mercoledì 29 maggio 2019

Rocketman

Tra sogno e realtà


Il film racconta l'abbacinante carriera di Reginald Dwight, che da timido ragazzo di provincia con la passione per il piano si trasforma in showman e rockstar multimilionaria con il nome di Elton Hercules John.

La comparsa sulla scena di Elton John sconvolse come l'esplosione di una bomba il panorama musicale dell'epoca, catapultandolo istantaneamente nel gotha della musica mondiale. Rocketman non ha la forza dirompente del suo protagonista, ma riesce comunque a distinguersi e a ritagliarsi una sua identità all'interno della miriade di film ispirati o dedicati alle star della musica. Se infatti il contenuto della vicenda narrata non è particolarmente originale, e anzi segue in modo quasi pedissequo la struttura classica della sceneggiatura (presentazione, ascesa, successo, crisi, redenzione), è nella struttura della narrazione che Rocketman dimostra una grande abilità di sperimentare e contaminare i classici stilemi del genere.

I film bio-musicali si dividono solitamente in due filoni: da un lato musical come Mamma Mia! o Across the Universe, dove le band vengono fatte rivivere attraverso le loro canzoni, ma raccontando una trama del tutto slegata dalla loro storia; dall'altro quelli come Bohemian Rhapsody o Quando l'amore brucia l'anima, che raccontano più o meno fedelmente le vicende umane e professionali dei protagonisti 1. Rocketman unisce queste due tradizioni, mescolandole in un felice e riuscito connubio in cui le canzoni sono cantate sia dall'Elton-cantante, sia dall'Elton-personaggio, creando una sospensione tra realtà e finzione che diviene la cifra della narrazione. Il film alterna momenti biografici, sia divertenti che strazianti, a momenti onirici, e lo fa senza preoccuparsi di demarcare nettamente il confine tra gli uni e gli altri. Elton canta di fronte al pubblico, e all'improvviso comincia a volare; Elton si butta in piscina, e vede il suo io bambino vestito da astronauta. Il racconto procede per ellissi, alternando il passato a un presente in cui Elton, vestito non a caso da diavolo, rievoca i momenti chiave della sua carriera.

Questo continuo alternarsi delle due dimensioni del canto e della narrazione sospende il film in un'atmosfera sognante e trasognata, in cui vediamo le due facce di Elton John e assistiamo alla lotta tra le sue identità come fossimo nella sua testa, seguendolo nella polvere e sull'altare, nei momenti di gloria e in quelli in cui tocca il fondo, raccontando una storia classica in modo innovativo e originale.
Per una strana ironia della sorte, queste innovazioni vengono apportate da Dexter Fletcher, già regista di Eddie the Eagle, ma soprattutto regista "occulto" di quel Bohemian Rhapsody che rappresenta invece l'emblema del biopic "classico" e più convenzionale. Alla ricostruzione fedele e quasi documentaristica di Bohemian Rhapsody, Fletcher oppone qui una visione d'insieme più complessa e coraggiosa, che rende giustizia alla complessità di Elton John e lascia il rimpianto per cosa avrebbe potuto essere il biopic sui Queen se lo si fosse affidato interamente alle sue mani.

La forza del film, oltre che nella musica, sta nella fotografia, ricca di gustose trovate visive (fin dalla scena d'apertura) e capace di raccontare visivamente la strabordante e complessa personalità del protagonista. A prestare viso e voce a Elton John c'è Taron Egerton, impegnato in una parte lontana anni luce da quelle che lo hanno reso celebre, e autore di una prova eccellente, in cui riesce non solo a risultare perfettamente somigliante a Elton John a livello fisico ed espressivo, ma anche ad affrontare con perizia la non semplice parte vocale: se Rami Malek ha vinto l'Oscar per la sua interpretazione di Freddie Mercury, Egerton può senza dubbio aspirare almeno a una nomination.

Rocketman è un film peculiare e originale che, pur mantenendosi nei canoni del film biografico, riesce ad innovare all'interno di essi, offrendo un ritratto fresco, flamboyant e visivamente travolgente di una delle icone della musica mondiale e aprendo nuove strade per un genere che sembrava aver esaurito la sua spinta creativa.

