domenica 27 agosto 2023

Oppenheimer

Il dramma di Prometeo


Il film racconta la vita di Robert J. Oppenheimer, dagli inizi nella fisica al progetto Los Alamos, in cui guidò il team che creò la prima bomba atomica, passando per gli anni successivi alla fine della guerra, quando si batté per la non-proliferazione.

Sulla carta, Oppenheimer potrebbe apparire un film poco nolaniano: si tratta, in primo luogo, di un film biografico, senza quell'elemento "di genere" che rimaneva comunque presente nell'altro film più "classico" di Nolan, Dunkirk. Ci sono molteplici piani narrativi, certo, ma sono molto semplici da decodificare, semplici "avanti e indietro" temporali che non disorientano nemmeno per un attimo, ben lontani dagli intricati e molteplici piani di trama di Inception e Tenet, ma anche dai semplici cambi di prospettiva di The Prestige. 

Eppure Oppenheimer è forse la summa del cinema nolaniano, l'apice (per ora) della sua analisi della finitezza dell'uomo, declinata in un'ossessione per il tempo (cronologico, ma soprattutto cinematografico) e nella sua attrazione per il sublime, per ciò che terrorizza e al tempo stesso attira, per quelle oscure pulsioni che ci portano a spingere sempre più in là i limiti di ciò che è umanamente possibile. Il tempo è materia plasmabile nelle mani di Nolan, che lo manipola a suo piacimento: anni di vita diventano pochi minuti di montaggio, mentre un'audizione al Congresso viene riportata praticamente in tempo reale. Non è un caso che Nolan dilati i momenti che si focalizzano sul percorso alla ricerca del Vero, uno dei grandi obiettivi della scienza, destinato però a eludere tutti, anche le menti più geniali, come ben illustrato dalla figura di Einstein e del misterioso dialogo tra lui e il protagonista che verrà rivelato solo a fine film: anche i geni, in fondo, vengono superati, sorpassati da una realtà che si rivela sempre più complessa di quel che vorremmo, sempre un passo avanti rispetto ai nostri tentativi di scoperta.

Oppenheimer è un moderno Prometeo, che nel fornire agli uomini il controllo su un'energia primordiale (l'atomo come il fuoco) dà anche loro la chiave per distruggersi. L'uomo vuole decifrare la natura, capirla, imbrigliarla, piegarla ai suoi voleri. Ma questo anelito ha un costo terribile, che spesso sfugge alla comprensione di chi lo persegue, fino a quando la realtà non gli sbatte in faccia la verità - la scena in cui Oppenheimer capisce che l'atomica non porterà alla "fine di tutte le guerre" ricorda da vicino il memorabile dialogo tra Michael Caine e Hugh Jackman in The Prestige, un altro momento in cui il lato oscuro della scienza veniva rivelato in tutto il suo dirompente orrore.

Oppenheimer è un uomo in perenne tensione, in balia di forze uguali e opposte che lo tirano in direzione diverse: scienza e politica, scoperta ed etica, lavoro e famiglia, passione e amore. Tutto, intorno a lui, è funzionale (il che ha portato a comprensibili polemiche circa la scarsa profondità di scrittura di alcuni personaggi, quello di Florence Pugh su tutti) al raggiungimento di un obiettivo che però è sempre cangiante, mutevole, il che fa sì che anche ciò che vuole Oppenheimer sia sempre indefinito, sfuggente, impossibile da comprendere per gli altri e, forse, anche per lui stesso. Nolan esalta la figura del genio solitario ma, al tempo stesso, la demitizza, la priva di ogni sovrastruttura, rendendola carne e calandola in un contesto collettivo, in cui il merito è condiviso ma la responsabilità ricade sulle spalle solo di alcuni. Più che un dramma di genialità, quello di Oppenheimer è un dramma del potere, che porta il protagonista sulla polvere e sull'altare nonostante le sue azioni non siano che il prodotto di un lavoro di gruppo, nel bene e nel male. 


La demitizzazione colpisce anche il progresso scientifico: ciò che eleva Oppenheimer non è solo la sua ricerca della verità e la sua passione per la scoperta, ma è il dubbio, un dubbio generativo che fa sì che, anziché preoccuparsi di difendere la sua eredità, si scagli senza patemi contro il figlio che ha contribuito a partorire una volta che ha compreso il vaso di Pandora che ha scoperchiato. Oppenheimer non è, infatti, solo Prometeo, ma anche Epimeteo, colui che porta il Male (per riprendere una geniale intuizione di David Lynch nell'ultima stagione di Twin Peaks) nel mondo ma, a differenza del suo grande rivale (non diremo chi per evitare spoiler) ha la capacità di riconoscerlo, di mettere la verità davanti al suo orgoglio scientifico, alla sua reputazione, al desiderio di gloria e onori.

Nolan firma una sceneggiatura ad orologeria di cui il montaggio è parte integrante, con dialoghi ad orologeria che si alternano in un crescendo di ritmo che non lascia un attimo di respiro, soprattutto nella prima parte. La fotografia indugia su primi piani di Oppenheimer, come a voler scavare in un animo che invece vuole solo nascondersi dal mondo, esibendo una facciata di volta in volta diversa, ma scarta spesso anche su immagini degli elementi, delle esplosioni, una rappresentazione visiva del sublime che riflette l'orrore e l'attrazione che attanagliano l'anima del protagonista. Il lavoro più clamoroso, però, è quello sul sonoro, elemento che Nolan cura come forse nessun regista in attività: Nolan sceglie il silenzio laddove ci si aspetterebbe rumore, e rumori assordanti laddove ci si aspetterebbe silenzio, creando una continua contraddizione che segue le tribolazioni di Oppenheimer e che si sposa perfettamente alla splendida colonna sonora di Ludwig Göransson.

