recensione del film). Il grande favorito sembra Florian Hoffmeister per Tár , che indubbiamente ha nel comparto visivo uno dei suoi elementi di forza. E Roger Deakins, nonostante le brutte recensioni per Empire of Lights, non va mai sottovalutato. La mia preferenza va però a Darius Khondji, autore di una fotografia lisergica e creativa per Bardo, ingiustamente snobbato da questa edizione degli Oscar.
Pronostico: Florian Hoffmeister, Tár
Scelta personale: Darius Khondji, Bardo


Miglior film d'animazione
Un anno di altissima qualità per l'animazione, con tutti i cinque candidati che meriterebbero la statuetta. Il favorito sembra essere il Pinocchio in stop motion di Guillermo del Toro, ideale terzo capitolo di una trilogia in cui la fantasia aiuta a sfuggire alla dittatura. La mia scelta personale ricade invece su Red, ennesimo capolavoro Pixar passato un po' troppo in sordina.
Pronostico: Guillermo del Toro's Pinocchio
Scelta personale: Red


Miglior attore non protagonista
Pronostico facile, Brendan Gleeson per Gli Spiriti dell'Isola, scelta del cuore più difficile: da una parte Barry Keoghan, splendido nel suo ruolo di finto idiota in Gli Spiriti dell'Isola, dall'altro Ke Huy Quan, che firma un grandissimo ritorno in Everything, Everywhere, All at Once dopo i ruoli memorabili interpretati in gioventù. Vince, per un'incollatura, Ke Huy Quan, grazie alla scena del marsupio, una delle migliori del 2022. E chissà che l'Academy, alla fine, non sia d'accordo con me.
Pronostico: Brendan Gleeson, Gli Spiriti dell'Isola
Scelta personale: Ke Huy Quan, Everything, Everywhere, All at Once


Miglior attrice non protagonista
Pronostico molto difficile, senza una vera favorita. Potrebbe spuntarla, nella logica da manuale Cencelli, Hong Chau per The Whale. Su Kerry Condon, dolente e brillante voce della ragione in Gli Spiriti dell'Isola, ricade invece la mia scelta personale. Menzione d'onore per Jamie Lee Curtis, splendidamente folle in Everything, Everywhere, All at Once. 
Pronostico: Hong Chau, The Whale
Scelta personale: Kerry Condon, Gli Spiriti dell'Isola


Miglior sceneggiatura originale
Qui la sfida è la stessa del miglior film: da una parte Daniel Kwan e Daniel Scheinert per Everything, Everywhere, All at Once, dall'altra Martin McDonagh per Gli Spiriti dell'Isola. Penso la spunterà il secondo, cui va anche la mia preferenza personale: pochissimi al mondo sanno scrivere come McDonagh.
Pronostico: Martin McDonagh, Gli Spiriti dell'Isola
Scelta personale: Martin McDonagh, Gli Spiriti dell'Isola


Miglior sceneggiatura non originale
La favorita sembra essere Sarah Polley per Women Talking, appena arrivato nelle nostre sale e che non ho quindi avuto modo di vedere. I miei preferiti sono quel gioiellino di Living, adattato da Kazuo Ishiguro, e Glass Onion, delizioso divertissement giallistico. La mia scelta alla fine ricade su Living, delicatissimo e commovente.
Pronostico: Sarah Polley, Women Talking
Scelta personale: Kazuo Isghiguro, Living


Miglior attrice protagonista
La grande favorita è Cate Blanchett, come sempre splendida anche in un film non eccelso (ma piaciuto molto all'Academy) come Tár . La mia scelta personale ricade però sulla splendida prova di Michelle Yeoh in Everything, Everywhere, All at Once: una prova poliedrica, con commedia, azione, dramma, tutto recitato alla perfezione.
Pronostico: Cate Blanchett, Tár
Scelta personale: Michelle Yeoh, Everything, Everywhere, All at Once


Miglior attore protagonista
Anche qui è una sfida a due tra il mesmerico Austin Butler di Elvis e il dolce e straziante Brendan Fraser di The Whale. Se il pronostico ricade su Fraser, la scelta personale è difficilissima: scelgo Fraser perché Butler avrà altre occasioni, mentre Fraser merita la statuetta anche per il suo ritorno alla ribalta dopo anni di ingiusta sofferenza.
Pronostico: Brendan Fraser, The Whale
Scelta personale: Brendan Fraser, The Whale

Miglior regia
Il solito manuale Cencelli imporrebbe un premio per Steven Spielberg e la sua bella madeleine di The Fabelmans, ma penso che l'Academy premierà il coraggio ai limiti della follia di Daniel Kwan e Daniel Scheinert per Everything, Everywhere, All at Once. A loro va anche la mia scelta personale, per aver saputo dimostrare come si possano fare film di cassetta senza rinunciare all'originalità o annegare la storia in mari di computer grafica (sì, Cameron, sto parlando con te).

