martedì 3 settembre 2019

Telegrammi da Venezia 2019 - #3

Terzo telegramma da Venezia 2019: continuano i film che guardano allo ieri per parlare dell'oggi, ma ci si addentra anche nella quodianità e nel feuilleton d'autore.


Giants being lonely (Orizzonti), voto 8. Splendido esordio alla regia per l'artista Grear Patterson, che racconta con originalità e piglio autoriale un tema abusato come quello della fine dell'adolescenza, immergendo i suoi protagonisti in un'atmosfera fuori dal tempo e quasi onirica, in cui l'estate sembra non dover finire mai. Bravi i giovani attori protagonisti, tutti convincenti e veri.

The laundromat (Concorso), voto 6.5. Soderbergh racconta lo scandalo dei Panama Papers, e lo fa usando le tecniche popolarizzate da Adam McKay con La grande scommessa: spiegazioni tecniche semplificate e spettacolarizzate, frequente rottura della quarta parete, molteplici punti di vista. Soderbergh aggiunge però il suo tocco creativo sia nell'umorismo, sia nella scelta vincente di far raccontare il tutto, quasi fosse una favola, a Mossack e Fonseca, i due fondatori dell'omonimo studio legale al centro dello scandalo. Gary Oldman e Antonio Banderas brillano nei ruoli, e soprattutto constringono lo spettatore a porse una domanda scomoda ma fondamentale: se chi ha aiutato a nascondere i soldi viene condannato, come è possibile che chi ha fornito i soldi la faccia franca? Il tema viene ripreso anche nel finale, molto potente anche se forse un po' didascalico.

Jeedar el sot (All this victory) (Settimana della Critica), voto 7.5. Durante una delle tante guerre tra Libano e Israele (quella del 2006), un gruppo di libanesi sconosciuti, per la maggior parte anziani, si rifugia in un appartamento. Rimangono però bloccati quando dei soldati israeliani occupano l'appartamento soprastante. Nonostante la terribile serietà della tematica e delle situazioni raccontate, il film sorprende con alcuni momenti conviviali e umoristici, inseriti in modo armonico in mezzo a quelli più tesi. La commistione di toni è riuscitissima, e contribuisce alla creazione di un racconto vero ed emozionante della guerra dal punto di vista delle vittime civili, mostrando come una convivenza forzata possa trasformarsi in un legame profondo.

No 7 Cherry Lane (Concorso), voto 7.5. Un film d'animazione poco convenzionale, in cui numerosi stili si mischiano e ogni movimento è lento, calcolato, trascinato, quasi ci trovassimo in un sogno. Il film si muove continuamente tra la dimensione onirica e la realtà, e ne sovrappone i confini fino a confonderli: la Hong Kong del film non è reale, è quella conservata nel ricordo e nella nostalgia, esattamente come gli amori di madre e figlia per il giovane protagonista, novello Laureato che conquista i loro cuori con poche parole ma una grande passione per il cinema. Il film è visivamente splendido, ed è un peccato che venga a tratti rovinato da una computer grafica inaccettabile nel 2019 e da un'animazione anti-realistica che finisce per depotenziarne i momenti più emozionati. Resta comunque un'opera originale e riuscita, con cui Yonfan scrive la sua lettera d'amore per la sua città e per un'epoca che non esiste più.

American Skin (Sconfini), voto 3. C'è davvero poco da salvare in questo film di Nate Parker, che cerca di raccontare l'enorme problema delle violenze della polizia sugli afroamericani, ma riesce solo a realizzare un polpettone intriso di retorica e privo di qualunque incisività: sul tema dice di più Steve McQueen in Widows con cinque minuti di film che tutto il lungometraggio. Parker escogita un espediente narrativo poco realistico ma molto ingegnoso per mettere a confronto e costringere al dialogo polizia e vittime, ma lo vanifica sia con la totale mancanza di realismo (carcerati dal ghetto e adolescenti che parlano come un saggio di sociologia), sia con l'assurda scelta di rendere il film un mockumentary, totalmente insensata vista l'implausibilità della premessa che sceglie di utilizzare. La morale del film - ci sono colpe da ambo le parti, e basterebbe un po' più di dialogo - è non solo poco originale, ma anche disgustosa nei confronti delle vittime, e non basta un finale "forte" a salvare novanta minuti di sproloqui retorici.