Tutto il grande lavoro del regista sarebbe sprecato, però, se non fosse sostenuto da un cast di prima grandezza. Cillian Murphy si rivela finalmente al grande pubblico come uno dei più grandi attori in circolazione. La sua prova è un manuale di espressioni trattenute eppure rivelate, il suo sguardo di ghiaccio e il suo viso scavato che rivelano il rovello interiore dell'enigmatica sfinge che interpreta. Intorno a lui brillano un po' tutti, da un Josh Hartnett quasi irriconoscibile a un Kenneth Branagh perfetto nella parte di Bohr, passando per Matt Damon e per chi ha ruoli minoti ma comunque fondamentali, come Rami Malek e Gary Oldman. Robert Downey Jr conferma di essere un attore eccezionale, interpretando alla perfezione un personaggio complesso e centrale come Lewis Strauss. Una nota di merito va però alle due interpreti femminili, Florence Pugh ed Emily Blunt, che riescono a dare spessore e profondità a due personaggi che, come spesso capita a Nolan, sembrano scritti in maniera monodimensionale. Il cambio di intenzioni di Blunt durante la sua testimonianza alla commissione per l'energia atomica, in particolare, è un pezzo di bravura.

Nolan realizza un film complesso, ambizioso, stratificato, che riesce però a intrattenere nonostante una durata mastodontica e un tema non certo leggero. Oppenheimer è grande Cinema: è il lavoro di un grande regista in pieno controllo dei propri mezzi, capace di dosare sapientemente riflessione filosofica e spettacolo, introspezione e ritmo narrativo, realizzando un film che entra nella testa, nel cuore e nelle ossa, e ci pone di fronte a interrogativi vecchi come il mondo, ma che oggi più che mai ci sembrano lontanissimi dall'essere risolti. 

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Pier

lunedì 24 luglio 2023

Barbie

Life of plastic ain't fantastic

Barbie Stereotipo vive a Barbieland, un Eden rosa confetto dove tutto è perfetto e le varie Barbie conducono la vita che desiderano. Improvvisamente, però, Barbie Stereotipo viene assalita da pensieri di morte, e comincia a perdere la sua perfezione: per ritrovarla, dovrà avventurarsi nel nostro mondo, dove troverà una realtà molto diversa da quella che immaginava.

Cosa significa essere donne, e in particolare essere donne oggi? Domanda da un miliardo di dollari, che domina da tempo discorsi in circoli intellettuali e sui social media (con fazioni faziose l'un contro l'altra armate che troppo spesso soffocano le voci di chi ha davvero qualcosa da dire) e, in misura minore (fin troppo minore), quelli della politica. Molte, ma soprattutto molti, dei partecipanti a questo dibattito avrebbero sorriso condiscendenti se un mese fa qualcuno avesse detto loro che una delle risposte più convincenti, per quanto giocoforza non approfondite, a questa domanda sarebbe arrivata da un film mainstream hollywoodiano, uno di quelli progettati per guadagnare soldi. Il sorriso si sarebbe trasformato in risata sguaiata se questo qualcuno avesse detto loro che il film in questione avrebbe avuto per protagonista Barbie, colei che per le fazioni faziose rappresenta o il simbolo di quando le donne "facevano veramente le donne", prima che saltassero loro strani grilli per la testa come, che so, la parità di trattamento; oppure, dall'altra parte, il simbolo del patriarcato turbocapitalista con scappellamento a destra come fosse Soros.

Ambedue le fazioni avrebbero torto. Greta Gerwig realizza un film che qualcuno ha già definito, a ragione, un potenziale cult generazionale: un film divertentissimo, visivamente abbacinante e ipercreativo, e al tempo stesso in grado di parlare di condizione femminile in modo efficace, senza risultare né eccessivamente didascalico, né troppo superficiale. Chiariamoci, il livello di approfondimento avrebbe indubbiamente potuto essere maggiore, ma non in un film del genere, che mira a parlare a un pubblico grande, grandissimo: l'analisi più approfondita spetta a film come Una donna promettente, che hanno un target di pubblico (ed economico) molto più ristretto. Il miracolo di Gerwig sta nel riuscire a parlare comunque di condizione femminile, patriarcato e mascolinità in un film dai colori pastello che ha come protagonista Barbie, sfruttando proprio l'ambiguità culturale della bambola per portare avanti il proprio messaggio.


Barbie è uno di quei film che non si può fare a meno di descrivere con l'abusata parola stratificato: c'è il puro intrattenimento, con alcuni dei momenti più divertenti dell'anno cinematografico, ma c'è anche una metafora biblico-religiosa, un Eden a sessi invertiti in cui il patriarcato si insinua come il biblico serpente, e in cui la presa di coscienza porta all'emancipazione (sarebbe felice Milton); c'è una fantasia con momenti di follia degni dei Looney Tunes, ma c'è anche una riflessione sul riappropriarsi della propria narrativa, con il gioco "sbagliato" che si rivela più giusto di quello "corretto" e predefinito; c'è, come detto, una riflessione sulla femminilità, ma anche una sulla mascolinità fragile, perfettamente incarnata dal Ken di Ryan Gosling, co-protagonista flamboyant che cerca (e spesso riesce, in modo goffo ed esilarante) a rubare lo schermo all'eroina del film; c'è, infine, un film per ragazze che hanno appena dismesso le loro Barbie, e per donne che le hanno dismesse tempo fa, e che ora, forse, le riscoprono con le proprie figlie.