Pronostico: Daniel Kwan e Daniel Scheinert, Everything, Everywhere, All at Once
Scelta personale: Daniel Kwan e Daniel Scheinert, Everything, Everywhere, All at Once


Miglior film
Per il sottoscritto il discorso non dovrebbe nemmeno aprirsi: Gli Spiriti dell'Isola è il miglior film dell'anno per la sua capacità di amalgamare alla perfezione toni diversi, significati stratificati, scrittura, fotografia, interpretazioni. Tuttavia, penso che alla fine vincerà, anche qui, Everything, Everywhere, All at Once, e per gli stessi motivi detti sopra: Hollywood ha bisogno di film "di cassetta" ma anche creativi, in grado di attirare gli spettatori in sala ma anche di soddisfare i critici. E il film di Daniel Kwan e Daniel Scheinert ha raggiunto ambedue gli obiettivi. 

Pronostico: Everything, Everywhere, All at Once
Scelta personale: Gli Spiriti dell'Isola

Che aspettate? Correte in sala scommesse!

Pier

The Whale

Le tante forme del dolore


Quante forme può prendere il dolore? E si è colpevoli se il proprio dolore crea dolore agli altri? Queste le domande che animano The Whale, ultimo capitolo della schizofrenica carriera di Darren Aronofsky, un regista incapace di essere "medio". I suoi film sono divisivi, e soprattutto polarizzati in termi di qualità: o brillano di luce propria, o sprofondano a livelli abissali, risultando indigesti anche al suo più grande estimatore. 

The Whale fa parte di "quelli buoni", nonostante alcuni potrebbero trovarlo, legittimamente, respingente per la sua scelta di mettere in scena un dolore così vistoso, così fisicamente impattante, con il corpo obeso del protagonista esposto senza alcun pudore in tutte le sue funzioni quotidiane. Bastano tuttavia pochi minuti per capire che questa esposizione non è fine a se stessa, ma funzionale a far emergere il cuore e l'anima del film. Come in The Wrestler, il corpo diviene uno strumento di sublimazione del dolore, un atto di alienazione dal mondo. Quella di Charlie è un'obesità cercata, aborrita ma anche desiderata: un guscio in cui affogare una depressione irrefrenabile, un muro dietro cui nascondersi per tenere lontano un mondo che lo ha già ferito troppe volte. Fino a quando, un giorno, il passato torna nella forma di una figlia arrabbiata ma adorata, e Charlie questa volta apre la porta: a lei, ma anche al giovane membro di una setta, la cui ambigua presenza ci ricorda come la colpa sia un concetto relativo tanto quanto la salvazione. Charlie vuole salvare sua figlia, ma non se stesso, nonostante la prima operazione sarebbe resa infinitamente più facile dalla seconda.

Su tutto incombe Moby Dick, soggetto dell'insegnamento di Charlie e di un misterioso saggio cui sembra molto affezionato, e che conferisce una lettura nuova dell'opera di Melville e, di riflesso, della stessa vicenda di Charlie. Charlie è un uomo distrutto che però ha ancora tanto da dare, preda di una spirale autodistruttiva che non può e, forse, non vuole più arrestare. Tuttavia, nonostante il suo istinto autopunitivo, Charlie non rinuncia alla sua dignità - a essere se stesso, rivendicando scelte fatte per amore anche quando sembravano egoiste.  

Aronofsky trasforma la casa di Charlie in una soffocante cabina, spesso ripresa ad angolature stranianti, che fanno risaltare l'enormità del protagonista in uno spazio tanto piccolo. La sua è una messa in scena teatrale, che fa risaltare i rapporti tra i personaggi, il non detto dei silenzi, degli sguardi che giudicano, amano, vivisezionano, in un incontro-scontro tra volontà feroci e diverse, decise a essere ciò che vogliono e non ciò che gli altri vogliono che siano.

Il cast offre prove eccezionali, con Sadie Sink che si conferma la più talentuosa del gruppo di giovani attori usciti da Stranger Things, e Brendan Fraser che torna sul grande schermo, dopo tante vicissitudini, con un'interpretazione stordente per forza e range emotivo. Come Mickey Rourke prima di lui, Fraser diventa il suo personaggio, fa suo il desiderio di essere visto per ciò che é: un grande attore ingiustamente messo da parte, addirittura ostracizzato per tanto tempo, deciso a riprendersi ciò che è suo, a riaffermare il suo valore.

The Whale è un film emozionante, che ci costringe a confrontarci con le molteplici sfaccettature del dolore e con la catena di rancori e ferite che esso è in grado di creare. Non brilla per originalità della regia, ma forse è un bene: Aronofsky sembra dare il suo meglio quando la sua folle inventiva viene messa al servizio di una storia classica ma dal forte impatto emotivo, costringendolo a concentrarsi sui personaggi e regalandoci finali da brividi in cui immagine e sceneggiatura divengono tutt'uno e trascendono (è proprio il caso di dirlo) il piano del reale.