Martin Eden (Concorso), voto 7. Non fidatevi dei magnificat  e dei peana dei giornalisti "cartacei" italiani, un po' troppo partigiani (o troppo severi: nessuna via di mezzo) con i prodotti cinematografici nostrani. Martin Eden non è un capolavoro, ma è comunque un film ben sopra la media del nostro cinema, realizzato con ottima visione registica da Pietro Marcello. La prima metà è splendida, con una fotografia luminosa e sognante e un Marinelli perfetto nei panni di Martin che scopre i piaceri della letteratura, dell'amore, e della vita. La seconda, tuttavia, si perde in inutili sproloqui pseudo intellettuali e politici, che finiscono per fagocitare il pur bravo Marinelli in una serie di sussurri e grida che ne appiattiscono l'interpretazione. Un vero peccato, ma il film resta comunque un ottimo, per quanto inusuale, adattamento dell'omonimo romanzo di Jack London, che funziona finché riesce a mantenere il suo protagonista al centro della scena, ed esce di strada quando lo sacrifica sull'altare del Messaggio.

Simone

sabato 31 agosto 2019

Telegrammi da Venezia 2019 - #2

Secondo telegramma da Venezia, con una ricca selezione di film dalle varie sezioni. Molti di questi parlano di eventi passati o di fantasia, ma con inquietanti richiami al presente.


The kingmaker (Fuori Concorso), voto 8. Splendido documentario che, partendo dalla figura di Imelda Marcos, vedova del defunto dittatore delle Filippine, racconta i perversi meccanismi del potere che hanno permesso che la famiglia Marcos riuscisse a tornare a tenere le redini del governo del paese a meno di 30 anni dal loro esilio. La regista Lauren Greenfield riesce nella difficile impresa di raccontare le nefandezze dei Marcos, ma al tempo stesso spiegare la fascinazione che la famiglia, e Imelda in particolare, esercita ancora sulla popolazione filippina.

Il sindaco del rione sanità (Concorso), voto 6.5. Martone porta al cinema la commedia amara di De Filippo, e lo fa adattando la sua regia per il Teatro Stabile di Torino. L'esperimento è interessante, con il linguaggio e le modalità espressive del teatro che vengono trasposte senza sconti su pellicola, costringendo il cinema ad adattarsi ad esse anziché il contrario. Tuttavia, nonostante un ottimo cast, l'operazione appare puramente intellettuale, e lascia ben poco allo spettatore.

Seberg (Fuori Concorso), voto 5. Il film racconta l'agghiacciante storia della persecuzione dell'FBI nei confronti di Jean Seberg, attrice icona della Nouvelle Vague, ma lo fa in modo superficiale. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

J'accuse (Concorso), voto 7.5. Polanski porta al cinema la storia del caso Dreyfus, e lo fa con eccezionale rigore e senza esimersi dal tracciare paralleli con il presente e, in secondo piano, con le sue vicende personali. Il film soffre solo per un'eccessiva lunghezza e un'inutile storia d'amore, ma per il resto colpisce in pieno il bersaglio, costringendo lo spettatore a una profonda riflessione sul valore dell'etica professionale e su come sia facile deformare la verità fino a seppellirla.

Rare Beasts (Settimana della Critica), voto 8.5. Billie Piper firma un esordio alla regia splendido per originalità di tematica e visione artistica: un esilarante, lisergico film dell'assurdo che riesce però a trattare con profondità e sensibilità temi seri come maternità, malattia, relazioni umane e professionali. Il film shakera Monty Python, Ken Loach, e Woody Allen per realizzare un'opera originale, proletaria, visionaria, commovente, vera. Una bellissima sorpresa.

