giovedì 6 luglio 2023

Indiana Jones e il Quadrante del Destino

Chiudere con il passato


Cosa significa fare i conti con il passato? Questa domanda, un grande classico del cinema statunitense, è al centro di questo nuovo capitolo della saga di Indiana Jones - un capitolo che, a differenza del precedente, non cerca di nascondere sotto il tappeto l'età del suo protagonista, ma la abbraccia e la rende un punto centrale (e vincente, ci torneremo) della trama. La domanda, tuttavia, assume anche una connotazione metacinematografica: questo capitolo dovrebbe concludere una delle saghe più amate della storia del cinema - una saga fatta da una trilogia amatissima (con un piccolo caveat, come vedremo) e da un quarto capitolo controverso, che sicuramente non dava al personaggio la chiusura che avrebbe meritato. James Mangold, reduce dal successo di Logan, si trovava quindi davanti una bella gatta da pelare: realizzare un film che si regge sulle sue gambe, ma allo stesso tempo in grado di gestire con rispetto l'eredità dei precedenti e di chiudere in modo soddisfacente la storia di Henry "Indiana" Jones jr. Insomma, la stessa sfida che si era trovato di fronte con Logan, ma con una saga che si porta dietro un bagaglio di aspettative infinitamente più grande.

Ci riesce? Ai posteri l'ardua sentenza, ma la risposta, per quanto ci riguarda, è "sì", pur con qualche riserva. Il Quadrante del Destino sembra aver imparato dagli errori del Teschio di Cristallo, e focalizza l'azione su una caccia al tesoro vecchio stile. Le basi vengono gettate nel passato, in cui rivediamo un giovane Indiana Jones (interpretato dallo stesso Ford grazie alla CGI e a centinaia di ore di girato in possesso della LucasFilm: il risultato è un ringiovanimento molto più naturale e realistico di quello visto fin qui al cinema) alle prese con i nazisti che, ormai sconfitti, cercano di trafugare varie opere d'arte. I primi venti minuti del film sono all'altezza dei primi capitoli: ritmati, ironici, pieni di azione e con quel mix di archeologia e occulto che da sempre è una delle anime della saga. La sequenza iniziale è anche una dichiarazione d'intenti per contrasto: questo è ciò che era, ma il presente è ben diverso. 

Lo stacco di montaggio ci porta nell'appartamento newyorchese di un Indiana vecchio, sfatto, e solo. A nessuno interessa più il passato: le sue classi sono semivuote, gli studenti annoiati. Lo sguardo di tutti è proiettato verso il futuro e verso lo spazio, frontiera che sembra tutta da esplorare dopo il primo allunaggio. Indiana è diventato una reliquia, di cui nessuno sembra più sapere che fare.
Proprio dal passato, però, riemergono i due motori della vicenda: la figlioccia Helena Shaw, archeologa con molti pochi scrupoli (per chi legge i fumetti, più simile a Kranz che a Indiana Pips); e Jürgen Voller, scienziato nazista passato negli USA con l'Operazione Paperclip e artefice del recente allunaggio. A unirli, un misterioso artefatto di epoca romana che avrebbe il potere di prevedere non solo il tempo meterologico, ma anche l'apertura di anomalie temporali, varchi nello spaziotempo che permettono di collegare diverse epoche.

Il Quadrante del Destino è, a tutti i livelli, una riflessione sul tempo che passa, su cosa significhi studiare il passato e metterlo al centro della propria vita, e sulle occasioni mancate, quelle che ci fanno sperare che sia possibile tornare indietro e rimediare ai nostri errori. Indiana Jones incarna tutti questi temi, e lo fa grazie alla felice intuizione degli sceneggiatori e di Mangold, che in questo caso si dimostrano più intuitivi di Spielberg e, anziché cercare di nascondere la vecchiaia di Indiana/Harrison Ford a botte di stunt poco credibili e pietosa CGI, decidono di abbracciarla e farne il cuore della trama. 

