Un supereroe smemorato, che a poco a poco riscopre la sua identità - una scoperta, questa, che lo costringerà a compiere una scelta lacerante; la scoperta, l'ennesima, di avere poteri ancora più grandi di quanto creduto in precedenza.
Se questa trama suona familiare è perché lo é: è la base di praticamente qualunque film, fumetto e cartone animato uscito negli anni Novanta, da Dragonball in poi. E, per quanto Captain Marvel sia ambientato negli anni Novanta (una delle poche scelte originali e riuscite), siamo ormai nell'anno 2019: di origin stories di supereroi ne abbiamo viste fin troppe, e raccontare la storia a ritroso non può bastare per ridare originalità a una forma trita e ritrita. E no, il sesso della supereroina non può e non deve essere considerato un elemento distintivo della trama, e confidiamo che anche la Marvel la pensi nello stesso modo.
Non è un caso che le parti migliori del film siano quelle ambientate sulla terra, quando finalmente il film si distacca dall'archetipo in cui si è autoimprigionato per diventare una sorta di Men in Black in salsa supereroistica, con Nick Fury (un Samuel L. Jackson ringiovanito in modo incredibilmente realistico dalla CGI, forse la cosa più sorprendente del film) a fare da mattatore e Captain Marvel, alias Carol Danvers, finalmente libera dalle pastoie di un addestramento militare visto e rivisto e del classico trauma dell'eroe smemorato.
Samuel L. Jackson e Brie Larson hanno una chimica innegabile, ed è un piacere vederli interagire sullo schermo: i loro dialoghi sono uno dei punti di forza del film, e ciò che riesce a dargli una caratterizzazione che lo differenzia da quanto visto in passato. In generale le trovate comiche sono ottime, dalle gag con il gatto Goose, forse il vero mattatore del film, ai dialoghi con gli Skrull.
Per il resto la sceneggiatura è abbastanza piatta, soprattutto nella prima metà, con colpi di scena che non sono tali e una certa lungaggine nelle vicende narrate. A questo si aggiunge una regia pedissequa e poco ispirata, che manca del ritmo di un Ant Man o della scanzonatura dei Guardiani della Galassia, e si limita a eseguire il compitino.
Captain Marvel strappa una sufficienza risicata, forse non tanto per sue colpe specifiche, quanto per il fatto di arrivare fuori tempo massimo, in un mercato saturo di supereroi. Poteva però essere l'occasione per provare qualcosa di nuovo, una variazione sul tema che consentisse alla Marvel di introdurre un personaggio fondamentale per il prosieguo degli Avengers, ma che al tempo stesso ci portasse in territori inesplorati a livello narrativo e visivo (cosa che, ad esempio, Doctor Strange aveva almeno provato a fare).
Il film risulta quindi solo un enorme déjà vu, un prodotto di intrattenimento ben confezionato, ma destinato a essere dimenticato non appena usciti dalla sala.
Domani sera, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantunesima edizione degli Academy Awards. Un'edizione che segna ancora una volta il trionfo assoluto della Mostra Cinematografica di Venezia, presente con ben 39 nomination tra concorso e fuori concorso (alcune - quelle del film First Reformed - addirittura risalenti a due edizioni fa), contro le 13 di Cannes, e che verrà ricordata per essere la prima dopo molti anni senza presentatore a causa del forfait di Kevin Hart, vittima dell'ennesima caccia alle streghe a causa di tweet scritti ennemila anni fa e per cui si era già scusato. Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici, accompagnati come sempre con le scelte personali del sottoscritto, che inspiegabilmente l'Academy si ostina a ignorare.
Pronti? Iniziamo!
Miglior montaggio Categoria senza un chiaro favorito, con tutti i contendenti che potrebbero dire la loro. I favoriti sembrano essere Hank Corwin per Vice - L'uomo nell'ombrae John Ottman per Bohemian Rhapsody, con Yorgos Mavropsaridis (La Favorita) possibile sorpresa. Alla fine penso vincerà Corwin, cui va anche la mia preferenza personale: Vice non sarebbe il film che è senza il suo eccezionale montaggio, vero e proprio regolatore del ritmo narrativo. Pronostico: Hank Corwin, Vice Scelta personale: Hank Corwin, Vice Miglior fotografia Qui il chiarissimo favorito è Alfonso Cuaròn, e con ragione: il bianco e nero di ROMAè splendido e abbacinante, qualcosa che non si vedeva dai tempi di Toro Scatenato. In caso l'Academy volesse evitare di dare tutti i premi a Cuaròn, una possibile sorpresa potrebbe essere Łukasz Żal, direttore della fotografia di quel Cold War che ha incantato il festival di Cannes, guadagnandosi un po' a sorpresa anche una nomination per la miglior regia. La mia preferenza però ricade sulla sontuosa fotografia de La Favorita, in cui Robbie Ryan ha ripreso la lezione di Stankley Kubrick in Barry Lyndon e la ha rielaborata con originalità, creando un ambiente straniante e allucinato che diventa il perfetto teatro degli intrighi e delle follie di corte.