Ci sarebbe ancora tanto da dire sui temi del film, ma mi limiterò a dire che Gerwig ha il grande merito di non fermare la "critica a Barbie" a quella, delle sue impossibili proporzioni fisiche e al conseguente irraggiungibile ideale di perfezione, ma di sviscerare quello che è, forse, un problema ancora più grave creato dalle varie incarnazioni della bambola: quello di aver fatto credere a tantissime bambine di poter essere tutto ciò che volevano (artiste, astronaute, medici), come se tutto fosse a portata di mano: non è un caso che l'atto dirompente di Barbie, quello che mette in moto l'azione e squarcia il velo di Maya è il tentativo di creare Barbie che raccontino la realtà del nostro mondo, una realtà in cui le donne devono combattere contro barriere di ogni genere (esplicite e implicite, esterne e introiettate) per poter trovare un proprio posto nel mondo.

Gerwig, con abilità da equilibrista, riesce a mantenere in equilibrio tutte queste anime, realizzando uno dei prodotti più metatestuali mai visti al cinema (nemmeno Lego Movie aveva toccato queste vette). A volte il gioco le sfugge di mano, è vero, e ci sono alcuni punti in cui la trama è meno scorrevole: le scene con i dirigenti di Mattel, ad esempio, sono abbastanza superflue, e sembrano quasi un excusatio non petita con cui Gerwig cerca di far vedere che attacca anche l'azienda che sta producendo il film - un esercizio non necessario visto ciò che fa nel resto del film. 
La regista, tuttavia, riesce nella difficile impresa di non farsi intrappolare né in un eccessivo world building, né in una furia moralizzatrice che avrebbero azzoppato il film. Barbieland esiste, e basta: la spiegazione di "come funziona" è di quelle che ci aspetteremmo nei film di fiabe o, appunto, in un corto con Road Runner e Will. E. Coyote. Allo stesso modo, l'unico vero "spiegone" del film, un monologo affidato ad America Ferrera, viene declinato in modo geniale, e riesce a essere sia un momento di risveglio (il momento in cui ogni donna scopre di star giocando a un gioco truccato), sia una parodia dei discorsi motivazionali da film sportivo che tanto piacciono al pubblico maschile: se lo avete trovato ridondante o poco realistico, provate a riguardare un monologo come quello di Al Pacino in Ogni Maledetta Domenica e chiedervi chi farebbe un discorso del genere nella vita reale (risposta: nessuno, nella vita reale va più o meno come nel Maledetto United).


Visivamente, Barbie è un trionfo: dalla scenografia alla fotografia, passando per i costumi, raramente si è vista una perfezione di colori, forme e proporzioni (al di fuori di un film di Wes Anderson), che tocca il suo apice in un momento che coinvolge tutti i Ken verso la fine del film. Il comparto musicale non è da meno, tra canzoni in stile musical e musiche di successo che si integrano perfettamente nell'anima pop del film, che con piglio warholiano prende un'icona e la reimmagina con l'occhio dell'artista.
Il cast è semplicemente perfetto: Ryan Gosling domina la scena con un giusto mix di bovina idiozia, plasticosa avvenenza, e pericolosa stolidezza, ma Margot Robbie offre una performance fenomenale, meno appariscente ma tremendamente efficace, fatta di microreazioni e gesti che donano un'anima alla bambola di plastica più stereotipata che ci sia. Accanto a loro da segnalare anche le prove di America Ferrera, vero cuore morale ed emotivo del film, Kate McKinnon, fenomenale Barbie Strana, e Michael Cera, uomo anonimo e, al tempo stesso, molto più profondo dei suoi "amici" Ken.

Barbie è un animale mitologico che credevamo estinto, un blockbuster d'autore che adotta un taglio postmoderno che non tutti riusciranno a digerire. Per molti risulterà ipertrofico, un film che prova a dire troppo senza dire nulla: è una critica legittima, anche se chi scrive non concorda vista la complessità e la stratificazione che Gerwig è stata in grado di creare. A risultare artificiose o, peggio ancora, preconcette sono le critiche di alcuni commentatori (tutti di sesso maschile) che, come ben evidenziato da altre persone più qualificate di me, sembrano sorpresi e addirittura stizziti nel trovarsi davanti un prodotto di cui, udite udite, non sono il target principale. Ricordano, in tal senso, le critiche piombate addosso a Black Panther, accusato di non pensare abbastanza al pubblico bianco, classico target dei film di supereroi.

Barbie è un film scritto pensando alle donne, è vero; ma non è, nonostante quanto possano dire alcuni, un film che odia gli uomini, a meno che lo spettatore non veda come un insulto il fatto che una bambola anonima, accessoria e dal sorriso stolido come Ken venga rappresentato come un personaggio anonimo, stolido, e accessorio. Barbie è, invece, un film che ha tanto, tantissimo da dire anche agli uomini: basta voler ascoltare o, se proprio si vuol fare orecchie da mercante, farsi trascinare da un ottovolante forse un po' troppo lungo, ma coloratissimo e divertentissimo.