**** 1/2

Pier

mercoledì 1 marzo 2023

Ant-Man and the Wasp - Quantumania

Un pesce fuor d'acqua


Un famoso proverbio recita che è meglio essere un grande pesce in un lago che un piccolo pesce in un oceano: una pillola di saggezza popolare che il nuovo Ant-Man sembra aver del tutto ignorato. Il successo dei precedenti film dell'Uomo Formica (qui e qui trovate le recension) stava proprio nella differenza di scala: laddove gli altri eroi si trovavano sempre ad affrontare minacce cosmiche e apocalittiche, le sue avventure erano più piccole, focalizzate sulla famiglia e su pericoli molto più concreti e immediati. Erano, insomma, le avventure di un amichevole Ant-Man di quartiere, che procedevano sui toni della commedia d'azione e avevano fatto sì che Ant-Man avesse una sua immagine distintiva all'interno del calderone supereroistico Marvel - uno dei pochi ad averla mantenuta, dopo un inizio in cui lo studio capitanato da Kevin Feige aveva invece spinto molto in questa direzione - e che questa immagine spiccasse anche nei film corali come gli ultimi due Avengers, e nell'ultimo in particolare.

Peyton Reed prova a mantenere il focus famigliare anche in questo film, mettendo al centro il passato sconosciuto di Janet van Dyne nel Regno Quantico e, soprattutto, il rapporto tra Scott e la figlia Kathryn, ormai adolescente. L'impresa, tuttavia, è improba e, nonostante il cuore emotivo del film riesca comunque a funzionare, nel complesso fallisce. La mancanza della consueta ambientazione urbana a favore del fantastico Regno Quantico alza in automatico le aspettative e la posta in gioco, oltre a spazzar via quella dimensione quotidiana che era invece il cuore dei film precedenti. 

Ciò che fagocita l'anima del film, tuttavia, è la scelta di introdurre il Thanos della Fase Cinque, ovvero Kang il Conquistatore: impossibile raccontare una storia intima quando il tuo nemico è uno dei villains più potenti dell'Universo Marvel e la nemesi attorno a cui ruoteranno tutti i prossimi film. La posta in gioco, giocoforza, si alza, lo scontro assume dimensioni apocalittiche, e il piccolo Ant-Man finisce per affogare in un oceano di computer grafica in cui sembra costantemente fuori posto, sballottato da una parte all'altra in un territorio troppo diverso da quello cui ci aveva abituato.

La scelta è doppiamente fallimentare perché finisce per sminuire lo stesso Kang, che risulta molto meno minaccioso di quel che dovrebbe: la sua forza è nelle parole più che nelle azioni, e parte della scarsa credibilità sta proprio nel fatto che il suo avversario non è esattamente l'eroe più potente che ci sia. Senza fare spoiler, se proprio serviva un'avventura nel Regno Quantico, il personaggio di Bill Murray sarebbe stato un antagonista molto più adatto.

Il film dimostra grande creatività visiva nella creazione degli alieni e degli ambienti, superando quella del tanto decantato Avatar 2. Tuttavia, quello che vediamo ricorda più una serie di pianeti alieni (palesi alcune citazioni/omaggi a Star Wars) che un regno subatomico, e rende ancora più grande la perplessità nell'aver scelto di ambientare qui la nuova avventura di Ant-Man e di situare proprio qui il regno di Kang il Conquistatore: se si voleva un'ambientazione spaziale, forse i Guardiani della Galassia potevano essere una scelta più consona come primi avversari del nuovo supervillain.

Se, come dicevamo, il cuore emotivo del film si salva lo si deve soprattutto agli attori, con in testa il sempre ottimo Paul Rudd e Michelle Pfeiffer, protagonista inattesa (la Wasp del titolo de facto è lei, con Evangeline Lily che fa esclamare "Ah, ma c'era anche lei?" ogni volta che ricompare dopo minuti e minuti di tappezzeria) ma efficace. Jonathan Majors sembra recitare in un film a parte, ed è un peccato: il suo Kang è shakespeariano, magnetico, soave nella voce e tonitruante nei modi, anche grazie a una fisicità poderosa evidente nelle scene di combattimento. Cosa c'entri in un film di Ant-Man andrebbe chiesto a Feige & co.

Ant-Man and the Wasp - Quantumania intrattiene per tutta la sua durata, ma lascia fortemente perplessi per la distonia tra il protagonista e la sua storia da una parte e minaccia e ambientazione dall'altra. Il risultato è un film insoddisfacente, che non arriva al cuore e spreca tante belle idee che avrebbero meritato miglior fortuna. La notizia è che, se tanti indizi fanno una prova, il MCU sembra aver perso la bussola, con i vari pezzi che non si incastrano più in modo armonioso come durante le prime tre fasi: per tornare al proverbio citato in apertura, la sensazione è che il Multiverso si stia rivelando un oceano troppo grande anche per un pesce abituato al mare aperto come la creatura di Kevin Feige.