Indiana Jones è qui più simile a un personaggio di Clint Eastwood, invecchiato ed esacerbato dalla vita, un blocco di marmo che contiene ancora il vecchio Indiana, che va però liberato a colpi di scalpello, come fosse uno dei "Prigioni" di Michelangelo. Harrison Ford è perfetto in tal senso, e dona al protagonista una dolente fallibilità che non sono si adatta benissimo alla sua età, ma è anche perfettamente coerente con l'anima di Indiana Jones - un personaggio che ha sempre fatto dell'imperfezione e della vulnerabilità la sua cifra distintiva, ciò che lo distingueva da tutti gli altri eroi d'azione degli anni Ottanta e, a parere di chi scrive, ciò che lo ha reso così popolare per diverse generazioni (qui un buon approfondimento sul tema).

Accanto a lui, Mads Mikkelsen dona la consueta aria di inquietante intelligenza al suo villain, ma a brillare è soprattutto il duo composto da Phoebe Wallers-Bridge e Ethann Isidore. Se il secondo si candida prepotentemente a essere il nuovo Shorty, la prima è semplicemente eccezionale per tempi comici e sfacciataggine, e dà vita a una versione "antieroica" di Indiana Jones, un'avventuriera senza scrupoli né morale che sembra uscita dai classici di avventura di una volta. La coppia di malandrini funziona talmente bene da lasciare il desiderio di vedere altre loro avventure.

La trama non fila liscissima: usa in modo eccessivo gli inseguimenti (soprattutto nella parte centrale), ha molte ellissi evitabili, e sul finale opera una scelta che, seppur giustificatissima da quanto visto fin lì, sembra comunque fuori posto in un film di Indiana Jones, anche se rimane anni luce più coerente rispetto agli alieni visti nel Teschio di Cristallo. Mangold riesce però a mantenere la coerenza narrativa del film usando come bussola il suo cuore emotivo, e questo fa sì che tutto, anche le sgrammaticature, converga verso un finale degno del suo protagonista, capace di emozionare anche lo spettatore con il cuore più di pietra e di compensare la mancanza di uno sprazzo creativo che elevi il tutto al di sopra della "buona esecuzione."

Il Quadrante del Destino è un'ottima avventura conclusiva per Indiana Jones, in grado di riscoprire l'anima della saga e adattarla a un protagonista invecchiato e un'epoca diversa, in cui lo stupore e il magico hanno lasciato il passo al rimpianto e alla nostalgia. Mangold realizza un film che ha un cuore vivo e pulsante e che, come Indy, pur preferendo indugiare nelle glorie passate anziché cercare nuove strade, riesce a regalarci un ultimo, avventuroso brivido.

*** 1/2

Pier

PS: Potrebbe valere anche qui, riguardo alle recensioni lette all'estero, quanto detto nella recensione di Elemental. Basti vedere la differenza tra voto della critica e voto del pubblico, riscontrabile, in queste proporzioni, solo per Il Teschio di Cristallo, ma in direzione opposta (qui trovate tutti i voti della saga). La spiegazione "cinismo" sembra sempre di più quella papabile.

giovedì 29 giugno 2023

Elemental

In difesa delle emozioni


Ember Lumen, è figlia di immigrati della Terra del Fuoco, trasferitisi a Elemental City, città cosmopolita abitata da tutti i quattro elementi, prima che lei nascesse. In città i fuochesi sono la minoranza, mentre dominano acqua, terra e aria. Ember sogna solo di far felice il padre rilevando la gestione del suo negozio, ma non riesce a mantenere la calma necessaria con i clienti. Un giorno nella sua vita piomba Wade Ripple, un acquatico: questo incontro costringerà Ember a chiedersi cosa vuole davvero.

Leggendo superficialmente le recensioni di Elemental (qui quelle anglofone, qui quelle italiane: il discorso vale per ambedue, ma soprattutto per le prime), si ha la sensazione che la Pixar abbia "perso il suo tocco": è una frase ricorrente, in una forma o nell'altra, tra tutte le recensioni negative o debolmente positive. Chi scrive non ha la presunzione di avere la verità in tasca, ma si interroga, socraticamente, su un tema: è la Pixar a essere peggiorata, o sono i critici e il pubblico "esperto" (il pubblico generalista è una storia un po' differente, come si vede ai link sopra) a essere cambiati? A scavare bene nelle recensioni, la risposta sembrerebbe la seconda. Ma andiamo con ordine.