Ema (Concorso), voto 6.5. Pablo Larrain si conferma come uno degli autori più ispirati ed eclettici del panorama mondiale raccontando la storia di Ema, ballerina alla ricerca della sua identità e del suo posto nel mondo, attraverso un flusso di coscienza fatto di corpi, neon, e martellante musica reggeaton. Tra guerre verbali tanto spietate da diventare assurde e amori fluidi e impossibili da incasellare, Larrain si muove tra le strade di Valparaiso con uno sguardo documentarista ma comunque empatico, capace di raccontare le contraddizioni delle convenzioni sociali e del concetto di famiglia attraverso lo sguardo deciso ma senza sicurezze della sua carismatica protagonista.

Joker (Concorso), voto 9.5. Un film che non è un cinecomic, ma un magistrale trattato sulla follia dei nostri tempi. Phillips realizza un capolavoro, al centro del quale si muove un Joaquin Phoenix trascendente e in preda a estasi dionisiaca: un'interpretazione da annali del cinema. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Pier

giovedì 29 agosto 2019

Telegrammi da Venezia 2019 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

La verité (Concorso), voto 7.5. Kore-Eda dirige il suo primo film fuori dal Giappone, e lo fa trovando un perfetto equilibrio tra le sue tematiche più intimiste e "familiari" e la nuova cultura, quella francese, in cui decide di calarsi. Il risultato è un film delizioso, fortemente emotivo ma anche esilarante, forse non all'altezza dei suoi capolavori, ma comunque efficace nel raccontare il fragile rapporto tra memoria e fatti, tra finzione e realtà. Catherine Deneuve è sublime in un ruolo che si fatica a non vedere come parzialmente autobiografico: la sua prova, perfetto connubio tra ironia al vetriolo e dolente senso di colpa, la mette già in prima fila tra le candidate alla Coppa Volpi.

Pelican blood (Orizzonti), voto 5. Come gestire una figlia talmente fuori controllo da sembrare posseduta? Fin dove può spingersi l'amore di una madre? Da queste interessanti premesse, calate in una Germania rurale fuori dalle strade più battute, il film ci porta in un incubo a occhi aperti, un thriller psicoanalitico che nel finale vira però in modo poco convincente verso il soprannaturale, gettando alle ortiche quanto di buono aveva fatto fin lì in termini di costruzione delle atmosfere. La regia rimane comunque di ottimo livello, aiutata anche dalle ottime prove delle tre protagoniste.

The perfect candidate (Concorso), voto 6.5. Un tema importante come quello dell’emancipazione femminile in Arabia Saudita, affrontato con intelligenza ed efficacia, ma scarsa originalità. Qui la recensione scritta per Nonsolocinema.

Marriage story (Concorso), voto 7.5. Chi scrive ama ben poco Noah Baumbach, enfant prodige per autoproclamazione che spesso pecca di grande pretenziosità senza avere alcuna sostanza. Il suo Marriage Story è invece una splendida sopresa: un film intimo, emozionante, vero (non per nulla è parzialmente autobiografico). Baumbach racconta un divorzio doloroso cercando di offrire la prospettiva di ambedue i coniugi (anche se, involontariamente, quella di lui prevale su quella di lei), dimostrando come il rispetto e l'affetto reciproco spesso non siano sufficienti a proteggerci dall'imbarbarimento dei rapporti generato dalla causa legale. È più facile ricordare i torti che i momenti di arricchimento reciproco, i difetti piuttosto che i pregi: come in Kore-Eda, la memoria tradisce e inganna. Adam Driver e Scarlett Johansson brillano nei ruoli principali, ma ciò che colpisce è la capacità di Baumbach di raccontare persone, emozioni, relazioni: in una parola, la realtà. Non sorprende, però, che sia riuscito a farlo solo dopo essersi spogliato degli orpelli pseudo-woodyalleniani che solitamente caratterizzano il suo cinema per spingersi in un territorio a lui finora sconosciuto, quello della sincerità.