*** 1/2

Pier

1: una categoria a parte meritano capolavori come I'm not there, che partono dal biografico per fare qualcosa di completamente diverso.


giovedì 23 maggio 2019

Pokémon - Detective Pikachu

Ingannevole è il trailer più di ogni cosa



Quando era un bambino, Tim Goodman sognava di fare l'allenatore di Pokémon. Qualcosa è però cambiato, e ora, a ventidue anni, Tim non vuole sentir parlare di Pokémon. Tuttavia, la morte del padre detective lo costringe a recarsi a Ryme City, la metropoli dove umani e Pokémon vivono fianco a fianco. Scoprirà che la morte del padre è avvenuta in circostante sospette, e si ritroverà a indagare con il vecchio partner del genitore, un Pikachu caffeinomane con cui solo lui riesce a comunicare.

Chi scrive cerca ormai da qualche anno di non farsi influenzare troppo dai trailer: le aspettative tradite (in positivo e in negativo) sono state abbastanza da farmi dubitare di ciò che vedo in un video che è comunque prima di tutto un prodotto promozionale. Tuttavia, devo ammettere di esserci cascato con Detective Pikachu: il trailer lasciava pensare che il film fosse una commedia poliziesca sui generis, in cui il poliziotto esperto è un Pokémon parlante e il novellino il figlio del suo vecchio compagno. Nonostante il film fosse chiaramente indirizzato prima di tutto a un pubblico giovanile, mi ero illuso, forse anche per la presenza di Ryan Reynolds a dare la voce al più famoso dei Pokémon, che il film avrebbe saputo parlare anche agli adulti grazie a un'ironia sagace e al lavoro sui personaggi.

Il film, purtroppo, non è nulla di tutto questo, ma è semplicemente un film per bambini, e viene declinato come tale: i pochi colpi di scena sono abbastanza telefonati, la storia è semplicissima e poco originale (l'idea di Ryme City è identica alla premessa di Zootropolis, e viene persino ripreso visivamente l'arrivo in treno nella città), e la piattezza dei personaggi umani è disarmante anche per un pubblico infantile. La cosa più deludente, tuttavia, è che non si ride mai: laddove la linearità della trama potrebbe essere anche apprezzabile, la totale mancanza di momenti comici è davvero inspiegabile, soprattuto per un franchise che ha fatto della simpatia dei suoi personaggi uno dei punti di forza. Persino le sequenze che sembravano esilaranti nel trailer non riescono a strappare più di un sorriso, e il film si trascina stancamente verso un finale che, pur offrendo l'unico momento vagamente emozionante del film, mette un grosso punto di domanda sul possibile futuro del franchise, cancellandone quello che poteva esserne il punto di forza.

Il trailer non è invece ingannevole per quanto riguarda la resa visiva dei Pokémon: le creature sono rappresentate con un realismo e una ricchezza visiva incredibile, e quasi si fatica a credere che non siano animali reali. Se Pikachu è quello su cui si concentrano giocoforza gli sforzi produttivi, anche tutte le altre creature, comprese quelle che compaiono per pochissime inquadrature, sono realizzate con una qualità prima sconosciuta ai film di questo genere, sia in termini di texture che di espressività. In questo senso, Detective Pikachu sembra aprire immense possibilità non solo per un futuro franchise, ma per l'animazione mista in generale, dimostrando una padronanza della tecnologia e dell'interazione tra attori e creature in computer grafica immensamente superiore a quello visto, per esempio, nella versione live action de La bella e la bestia.

Detective Pikachu è, a conti fatti, un film dignitoso e, per un pubblico giovanile, persino godibile, come dimostrano anche gli ottimi risultati al box office. Tuttavia, sembra aver buttato al vento la possibilità di essere qualcosa di più intelligente, divertente e profondo, rinunciando a conquistare gli adulti e a differenziarsi da altri prodotti destinati a un pubblico infantile.