La domanda nasce da una semplice constatazione: non c'è nulla nel film che giustifichi l'acredine spocchiosa che si legge in giro - né a livello narrativo, né a livello visivo. Partiamo dalla storia: la vicenda di Ember è della sua famiglia è stata accusata di essere "già vista" perché affronta il tema del dialogo intergenerazionale e del clash culturale - temi già affrontati da film recenti come Zootropolis o Red, prodotto dalla stessa Pixar. Peccato che Zootropolis non affronti minimamente il tema dell'immigrazione, e che Red non parli quasi per nulla del peso che i sacrifici della prima generazione hanno sui figli - due elementi centrali nella trama di Elemental. Elemental, inoltre, presenta una vera e propria anomalia narrativa nella produzione della Pixar: la centralità della storia d'amore, che solitamente viene relegata sullo sfondo (come in Monsters & Co o Ratatouille) o utilizzata come premessa narrativa (ad esempio in Up). Qui invece la storia di Ember e Wade si prende il centro della scena, e viene narrata con una dolcezza commovente. 


Certo, la storia non brilla per originalità tematica, questo è indubbio: ma compensa ampiamente con una grande originalità e autenticità emotiva, che arriva al cuore dello spettatore per vie differenti da quelle cui ci aveva abituato la Pixar, facendoci commuovere, sì, ma dalla gioia, un unicum nella storia della casa di Emeryville (non preoccupatevi, le classiche lacrime di commozione non mancano neanche stavolta). La trama, a volte, procede a salti, senza prendersi i tempi che dovrebbe per approfondire alcuni passaggi. Tuttavia, questo ritmo un po' sincopato ci regala anche uno dei pochi "terzi atti" Pixar a non prevedere un inseguimento/scena d'azione prolungata, e ci permette di concentrarci maggiormente sulle emozioni dei protagonisti.

Se sulla narrazione, comunque, si possono riscontrare dei difetti, è il comparto visivo quello che stride di più con le critiche lette. Era dai tempi di Monsters & Co. che la Pixar non realizzava dei character design così rivoluzionari a livello tecnico e visivo. L'animazione di Ember e Wade, e in generale di tutti i personaggi di fuoco e acqua, è strabiliante per come rende in modo realistico e poetico al tempo stesso i movimenti continui dei due elementi, utilizzando un mix vincente di animazione in CGI e classica. Ember, in particolare, è un personaggio che rimarrà scolpito nella memoria dello spettatore per i suoi continui cambi di colore, forma, aspetto, e per il carisma che trasuda da ogni sua espressione.


Perché, dunque, così poco entusiasmo? Un'ipotesi potrebbe essere che la perfezione della Casa della Lampadina sia diventata una maledizione, creando aspettative altissime che, quando non vengono mantenute, portano a giudizi iper-negativi, impulsivi, dimentichi del fatto che, tra il capolavoro e la schifezza ci sono mille gradazioni di grigio. È un'ipotesi valida, soprattutto perché era già successo a un film più leggero come Il viaggio di Arlo, o con il più recente Onwards: storie più intime e meno ambiziose di altre, ma non per questo meno riuscite in termini narrativi o visivi. 

La seconda ipotesi, però, a parere di chi scrive cattura meglio ciò che sta succedendo: critici e pubblico esperto sono diventati più esigenti, certo, ma soprattutto più cinici. È un trend che non si limita alla sola Pixar: si pensi a come l'espressione "fan service", che letteralmente significa far felici i fan, abbia assunto una connotazione esclusivamente negativa, indipendentemente dal fatto che gli autori lo stiano facendo con sincerità e amore o con cinismo e calcolo. Ma è un trend che giocoforza finisce per colpire maggiormente chi, da sempre, mette le emozioni al centro della storia. 