Ad astra (Concorso), voto 6.5. James Gray, come tanti prima di lui, usa la fantascienza per parlare d'altro, e l'altro è la condizione dell'umanità e del pianeta Terra. Il messaggio ecologista/umanista parte sottotraccia, come un fiume carsico, ma cresce lentamente lungo il film, man mano che Brad Pitt si avventura nelle profondità del cosmo, sempre più lontano da quel mondo da cui sia lui che suo padre sembrano smaniosi di sfuggire. Il film ha ottimi momenti, sia visivi che narrativi, ma pecca di faciloneria sul finale, un po' troppo stereotipato e da lacrima facile, e nel messaggio, declinato in maniera efficace ma non esattamente originale.

Pier e Simone

mercoledì 21 agosto 2019

Il re leone (2019)

Tradire la propria storia


Simba è il giovane erede di Mufasa, il re della savana. Ansioso di provare il suo valore e istigato dall'ambiguo zio Scar, il giovane leone finirà per infilarsi in un pericolo che cambierà tutta la sua vita.

Nulla sembra poter fermare l'ondata di remake dal vivo dei classici d'animazioni Disney: se alcune di queste operazioni sembrano avere almeno una vaga giustificazione artistica (Il libro della giungla, diretto dallo stesso Favreau responsabile de Il re leone), e altre sono quantomeno inoffensive e comunque godibili (il recente Aladdin e Cenerentola), altri riescono nell'impresa di non arricchire l'originale e addirittura peggiorarlo (La bella e la bestia, Dumbo).

Il re leone, purtroppo, ricade nell'ultimo caso. All'apparenza un remake quasi pedissequo dell'originale, il film trova la propria morte in quella che dovrebbe essere la sua raison d'être, ovvero la computer grafica iperrealistica già vista ne Il libro della giungla. Laddove in quest'ultimo l'iperrealismo era necessario per consentire l'interazione realistica con il giovane interprete di Mowgli, qui l'iperrealismo risulta fallimentare e straniante, in quanto completamente inadatto a veicolare le emozioni provate dai personaggi. La mancanza di emozioni si traduce nella totale incapacità di empatizzare con i protagonisti, rendendo così sterili le scene che dovrebbero risultare divertenti (le prime interazioni tra Simba e Timon e Pumbaa) o commoventi (la celeberrima morte di Mufasa). La veicolazione delle emozioni è lasciata interamente ai doppiatori, creando così enormi differenze nell'espressività dei personaggi, con la versione giovane di Simba che si trasforma in una sfinge pressoché indecifrabile. Un film che è passato alla storia per la sua straordinaria portata emotiva si trasforma quindi in un film piatto, senza guizzi, incapace di emozionare e persino di divertire, fatta eccezione per rarissime scene, quasi tutte affidate ai mattatori Zazu, Timon e Pumbaa, cui vengono assegnati le battute più riuscite e i migliori doppiatori (rispettivamente John Oliver, Billy Eichner, e Seth Rogen in originale, Emiliano Coltorti, Edoardo Leo, e Stefano Fresi in italiano).

Il paradosso è che questa situazione si sarebbe potuta evitare applicando le regole auree dell'animazione tradizionale - regole create dalla stessa Disney e "trasferite" alla computer grafica dal lavoro di John Lasseter sui primi corti Pixar. La totale  incapacità dei personaggi animati, e dei felini in particolare, di comunicare emozioni come gioia o tristezza risulta dall'aver ignorato regole come l' "esagerazione", che prescrive un uso di espressione facciali esagerate per trasmettere emozioni ed evitare la staticità e monotonia generate dall'iperrealismo. Il fatto che un film del genere sia stato prodotto senza tenere conto di un difetto produttivo talmente macroscopico da essere evidente anche a un occhio non esperto lascia basiti ed esterrefatti, soprattutto considerando che simili problemi non sono certo una novità nell'ambiente a.
Il film si distingue inoltre per una sciatteria inaccettabile, che si esprime soprattutto nei colori, spenti e piatti laddove l'originale era un trionfo di toni accesi e vibranti, e che trova il suo culmine nella scena in cui Simba e Nala cantano Can you feel the love tonight?, palesemente ambientata di giorno, con tanto di tramonto che avviene molti minuti dopo la fine della sequenza.