**

Pier

mercoledì 8 maggio 2019

Stanlio e Ollio

Storia di un'amicizia


Regno Unito, 1953. Sono passati sedici anni dal momento d'oro della loro carriera hollywoodiana, e Stan Laurel e Oliver Hardy sono costretti a sbarcare il lunario imbarcandosi in una tournée teatrale in Inghilterra. Anche il teatro, tuttavia, è in crisi, e Stanlio e Ollio dovranno dare fondo a tutta la loro bravura per attirare il pubblico in teatri di second'ordine. La tournée si rivela ben presto per ciò che è realmente, un viaggio sulla strada della memoria, lastricata di rancori, gioie, risate e lacrime, e che li porterà a riconsiderare la loro relazione professionale e la loro amicizia.

Può un film riuscire a commuovere fino alla lacrime con una semplice scritta in sovrimpressione? Basterebbe questo aneddoto per raccontare la portata emotiva di Stanlio e Ollio, un film che non brilla per originalità della messa in scena, ma compensa più che egregiamente con una sceneggiatura ai limiti della perfezione e due attori in stato di grazia. Il film è la storia di un'amicizia e di una eccezionale partnership artistica, entrambe raccontate nel momento del crepuscolo: incontriamo Stan Laurel e Oliver Hardy quando sono ormai anziani, malati, dimenticati negli Stati Uniti e quindi costretti a un tour teatrale nel Regno Unito. Anche la loro amicizia non è più quella di una volta, e ne scopriremo le cause durante il film (vi diremo solo che c'entra un elefante).

Ciò che resta intatta, pura, impervia alle acredini e al passare del tempo, è la loro capacità di far ridere: il film riesce a trasmettere alla perfezione l'irresistibile, geniale comicità del duo sia riproducendo con fedeltà alcune delle loro gag più famose, sia costruendo la loro relazione e quella con le proprie mogli come un fantastico "double act" comico: le schermaglie (inter)coniugali sono tra i momenti migliori del film, degni di rivaleggiare con lo show che Stanlio e Ollio mettono in piedi sul palcoscenico.
La sceneggiatura affianca la comicità delle battute con una struggente nostalgia, che pervade ogni scena del film fino a diventarne co-protagonista. Vedere due giganti della risata ridotti a girare per teatri di second'ordine fa giocoforza pensare a quello che fu, in un esercizio del ricordo che è sia extradiegetico che diegetico. Stanlio e Ollio sono prigionieri del passato: vogliono superarlo, ma al tempo stesso lo rimpiangono. La loro amicizia è incrinata così come la loro arte, e nonostante ambedue ardano dal desiderio di ripararle, il passato torna sempre a galla, impedendo loro di chiudere quella porta per aprirne un'altra.


Lo sguardo malinconico al passato, e la consapevolezza silenziosa ma inconfessata che quei tempi non torneranno sono al centro del rapporto tra i due protagonisti: un rapporto fatto di non detto e di sguardi più che di battute, esattamente come la loro comicità, e rappresentato in maniera viva e struggente grazie anche alle prove superbe di John C. Reilly e Steve Coogan. La prova di Coogan è particolarmente efficace perché il suo personaggio deve essere più sottotono, dimesso, ed è quindi costruito sul non detto e sulle microespressioni del viso, laddove Reilly ha dalla sua l'imponente fisicità e una personalità più flamboyant su cui lavorare. La trasformazione di entrambi in Stanlio e Ollio è ugualmente impressionante non solo per la somiglianza fisica, ma anche per la complicità che riescono a creare e per il riuscito contrasto tra le loro maschere cinematografiche e la loro personalità nella vita reale: laddove in scena Stanlio era l'imbranato e Ollio il volitivo sicuro di sè, fuori scena le parti si invertivano, e Stanlio diventava la vera mente della coppia, con Ollio a rappresentarne il cuore. Un cuore malandato, purtroppo, la cui fragilità è la spada di Damocle che incombe per tutto il film, rendendo più amaro ogni sorriso. 

Il finale è esemplificativo in tal senso, ed è destinato a rimanere impresso a lungo nel cuore degli spettatori. È uno di quei rari casi in cui risate e lacrime si mischiano fino a diventare tutt'uno, in un turbine di emozioni che lascerà lo spettatore stravolto ma felice, in una catarsi cinematografica di rara efficacia.