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Pier

domenica 23 luglio 2023

Mission: Impossible - Dead Reckoning

L'inizio della fine



Un nuovo pericolo minaccia il mondo: è l'Entità, un'intelligenza artificiale divenuta senziente che ogni governo vorrebbe controllare. Per farlo servono però due chiavi e, soprattutto, conoscere la location della serratura che aprono. Ethan Hunt e il suo team vengono messi sulle tracce delle chiave, ma dovranno scontrarsi con nuovi amici e nemici, tra ladre internazionali, killer letali, e profeti dell'Entità stessa.

Non sappiamo se davvero Tom Cruise concluderà le sue missioni impossibili con il secondo capitolo di Dead Reckoning. Gli incassi sono ancora alti, e il pubblico non dà alcun segno di essersi stancato di una saga che ha saputo reinventarsi come poche altre. Mission: Impossible si è infatti costruita a poco a poco una mitologia interna che, pur rimasta sotto traccia fino a Ghost Protocol (complici anche i continui cambi di regista) è stata cristallizzata e "ufficializzata" con Rogue Nation, capitolo da cui la regia è finita nelle solide mani di Christopher McQuarrie, che la guida ancora oggi. Ethan Hunt ora ha un passato, sia prima che "nel mezzo" delle sue avventure già conosciute, ed è proprio quel passato il motore di molti degli eventi recenti della saga.

Tuttavia, gli indizi che questo possa essere l'inizio della fine ci sono tutti. Il tono dell'intero film è crepuscolare, tra committenti sempre più senza scrupoli, al punto da diventare quasi indistinguibili dai "cattivi", ad alleati che sembrano al canto del cigno. La sceneggiatura, pur non mancando di momenti di (riuscitissimo) humor, ha un tono più cupo delle precedenti, complice anche un villain tanto invisibile quanto potente, un'intelligenza artificiale che incarna tutti i nostri peggiori incubi, una versione "reale" della Skynet della saga di Terminator. La trama procede con un'inevitabilità da tragedia greca, come se tutto fosse già predefinito, prevedibile, con il braccio destro dell'Entità che prevede destini funesti come un novello Tiresia. Non tutti i passaggi sono riuscitissimi (in particolare il coinvolgimento di White Widow risulta un po' superfluo, per quanto rivedere Vanessa Kirby e il suo personaggio deliziosamente ambiguo faccia sempre piacere), ma il film azzecca in pieno il tono e, come sempre, il ritmo, che non cala mai di intensità nonostante la durata monstre e, appunto, un po' eccessiva.

I nuovi personaggi sono molto ben delineati, dal Gabriel, arcangelo della nuova divinità, interpretato con vena messianica da Esai Morales, alla Paris di Pom Klementieff, letale assassina dalla faccia d'angelo debitrice tanto di James Bond quanto di Quentin Tarantino. A brillare più di tutti è però la Grace di Hayley Atwell, scritta con un taglio da ladra hitchockiana che rende le sue scene riuscitissime e molto divertenti, con un taglio da caper movie che offre un benvenuto contrasto alla tensione dell'anima spionistica del film. Accanto a loro, i "soliti" protagonisti si muovono con l'esperienza di chi ormai indossa gli abiti del suo personaggio come fossero i propri.

McQuarrie si conferma ottimo regista action, con riprese che rimangono sempre sui personaggi, senza movimenti da mal di mare che rendono impossibile capire cosa stia succedendo. Ogni pugno, ogni colpo, ogni fuga rocambolesca sembra reale, e questo è soprattutto merito della sua capacità di costruire l'inquadratura e di preferire un montaggio ampio e avvolgente anziché frenetico e martellante. Ovviamente gran parte dei meriti va anche al cast, Tom Cruise in testa, per la scelta di effettuare i propri stunt, spesso con grande sprezzo per la propria incolumità. Ci sono almeno due pezzi di bravura mozzafiato (qui il dietro le scene del più spettacolare) che lasceranno lo spettatore a bocca aperta, oltre a uno dei car chase più divertenti visti al cinema negli ultimi anni, che non esiterei a definire "Lupiniano". 

La prima parte di Dead Reckoning si conferma all'altezza degli ultimi capitoli della saga, anche se la trama un po' troppo arzigogolata lo pone leggermente alle spalle di Rogue Nation e Fallout. Riesce anche a gestire bene, e non era semplice, il fatto di essere un film giocoforza incompleto, gestendo molto bene l'arco narrativo, senza lasciare una sensazione di incompiutezza ma, al tempo stesso, lasciando lo spettatore con il desiderio di sapere come andrà a finire.