Assuefatti da una mole di materiale audiovisivo senza precedenti fornito in toto sul divano di casa * e dal cinismo sconsiderato di molte case di produzione, pubblico e critici esigono sempre più storie "non tradizionali" per ritenersi soddisfatti. Il "già visto" riceve in automatico il marchio dell'infamia - come se i grandi classici non riprendessero da sempre storie già viste, da Indiana Jones che rifà quasi uguali i classici d'avventura con cui sono cresciuti Spielberg e Lucas a Guerre Stellari che copia Dune e Kurosawa. Non conta più, insomma, che le storie emozionino - ed Elemental, come detto, lo fa alla grande. Conta solo un'originalità che deve sempre alzare l'asticella, come se raccontare in modo profondo e sfaccettato la storia di una famiglia, di una figlia e di un padre, e una storia d'amore travagliata fosse una cosa inutile, una perdita di tempo inaccettabile. Non è un caso che i film Pixar che stanno ottenendo meno successo siano film che affrontano temi quotidiani e "intimi" (su tutti, quello della genitorialità e dell' "eredità culturale") che non erano praticamente mai stati affrontati nei film di maggior successo della casa di Emeryville.

Elemental non è uno dei film migliori della Pixar, e non è un capolavoro di originalità narrativa. Tuttavia, rimane un bellissimo film, che diverte ed emoziona affrontando temi universali e riuscendo a parlare in modo diverso ma ugualmente efficace ad adulti e bambini attraverso un'animazione viva e innovativa. Scusate se è poco.

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Pier 

*: persino Bob Iger, nuovamente CEO di Disney, ha dovuto ammettere i danni fatti da Disney+ e una politica di distribuzione scellerata al marchio Pixar.

mercoledì 28 giugno 2023

The Flash (In pillole #26)

La zuppa della casa


Sarebbe facile elencare i difetti di The Flash, dalla computer grafica che in alcuni momenti sembra uscita delle pubblicità che si vedono nei cinema di provincia a una storia a volte confusa a causa delle infinite riscritture cui è stata sottoposta. Tuttavia, non lo farò, e per un semplice motivo: il film, nonostante tutti questi difetti, funziona. 

Finalmente libero dalle pastoie e, soprattutto, dai toni dello Snyderverse, The Flash evita anche la trappola del "fare il clone brutto della Marvel" in cui erano caduti Justice League e i prodotti successivi. Ha un suo tono, confusionario, certo, ma molto distintivo, e in fondo in linea con la natura del suo personaggio: casinista, impaziente, incapace di stare fermo, ma di gran cuore. The Flash è divertente e caciarone, ma riesce anche ad avere momenti commoventi. Le transizioni tra queste emozioni non sono sempre pulitissime, ma proprio questa natura ibrida conferisce al film una sua identità - un mezzo miracolo considerando i travagli produttivi. 

Funziona il film, dunque, e funziona soprattutto grazie agli attori: Ezra Miller, se si riesce a "staccare" il personaggio dall'attore, è innegabilmente un ottimo Flash, in ambedue le sue incarnazioni. Michael Keaton è un Batman squisitamente folle, e si mangia il film nei momenti in cui appare, liberandosi dell'ingessatura cui era forzato negli anni Novanta per diventare un ninja con una vena di pazzia che mena come un fabbro, non ha paura di nulla, e fornisce anche consigli filosofici, compresa la miglior spiegazione del concetto di multiverso sentita in questi anni. Sasha Calle, infine, è un'eccellente Supergirl, cui forse il film non dedica lo spazio che meriterebbe. A collegare questi personaggi un turbinio di viaggi nel tempo, scontri epocali, e computer grafica (brutta, come detto), scanditi da una sceneggiatura che non vincerà mai il premio "Gestione bilanciata del ritmo" ma ha delle intuizioni davvero riuscite sia sul lato comico che su quello drammatico, e infila anche qualche bel momento di omaggio/nostalgia.