** 1/2

Pier

lunedì 20 febbraio 2023

Tutta la Bellezza e il Dolore

L'arte che salva


Il documentario racconta la battaglia di Nan Goldin, celebre fotografia statunitense, con la famiglia Sackler e la loro Purdue Pharma. Purdue era la produttrice dell’OxyContin, farmaco che crea una forte dipendenza e che si calcola abbia causato più di 400mila morti negli USA.

Può l’arte salvare il mondo dalla crisi degli oppiacei? La risposta, apparentemente, è sì. In Tutta la bellezza e il dolore, Laura Poitras intervalla la storia della battaglia contro i Sackler con la biografia di Nan Goldin. Inizialmente questa scelta risulta spaesante, e si fatica a comprendere il collegamento tra la gioventù ribelle e gli inizi artistici della Goldin, dedicati alla liberazione femminile e sessuale più in generale, e la tragedia causata dall’OxyContin.

Con il proseguire dei minuti, tuttavia, il collegamento diventa sempre più evidente, al punto che la passione che Goldin mette nella battaglia sarebbe incomprensibile senza conoscere il suo vissuto, la sua personale dipendenza da sostanze, la sua sensazione di impotenza di fronte alla moria dei suoi amici nella prima epidemia di AIDS. La determinazione mostrata da Goldin è una conseguenza diretta della frustrazione del passato, un desiderio di fare qualcosa quando in precedenza non ha potuto far altro che restare a guardare.

Il documentario diviene sempre più un pugno allo stomaco man mano che procede nel raccontare la decennale battaglia, raggiungendo il suo apice nella scena in cui i parenti delle vittime possono finalmente confrontarsi con il nemico: un nemico silente, costretto ad ascoltarli, ferito ma non davvero sconfitto. È una scena carica di sofferenza e di frustrazione, di rabbia repressa e di un desiderio di giustizia non pienamente soddisfatto. A farle da contraltare, una delle scene visivamente più potenti del film, una pioggia di flaconi lanciati dalle scale del Guggenheim, un atto sovversivo che si fa pianto di rabbia e consolazione - un atto che sa di vittoria, per quanto effimera, capace di trasformare l'orrore in arte, il dolore in bellezza.

Laura Poitras realizza un film efficace, evocativo, e incisivo. Si poteva, forse, sforbiciare qualcosa, soprattutto nella prima parte, ma nel complesso resta un film molto riuscito nella sua capacità di raccontare una tragedia nazionale e la battaglia donchisciottesca di un gruppo di idealisti che, alla fine, contro ogni pronostico, sono riusciti a inibire il mostro. Un Leone d'oro inusuale, ma pienamente meritato.

****

Pier

Nota: questa recensione è stata inizialmente pubblicata su Nonsolocinema.

mercoledì 1 febbraio 2023

Gli Spiriti dell'Isola

Un'isola chiamata Umanità


Irlanda, 1923. Dopo una vita spesa a incontrarsi ogni giorno con l'amico Pádraic per una birra e quattro chiacchiere, un giorno Colm decide di non aprirgli la porta di casa: ha deciso che parlare con Pádraic è solo una perdita di tempo, e gli intima di non parlargli mai più e lasciarlo concentrare sulla sua musica, unica traccia del suo passaggio su questa Terra. Pádraic, devastato, non si rassegna, e cerca in ogni modo di convincere l'amico a cambiare idea, coinvolgendo anche la sorella Siobhan e il matto del villaggio, Dominic: Colm, tuttavia, non cambia idea, e anzi sfodera una minaccia terribile se l'ex amico non si deciderà a lasciarlo in pace.

Il conflitto permea le nostre vite, a tutti i livelli: sul lavoro, tra nazioni, tra aziende, persino nella vita di coppia e tra amici. È un concetto pervasivo, e di cui proprio per questo è difficile parlare efficacemente: sarebbe come cercare di parlare del rumore di fondo o dell'aria che respiriamo. Per farlo servono non solo un testo impeccabile, ma anche una capacità di rimanere ancorati alla realtà e, al tempo stesso, astrarsene - parlare del quotidiano sia dei massimi sistemi. Un'operazione, questa, simile a quella fatta dai grandi filosofi, ma difficilissima da trasporre all'interno di un film dall'impianto comunque narrativo. 