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Pier

giovedì 6 luglio 2023

Indiana Jones e il Quadrante del Destino

Chiudere con il passato


Cosa significa fare i conti con il passato? Questa domanda, un grande classico del cinema statunitense, è al centro di questo nuovo capitolo della saga di Indiana Jones - un capitolo che, a differenza del precedente, non cerca di nascondere sotto il tappeto l'età del suo protagonista, ma la abbraccia e la rende un punto centrale (e vincente, ci torneremo) della trama. La domanda, tuttavia, assume anche una connotazione metacinematografica: questo capitolo dovrebbe concludere una delle saghe più amate della storia del cinema - una saga fatta da una trilogia amatissima (con un piccolo caveat, come vedremo) e da un quarto capitolo controverso, che sicuramente non dava al personaggio la chiusura che avrebbe meritato. James Mangold, reduce dal successo di Logan, si trovava quindi davanti una bella gatta da pelare: realizzare un film che si regge sulle sue gambe, ma allo stesso tempo in grado di gestire con rispetto l'eredità dei precedenti e di chiudere in modo soddisfacente la storia di Henry "Indiana" Jones jr. Insomma, la stessa sfida che si era trovato di fronte con Logan, ma con una saga che si porta dietro un bagaglio di aspettative infinitamente più grande.

Ci riesce? Ai posteri l'ardua sentenza, ma la risposta, per quanto ci riguarda, è "sì", pur con qualche riserva. Il Quadrante del Destino sembra aver imparato dagli errori del Teschio di Cristallo, e focalizza l'azione su una caccia al tesoro vecchio stile. Le basi vengono gettate nel passato, in cui rivediamo un giovane Indiana Jones (interpretato dallo stesso Ford grazie alla CGI e a centinaia di ore di girato in possesso della LucasFilm: il risultato è un ringiovanimento molto più naturale e realistico di quello visto fin qui al cinema) alle prese con i nazisti che, ormai sconfitti, cercano di trafugare varie opere d'arte. I primi venti minuti del film sono all'altezza dei primi capitoli: ritmati, ironici, pieni di azione e con quel mix di archeologia e occulto che da sempre è una delle anime della saga. La sequenza iniziale è anche una dichiarazione d'intenti per contrasto: questo è ciò che era, ma il presente è ben diverso. 

Lo stacco di montaggio ci porta nell'appartamento newyorchese di un Indiana vecchio, sfatto, e solo. A nessuno interessa più il passato: le sue classi sono semivuote, gli studenti annoiati. Lo sguardo di tutti è proiettato verso il futuro e verso lo spazio, frontiera che sembra tutta da esplorare dopo il primo allunaggio. Indiana è diventato una reliquia, di cui nessuno sembra più sapere che fare.
Proprio dal passato, però, riemergono i due motori della vicenda: la figlioccia Helena Shaw, archeologa con molti pochi scrupoli (per chi legge i fumetti, più simile a Kranz che a Indiana Pips); e Jürgen Voller, scienziato nazista passato negli USA con l'Operazione Paperclip e artefice del recente allunaggio. A unirli, un misterioso artefatto di epoca romana che avrebbe il potere di prevedere non solo il tempo meterologico, ma anche l'apertura di anomalie temporali, varchi nello spaziotempo che permettono di collegare diverse epoche.

Il Quadrante del Destino è, a tutti i livelli, una riflessione sul tempo che passa, su cosa significhi studiare il passato e metterlo al centro della propria vita, e sulle occasioni mancate, quelle che ci fanno sperare che sia possibile tornare indietro e rimediare ai nostri errori. Indiana Jones incarna tutti questi temi, e lo fa grazie alla felice intuizione degli sceneggiatori e di Mangold, che in questo caso si dimostrano più intuitivi di Spielberg e, anziché cercare di nascondere la vecchiaia di Indiana/Harrison Ford a botte di stunt poco credibili e pietosa CGI, decidono di abbracciarla e farne il cuore della trama. 

Indiana Jones è qui più simile a un personaggio di Clint Eastwood, invecchiato ed esacerbato dalla vita, un blocco di marmo che contiene ancora il vecchio Indiana, che va però liberato a colpi di scalpello, come fosse uno dei "Prigioni" di Michelangelo. Harrison Ford è perfetto in tal senso, e dona al protagonista una dolente fallibilità che non sono si adatta benissimo alla sua età, ma è anche perfettamente coerente con l'anima di Indiana Jones - un personaggio che ha sempre fatto dell'imperfezione e della vulnerabilità la sua cifra distintiva, ciò che lo distingueva da tutti gli altri eroi d'azione degli anni Ottanta e, a parere di chi scrive, ciò che lo ha reso così popolare per diverse generazioni (qui un buon approfondimento sul tema).

Accanto a lui, Mads Mikkelsen dona la consueta aria di inquietante intelligenza al suo villain, ma a brillare è soprattutto il duo composto da Phoebe Wallers-Bridge e Ethann Isidore. Se il secondo si candida prepotentemente a essere il nuovo Shorty, la prima è semplicemente eccezionale per tempi comici e sfacciataggine, e dà vita a una versione "antieroica" di Indiana Jones, un'avventuriera senza scrupoli né morale che sembra uscita dai classici di avventura di una volta. La coppia di malandrini funziona talmente bene da lasciare il desiderio di vedere altre loro avventure.

La trama non fila liscissima: usa in modo eccessivo gli inseguimenti (soprattutto nella parte centrale), ha molte ellissi evitabili, e sul finale opera una scelta che, seppur giustificatissima da quanto visto fin lì, sembra comunque fuori posto in un film di Indiana Jones, anche se rimane anni luce più coerente rispetto agli alieni visti nel Teschio di Cristallo. Mangold riesce però a mantenere la coerenza narrativa del film usando come bussola il suo cuore emotivo, e questo fa sì che tutto, anche le sgrammaticature, converga verso un finale degno del suo protagonista, capace di emozionare anche lo spettatore con il cuore più di pietra e di compensare la mancanza di uno sprazzo creativo che elevi il tutto al di sopra della "buona esecuzione."