****

Pier

martedì 30 aprile 2019

Avengers: Endgame

Chiudere con stile


Attenzione: questa recensione contiene spoiler sulla trama

Thanos ha raccolto tutte le Gemme dell'Infinito, e ha dimezzato gli esseri viventi nell'Universo. Gli Avengers superstiti sono decisi a non dargliela vinta, e si mettono sulle sue tracce.

Chiunque si sia mai cimentato in una qualunque forma di attività narrativa vi dirà che chiudere una storia in modo efficace è estremamente complesso: occorre portare a conclusione i vari fili della trama, concludere in modo soddisfacente l'arco dei protagonisti, creare qualche colpo di scena e al tempo stesso dare al pubblico un senso di chiusura. Chiudere male una storia può avere un impatto devastante, rovinando non solo il finale, ma anche la memoria di ciò che è stato, come se tutto ciò cui si è assistito in quel momento venisse improvvisamente privato di senso. 

Avengers: Endgame doveva assolvere alla titanica impresa di concludere una storia dipanatasi attraverso ventidue film per quasi undici anni, e la porta a termine con successo, onorando la memoria di ciò che è stato, orchestrando alla perfezione gli eventi nel presente, e gettando le basi per un futuro incerto ma intrigante.
I fratelli Russo, coadiuvati come sempre da Christopher Markus e Stephen McFeely, elaborano infatti una trama a orologeria, in cui le sorprese sono equamente distribuite nell'arco di tre ore che paiono volare, e in cui tutti gli innumerevoli protagonisti visti in questi undici anni ottengono il loro giusto momento di gloria. La memoria è la vera protagonista del film, e viene declinata in tutte le sue forme: rimorso, rimpianto, nostalgia, apprendimento, parte dell'identità.

I registi mettono in chiaro fin da subito il loro intento, e nel farlo stravolgono le prospettive dello spettatore. Laddove tutti si aspettavano un film incentrato su un nuovo scontro con Thanos, i fratelli Russo decidono di uccidere il Titano nei primi minuti del film, ma non prima di aver rivelato agli Avengers superstiti la terribile verità: ha distrutto le Gemme dell'Infinito, rendendo quindi impossibile ogni tentativo di cancellare la sua opera. Un colpo di scena congegnato alla perfezione, che rende onore sia al talento narrativo degli sceneggiatori, sia alle motivazioni e all'intelligenza di quello che è nettamente il miglior villain dell'universo cinematografico Marvel. Thanos non è un cattivo dei fumetti da operetta, ma un freddo calcolatore mosso da un ideale, per quanto folle, e disposto a dare la vita per vederlo realizzato; non vuole dominare il mondo, ma solo renderlo un luogo migliore. Prima di essere ucciso da Thor, lo vediamo intento a coltivare la terra, lontano da ogni tentazione di mantenere quel potere assoluto che le Gemme gli avevano garantito.


Gli Avengers sono annichiliti, e la parte centrale del film è dedicata all'esplorazione del loro senso di perdita, del loro fallimento. Li ritroviamo cinque anni dopo, sfatti, sconfitti, emotivamente distrutti. Ognuno cerca di reagire in modo diverso, e da questo caleidoscopio emotivo emergono momenti toccanti, comici, introspettivi, in uno strano mix che sembra destinato a fallire e che invece funziona alla perfezione, nonostante alcuni personaggi vengano forse buttati eccessivamente in burletta (Thor su tutti). Ed è in questo momento che riemerge la speranza, nelle fattezze e nei modi più inaspettati: un topo riattiva il tunnel quantico che aveva intrappolato Ant-Man, riportando Scott Lang sulla terra. Chi scrive è un fan sfegatato di Paul Rudd, ma sfido chiunque a non riconoscere la sua straordinaria capacità di rendere umano e vero il suo Scott, forse il personaggio emotivamente meglio riuscito del film. Sarà lui a elaborare un piano per annullare gli effetti della Decimazione: un viaggio nel tempo utilizzando il tunnel quantico, al fine di recuperare le pietre prima di Thanos. La sua folle idea stuzzica la mente degli Avengers, e li porta a tornare a collaborare dopo anni di lontananza: Iron Man ci mette la tecnologia, Capitan America le capacità di leader, e il viaggio nel tempo diventa realtà.