Il re leone, dunque, non è solo un remake inutile, pedissequo e dimenticabile, creato unicamente per logiche commerciali (cosa che di per sé non basterebbe a condannarlo, dato che lo scopo, in fondo, è sempre quello di fare film che incassino al botteghino): è anche un tradimento dell'Arte create dalla stessa Disney, e che la ha consacrata come una delle aziende più creative del ventesimo secolo. Un tradimento del genere è inaccettabile e preoccupante, in quanto dimostra una totale mancanza di rispetto e attenzione sia per lo spettatore che per la storia dell'azienda.

Visto che la macchina dei remake non conosce soste, auspichiamo che questo evidente passo falso faccia riconsiderare alla Disney l'uso della computer grafica, al fine di promuoverne un uso più efficace e degno della grande storia dell'animazione disneyana.

* 1/2

Pier

a : per esempio, in Alla ricerca di Nemo il team artistico Pixar constatò che rappresentare i pesci in modo realistico, con gli occhi sui lati del corpo, rendeva i personaggi troppo inespressivi. Decisi quindi di usare un altro animale come modello per gli occhi dei protagonisti: il cane.

giovedì 11 luglio 2019

Spider-Man: Far From Home

L'arrivo delle grandi responsabilità


Peter Parker torna alla sua vita da adolescente, ma tutto è cambiato: Tony Stark è morto, lasciando il mondo e Peter con un vuoto emotivo difficilmente colmabile. A distrarlo dai suoi tormenti arriva una gita scolastica in Europa e, soprattutto, i suoi mutati sentimenti verso MJ. Deciso a dichiararsi durate la vacanza, Peter si troverà invece a dover gestire una nuova minaccia, delle misteriose creature chiamate Elementali, provenienti da un'altra dimensione. Ad aiutarlo, oltre al solito Nick Fury, un misterioso viaggiatore interdimensionale: Quentin Beck, detto Mysterio.

Dopo il fortunato esordio in Spiderman: Homecoming e i drammatici eventi di Endgame, Tom Holland torna a vestire i panni dell'Uomo Ragno in un sequel che comincia a mettere a dura prova il confine tra la sua vita privata e le attività da supereroe. La morte di Tony Stark, mentore e figura paterna per il ragazzo, costringe infatti Peter Parker a iniziare a prendersi quelle responsabilità che fino a quel momento aveva evitato, gettandosi nell'avventura più per amore del rischio e dell'adrenalina che perché guidato da una vera e propria missione.

Quando Nick Fury lo mette di fronte alle "grandi responsabilità" che derivano dai suoi poteri, la prima reazione di Peter è di negazione: non vuole che la missione gli rovini la vacanza e i suoi piani con MJ, ma soprattutto non vuole accettare il ruolo che Fury e lo stesso Stark sembrano volergli assegnare. Il film è dunque pervaso toni da commedia adolescenziale, con Peter, MJ e compagni che attraversano tutte le fasi delle schermaglie amorose liceali. Nonostante sia ovviamente meno spettacolare rispetto ad altri punti del film, questo elemento del film funziona grazie a una buona scrittura e all'ottima chimica tra Tom Holland e Zendaya, che danno vita a molte divertenti sequenze da commedia degli equivoci.

Gli amori adolescenziali, tuttavia, devono cedere il passo alla realtà e alla nuova minaccia contro la Terra: il resto del film si focalizza quindi sul percorso di crescita di Peter e sulla sua accettazione del suo posto nel mondo. Il Ragazzo Ragno inizialmente crede di trovare un nuovo modello di riferimento nel misterioso Quentin Beck, giunto da un universo parallelo per combattere gli Elementali che hanno già distrutto la sua Terra.
La situazione si rivela in realtà più complessa, come chiunque conosca i fumetti può facilmente immaginare, ed è qui che il film prende il volo: il rapporto tra Quentin e Peter e la figura di Quentin in generale sono tra le cose più originali viste nell'universo cinematografico Marvel (anche se, ironicamente, riprendono una delle poche intuizioni azzeccate di Iron Man 3) e aprono molteplici possibilità per il futuro, subito concretizzate in una scena post titoli di coda semplicemente mozzafiato.