The Flash non è il miglior cinecomic di sempre, come qualcuno chiaramente prezzolato dalla DC ha provato a dire - non entra nemmeno nei primi dieci, probabilmente. La definizione migliore la hanno probabilmente data I 400 calci: The Flash è "Uno splendido disastro", la zuppa della casa dei cinecomic: un prodotto creato mettendo insieme ingredienti disomogenei e senza seguire una ricetta, ma che però risulta comunque gustoso e appetitoso, spesso sorpassando in gusto e gradimento un piatto ben costruito e ben amalgamato, ma pretenzioso e senza cuore.

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Pier

lunedì 5 giugno 2023

Spider-Man - Across the Spider-Verse

Creare una nuova realtà


Miles Morales continua a essere Spider-Man, ma si sente solo. I suoi amici, e in particolare Gwen, sono tornati nelle rispettive dimensioni, e lui non ha nessuno con chi parlare dei suoi problemi e delle sue avventure. In particolare, la comunicazione con i genitori, affettuosi e iperprotettivi, è molto difficoltosa. Un giorno, però, Gwen ricompare nella sua camera, e gli rivela l'esistenza della Spider Society - un gruppo capitanato da Miguel O'Hara che unisce gli Spider-Man di diverse dimensioni per fermare le minacce al Multiverso.

Cinque anni fa, Spider-Man - Un nuovo universo era piombato sul mondo del cinema come un meteorite, sconvolgendo antiche certezze e marcando in modo indelebile una nuova fase dell'animazione cinematografica: c'è un prima e un dopo Spider-Man - Un nuovo universo, uno dei migliori film del decennio scorso, una vera e propria opera d'arte che aveva aperto possibilità fino a quel momento solo sognate in termini di tecniche di animazione e di racconto per immagini.

Venire dopo un film tanto rivoluzionario farebbe tremare i polsi a chiunque, a maggior ragione se i registi sono al loro primo film, come in questo caso. Eppure. Eppure Joaquim Dos Santos, Kemp Powers e Justin K. Thompson non tremano affatto, e anzi: guardano negli occhi il primo capitolo e alzano ulteriormente l'asticella, a qualunque livello - visivo, narrativo, musicale. Partiamo dall'ultimo: la colonna sonora, curata da Metro Boomin, è già iconica, con sonorità hip hop e rap a tinte dark che ben accompagnano un film che non ha paura di affrontare tematiche più adulte e adottare toni più oscuri rispetto al primo capitolo, in linea con le grandi saghe degli anni 70-80, da Guerre Stellari a Indiana Jones.

Il che ci porta alle innovazioni narrative: Across the Spider-Verse è un film che parla di crescita, ma soprattutto di autodeterminazione. Parla di ragazzi che cercano di diventare adulti, e di adulti che vorrebbero vederli ancora come ragazzi, ma non si ferma allo scontro generazionale: scava più in profondità, senza temere escursioni meta-testuali, e si interroga sul desiderio di scrivere il proprio destino e la propria storia, di allontanarsi da cliché predeterminati per lanciarsi in direzioni inesplorate. È un film ipercinetico e, al tempo stesso, intimista, in cui le fughe da se stessi sono sia reali che metaforiche, e la ricerca di un proprio posto nel mondo rompe i confini del tempo e dello spazio. 

Arte in movimento

Gwen e Miles vivono situazioni simili e opposte, ma sono accomunati da un desiderio bruciante di poter essere se stessi alle proprie condizioni. Il loro è un urlo di libertà non solo generazionale, ma anche sociale, volto a sovvertire strutture e gerarchie che loro non hanno creato e con cui non vogliono avere a che fare. Non è un caso che il villain sia un uomo senza volto, qualcuno che la sua identità l'ha persa ed è guidato nelle sue malefatte da un disperato desiderio di riaffermazione, di non essere solo "un altro cattivo": la Macchia è lo specchio distorto dei desideri di Gwen e Miles, l'autoaffermazione che si fa negazione dell'altro, e che dà vita ai fantasmi apocalittici evocati da Miguel O'Hara. Non è un caso nemmeno che la new entry più dirompente di questo sequel sia Spider-Punk, personaggio che fa della sovversione la sua cifra sia comportamentale che grafica.