La memoria viene qui affrontata anche in chiave meta-narrativa, riportando i protagonisti ai momenti chiave della loro storia, e facendo rivivere allo spettatore snodi cruciali dei film precedenti, presentandoli sotto diverse angolazioni. Un dietro le quinte che rivela la natura sottile e illusoria dei ricordi che, lungi dall'essere obiettivo come noi ci illudiamo che siano, sono invece solo il risultato di un'elaborazione parziale di quanto successo: ciò che ci sembrava epico è ridicolo agli occhi di qualcun altro, ciò che ci sembrava tragico è in realtà solo parte della vita, un passo necessario per l'evoluzione delle cose e di noi stessi. Allo stesso tempo, tuttavia, il ricordo è anche ciò che ci sostiene, e che permette agli Avengers di continuare a sperare: quando il Thanos del passato scopre del piano degli Avengers, dunque, il ricordo diventa il nemico. L'obiettivo non è più quindi cancellare metà degli esseri viventi, ma obliterarne il ricordo, affinché possa nascere una nuova vita libera dalla memoria di ciò che è stato. 

Se la parte narrativa è pressoché impeccabile, l'unico difetto del film risiede nella fotografia, tornata banale e piatta come in Civil War, bloccata su colori grigio/bluastri che non riescono a essere tragici e che rendono il film incolore per larghi tratti, costretto a sorreggersi sugli effetti speciali per fornire un qualunque tipo di stimolo visivo.
Questo rimane tuttavia un difetto veniale in un film che conclude in modo eccezionale una saga che ci ha accompagnato per più di un decennio, assemblando (è proprio il caso di dirlo) diversi personaggi e diverse storie in un unicum di rara coerenza che costituisce una delle pagine più alte del genere supereroistico e del blockbuster hollywoodiano in generale.

Nel finale il film abbandona la vena introspettiva per lanciarsi in una battaglia campale che non mancherà di dare grandi soddisfazioni ai fan, fino a un finale di devastante portata emotiva, in grado di farci piangere di sofferenza ma anche di gioia per la conclusione semplicemente perfetta degli archi narrativi di alcuni degli eroi più popolari. Non vogliamo dire di più: ognuno potrà riempire questo spazio con il suo ricordo, il suo momento preferito del finale di una saga che rimarrà nei nostri cuori; un finale che non può lasciare indifferenti, e che dà un nuovo significato alla frase che ha accompagnato la campagna promozionale del film: a qualunque costo. 

**** 1/2

Pier

mercoledì 17 aprile 2019

Dumbo - Lo sconsiglio: puntata 18

Il cimitero degli elefanti

Raramente capita di vedere un film ad alto budget realizzato con la sciatteria con cui è stato realizzato Dumbo. La mancanza di convinzione, voglia, energie, e di una qualunque idea creativa è evidente fin dalla prima scena: la sceneggiatura è sciatta e malscritta, con dialoghi stantii e un'evoluzione della trama farraginosa eppur comunque scontata; gli attori svogliati, con un Colin Farrell che nemmeno ci prova, un Danny DeVito che si limita al compitino, un'Eva Green tanto bella quanto annoiata, e i due attori bambini più inespressivi della storia del cinema; le immagini sono piatte, banali, persino quelle in cui sarebbe bastato copiare pedissequamente l'originale, come la sequenza degli elefanti rosa; persino i freaks, uno degli elementi centrali del cinema burtoniano, non sono tali, e presentano un character design pigro e mancante di inventiva.

Burton, appunto: Dumbo è probabilmente il punto più basso della sua carriera, che già di recente non era esattamente in formissima: un film talmente inutile da risultare insensato, a meno che non lo si legga come una richiesta di aiuto. Se Dreamland (che non a caso offre alcune delle pochissime sequenze ispirate del film) è chiaramente Disneyland, Dumbo può essere visto come Burton, il freak prigioniero del mondo delle major che lo obbligano a ripetere lo stesso stanco numero tutte le sere, condannandolo a una lenta e deprimente decadenza che strappa il cuore a chi lo ricorda libero e creativo.

Questa l'unica lettura che può salvare Dumbo: quel che resta, è noia. Tanta.