Per farlo serve un grande scrittore ma soprattutto un grande regista: Martin McDonagh è ambedue le cose. Il conflitto in Gli spiriti dell'isola è sfaccettato, poliedrico, e multilivello: quello tra Pádraic e Colm è il motore della vicenda e poggia su basi surreali, ma al tempo stesso tremendamente realistiche. L'autolesionismo è sopra le righe, certo, ma rende per immagini un elemento fondamentale di tutti i conflitti che vanno fuori controllo: non ci può essere un vincitore, solo qualcuno che si fa meno male dell'altro. Una volta che la trappola è scattata, è impossibile sfuggirle senza perdere qualcosa di noi stessi. Siobhan e Dominic sono in conflitto con l'isola stessa, entità monolitica, ancestrale e silenziosa perfettamente rappresentata dall'inquietante vegliarda che sembra divertirsi a tendere loro imboscate. Il loro modo di guardare la vita si scontra con quello sempre uguale e immoto dei loro conterranei, e li condanna a un'eterna infelicità che sembra impossibile da scalfire: la voce dei loro personaggi è la voce della ragione, che rimane però inascoltata per la loro natura di "diversi".


Al largo della costa, lontana eppure terribilmente vicina, si consuma la lotta fratricida del conflitto irlandese, convitato di pietra della vita sull'isola: un conflitto che, come quello tra Pádraic e Colm, poggia su basi talmente antiche da essere ormai irrazionali, ma con radici così tortuose e intrecciate da essere ormai inestirpabili. Su tutto incombe una natura meravigliosa e matrigna, che toglie il fiato e stordisce, spingendo all'inazione: una natura la cui bellezza irretisce e terrorizza al tempo stesso, divinità distante che ci costringe ad affrontare la nostra piccolezza. Proprio la paura di non contare, di non essere ricordato è alla base del conflitto tra Pádraic e Colm, con il secondo che desidera lasciare un segno, dominare la morte (e, con lei, la natura immutabile) rendendosi immortale attraverso la sua musica. Colm è la ragione, Pádraic il sentimento; Colm è l'uomo che doma gli elementi, Pádraic colui che impara a conviverci; Colm è Lear, Pádraic il Folle. Tutta la vicenda ha eco di teatro classico, tra Shakespeare e tragedia greca, ma riesce al tempo stesso a parlare al presente - un presente in cui, nonostante la nostra pretesa di superiorità, il conflitto è ancora ben presente e sta erodendo i fondamenti della nostra società, facendone lentamente marcire il cuore.

McDonagh scrive una sceneggiatura semplicemente perfetta, che oscilla tra esilarante e drammatico sfociando anche nel pulp e nel grottesco - uno stillicidio di eventi in cui il masso inizia a rotolare giù dalla collina e lo spettatore continua a illudersi che si possa ancora fermarlo: in fondo procede così lentamente... Ma il masso procede inesorabile, e acquista sempre più velocità, trascinandoci con lui verso un finale di rara potenza emotiva. McDonagh non è, però, solo un geniale drammaturgo, ma anche un regista di precisione chirurgica. La sua abilità di cucire insieme i vari elementi del film è superba. La musica è evocativa e spettrale, dinamica e struggente al tempo stesso, a rappresentare l'evoluzione rapsodica e incontrollata del rapporto dei due protagonisti; la fotografia è contemplativa, fatta di una continua alternanza di primi piani e campi lunghi, a evidenziare l'isolamento e la solitudine sia dei protagonisti, sia dell'isola stessa. 

Gli attori sono sublimi, e alcuni di loro offrono le prove migliori della loro carriera, Colin Farrell in testa, perfetto nel ruolo di un uomo povero di cervello ma ricco di cuore, un uomo buono cui viene negato l'affetto e, per questo, scivola lentamente nell'astio e nell'odio, un odio alimentato dal dolore. Brendan Gleeson è il suo opposto, sicuro di sé e delle sue decisioni, capace di un cambio tanto radicale quanto apparentemente insensato, guidato dall'ego ma soprattutto dalla coscienza della sua mortalità, del suo essere un granello anonimo nella clessidra dell'universo. La sua devozione al suo cervello, alla sua creatività è tale che è disposto a sacrificarle tutto, compreso il suo cuore e i suoi arti: un atto di abnegazione che si fa masochismo, e che sembra fare il verso a quelli che, in un conflitto fratricida come quello irlandese, sembrano atti di eroismo, ma si rivelano a lungo termine inutili o addirittura deleteri. Kerry Condon e Barry Keoghan sono coprotagonisti solo nel conteggio matematico delle battute: le loro prove sono centrali per la riuscita del film, ed esprimono al meglio il sentimento di coloro che intravedono la tragedia, urlando di fermare il masso, ma non trovano nessuno che li ascolti.

Gli spiriti dell'isola conferma che Martin McDonagh non sbaglia un film. Dopo In Bruges, 7 Psicopatici, e Tre Manifesti, il regista-scrittore sfodera un altro film impeccabile, probabilmente il suo migliore: un film che, attraverso il microcosmo di un'isola, racconta il macrocosmo dell'umanità, con la sua cecità, la sua volontà, a parole, di evitare il conflitto, e la sua cronica incapacità di farlo. Gli spiriti dell'isola parla di noi: di ciò che siamo, di ciò che stiamo diventando, ma anche di ciò che, forse, siamo sempre stati: incancreniti nelle nostre convinzioni, immobili ma pronti a esplodere come l'isola di Inisherin.