Il Quadrante del Destino è un'ottima avventura conclusiva per Indiana Jones, in grado di riscoprire l'anima della saga e adattarla a un protagonista invecchiato e un'epoca diversa, in cui lo stupore e il magico hanno lasciato il passo al rimpianto e alla nostalgia. Mangold realizza un film che ha un cuore vivo e pulsante e che, come Indy, pur preferendo indugiare nelle glorie passate anziché cercare nuove strade, riesce a regalarci un ultimo, avventuroso brivido.

*** 1/2

Pier

PS: Potrebbe valere anche qui, riguardo alle recensioni lette all'estero, quanto detto nella recensione di Elemental. Basti vedere la differenza tra voto della critica e voto del pubblico, riscontrabile, in queste proporzioni, solo per Il Teschio di Cristallo, ma in direzione opposta (qui trovate tutti i voti della saga). La spiegazione "cinismo" sembra sempre di più quella papabile.

giovedì 29 giugno 2023

Elemental

In difesa delle emozioni


Ember Lumen, è figlia di immigrati della Terra del Fuoco, trasferitisi a Elemental City, città cosmopolita abitata da tutti i quattro elementi, prima che lei nascesse. In città i fuochesi sono la minoranza, mentre dominano acqua, terra e aria. Ember sogna solo di far felice il padre rilevando la gestione del suo negozio, ma non riesce a mantenere la calma necessaria con i clienti. Un giorno nella sua vita piomba Wade Ripple, un acquatico: questo incontro costringerà Ember a chiedersi cosa vuole davvero.

Leggendo superficialmente le recensioni di Elemental (qui quelle anglofone, qui quelle italiane: il discorso vale per ambedue, ma soprattutto per le prime), si ha la sensazione che la Pixar abbia "perso il suo tocco": è una frase ricorrente, in una forma o nell'altra, tra tutte le recensioni negative o debolmente positive. Chi scrive non ha la presunzione di avere la verità in tasca, ma si interroga, socraticamente, su un tema: è la Pixar a essere peggiorata, o sono i critici e il pubblico "esperto" (il pubblico generalista è una storia un po' differente, come si vede ai link sopra) a essere cambiati? A scavare bene nelle recensioni, la risposta sembrerebbe la seconda. Ma andiamo con ordine.

La domanda nasce da una semplice constatazione: non c'è nulla nel film che giustifichi l'acredine spocchiosa che si legge in giro - né a livello narrativo, né a livello visivo. Partiamo dalla storia: la vicenda di Ember è della sua famiglia è stata accusata di essere "già vista" perché affronta il tema del dialogo intergenerazionale e del clash culturale - temi già affrontati da film recenti come Zootropolis o Red, prodotto dalla stessa Pixar. Peccato che Zootropolis non affronti minimamente il tema dell'immigrazione, e che Red non parli quasi per nulla del peso che i sacrifici della prima generazione hanno sui figli - due elementi centrali nella trama di Elemental. Elemental, inoltre, presenta una vera e propria anomalia narrativa nella produzione della Pixar: la centralità della storia d'amore, che solitamente viene relegata sullo sfondo (come in Monsters & Co o Ratatouille) o utilizzata come premessa narrativa (ad esempio in Up). Qui invece la storia di Ember e Wade si prende il centro della scena, e viene narrata con una dolcezza commovente. 


Certo, la storia non brilla per originalità tematica, questo è indubbio: ma compensa ampiamente con una grande originalità e autenticità emotiva, che arriva al cuore dello spettatore per vie differenti da quelle cui ci aveva abituato la Pixar, facendoci commuovere, sì, ma dalla gioia, un unicum nella storia della casa di Emeryville (non preoccupatevi, le classiche lacrime di commozione non mancano neanche stavolta). La trama, a volte, procede a salti, senza prendersi i tempi che dovrebbe per approfondire alcuni passaggi. Tuttavia, questo ritmo un po' sincopato ci regala anche uno dei pochi "terzi atti" Pixar a non prevedere un inseguimento/scena d'azione prolungata, e ci permette di concentrarci maggiormente sulle emozioni dei protagonisti.

Se sulla narrazione, comunque, si possono riscontrare dei difetti, è il comparto visivo quello che stride di più con le critiche lette. Era dai tempi di Monsters & Co. che la Pixar non realizzava dei character design così rivoluzionari a livello tecnico e visivo. L'animazione di Ember e Wade, e in generale di tutti i personaggi di fuoco e acqua, è strabiliante per come rende in modo realistico e poetico al tempo stesso i movimenti continui dei due elementi, utilizzando un mix vincente di animazione in CGI e classica. Ember, in particolare, è un personaggio che rimarrà scolpito nella memoria dello spettatore per i suoi continui cambi di colore, forma, aspetto, e per il carisma che trasuda da ogni sua espressione.


Perché, dunque, così poco entusiasmo? Un'ipotesi potrebbe essere che la perfezione della Casa della Lampadina sia diventata una maledizione, creando aspettative altissime che, quando non vengono mantenute, portano a giudizi iper-negativi, impulsivi, dimentichi del fatto che, tra il capolavoro e la schifezza ci sono mille gradazioni di grigio. È un'ipotesi valida, soprattutto perché era già successo a un film più leggero come Il viaggio di Arlo, o con il più recente Onwards: storie più intime e meno ambiziose di altre, ma non per questo meno riuscite in termini narrativi o visivi. 