Pronostico: Alfonso Cuaròn, ROMA Scelta personale: Robbie Ryan, La Favorita
Miglior film d'animazione Anni di egemonia Disney/Pixar sembrano giunti alla fine: nonostante l'indubbia qualità di film come Ralph rompe Internet e Gli Incredibili 2, impossibile quest'anno non premiare Spider-Man: Un Nuovo Universo, il più innovativo film d'animazione dai tempi di Ratatouille. Il mio cuore è diviso tra lo splendore visivo di Spider-Man e la dolcezza de L'isola dei cani, ennesima perla nella filmografia di Wes Anderson, ma alla fine scelgo anche io Spider-Man. Pronostico: Spider-Man: Un Nuovo Universo Scelta personale: Spider-Man: Un Nuovo Universo
Miglior attore non protagonista Anche quest'anno, la redazione di Film Ora premierebbe Sam Rockwell, che compare solo per pochi minuti in Vice, ma riesce comunque a lasciare il segno con il suo splendido George W. Bush, un irresistibile utile idiota, talmente cialtrone da farlo risultare simpatico anche al suo più aspro detrattore. Tuttavia, siamo certi che l'Academy premierà la prova di Mahershala Alì in Green Book, sia per il solito politically correct (che il film in questione evita magistralmente), sia per l'oggettiva bontà della prova di Alì, uno degli attori migliori in circolazione a costruire un personaggio sui silenzi. Richard E. Grant (Copia Originale) è il possibile outsider. Pronostico: Mahershala Alì, Green Book Scelta personale: Sam Rockwell, Vice
Miglior attrice non protagonista La chiara protagonista sembra essere Regina King per Se la strada potesse parlare, mediocre opera terza (toh, che sorpresa) del regista di Moonlight : la King si è finora aggiudicata tutti i premi e sarebbe davvero sorprendente se dovesse sfuggirle la statuetta. La mia scelta personale, non riuscendo a scegliere tra Rachel Weisz ed Emma Stone ne La Favorita, ricade sulla Marina de Tavira di ROMA, splendida commistione di forza e fragilità imprigionata nell'ipocrisia di una vita borghese. Pronostico: Regina King, Se la strada potesse parlare Scelta personale: Marina de Tavira, ROMA
Miglior sceneggiatura originale Scontro molto aperto in questa categoria, con Vice, La Favorita, e Green Book che potrebbero aggiudicarsi la statuetta. Penso che alla fine la spunterà Green Book, su cui ricade anche la mia scelta personale. Pronostico: Green Book Scelta personale: Green Book Miglior sceneggiatura non originale Un uomo solo al comando, e il suo nome è Spike Lee: BlacKkKlansman si è finora aggiudicato tutti i premi, e sembra lanciato anche agli Oscar, dove Lee non ha mai vinto. Appena dietro troviamo La ballata di Buster Scruggs, geniale pastiche in salsa western dei fratelli Coen, a parere di chi scrive tra i migliori sceneggiatori di Hollywood: a loro va la mia preferenza personale. Pronostico: BlacKkKlansman Scelta personale: La ballata di Buster Scruggs
Miglior attore protagonista Lotta a due tra Rami Malek (Bohemian Rhapsody) e Christian Bale (Vice) per la statuetta per la migliore interpretazione maschile. Due prove simili (ambedue interpretano un personaggio reale), eppur diversissime: laddove Malek è quasi trascendente nel riportare in vita Freddie Mercury, Bale incarna alla perfezione la banalità e anonimità del male di Cheney. Il favorito sembra essere Malek, anche per dare un riconoscimento alla sua determinazione nel portare a termine un film (non eccezionale) che sembrava maledetto. La mia scelta personale sarebbe un ex aequo, ma dovendo scegliere vado su Bale. Pronostico: Rami Malek, Bohemian Rhapsody Scelta personale: Christian Bale, Vice Miglior attrice protagonista Una competizione che vede due grandi attrici un po' "attempate" contendersi la statuetta: da una parte Glenn Close, più volte nominata ma che ha sempre mancato il premio; dall'altra Olivia Colman, veterana di cinema e TV britannici, e straripante mattatrice nella parte della regina Anna in La Favorita. Da amante del cinema, non posso né voglio credere ai rumors che vedrebbero Lady Gaga come possibile sorpresa, dato che la sua prova attoriale in A Star is Born, più che agli Oscar, meriterebbe un premio alla sagra del tonno di Stintino. Non avendo purtroppo ancora visto il film che vede protagonista Glenn Close, sia