*****

Pier

lunedì 30 gennaio 2023

Babylon

 Il lato oscuro dell'innovazione



Hollywood, 1926: il messicano Menny inizia a lavorare nel mondo del cinema come tuttofare, e si fa lentamente strada nel folle mondo della produzione cinematografica nell'epoca del muto. La sua strada si incrocia con quella dell'aspirante attrice Nellie e della star Jack Conrad, e lo trascina in un mondo ricco di follia e magia che sta per essere travolto da una rivoluzionaria invenzione: il sonoro.

Mi scuso in anticipo con i lettori per l'atteggiamento da maestrina dalla penna rossa, ma in questa recensione si impone una premessa metodologica: non è la prima che trovate su queste pagine, e non sarà nemmeno l'ultima. Chi scrive ha enormemente apprezzato Babylon. Se ne scrivessi a mio gusto, questa recensione sarebbe molto più positiva ed entusiastica. Tuttavia, il lavoro del critico, anche se molti sembrano dimenticarlo, non è esprimere le proprie reazioni istintive al film, quanto analizzarlo nel modo più oggettivo possibile, partendo da quelle che sembrano essere le intenzioni del regista e valutando se sia riuscito a raggiungere i suoi obiettivi. Una certa misura di soggettività rimarrà comunque, è inevitabile: ma questo esercizio, se applicato sistematicamente, eviterebbe la polarizzazione di giudizi che si vedono spesso al cinema. Il caso di Babylon è esemplare, con metà dei critici che ha urlato al capolavoro e metà che lo ha definito una mezza ciofeca. La verità, come sempre, sta nel mezzo.

Finita la premessa, veniamo al film: Chazelle torna a guardare al cinema classico, e in particolare al musical, genere principe degli anni d'oro di Hollywood post introduzione del sonoro. Dopo averlo destrutturato e adattato ai nostri tempi in La La Land, Chazelle decide di operare un'altra operazione, questa volta di tipo storico: raccontare il lato oscuro dell'avvento del sonoro. Per farlo, prende il musical per eccellenza che ha raccontato quella storia, Cantando sotto la pioggia, e lo rende uno spettro che aleggia su tutto il film, un'illusione sublimata nel finale, dopo che abbiamo visto quale fosse la realtà nascosta sotto la patina di luci, sorrisi e allegria (esattamente come La La Land si chiudeva con la storia che un musical classico avrebbe raccontato, in opposizione a quella accaduta nella vita reale).


Se Cantando sotto la pioggia ci racconta il successo di chi ce l'ha fatta - delle nuove star, come il personaggio di Debbie Reynolds, e di quelle che riescono ad adattarsi, come il personaggio di Gene Kelly - Babylon si focalizza su chi è stato lasciato indietro, sui rottami di un sistema che porta sull'altare a velocità supersonica per poi trascinare nella polvere ancora più velocemente - un processo, questo, che l'avvento di un'innovazione rivoluzionaria come il sonoro rende ancora più rapido, violento, e spietato. Babylon è, in sintesi, la storia di Lina Lamont, il personaggio di Cantando sotto la pioggia interpretato da Jean Hagen: quella con la voce sgraziata, la recitazione inadatta al nuovo mondo del sonoro, anche un po' antipatica, e che alla fine del film ci sembra giusto abbandonare come un relitto di un'epoca sepolta. 

Chazelle ha l'intuizione (non nuova, ma mai esplorata in modo così corale e approfondito - il precedente più illustre è, ovviamente, Viale del tramonto) di prendere le Lina Lamont di quel mondo e renderle i suoi protagonisti, senza nasconderne nemmeno un difetto: i protagonisti di Babylon sono imperfetti, cialtroni, arrivisti, infedeli, maleducati, incapaci di adattarsi a un'industria che sta diventando tale, smettendo le vesti artigianali e improvvisate delle origini. Il sonoro non cambia infatti solo la componente artistica, ma anche quella produttiva: richiede precisione, attenzione, professionalità; richiede processi regolati, controllati, strutturati. Per gli eccessi non c'è più spazio, solo l'oblio: un pozzo senza fondo, di cui vergognarsi, e da nascondere il più accuratamente possibile, lontano dagli occhi del pubblico e di chi è sopravvissuto - un concetto reso alla perfezione in una delle scene migliori del film, quando un ricco malvivente fuori di testa (interpretato con divertita follia da Tobey Maguire) trascina Manny nella versione horror, ma fin troppo reale, della tana del bianconiglio. 