La seconda ipotesi, però, a parere di chi scrive cattura meglio ciò che sta succedendo: critici e pubblico esperto sono diventati più esigenti, certo, ma soprattutto più cinici. È un trend che non si limita alla sola Pixar: si pensi a come l'espressione "fan service", che letteralmente significa far felici i fan, abbia assunto una connotazione esclusivamente negativa, indipendentemente dal fatto che gli autori lo stiano facendo con sincerità e amore o con cinismo e calcolo. Ma è un trend che giocoforza finisce per colpire maggiormente chi, da sempre, mette le emozioni al centro della storia. 

Assuefatti da una mole di materiale audiovisivo senza precedenti fornito in toto sul divano di casa * e dal cinismo sconsiderato di molte case di produzione, pubblico e critici esigono sempre più storie "non tradizionali" per ritenersi soddisfatti. Il "già visto" riceve in automatico il marchio dell'infamia - come se i grandi classici non riprendessero da sempre storie già viste, da Indiana Jones che rifà quasi uguali i classici d'avventura con cui sono cresciuti Spielberg e Lucas a Guerre Stellari che copia Dune e Kurosawa. Non conta più, insomma, che le storie emozionino - ed Elemental, come detto, lo fa alla grande. Conta solo un'originalità che deve sempre alzare l'asticella, come se raccontare in modo profondo e sfaccettato la storia di una famiglia, di una figlia e di un padre, e una storia d'amore travagliata fosse una cosa inutile, una perdita di tempo inaccettabile. Non è un caso che i film Pixar che stanno ottenendo meno successo siano film che affrontano temi quotidiani e "intimi" (su tutti, quello della genitorialità e dell' "eredità culturale") che non erano praticamente mai stati affrontati nei film di maggior successo della casa di Emeryville.

Elemental non è uno dei film migliori della Pixar, e non è un capolavoro di originalità narrativa. Tuttavia, rimane un bellissimo film, che diverte ed emoziona affrontando temi universali e riuscendo a parlare in modo diverso ma ugualmente efficace ad adulti e bambini attraverso un'animazione viva e innovativa. Scusate se è poco.

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Pier 

*: persino Bob Iger, nuovamente CEO di Disney, ha dovuto ammettere i danni fatti da Disney+ e una politica di distribuzione scellerata al marchio Pixar.

mercoledì 28 giugno 2023

The Flash (In pillole #26)

La zuppa della casa


Sarebbe facile elencare i difetti di The Flash, dalla computer grafica che in alcuni momenti sembra uscita delle pubblicità che si vedono nei cinema di provincia a una storia a volte confusa a causa delle infinite riscritture cui è stata sottoposta. Tuttavia, non lo farò, e per un semplice motivo: il film, nonostante tutti questi difetti, funziona. 

Finalmente libero dalle pastoie e, soprattutto, dai toni dello Snyderverse, The Flash evita anche la trappola del "fare il clone brutto della Marvel" in cui erano caduti Justice League e i prodotti successivi. Ha un suo tono, confusionario, certo, ma molto distintivo, e in fondo in linea con la natura del suo personaggio: casinista, impaziente, incapace di stare fermo, ma di gran cuore. The Flash è divertente e caciarone, ma riesce anche ad avere momenti commoventi. Le transizioni tra queste emozioni non sono sempre pulitissime, ma proprio questa natura ibrida conferisce al film una sua identità - un mezzo miracolo considerando i travagli produttivi. 

Funziona il film, dunque, e funziona soprattutto grazie agli attori: Ezra Miller, se si riesce a "staccare" il personaggio dall'attore, è innegabilmente un ottimo Flash, in ambedue le sue incarnazioni. Michael Keaton è un Batman squisitamente folle, e si mangia il film nei momenti in cui appare, liberandosi dell'ingessatura cui era forzato negli anni Novanta per diventare un ninja con una vena di pazzia che mena come un fabbro, non ha paura di nulla, e fornisce anche consigli filosofici, compresa la miglior spiegazione del concetto di multiverso sentita in questi anni. Sasha Calle, infine, è un'eccellente Supergirl, cui forse il film non dedica lo spazio che meriterebbe. A collegare questi personaggi un turbinio di viaggi nel tempo, scontri epocali, e computer grafica (brutta, come detto), scanditi da una sceneggiatura che non vincerà mai il premio "Gestione bilanciata del ritmo" ma ha delle intuizioni davvero riuscite sia sul lato comico che su quello drammatico, e infila anche qualche bel momento di omaggio/nostalgia.

The Flash non è il miglior cinecomic di sempre, come qualcuno chiaramente prezzolato dalla DC ha provato a dire - non entra nemmeno nei primi dieci, probabilmente. La definizione migliore la hanno probabilmente data I 400 calci: The Flash è "Uno splendido disastro", la zuppa della casa dei cinecomic: un prodotto creato mettendo insieme ingredienti disomogenei e senza seguire una ricetta, ma che però risulta comunque gustoso e appetitoso, spesso sorpassando in gusto e gradimento un piatto ben costruito e ben amalgamato, ma pretenzioso e senza cuore.