il mio pronostico che la mia preferenza personale vanno alla bravissima e adorabile Olivia Colman. Pronostico: Olivia Colman, La Favorita Scelta personale: Olivia Colman, La Favorita Miglior regia Il favorito in questa categoria è chiaramente Alfonso Cuaròn, che con ROMA ha raccolto il plauso della critica e di gran parte del pubblico. Nonostante non lo abbia amato quanto altri, la regia è oggettivamente sontuosa nella sua capacità di unire i vari elementi , magnifico bianco e nero in testa, e creare una madeleine filmica pervasa di nostaglia. La mia scelta personale, tuttavia, ricade sullo splendido lavoro fatto da Yorgos Lanthimos ne La Favorita. Pronostico: Alfonso Cuaròn, ROMA Scelta personale: Yorgos Lanthimos, La Favorita
Miglior film La battaglia per il miglior film è quantomai accesa: da una parte i film realmente meritevoli, come ROMA e La Favorita; dall'altra, quelli spinti per ragioni politico-sociali, come Black Panther, o quelli spinti dal sonno della ragione, come A Star is Born. Nel mezzo, la possibile sorpresa diGreen Book: non sarebbe la prima volta che, in un anno senza un chiaro dominatore, l'Academy decidesse di premiare un film più "banale" dal punto di vista cinematografico, ma meritevole da quello narrativo. Alla fine, tuttavia, penso che si imporrà ROMA, finora trionfatore in tutti gli altri premi maggiori. La mia scelta personale, ormai si sarà capito, ricade su La Favorita. Pronostico: ROMA Scelta personale: La Favorita
New York City, anni Sessanta. Tony 'Lip' Vallelonga è un italoamericano che fa il buttafuori al Copacabana. A causa della temporanea chiusura del locale, Tony si ritrova senza lavoro. Per mantenere la moglie e i due figli accetta un'offerta di lavoro singolare: accompagnare il dottor Donald Shirley, un musicista afroamericano, nel suo tour di concerti attraverso gli Stati del Sud, dall'Iowa al Mississipi. Tony dovrà fargli da autista e guardia del corpo, superando allo stesso tempo i suoi stessi stereotipi razziali.
Il tema del razzismo è un nervo scoperto nella società statunitense, una parte di passato (e presente) non ancora del tutto risolta, e che forse non lo sarà mai; un problema che sembra superato, e che invece periodicamente torna a riemergere, come un coccodrillo rimasto nascosto sotto la superficie dell’acqua, in attesa. È un tema, dunque, molto difficile da affrontare in modo adeguato, da un lato per il rischio di incorrere nel politically incorrect, dall’altro per quello di scivolare nel pietistico, finendo per sminuire, anziché esaltare, la portata storica del problema.
Potrebbe sorprendere, dunque, che uno dei film migliori sul tema sia una storia scritta (con Nick Vallelonga, figlio di Tony, e Brian Currie) e diretta da Peter Farrelly, celebre presso il grande pubblico per commedie demenziali come Tutti pazzi per Mary e Io, me, e Irene. Tuttavia, forse è proprio la conoscenza dei meccanismi e dei tempi comici che permette a Farrelly di raccontare con efficacia la storia (vera) dell’incontro-scontro tra Tony e Shirley, realizzando un film on the road che bilancia sapientemente gli elementi comici e drammatici. Il film ha infatti la sua forza principale nella sceneggiatura, semplicemente perfetta per ritmo, struttura e scrittura dei personaggi. Sia Tony che Shirley sono personaggi che scopriamo gradualmente, più attraverso le loro azioni che per mezzo di inutili descrizioni, e che rivelano una complessità insospettabile al primo incontro.
Gran parte del merito va alle interpretazioni di Mahershala Alì e, soprattutto, di Viggo Mortensen, all’ennesima prova sontuosa che non verrà premiata con l’Oscar. Prima poi occorrerà fare un discorso sulla carriera di Mortensen, forse l’attore migliore della sua generazione ma costantemente snobbato nella stagione dei premi, probabilmente a causa della sua recitazione sempre misurata e mai sopra le righe. In Green Book dà vita a un Tony eccezionale per simpatia e naturalezza, vero e proprio mattatore che riesce però anche a dare vita ad alcuni dei momenti più profondi e commoventi del film. Accanto a lui, Alì dà vita a un personaggio costruito per sottrazione, in cui il non detto è più importante di ciò che dice.