Per parlare dell'innovazione, tuttavia, il film deve giocoforza raccontarci anche tutto ciò che c'era prima, la "vecchia Hollywood" del cinema muto. Chazelle si ritrova quindi a gestire due anime del film, due messaggi che si intersecano ma che non sempre lo fanno alla perfezione a causa di una bulimia visiva che non sempre il regista sembra controllare appieno. Gli eccessi e gli orrori della vecchia Hollywood occupano tutta la prima parte del film, che ci mostra i nostri protagonisti nel pieno della loro gloria: una gloria fatta di alcol, droga, sicurezza del lavoro inesistente, razzismo, lavoratori sfruttati, morti dimenticati e sacrificati sull'altare del set, e chi più ne ha più ne metta. 


La scena d'apertura è un'orgia visiva che fa impallidire gli eccessi più dirompenti di Fellini, un turbinio di immagini e suoni che travolgono tutti i sensi dello spettatore così come travolgono quelli di Manny, personaggio prospettiva che Chazelle segue con occhio quasi documentarista, catturando tutto ciò che vede e che, come lo spettatore, non riesce pienamente ad assimilare. Non sarà l'unica, ma solo la discesa agli inferi piazzata a fine film e il folle montaggio che lo chiude (lo amerete o lo odierete, non c'è via di mezzo) raggiungono la stessa potenza visiva. 

La trama è spesso sfilacciata, soprattutto nella parte centrale: Chazelle utilizza il montaggio alternato con energia febbrile, e quello analogico con una creatività che avrebbe reso felice Ėjzenštejn. Tuttavia, a volte l'energia va a detrimento della coerenza emotiva e narrativa della storia, e finisce per depotenziare le numerose piccole perle presenti nella sceneggiatura: dialoghi che parlano di cinema, ma finiscono per parlare della vita, resi mirabilmente da un cast in stato di grazia, che riesce a farci empatizzare con tante versioni di Lina Lamont e il loro destino tragicamente crepuscolare. 

Brad Pitt è un divo dolente, che vive la sua celebrità con malinconico divertimento e distaccato cinismo. Margot Robbie dà vita a una moderna baccante, che travolge tutto ciò che incontra, una vera star anche quando non è ancora famosa, con un'energia traboccante al punto di essere autodistruttiva: le sue scene di danza sono obnubilanti, viscerali, ancestrali. Jovan Adepo ha una parte più marginale, ma anche una delle scene emotivamente più devastanti del film, in cui vediamo gli effetti del razzismo nei suoi occhi, sul suo viso, e nel suo cuore. A brillare, però, è soprattutto Diego Calva, il vero protagonista del film: il suo Manny è lo spettatore, trascinato in un mondo che non comprende ma lo affascina come un gioco di prestigio, nonostante lo squallore umano e organizzativo. Per Manny il cinema è qualcosa di permanente e immutabile, cui vuole prendere parte, anche solo per un attimo, qualunque sia il prezzo da pagare.

Babylon è un film indubbiamente imperfetto, esaltato e al tempo stesso fagocitato dalla folle ambizione di un regista che vuole fare un film personale e al tempo stesso di intrattenimento, spettacolare e al tempo stesso intimista. Spesso il giocattolo gli sfugge di mano, sbanda, va fuori strada. Però, in qualche modo, riesce sempre a rientrare in pista, e nel complesso risulta impossibile non ammirarne almeno in parte la geniale follia. Non è il capolavoro di Chazelle, come ha sostenuto qualcuno. Stroncarlo, tuttavia, dimostra una miopia incomprensibile, quasi che si volesse punire il regista per le eccezionali capacità che dimostra nonostante la giovane età (38 anni), o che si volesse negargli la possibilità di portare in scena la propria visione: una visione che trasuda un eccesso di confidenza, forse persino tracotanza, ma che produce un'estasi visiva che lascia a bocca aperta, intrattenendo attraverso l'immagine prima ancora che con la parola. Una visione, in sintesi, che incarna l'idea stessa di cinema.

*** 1/2

Pier


mercoledì 11 gennaio 2023

The Fabelmans

La magia di un mestiere


Il film racconta l'infanzia di Sammy Fabelman, dalla scoperta del cinema a sei anni fino al suo tentativo di iniziare una carriera da regista. Nel mezzo, i trasferimenti per il lavoro del padre e il rapporto con i genitori - inventore lui, pianista mancata lei - e le sorelle. 

C'è un trend impossibile da ignorare nel cinema degli ultimi anni, che vede grandi registi affermati riflettere sul proprio passato, con film autobiografici ricchi di nostalgia (è il caso di Cuarón e di Sorrentino, e in parte anche di Iñárritu), o su quello della propria arte (è il caso di Tarantino, di Scorsese e di Chazelle e, in parte, anche di P.T. Anderson). 