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Pier

lunedì 5 giugno 2023

Spider-Man - Across the Spider-Verse

Creare una nuova realtà


Miles Morales continua a essere Spider-Man, ma si sente solo. I suoi amici, e in particolare Gwen, sono tornati nelle rispettive dimensioni, e lui non ha nessuno con chi parlare dei suoi problemi e delle sue avventure. In particolare, la comunicazione con i genitori, affettuosi e iperprotettivi, è molto difficoltosa. Un giorno, però, Gwen ricompare nella sua camera, e gli rivela l'esistenza della Spider Society - un gruppo capitanato da Miguel O'Hara che unisce gli Spider-Man di diverse dimensioni per fermare le minacce al Multiverso.

Cinque anni fa, Spider-Man - Un nuovo universo era piombato sul mondo del cinema come un meteorite, sconvolgendo antiche certezze e marcando in modo indelebile una nuova fase dell'animazione cinematografica: c'è un prima e un dopo Spider-Man - Un nuovo universo, uno dei migliori film del decennio scorso, una vera e propria opera d'arte che aveva aperto possibilità fino a quel momento solo sognate in termini di tecniche di animazione e di racconto per immagini.

Venire dopo un film tanto rivoluzionario farebbe tremare i polsi a chiunque, a maggior ragione se i registi sono al loro primo film, come in questo caso. Eppure. Eppure Joaquim Dos Santos, Kemp Powers e Justin K. Thompson non tremano affatto, e anzi: guardano negli occhi il primo capitolo e alzano ulteriormente l'asticella, a qualunque livello - visivo, narrativo, musicale. Partiamo dall'ultimo: la colonna sonora, curata da Metro Boomin, è già iconica, con sonorità hip hop e rap a tinte dark che ben accompagnano un film che non ha paura di affrontare tematiche più adulte e adottare toni più oscuri rispetto al primo capitolo, in linea con le grandi saghe degli anni 70-80, da Guerre Stellari a Indiana Jones.

Il che ci porta alle innovazioni narrative: Across the Spider-Verse è un film che parla di crescita, ma soprattutto di autodeterminazione. Parla di ragazzi che cercano di diventare adulti, e di adulti che vorrebbero vederli ancora come ragazzi, ma non si ferma allo scontro generazionale: scava più in profondità, senza temere escursioni meta-testuali, e si interroga sul desiderio di scrivere il proprio destino e la propria storia, di allontanarsi da cliché predeterminati per lanciarsi in direzioni inesplorate. È un film ipercinetico e, al tempo stesso, intimista, in cui le fughe da se stessi sono sia reali che metaforiche, e la ricerca di un proprio posto nel mondo rompe i confini del tempo e dello spazio. 

Arte in movimento

Gwen e Miles vivono situazioni simili e opposte, ma sono accomunati da un desiderio bruciante di poter essere se stessi alle proprie condizioni. Il loro è un urlo di libertà non solo generazionale, ma anche sociale, volto a sovvertire strutture e gerarchie che loro non hanno creato e con cui non vogliono avere a che fare. Non è un caso che il villain sia un uomo senza volto, qualcuno che la sua identità l'ha persa ed è guidato nelle sue malefatte da un disperato desiderio di riaffermazione, di non essere solo "un altro cattivo": la Macchia è lo specchio distorto dei desideri di Gwen e Miles, l'autoaffermazione che si fa negazione dell'altro, e che dà vita ai fantasmi apocalittici evocati da Miguel O'Hara. Non è un caso nemmeno che la new entry più dirompente di questo sequel sia Spider-Punk, personaggio che fa della sovversione la sua cifra sia comportamentale che grafica.

Proprio Spider-Punk incarna alla perfezione l'approccio che Dos Santos, Powers e Thompson hanno avuto all'animazione di questo film: un'animazione che abbandona ogni pretesa di realismo e si fa vera e propria opera d'arte, capace di ibridare pop art, fumetto, computer grafica, animazione tradizionale, cinema live action, stop motion, acquarello, e chi più ne ha, più ne metta. Gli sfondi e le ambientazioni sono colorate secondo logiche espressioniste, che riflettono l'umore e le emozioni dei protaginisti anziché il loro reale aspetto. 

Espressionismo

Il risultato sembra un enorme e ipercinetico esperimento di videoarte con uno dei personaggi più iconici della cultura pop, un'opera degna di Andy Warhol per potenza simbolica ed espressiva. Lo spettatore si trova catapultato in una tavolozza di colori, un caleidoscopio inventivo che contiene in un singolo frame più idee e creatività di quella che si trova in interi film, rendendo quasi obbligatoria una seconda visione per poter pienamente assaporare la profondità e la ricchezza di quanto appena visto. La maestria dei registi sta nella capacità di intrattenere anche all'interno di una cornice dichiaratamente artistica, tirando un violento schiaffo a chi sostiene che arte e divertimento non possano incrociarsi.


Across the Spider-Verse è, come il suo predecessore, un capolavoro. Esito a dire che supera l'originale solo perché senza l'originale questo non esisterebbe. Viene comunque da dirlo perché non si può che essere ammirati da un sequel che non solo non si accontenta di riprodurre la stessa formula, ma si butta in nuove direzioni artistiche, segnando un ulteriore punto di non ritorno per l'animazione, liberandola forse per sempre da vincoli di veridicità che provengono dal cinema dal vivo per catapultarla in un nuovo universo di libertà artistica e creatività, in cui ognuno può trovare la propria voce. Non perdetelo.

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Pier