La coppia ha una chimica innegabile, dovuta anche alla perfetta complementarità dei loro personaggi: laddove Tony è ciarliero fino ad autodefinirsi un artista della parola, Shirley è taciturno e introverso, e parla solo con la sua musica; laddove Tony è definito dalla sua appartenenza a una famiglia onnipresente e affettuosa, Shirley è invece solo, rifiutato sia dai bianchi che dai neri, e costretto a suonare una musica più “vendibile” per uno con il suo colore della pelle, ma lontana dal suo cuore.
Green Book non brilla certo per originalità, ma costruisce una storia semplice ed efficace, che spinge lo spettatore a una riflessione che non viene invece sollecitata da altri film teoricamente più profondi e di supposta maggiore dignità filmica e drammaturgica. La storia del cinema indipendente statunitense ci insegna però che è con la semplicità che si riescono a trasmettere messaggi “forti”, e gli autori di Green Book dimostrano di aver capito perfettamente la lezione, realizzando un film non indimenticabile ma che arriva dritta al cuore.
Inghilterra, XVIII secolo. La regina Anna è una creatura fragile e capricciosa, in preda a vari problemi di salute e a una totale incapacità di rinunciare ai piaceri della carne. Lady Sarah, la sua favorita, governa de facto il paese, approfittando della sua influenza sulla suggestionabile regina. Quando però giunge a corte Abigail Masham, lontana parente di Lady Sarah decisa a guadagnarsi un posto nell'alta società, le cose cominciano a cambiare.
Ogni grande tragedia è pervasa da una forte vena comica, che serve da contraltare al dramma che domina la scena, ma al tempo stesso è parte integrante di quel dramma: l'assurdità e la pervicace ostinazione con cui i protagonisti creano il proprio tragico destino non sfuggiva agli antichi, le cui tragedie, da Sofocle a Shakespeare (Shakespeare is always incredibly fun, per usare le parole di Ian McKellen), sono infatti pervase di numerosi momenti di un'ironia strisciante che esplode nei momenti più inaspettati.
Non è dunque una sorpresa, forse, che si sia dovuto attendere un regista greco, quel Yorgos Lanthimos che ha più volte dichiarato di rifarsi alle tragedie euripidee, per avere quella che è forse la più acuta e ficcante tragedia del potere mai vista su schermo. In La favorita la lotta per il potere fa solo vittime, e anche i presunti vincitori si ritrovano prigionieri di una rete di relazioni e dipendenze da cui non possono realmente liberarsi.
Il loro continuo affannarsi è esilarante e drammatico al tempo stesso, un continuo, grottesco balletto che la macchina da presa osserva con la distanza propria degli dei, spettatore silente di uno spettacolo esilarante e tragico cui non ha intenzione di partecipare. Lanthimos adotta infatti il punto di vista di uno scienziato osserva delle cavie di laboratorio: le due "favorite" brigano, tramano, si contendono il favore della regina Anna, e la regina stessa dipende dalla loro presenza e dal loro affetto, vero o presunto che sia. Lanthimos solleva il sipario della vita di corte e ce la mostra nella sua interezza, tra lusso ed espletazione delle più basse funzioni corporali, mostrandoci la puzza dietro il profumo, le deformità dietro il belletto. Lo fa senza giudicare, ma semplicemente mostrando, pizzicando delicatamente le corde della complessa ragnatela di potere che lega i protagonisti, riducendo a poco a poco la loro possibilità di movimento, attirandoli a sé come un ragno fa con le sue prede, mentre queste, dibattendosi, stringono sempre di più i fili che le imprigionano.
Lanthimos, con l'aiuto degli sceneggiatori Deborah Davis e Tony McNamara, dipinge delle protagoniste reali, mostrandone i segreti e le più basse ambizioni senza però giudicarle, ma anzi rendendo le loro azioni, anche quelle più abiette, perfettamente comprensibili. Il principio tragico tra azione e reazione è portato alle estreme conseguenze per raccontare una pagina poco conosciuta della storia inglese che diviene un momento di Storia universale. Tutto questo viene fatto con una sceneggiatura magistrale ed esilarante, che trascina lo spettatore verso un finale di rara potenza degno di una grande tragedia shakespeariana, in cui i fili finalmente si tendono e le protagoniste si trovano a contemplare ciò che hanno creato, senza aver nessuno da rimproverare se non se stesse. Allo stesso tempo, il regista greco non manca di evidenziare le dinamiche sociali che hanno portato le protagoniste ai comportamenti rappresentati - un sistema patriarcale che le vorrebbe relegare sullo sfondo, e che rende l'essere spietate e amorali l'unica strategia possibile per sopravvivere.