Proprio Spider-Punk incarna alla perfezione l'approccio che Dos Santos, Powers e Thompson hanno avuto all'animazione di questo film: un'animazione che abbandona ogni pretesa di realismo e si fa vera e propria opera d'arte, capace di ibridare pop art, fumetto, computer grafica, animazione tradizionale, cinema live action, stop motion, acquarello, e chi più ne ha, più ne metta. Gli sfondi e le ambientazioni sono colorate secondo logiche espressioniste, che riflettono l'umore e le emozioni dei protaginisti anziché il loro reale aspetto. 

Espressionismo

Il risultato sembra un enorme e ipercinetico esperimento di videoarte con uno dei personaggi più iconici della cultura pop, un'opera degna di Andy Warhol per potenza simbolica ed espressiva. Lo spettatore si trova catapultato in una tavolozza di colori, un caleidoscopio inventivo che contiene in un singolo frame più idee e creatività di quella che si trova in interi film, rendendo quasi obbligatoria una seconda visione per poter pienamente assaporare la profondità e la ricchezza di quanto appena visto. La maestria dei registi sta nella capacità di intrattenere anche all'interno di una cornice dichiaratamente artistica, tirando un violento schiaffo a chi sostiene che arte e divertimento non possano incrociarsi.


Across the Spider-Verse è, come il suo predecessore, un capolavoro. Esito a dire che supera l'originale solo perché senza l'originale questo non esisterebbe. Viene comunque da dirlo perché non si può che essere ammirati da un sequel che non solo non si accontenta di riprodurre la stessa formula, ma si butta in nuove direzioni artistiche, segnando un ulteriore punto di non ritorno per l'animazione, liberandola forse per sempre da vincoli di veridicità che provengono dal cinema dal vivo per catapultarla in un nuovo universo di libertà artistica e creatività, in cui ognuno può trovare la propria voce. Non perdetelo.

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Pier

sabato 3 giugno 2023

La Sirenetta (2023)

Bello ma non ci vivrei


Ariel, figlia del re del mare Tritone, è profondamente affascinata dal mondo umano. Suo padre, tuttavia, ha proibito a tutti gli abitanti del suo regno di andare in superficie. Una notte, una tempesta fa naufragare la nave su cui viaggia Eric, principe di un regno caraibico. Eric rischia di affogare, e così Ariel decide di disobbedire l'ordine del padre per salvarlo.

"Le alghe del tuo passato / ti sembra più verdi sai": questo adattamento della celebre strofa di In fondo al mar descrive perfettamente l'intera operazione live action della Disney. Un'operazione che, dopo un ottimo esordio (Il libro della giungla) sembra trascinarsi stancamente, con scarsissima ambizione, portata avanti puramente per rafforzare il brand e l'immagine aziendale di una casa che sembra aver esaurito le idee originali al di fuori del campo che, ironicamente, continua a saccheggiare per queste operazioni: quello dell'animazione.

Dopo film mediocri (La bella e la bestia, Aladdin) e veri e propri disastri (Il re leone, Dumbo, e soprattutto Lilli e il Vagabondo sparato direttamente su Disney+ per disperazione) la sorpresa è, ormai, quello di trovarsi davanti un prodotto ben fatto: è questo il caso, e chi scrive lo dice con una certa malcelata sorpresa, di questo adattamento de La sirenetta, forse il classico più amato del cosiddetto Rinascimento Disney. Il film, innegabilmente, funziona: la trama intrattiene e a tratti, incredibile dictu, emoziona; i cambiamenti operati sono intelligenti e ben costruiti, e aggiungono profondità anziché cercare di spiegare presunti buchi di trama che nessuno, salvo lamentoso83 che scrive sul web, sentiva il bisogno di vedere esplicitati. Anche i nuovi numeri musicali, scritti da Lil-Manuel Miranda su musiche del compositore originale, Alan Menken, funzionano, pur impallidendo di fronte ai grandi classici del film: spicca un rap tra Sebastian e Scuttle, abbastanza originale da distinguersi dagli altri.