Spielberg unisce queste due tendenze, realizzando un memoir che è anche un inno al cinema - non alla magia della sala e delle immagini in movimento, come in Nuovo Cinema Paradiso, ma proprio al fare cinema, al mestiere, al duro lavoro e all'inventiva che stanno dietro a ogni film, dai grandi blockbuster fino ai film scolastici. Laddove Totò, alter ego di Tornatore in NCS, è uno spettatore appassionato, onnivoro e sognante, Sammy, l'alter ego del giovane Spielberg, fa e vuole fare cinema, non si limita a guardarlo: salvo che nella scena d'apertura vediamo raramente Sammy come spettatore, e solo per pochi istanti. Spendiamo invece tantissimo tempo con lui che cerca la sua strada come cineasta: lo vediamo superare difficoltà tecniche con grande ingegno, affrontare le prime indicazioni registiche a un attore, studiare inquadrature  (vedere Spielberg bambino che spiega la Spielberg face è un inside joke davvero soddisfacente) e, soprattutto, combattere con le resistenze del padre, che lo vorrebbe a fare un lavoro "vero." 

I film artigianali di Sammy sono una storia nella storia, piccoli capolavori di creatività che Spielberg si è palesemente divertito a rigirare in versione migliorata ora che ha a disposizione esperienza e budget. Il film di guerra è un piccolo gioiello, ma a brillare è il meno spettacolare filmato della gita scolastica: un'epopea giovanile degna di Un mercoledì da leoni in cui dei ragazzi diventano per un giorno eroi epici, comici, e drammatici - una perfetta rappresentazione del potere del cinema e del racconto per immagini, capace di creare miti dal nulla.

La storia della sua passione crescente si intreccia con quella del declinante matrimonio dei genitori, due anime uniche e profondamente diverse, che si amano ma non sono fatte per stare insieme: il padre, pioneristico ingegnere informatico, è calmo, metodico, preciso, schivo; la madre, pianista mancata, è irrequieta, saltabeccante, disordinata, e deve essere sempre al centro dell'attenzione. La loro differenza è chiara fin dalla prima scena, quando stanno accompagnando il giovane Sammy al cinema: il padre gli spiega come funziona la tecnologia alla base del cinema, la madre gli parla della magia e dei sogni che le immagini in movimento sono in grado di creare. 

Spielberg mette in scena una famiglia sgangherata, complessa e multiforme, in cui i non detti prevalgono sulle parole e la tensione si muove sotterranea, accumulandosi lentamente fino ad arrivare al punto di rottura. Una famiglia, quella di Sammy, che ricorda da vicino quelle disfunzionali di alcuni grandi romanzi americani (viene subito in mente Le correzioni), ma guardata con sguardo dolce e partecipe. Spielberg e Kushner, che firma con lui la sceneggiatura, sono molto attenti a gettare uno sguardo benevolo su ambedue i personaggi, nonostante quello della madre risulti istintivamente più insopportabile per il suo infantilismo: l'operazione riesce sia perché la sua principale qualità (l'amore e l'incoraggiamento per il figlio) è centrale per la passione di Sammy, sia grazie alla superba prova di Michelle Williams, che riesce a trasmettere alla perfezione la dolcezza e la fragilità che si nascondono dietro la teatralità e i capricci. Accanto al nucleo familiare dei Fabelmans si muovono personaggi memorabili, dal belloccio con una segreta sensibilità artistica al meravigliosamente strambo zio Boris, passando per un famosissimo regista il cui incontro (avvenuto esattamente nelle modalità descritte nel film) segnò la carriera del giovane Spielberg: non diciamo chi sia per lasciare allo spettatore il piacere di godersi la scena in cui fa la sua comparsa.

The Fabelmans non colpisce forte al cuore quanto alcuni dei film menzionati in apertura (È stata la mano di Dio su tutti), ma è scritto con maggiore coesione e precisione, senza sbavature. È una perfetta summa del cinema di Spielberg, nonché un grande esempio di sceneggiatura e, soprattutto, di regia nel suo senso più importante e, al tempo stesso, più dimenticato, quello che il giovane Sammy intuisce in un dialogo con il padre manager: il saper tirare le fila, la direzione efficace di tutte le parti, tutti gli artisti che lavorano su un film, per realizzare una visione di insieme. 
Spielberg realizza un film personalissimo, che racconta non solo la sua vita ma anche il suo lavoro, quello che ancora oggi svolge con grande passione e che è nato su set artigianali, fatti di treni giocattolo, costumi raffazonati, e puntine da disegno. In fondo, anche se molti blockbuster fanno di tutto per farcelo dimenticare, il cinema è fatto di piccole cose: di passione, creatività, ingegno, e sudore - della gioia di un sorriso, e delle sofferenze che nasconde; dello sguardo meravigliato di un ragazzo, e di quel momento di spasmodica attesa prima che anche noi possiamo scoprire cosa abbia visto.

**** 1/2

Pier