La favorita è anche il più sontuoso film in costume dai tempi di Barry Lindon, cui si ispira dichiaratamente per l'impianto visivo e per la scelta di usare solo illuminazione naturale. Questa ispirazione non è però sterile, ma si evolve in nuove direzioni tese a creare e perpetuare un effetto di straniamento continuo che sottolinea ulteriormente l'assurdità della vicenda narrata. Il risultato è un film visivamente sublime, in cui Lanthimos osserva le sue protagoniste con lenti spesso deformate, facendo un ampio uso dell'occhio di pesce e del grandangolo, e infarcendo la vicenda narrata di scene che raccontano la grottesca realtà della vita dell'epoca, a corte e non.
Il film tuttavia non riuscirebbe a raggiungere certe vette se non fosse per l'interpretazione strepitosa delle protagoniste: se Emma Stone e Rachel Weisz sono perfette nel rendere le psicologie delle due favorite, così diverse eppure così simili, su tutte si staglia la figura tragicomica della regina Anna, interpretata magistralmente da Olivia Colman (cui suggeriamo di fare causa a chi la mette alla pari di Lady Gaga nella corsa agli Oscar). La sua prova è indimenticabile per l'abilità di variare continuamente tono, restituendoci una sovrana ora golosa, ora lussuriosa, ora infantile, ora tirannica.
Lanthimos conferma il talento già espresso nei suoi precedenti lavori dimostrando sia la sua capacità di realizzare un prodotto autoriale anche all'interno del sistema produttivo hollywoodiano, sia una straordinaria vena comica e un gusto per l'assurdo assolutamente incredibile (la scena di ballo è in tal senso memorabile), che riesce però a mettere magistralmente al servizio della storia. Il regista greco tiene in equilibrio le varie anime della storia e i vari elementi del film con un'abilità da giocoliere, realizzando quello che è probabilmente il miglior film dell'anno.
Messico, 1970. Cleo è la domestica tuttofare di una famiglia benestante che vive a Roma, un quartiere medioborghese di Città del Messico. Cleo è india, mentre la famiglia è gringa, ma tra lei e i figli esiste un rapporto molto stretto. La sua storia e quella della famiglia si intersecano con quella del paese, dove le tensioni sociali che ribollono sotto la superficie non tarderanno a esplodere.
Dopo le abbacinanti evoluzioni spaziali di Gravity, Cuarón passa dall’universale al personale, realizzando un film cui è chiaramente molto legato a livello sentimentale e umano. ROMA ci offre infatti uno spaccato dell’infanzia del regista e dei suoi ricordi di bambino, cercando però di narrarli dal punto di vista di Cleo.
Siamo nella Città del Messico degli anni Settanta, in preda ai tumulti studenteschi repressi con violenza dal governo. In questo scenario di forte conflitto sociale si sviluppano i conflitti personali della protagonista, costretta a trovare un fragile equilibrio tra i suoi problemi e quelli della famiglia per cui lavora, i cui quattro figli ama e accudisce come fossero suoi. L’abbandono del capofamiglia lascia Sofia, la madre, in profonda crisi, da cui riuscirà a uscire grazie al silenzioso e discreto supporto di Cleo.
Nonostante la natura corale del film, la figura silenziosa, quasi muta, di Cleo segna la storia con la sua dolce ma incrollabile dedizione, ritagliandosi un ruolo da protagonista. Il suo carattere mite nasconde infatti una determinazione incrollabile, che la aiuterà a superare i numerosi ostacoli che trova sul suo cammino, e la porterà anche a superare i suoi limiti e le sue paure pur di aiutare una famiglia che sente come sua. Tuttavia, il film non riesce mai a creare una connessione tra pubblico e protagonista, facendoci vivere le sue (dis)avventure con un piglio quasi documentaristico: la ricerca del punto di vista di Cleo fallisce, e lo spettatore finisce per assistere a ciò che accade alla protagonista anziché prendervi parte.
In questo Cuaròn dimostra di non aver imparato appieno la lezione del Neorealismo, che pur rimane la più chiara influenza artistica del film: il racconto di vicende reali non deve fermarsi all'osservazione, ma renderci partecipi delle sofferenze e dei patemi dei protagonisti. La corsa disperata della Magnani in Roma città aperta, il pianto del bambino di Ladri di biciclette, il finale di Ossessione: tutte queste scene lasciano un segno indelebile nel cuore dello spettatore, facendolo soffrire con i personaggi, anziché per loro.
In ROMA tutto questo non succede, se non a tratti, e la sua mancanza finisce per buttare al vento il forte potenziale emotivo di una storia di questo tipo, creando distanza emotiva laddove dovrebbe creare identificazione. In questo senso, siamo anni luce distanti dalla sapiente narrazione di A Simple Life(anch'esso, come il film di Cuàron, presentato a Venezia).
La storia non coinvolge quindi fino in fondo, e si assiste in modo quasi impassibile alla lunga (forse troppo) sequenza di eventi più o meno rilevanti che segnano la vita di Cleo. La connessione tra storia personale e Storia rimane solo in superficie, e il parallelismo tra le disavventure della famiglia e quella del paese è troppo sottile per giustificare l’ampio risalto dato alle seconde.