A funzionare è soprattutto il cast, capitanato da un Halle Bailey vocalmente eccezionale: la vetta emotiva del film rimane Come vorrei (Part of your world in originale), che Bailey interpreta con ottima sensibilità e flessibilità vocale. Accanto a lei troviamo un Jonah Hauer-King convincente nei panni di Eric, cui dona un fascino goffo e bambacione in stile Hugh Grant prima maniera. Javier Bardem è ottimo nella parte di Tritone padre apprensivo (l'addio tra lui e Ariel è uno dei pochi momenti in cui il sequel supera l'originale), una Melissa McCarthy deliziosamente diabolica nei panni di Ursula, e Daveed Siggs e Awkwafina fondamentali come voci di Sebastian e Scuttle, veri motori comici del film.

Ciò che non funziona è, come già ne Il re leone e ne La bella e la bestia, l'animazione: la computer grafica è poverissima, e le scene subacquee sono imbarazzentemente finte, buie, e poco colorate, e perdono il confronto sia con l'originale (che faceva proprio dei colori la sua forza) sia con il recente Avatar - La via dell'acqua, che aveva mostrato la via per un utilizzo efficace della CGI in ambienti marini. L'animazione dei personaggi non umani è, ancora una volta, straniante. La Disney sembra aver imparato solo parzialmente la lezione de Il re leone, e inserisce un minimo sindacale di cartoonesco negli altrimenti iperrealistici Sebastian e Scuttle, salvandoli  dall'inespressività totale che sembrava aver colpito Simba, Pumbaa e compagnia: nulla di eccezionale, chiariamoci, parliamo davvero di un minimo sindacale. Non si salva, tuttavia, il povero Flounder, che passa da essere coprotagonista a comprimario dimenticato per buona parte del film, complice anche una faccia da triglia (letterale) cui nessuno sembra aver voluto porre rimedio. Flounder è un incubo da uncanny valley, e a nulla vale dargli una vocina simpatica per far dimenticare l'orrore grafico che l'accompagna. Quando si capirà che l'iperrealismo rovina questo tipo di film, risultando paradossalmente inferiore, come resa, al non-realismo dell'animazione, sarà sempre troppo tardi. 

La sirenetta, dunque, è un film gradevole, sul quale però aleggia incombente, più della Ursula versione extra large del finale, la solita domanda: era necessario? Ancora una volta, la risposta sembra essere "no": non c'è nulla, al di là delle finalità commerciali, che giustifichi l'intera operazione live action, pensata esclusivamente per far leva sulla nostalgia di chi è cresciuto con gli originali e per vendere nuovi gadget a chi invece non era ancora nato. Ma per raggiungere il secondo obiettivo non sarebbe bastato il buon vecchio re-release dell'originale, tattica che la Disney ha perseguito con enorme successo per decenni, fermandosi proprio con un titolo del Rinascimento Disney, Aladdin? Ai posteri l'ardua sentenza.

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Pier

giovedì 18 maggio 2023

The First Slam Dunk

La vita in una partita


Ryota Miyagi è in seconda liceo ed è il play dello Shohoku, una squadra di un liceo minore nella prefettura di Kanazawa. Insieme ai suoi compagni - Takenori Akagi, Hisashi Mitsui, Kaede Rukawa, e il "genio del basket", il quasi principiante Hanamichi Sakuragi - si trova ad affrontare la partita della vita contro il Sannoh, da anni campione nazionale del campionato liceale. La strada per arrivare fin qui non è stata facile per Miyagi, su cui grava un passato che fatica a dimenticare.

Temevo di avere difficoltà nello scrivere la recensione di The First Slam Dunk: chi scrive ha una conoscenza enciclopedica, frutto di numerose riletture e visione, sia del manga che dell'anime di cui questo film è, de facto, la conclusione. Un film, tuttavia, deve funzionare come opera a se stante, non dando per scontata la conoscenza pregressa dell'opera di partenza; ed è comunque inevitabile che il fan della prima ora e lo spettatore occasionale abbiano un'esperienza differente.