Per il resto, il film ha lo spirito di un'avventura di Jules Verne, tra città esotiche (per il pubblico statunitense), situazioni al limite dell'incredibile, scene d'azione coreografate alla perfezione, e una riuscita scanzonatura di fondo che permette al film di risultare sempre fresco e vivace, nonostante un inizio un po' rallentato da tutti i topoi del genere "gita scolastica liceale".

Se Tom Holland è ancora una volta semplicemente perfetto nei panni di Peter Parker, Jake Gyllenhaal brilla in quello di Mysterio, rendendo alla perfezione le mille sfaccettature del personaggio, aiutato anche da un eccellente scrittura. Accanto a loro un esercito di caratteristi d'eccezione, tra cui si distinguono Jon Favreau nei panni di Happy Hogan, sorta di contraltare adulto e senza poteri ai tormenti amorosi del giovane Peter, e Marisa Tomei, sempre più convincente nella versione ringiovanita di Zia May.

Spiderman: Far From Home costituisce un originale e importante capitolo nell'evoluzione dell'Uomo Ragno sullo schermo. Dal film emerge un Peter Parker più sfaccettato, maturo e interessante, a metà tra lo scavezzacollo visto fin qui nei film e il ragazzo fin troppo tormentato dal senso del dovere che conosciamo dal fumetto: un personaggio, insomma, decisamente intrigante, destinato a giocare un ruolo ancora più centrale e "drammatico" nei prossimi film dell'universo Marvel.

*** 1/2

Pier

martedì 25 giugno 2019

Toy Story 4

Filosofia e giocattoli



Woody, Buzz e gli altri vivono con Bonnie, la bambina cui Andy li ha ceduti alla fine del terzo capitolo, prima di partire per il college. Anche se la bambina non ama Woody quanto Andy, Woody è sempre molto compreso nella sua missione di farla felice. Quando Bonnie affronta il primo giorno di asilo si infila nel suo zaino per starle vicino, e assiste così alla creazione di Forky, una forchetta-cucchiaio trasformata in giocattolo che però rifiuta la sua nuova identità. Nel tentativo di fargli capire l'importanza di poter rendere felice una bambina, Woody si ritrova a inseguire Forky fino a un negozio di antiquariato, dove ritroverà una sua vecchia conoscenza che lo porterà a farsi domande sul suo ruolo nel mondo.

Cosa significa essere un giocattolo?
Questa la domanda quasi filosofica intorno a cui ruota tutta la saga di Toy Story. Nel primo film Woody imparava che l’obiettivo di un giocattolo è fare felice il proprio bambino, il suo Andy, anche a costo di mettere da parte l’orgoglio e la sua posizione di “giocattolo preferito”. Nel secondo, questo tema veniva sviluppato ulteriormente, sottolineando l'importanza di essere utilizzati per giocare al fine di essere realmente vivi, un’idea introdotta dalla struggente canzone di Jessie e reiterata dalla scelta di Woody di lasciare la vita confortevole e “da star” del negozio di collezionismo per tornare da Andy, pur consapevole che un giorno avrebbe smesso di giocare con lui; giorno che, infine, arriva nel terzo capitolo, quando Woody e gli altri si rassegnano a “lasciare andare” un Andy ormai cresciuto e trovano una nuova ragione di vita in Bonnie, una bambina esuberante cui Andy regala i suoi amici di un tempo.