Se sul piano narrativo perde qualche colpo, sul piano visivo ROMA è splendido, con alcune immagini di una bellezza struggente, fotografate in un bianco e nero quasi onirico che, pur non esaltando nessuna inquadratura in particolare, contribuisce a creare un'atmosfera malinconica che è il vero punto di forza del film. Sono infatti le immagini a regalare i rari momenti di commozione, sopperendo così a ciò che le parole e i silenzi – molto numerosi – non sono riusciti a comunicare.
Cuarón realizza quindi un film imperfetto, algido, in cui alla perfezione formale si accompagna un’inspiegabile freddezza narrativa. Il trionfo a Venezia e le numerose nomination agli Oscar rimangono pienamente giustificate per via della sublime qualità visiva e cinematografica. Tuttavia, il distacco tra pubblico e protagonista, probabilmente non voluto, finisce per ridurre l’impatto emotivo creato dalle immagini, e lascia quindi in superficie tutti quei sentimenti che, se approfonditi, avrebbero potuto renderlo un film davvero indimenticabile.
Look like th'innocent flower, but be the serpent under't. Assomiglia al fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso.
Macbeth, Atto I, Scena 5
Wyoming, Anni Settanta. Dick Cheney viene fermato per guida in stato d'ebbrezza dopo essere stato cacciato da Yale. La fidanzata Lynne lo mette davanti a un ultimatum: o si rimette in carreggiata, o la perderà per sempre. Inizia da questo episodio all'apparenza banale l'irresistibile ascesa al potere di un uomo che fece dell'apparire banale la sua fortuna. Cheney divenne un uomo centrale nelle amministrazioni repubblicane di Ford, Reagan, Bush padre e, soprattutto, Bush figlio, trasformando il sistema politico statunitense da dietro le quinte, distruggendo silenziosamente il sistema di pesi e contrappesi che limitava l'autorità presidenziale e cercando di trasformare gli Stati Uniti in una plutocrazia di fatto.
Il tema del potere e della tirannia ha sempre affascinato l’umanità. Dai tempi di Shakespeare e Machiavelli, numerose sono le opere d’arte e dell’ingegno che hanno affrontato queste domande: che cos’è il potere, e come si manifesta? E quali sono i confini che regolano il suo esercizio?
Una delle grandi illusioni ai tempi della nascita democrazia è stata, ormai possiamo dirlo, l’introduzione di una gestione trasparente del potere: ciò che una volta veniva deciso nelle oscure camere di qualche nobile ora sarebbe stato deciso durante un dibattito pubblico, cui tutti avrebbero potuto assistere o addirittura prendere parte. Vice - L'uomo nell'ombra ci mostra il lato oscuro e segreto del potere ai tempi della democrazia, mostrandoci come una volontà ferrea e l’abilità di agire nel buio, nascondendo i propri intenti dietro un'apparenza da grigio burocrate, possano scardinare anche i più elementari sistemi di pesi e contrappesi dello stato di diritto senza che nessuno se ne accorga. Vice sarebbe una tragedia shakespeariana (il Bardo viene esplicitamente citato in un immaginifico scambio notturno tra Cheney e la moglie Lynne) se non fosse per l’orrorifico grigiore del suo protagonista: di lui non si ricorda un discorso, un monologo, un intervento che possa divenire immortale.
Il piano di Cheney si è consumato dietro le quinte, attraverso quattro presidenti e trent’anni di storia americana, per poi trovare il suo trionfo e la sua fine durante la presidenza di George W. Bush, qui dipinto come l’utile idiota che rese possibile a un vice-presidente, carica solitamente poco più che onorifica, ottenere un simile potere. Intorno a Cheney si muove una corte di personaggi della sua risma, tra cui spicca un Donald Rusmfield flamboyant e spietato,una maschera di gomma sorridente e terribile, illegibile per amici e nemici; un vero attore della politica, al punto che Bernardo Bertolucci, scherzosamente, suggerì di assegnargli il premio per il miglior attore alla Mostra del Cinema di Venezia.
Più ingannevole di lui è però Cheney, solo all’apparenza anonimo e stolido, ma in realtà sottile calcolatore e pianificatore spietato, in grado di mascherare sotto l’aspetto da burocrate un’ambizione sfrenata e un’astuzia mefistofelica, che gli ha permesso di arricchire se stesso e i suoi amici ma, soprattutto, di plasmare il sistema politico e sociale statunitense secondo i suoi desiderata, in un modo talmente profondo che forse, ancora oggi, non ne abbiamo ancora compreso a pieno la portata.