Livello di sconsiglio: Altissimo (*****)


mercoledì 3 aprile 2019

Noi

Tra metafora e horror



1986, West Coast statunitense. La piccola Adelaide si allontana dalla famiglia in un luna park, e vive un'esperienza talmente inquietante da renderla afasica per molto tempo. Anni dopo, ormai cresciuta, Adelaide torna su quei luoghi con la sua famiglia. Una sera, mentre sono in casa, sul vialetto di casa si materializzano dei misteriosi visitatori: è l'inizio di un incubo che costringerà Adelaide a rivivere il suo passato.

Dopo il fulminate esordio di Get Out!, vincitore dell'Oscar per la miglior sceneggiatura, nel suo secondo film Jordan Peele non rinuncia alla commistione tra horror e critica sociale che era stata la forza del primo. La sua ambizione, però, vola alto, e ci regala un film immensamente più coraggioso ed evocativo, capace di inquietare con la sola forza delle immagini, dimostrando di aver imparato quella lezione impartita da Alfred Hitchcock e che molti registi di genere sembrano costantemente dimenticare.

La scena di apertura è una gioia visiva, in cui il lento incedere della macchina da presa, divisa tra la soggettiva della piccola Adelaide e un occhio esterno e inquietante, riesce a trasformare una passeggiata in un normalissimo luna park in una discesa agli inferi. I suoni si distorcono in maniera impercettibile, ma quel tanto che basta perché un profondo senso di inquietudine si impadronisca dello spettatore. Questa inquietudine pervade tutto il film, svanendo soltanto durante la parte centrale del film, in cui la regia si fa più piatta e convenzionale (con qualche eccezione, come le scene con il personaggio di Elizabeth Moss, eccezionale come sempre), accontentandosi degli stilemi del genere horror e piegandosi alla logica degli jump scares, degli assalti improvvisi, e dello splatter. I venti minuti finali, tuttavia, sono di una potenza visiva immensa, in cui i simboli introdotti nella prima metà del film sembrano prendere vita e diventano il cuore pulsante della storia. Tra balli, conigli, e tunnel sotterranei deserti, il film risorge a nuova vita, raccontando in quei pochi minuti l'America e la nostra psiche come pochi altri hanno saputo fare.

Laddove Noi ha una padronanza del mezzo cinematografico molto migliore di Get Out!, nella sceneggiatura si dimostra invece un passo indietro. La metafora dei cloni per parlare della disparità sociale funziona e convince appieno, ma l'integrazione tra questo elemento e il genere horror è invece malriuscita. In Get Out! il genere diventava un mezzo perfetto per veicolare il messaggio di critica sociale; in Noi, invece, il genere diventa una pastoia, che rallenta il film anziché elevarlo, costringendolo nei suoi stilemi anziché metterli al servizio della storia. Se nella parte iniziale del film il meccanismo classico della casa sotto assedio funziona e si integra alla perfezione nella trama, le ripetute ed estenuanti fughe e combattimenti con i Tethered cessano quasi subito di essere interessanti per diventare una formula trita e ritrita, che oltretutto finisce per distogliere l'attenzione dal tema e dal messaggio del film. Nella parte centrale del film ci sono paradossalmente più momenti pensati per essere spaventosi, ma pochissimi spaventi. 


La sceneggiatura zoppica anche in uno di quelli che dovrebbero essere i punti di forza di Peele, ovvero l'umorismo nero. In Get Out! lo humor scaturiva naturalmente dalle vicende narrate, e spesso esplodeva nei momenti più inappropriati, generando un effetto di straniamento che contribuiva all'atmosfera del film. In Noi, invece, i momenti comici sembrano quasi incollati con lo scotch, e scaturiscono quasi sempre dal marito di Adelaide, cui viene inopinatamente assegnato il ruolo di spalla comica e che finisce per non fare quasi mai ridere.