Nel quarto capitolo, la Pixar ribalta completamente la prospettiva. Con uno di quei grandi lampi creativi cui ci ha abituato nel corso degli anni, ci mette di fronte alla possibilità che nella vita di un giocattolo ci sia di più che fare felice uno specifico bambino. Allo stesso tempo, tuttavia, ci viene presentata anche la prospettiva diametralmente opposta, ovvero l’idea che un giocattolo non sia ontologicamente tale, ma divenga tale solo quando un bambino impone questa funzione su un oggetto. Queste prospettive contrapposte mettono in crisi Woody e, con lui, lo spettatore, trasportandoli in un viaggio esistenziale che li porterà a interrogarsi sulla natura della propria esistenza, guardando al passato con occhio diverso per costruire il proprio futuro.
Il regista Josh Cooley gestisce con grande abilità questa tensione degna di un trattato filosofico, inserendola all’interno di una storia efficace, ben ritmata e, a parere di chi scrive, la più divertente della saga. I vari archi narrativi e dei personaggi si intersecano alla perfezione, ciascuno elaborando un aspetto diverso del dilemma che si pone di fronte al cowboy giocattolo.


Le due prospettive sopracitate sono incarnate principalmente da due personaggi: il primo è una vecchia conoscenza, Bo Peep, scomparsa durante il terzo film (scopriremo come a inizio film) e rincontrata da Woody e dalla banda durante una road trip al seguito di Bonnie. L’incontro con Bo Peep è decisivo perché ribalta uno dei cliché dei film precedenti, in cui i giocattoli abbandonati e senza padrone venivano dipinti come depressi (Jessie) o talmente disperati da diventare malvagi (Lotso). Bo è invece sicura di sé, indipendente, e trasporta Woody in un viaggio all’interno di un negozio di antiquariato e di un’area gioco in cui altri giocattoli vivono serenamente la propria indipendenza, mettendo in crisi tutte le certezze e i capisaldi della vita di Woody.
Il secondo personaggio chiave è invece la new entry Forky: insicuro di sé e della sua natura, Forky sogna solo di tornare nel cestino, sorta di coperta di Linus in grado di dargli conforto e cui cerca disperatamente di tornare. Woody cerca in ogni modo di convincere la nevrotica posata-giocattolo di quanto lui sia ora importante per Bonnie, e di come la sua missione sia di farla felice: così facendo, comincia a interrogarsi sulla sua funzione e sulla sua inesorabile obsolescenza, pur non ammettendolo nemmeno a se stesso.

Toy Story 4 è il film che consacra definitivamente Woody come il vero protagonista della saga, facendoci vedere ancora una volta il mondo attraverso i suoi occhi e trasportandoci nel suo viaggio alla ricerca di se stesso. Se Toy Story 3 parlava dell’importanza di accettare il cambiamento, il quarto capitolo si interroga su cosa sia il vero cambiamento, e su quanto il passato condizioni la nostra capacità di vedere il futuro e di immaginare un nuovo inizio. Le gag esilaranti e gli irresistibili nuovi personaggi (Duke Caboom e il meraviglioso duo formato da Ducky e Bunny su tutti) accompagnano un’ineludibile malinconia di fondo, che scorre come un fiume carsico lungo tutto il film per poi sbucare in superficie in un finale di rara bellezza e potenza emotiva, che non mancherà di commuovere anche gli spettatori più aridi, e che soprattutto porta a compimento il percorso di Woody, Buzz, e di tutta la banda in maniera del tutto inaspettata, dimostrando ancora una volta la maestria narrativa della Pixar (qui incarnata dagli sceneggiatori Stephany Folsom e Andrew Stanton).

Toy Story 4 chiude il cerchio ancora meglio di quanto avesse già fatto Toy Story 3, spingendoci a interrogarci non sono sul nostro scopo nella vita e sull’importanza di perseguirlo, ma anche su cosa significhi davvero un finale: a volte non basta voltare pagina, ma bisogna avere il coraggio di una rivoluzione che scuote alla radice i nostri convincimenti, al fine di evitare di ricadere nel “cambiare tutto per non cambiare niente” di gattopardiana memoria.