McKay riprende l’impianto semidocumentaristico utilizzato con successo ne La grande scommessa e lo applica alla biografia di un uomo che ha vissuto nell’ombra, segnando però irreversibilmente la storia statunitense e mondiale. McKay alterna narrazione diegetica ed extradiegetica, utilizzando un narratore solo apparentemente estraneo alla vicenda narrata, nel tentativo di essere obiettivo sui fatti che sono di pubblico dominio e incisivo nei dialoghi che deve, giocoforza, ricostruire, senza rinunciare alla satira sociale e di costume che è stata la cifra del suo lavoro precedente. Il risultato è un film cupo e forse meno divertente di quelle che erano le intenzioni del regista, ma comunque incisivo nel raccontare un lato della storia recente rimasto troppo a lungo nell'ombra. Molti i passaggi inquietanti e spietati, che faranno accapponare la pelle anche a chi ne conosceva già alcuni aspetti, e lasceranno senza parole chi ne era ignaro. Dalla nascita di Fox News al bombardamento dell'Iraq, passando per un Isis creato per un eccesso di arroganza e lasciato proliferare per non dover riferire l'accaduto al presidente, come una marachella nascosta per non incorrere nella punizione della maestra: il film apre tutti gli armadi che si possono aprire, offrendo un ritratto desolante della classe dirigente. Il momento forse più inquietante, e per questo il migliore del film, è quello in cui McKay racconta l'occupazione quasi militare dell'amministrazione federale da parte di Cheney come fosse un enorme gioco in scatola.
Il film ha meno ritmo de La grande scommessa, ma possiede comunque una sferzante efficacia che gli permette di dissezionare il suo soggetto da ogni angolazione. La narrazione funziona anche grazie alla decisione di McKay di mostrare il lato umano di Cheney: dai problemi di alcolismo in gioventù all'affetto per la moglie Lynne, passando per la decisione di non correre come candidato alla presidenza per evitare l'umiliazione della stampa scandalistica alla figlia Mary, di recente dichiaratasi omosessuale. Mary rappresenta per Cheney l'ultima ombra di umanità e innocenza, destinata anch'essa a cadere sulla strada di un'ambizione che non conosce confini di tempo né di generazioni.
Al centro del film ci sono però gli attori, su cui giganteggia un Christian Bale impressionante non tanto per l'incredibile trasformazione fisica, quanto per la sua capacità di far entrare nello spettatore nella testa di un uomo all'apparenza così anonimo, eppure così eccezionale nella sua risoluta ricerca del potere. Accanto a lui brillano tutti: Amy Adams è una Lynne Cheney che si fa Lady Macbeth, Steve Carell un poliedrico Donald Rumsfield, e Sam Rockwell è un George W. Bush da antologia, che emerge dalla vicenda quasi illibato nella sua totale ignoranza e stolidezza.
Vice è una lezione di politica che non diviene mai didascalica, e riesce perfettamente nel suo intento di raccontare le ombre della politica statunitense e i mostri che hanno proliferato al loro interno. Il gioco di incastri tra piani temporali e tecniche narrative è leggermente meno efficace che ne La grande scommessa, ma è comunque riuscito e contribuisce a differenziare il film dagli altri del genere, donandogli una freschezza e una lucidità solitamente difficili da ottenere nei biopic. Vice racconta il potere, e le misere motivazioni che lo sostengono, in maniera magistrale, presentandolo come una malattia che si diffonde silenziosamente, sotto pelle, e le cui conseguenze vengono identificate solo quando è troppo tardi.
Berlino, 1977. Susie Bannion, una giovane danzatrice statunitense, ottiene un'audizione presso la compagnia di danza Markos Tanz Company. Durante l'audizione attira l'attenzione della famosa coreografa Madame Blanc, e nel giro di breve tempo ottiene il ruolo di prima ballerina. Intorno a lei, tuttavia, continuano ad accadere strani eventi, tra allieve scomparse e sussurrate accuse di stregoneria. Susie dovrà scoprire la verità, sullo sfondo di una Berlino cupa e caotica a causa delle scorribande della RAF.
Se c'è una dote che non manca a Luca Guadagnino, questa è indubbiamente il coraggio: scegliere di confrontarsi con un film di culto come il Suspiria originale di Dario Argento, pietra miliare del genere horror e della cinematografia del regista romano, è infatti un'impresa che farebbe tremare le gambe anche a cineasti più esperti del cremonese. Guadagnino affronta quest'opera ai limiti del titanico scegliendo una visione completamente diversa da quella del film originale, facendo così del suo film un omaggio più che un remake.