La recitazione è invece un punto di forza del film: Lupita Nyng'o offre una prova superba, eccezionale nella sua caratterizzazione di Adelaide e del suo clone, così diverse eppure così simili. Accanto a lei brillano i due giovani attori che interpretano i suoi figli, anche loro splendidi nella loro capacità di dare vita a due diverse incarnazioni dello stesso personaggio. Shahadi Wright Joseph diventa lentamente la guida spirituale della famiglia, mentre Evan Axel Cole ne è la coscienza silenziosa, cui viene affidata (con successo) la scena forse più importante dell'intero film, quantomeno in termini narrativi.

Noi funziona dunque meglio quando ha il coraggio di staccarsi dal genere cui dice di appartenere, usandone temi e stilemi per parlare di ciò che gli sta a cuore. Non è un caso che il film torni a librarsi altissimo nel finale, che torna sui toni e le atmosfere dei primi venti minuti, concentrandosi sulle immagini e sulle metafore piuttosto che sull'azione, e riuscendo quindi a immergere nuovamente lo spettatore nell'inquietudine e nelle scomode riflessioni sollevati dalla prima parte.
Noi è paradossalmente un horror di media qualità, ma un grandissimo film. La metafora di Peele sembra semplice, ma è in realtà estremamente profonda e stratificata, e si insinua nella mente dello spettatore, mettendovi radici e costringendolo a riflettere su quanto visto anche dopo la visione.

****

Pier

mercoledì 20 marzo 2019

Captain Marvel (In pillole #15)

DejAvengers


Un supereroe smemorato, che a poco a poco riscopre la sua identità - una scoperta, questa, che lo costringerà a compiere una scelta lacerante; la scoperta, l'ennesima, di avere poteri ancora più grandi di quanto creduto in precedenza.

Se questa trama suona familiare è perché lo é: è la base di praticamente qualunque film, fumetto e cartone animato uscito negli anni Novanta, da Dragonball in poi. E, per quanto Captain Marvel sia ambientato negli anni Novanta (una delle poche scelte originali e riuscite), siamo ormai nell'anno 2019: di origin stories di supereroi ne abbiamo viste fin troppe, e raccontare la storia a ritroso non può bastare per ridare originalità a una forma trita e ritrita. E no, il sesso della supereroina non può e non deve essere considerato un elemento distintivo della trama, e confidiamo che anche la Marvel la pensi nello stesso modo.

Non è un caso che le parti migliori del film siano quelle ambientate sulla terra, quando finalmente il film si distacca dall'archetipo in cui si è autoimprigionato per diventare una sorta di Men in Black in salsa supereroistica, con Nick Fury (un Samuel L. Jackson ringiovanito in modo incredibilmente realistico dalla CGI, forse la cosa più sorprendente del film) a fare da mattatore e Captain Marvel, alias Carol Danvers, finalmente libera dalle pastoie di un addestramento militare visto e rivisto e del classico trauma dell'eroe smemorato.

Samuel L. Jackson e Brie Larson hanno una chimica innegabile, ed è un piacere vederli interagire sullo schermo: i loro dialoghi sono uno dei punti di forza del film, e ciò che riesce a dargli una caratterizzazione che lo differenzia da quanto visto in passato. In generale le trovate comiche sono ottime, dalle gag con il gatto Goose, forse il vero mattatore del film, ai dialoghi con gli Skrull.
Per il resto la sceneggiatura è abbastanza piatta, soprattutto nella prima metà, con colpi di scena che non sono tali e una certa lungaggine nelle vicende narrate. A questo si aggiunge una regia pedissequa e poco ispirata, che manca del ritmo di un Ant Man o della scanzonatura dei Guardiani della Galassia, e si limita a eseguire il compitino.

Captain Marvel strappa una sufficienza risicata, forse non tanto per sue colpe specifiche, quanto per il fatto di arrivare fuori tempo massimo, in un mercato saturo di supereroi. Poteva però essere l'occasione per provare qualcosa di nuovo, una variazione sul tema che consentisse alla Marvel di introdurre un personaggio fondamentale per il prosieguo degli Avengers, ma che al tempo stesso ci portasse in territori inesplorati a livello narrativo e visivo (cosa che, ad esempio, Doctor Strange aveva almeno provato a fare).
Il film risulta quindi solo un enorme déjà vu, un prodotto di intrattenimento ben confezionato, ma destinato a essere dimenticato non appena usciti dalla sala.

**1/2

Pier