Toy Story 4 è un viaggio della memoria che celebra la magica storia della Pixar e dei suoi protagonisti più amati, ma al tempo stesso la proietta nel futuro, promettendo di portare il ricordo dell’amicizia di Woody, Buzz, e tutta la banda nell’unico luogo possibile: verso l’infinito, e oltre.

*****

Pier

giovedì 6 giugno 2019

John Wick 3 - Parabellum

Si vis actionem, para Keanu



La saga di John Wick piomba nel mondo cinematografico nel 2014. L'arrivo è quasi silenzioso, in sordina, e nessuno può sospettare che un film diretto da un ex stuntman e con un protagonista l'amabile ma non esattamente di primo pelo come Keanu Reeves sarebbe diventato il primo capitolo di una delle saghe action migliori degli ultimi anni, nonché uno dei pochi franchise originali prodotti da quella fabbrica di remake e affini che è diventata Hollywood. Il motivo del successo è semplice: una storia semplice (semplicissima), ma girata con un sincero amore per il genere, coreografie e riprese spettacolari e degni dei grandi film di genere asiatici, e dei personaggi ben costruiti e ben interpretati. A questo si aggiunga la creazione di un'intrigante società parallela degli assassini, solo accennata nel primo capitolo ma sviluppata appieno nel secondo e ulteriormente approfondita nel film appena uscito.

Anche questo capitolo, come il secondo, riparte subito dopo la fine del precedente; e anche questo capitolo, come il secondo, alza l'asticella dell'azione a un livello che sembrava semplicemente impossibile. Abbandonando fin da subito ogni pretesa di veridicità, il film si concentra sulla spettacolarità delle scene, e fa centro a ogni singolo minuto: John viene scaraventato in mezzo a un combattimento con un gigante in biblioteca, un inseguimento a cavallo per le strade di Manhattan, una scuola di danza classica che non è quello che sembra, un'odissea solitaria nel deserto, una sparatoria spettacolare a Marrakesh, e chi più ne ha, più ne metta.

Ogni combattimento è ripreso con grande dovizia di particolari, facendo largo uso di piani sequenza e inquadrature larghe al fine di immergere gli spettatori nell'azione e permettere loro di vedere ogni dettaglio, di sentire ogni pugno, ogni calcio, ogni sparo. La precisione di coreografie e riprese è lontana anni luce dai montaggi forsennati di certi film americani, che fanno intuire l'azione e le botte senza mai farle vedere veramente.

Al centro di tutto questo c'è lui, Keanu Reeves, la perfetta incarnazione di quell'assassino travolto dalla vita che è John Wick, il volto scorato e la voce ridotta a un ringhio. Keanu si presta anima e corpo (è proprio il caso di dirlo) al personaggio, creando un'empatia ineludibile con lo spettatore nonostante l'assurdità delle vicende narrate, come ogni buon film d'azione dovrebbe fare. Keanu si diverte nella parte e si vede, sia nei combattimenti corpo a corpo affrontati senza stunt, sia nelle gustose citazioni di Matrix, la saga che lo ha reso famoso.

Attorno a lui gravitano personaggi dal carisma fumettistico, ma allo stesso tempo dotati di una backstory che conferisce alle loro azioni una gravitas e una motivazione che li rendono più reali, e di portare in vita in modo credibile quel sottobosco criminale che è uno dei punti di forza della saga.

John Wick - Parabellum è un piccolo capolavoro nel genere, e il degno terzo capitolo di una saga che finora, come il suo protagonista, non ha sbagliato un colpo; una saga che ha imparato la lezione di Mad Max: Fury Road, capendo che il segreto di un buon film d'azione sono personaggi ben costruiti, un mondo credibile e dotato di profondità e le immagini - immagini realistiche, fatte di sudore, sangue, e lividi, e non di tonnellate di computer grafica. John Wick funziona perché vediamo il personaggio soffrire, combattere, e sopravvivere quasi per miracolo, senza mollare mai, immerso in un mondo affascinante e ostile che è solo la versione romanzata ed estrema di quello in cui ci troviamo a vivere.

**** 1/2

Pier