Guadagnino di fatto mantiene soltanto l'impianto centrale della storia - la scuola di danza che serve da copertura per una congrega di streghe. Per il resto il distacco è totale: laddove il film di Argento è un horror a tutti gli effetti, quello di Guadagnino è un ibrido che racconta l'orrore attraverso generi e piani di lettura diversi. All'orrore nascosto nella scuola di danza si accompagna anche l'orrore dei crimini del Nazismo, un fuoco solo apparentemente sopito ma che brucia ancora sotto le ceneri in forma di senso di colpa e tensione sociale. In una Berlino che ha un deciso debito visivo con i film di Fassbinder, la storia di Susie si incrocia in molteplici modi con quella della Germania del 1977, una nazione che sta ancora facendo i conti con il proprio passato, qui incarnato dallo psicoterapeuta tormentato, e che si trova sull'orlo di una guerra civile e, forse, di una nuova deriva autoritaria a seguito delle scorribande della Rote Armee Fraktion, con cui sembra collaborare la studentessa scomparsa Patricia.
Guadagnino osserva la presa di coscienza di Susie e della Germania con occhio contemplativo, interessato più agli effetti del potere sulla personalità che all'aspetto gore che interessava Argento: il film è infarcito di riuscitissimi momenti di body horror degni del miglior Cronenberg, che svolgono però una funzione più introspettiva che spettacolare. Ciò che interessa non è l'effetto, ma la causa, ovvero la presa di coscienza di Susie del proprio potere e del suo ruolo all'interno della congrega e nel mondo, nonché le scelte che compie nel suo percorso di crescita. La splendida fotografia di Sayombhu Mukdeeprom si concentra così sulla creazione di atmosfere non terrificanti o "goticheggianti", ma claustrofobiche. La scuola diviene quindi un tunnel labirintico in cui ai colori saturi degli ambienti si contrappone il rosso fiammeggiante degli abiti di scena e dei capelli di Susie, pura iniezione di colore ed energia in un microcosmo ingessato, all'interno del quale si muovono delle streghe mai così decadenti, vecchie cariatidi destinate all'estinzione, invidiose e avide predatrici della forza vitale della gioventù.
La storia di Susie e la Storia della Germania si incrociano a livello non solo narrativo, ma anche meta-narrativo, con la congrega di streghe che sta anch'essa vivendo un dissidio interno con un rischio di dittatura. Questo complesso incastro narrativo orchestrato dallo sceneggiatore David Kajganich funziona solo in parte: per quanto evocativo e suggestivo, infatti, finisce spesso per appesantire il film, oberandolo di digressioni e lungaggini che rallentano il ritmo senza aumentarne la profondità della riflessione. La storia è comunque coinvolgente, anche se ha un crollo deciso nel finale, dove i punti misteriosi della trama cessano di essere interessanti per diventare semplicemente assurdi, con elementi in palese contraddizione palese tra loro (i flashback sull'infanzia di Susie e ciò che suggeriscono cozzano con la sua scelta finale, ad esempio), finendo addirittura per negare alcuni dei messaggi centrali del film su emancipazione e significato del potere. La regia, fin lì solidissima e di alto livello artistico, purtroppo segue il calo narrativo con una scelta cromatica oltremodo scontata e con delle scelte di trucco indegne di comparire in una puntata del Bagaglino, finendo così per depotenziare una coreografia splendida e immaginifica.
Tilda Swinton, impegnata addirittura in tre ruoli,le ruba la scena nella parte di Madame Blanc, oltremondana ma carismatica come la parte richiede. Il fatto che indossi anche i panni dello psicoanalista (seppur utilizzando uno pseudonimo) risulta più una curiosità che altro, dato che non serviva certo questo espediente per convincere il pubblico delle grandi doti dell'attrice-feticcio di Guadagnino. Dakota Johnson, pur alla sua miglior prova su schermo, risulta comunque poco più espressiva degli elementi di arredo, e in generale del tutto inadatta a sorreggere un film di tale ambizione sulle sue spalle.
Tra i punti deboli del film vanno a malincuore citate anche le musiche di Tom Yorke, coraggiose ma poco incisive, che finiscono nel dimenticatoio non appena usciti dalla sala: il confronto con le musiche che i Goblin composero per l'originale è quasi impietoso.
Suspiria non è un horror in senso stretto e crea ben pochi spaventi, ed è per questo destinato a scontentare i fan dell'originale che se ne aspettavano una copia carbone. Chi saprà andare oltre alle differenze troverà un film quasi seducente nella sua esplorazione del Male e degli orrori del potere, del passato, e della Storia, baciato da una regia solida e da un comparto visivo sontuoso; un film che paga però una sceneggiatura che poteva essere intrigante ma finisce per essere semplicemente sgangherata a causa di una coda poco riuscita e delle numerose e inutili lungaggini, che rendono il risultato finale poco coerente e ne riducono quindi l'impatto emotivo e la portata esegetica e artistica.