Ebbene, posso dire che queste difficoltà esistevano solo nella mia testa. The First Slam Dunk è un film con la "F" maiuscola, un'esperienza di rara potenza visiva che, nel raccontare una partita, finisce per raccontare la vita, tra ostacoli, cadute, e tentativi di rialzarsi. Racconta il tentativo di riscatto di un liceo di periferia che si trova ad affrontare la più grande squadra liceale del Giappone, e quella dei suoi ragazzi - talenti con un carattere impossibile, teppisti, stelle cadute, promesse mai realizzate, e chi più ne ha più ne metta. E su questo archetipo narrativo, su questo ennesimo racconto di Davide contro Golia, Inoue (qui anche alla regia) costruisce un mondo vivo e intimenticabile, in grado di conquistare i nuovi spettatori e di emozionare chi già conosce il materiale di partenza, offrendo nuovi angoli e dettagli per guardare a personaggi che si credeva di conoscere. 

La scelta di raccontare la partita con il Sannoh con gli occhi di Miyagi, il membro del quintetto-base dello Shohoku rimasto forse più in ombra nel manga/anime, è vincente, perché offre una prospettiva diversa che elimina le barriere d'ingresso per i non-fan e riesce a stupire e prendere in contropiede anche i fan più accaniti. Il suo percorso rispecchia quello della squadra, tra difficoltà e insicurezze affrontate grazie all'amore per il basket, che unisce cinque persone diverse come i membri del quintetto dello Shohoku. Attraverso gli occhi di Miyagi scopriamo la creazione di un gruppo diverso eppure unito dalle difficoltà, dalla voglia di lottare contro il destino avverso e contro se stessi per diventare persone e una squadra migliori.

L'animazione, un mix sperimentale di computer grafica e disegno a mano che combina la texture di matita e acquerello, è un trionfo rivoluzionario degno di Spider-Man: Un nuovo universo. Le scene di gioco scorrono fluide e vitali, con una precisione dei movimenti che regala al film un realismo fino a ieri insperabile: dal punto di vista tecnico, ci sarà un "prima" e un "dopo" questo film. I tiri di Mitsui, in particolare, rasentano la perfezione, con il polso che si spezza con la naturalezza che è propria dei grandi campioni. Anche il comparto sonoro è di altissimo livello, sia nell'uso della musica, sia nel riprodurre suoni, rumori e sensazioni di una palestra, soprattutto nelle sequenze capolavoro dei minuti finali. 

L'unico difetto risiede nel doppiaggio - non tanto nelle voci (mancano le voci storiche, ma i sostituti si comportano egregiamente) - quanto proprio nell'adattamento, con numerose battute (compresa una che chi ama il manga attendeva con ansia) che vengono pronunciate dal personaggio senza che a questo corrispondano delle parole: vediamo le labbra muoversi, ma il suono rimane appannaggio della versione giapponese. Un difetto evitabile, che speriamo si possa correggere in edizione home-video.

The First Slam Dunk tocca le corde emotive dello spettatore con immensa sapienza, suscitando commozione e brividi lungo la schiena sia nei momenti più personali, sia durante le azioni di gioco, soprattutto durante i concitatissimi minuti finali, un ottovolante di sensazioni ed emozioni che solo i più grandi film (sportivi e non) sanno regalare.

**** 1/2

Pier

mercoledì 3 maggio 2023

Il Sol dell'Avvenire

Quando la storia riscrive la Storia


Giovanni, affermato regista italiano, sta lavorando al suo ultimo film, ma lo fa di malavoglia. Ha infatti smesso di avere interesse per il futuro, e si vergogna del suo passato e di quello del partito con cui si è sempre identificato. Il presente, poi, è un enigma per lui insolubile: dalla moglie, che vuole lasciarlo (anche se lui non lo sa) e ha deciso di produrre il film di un giovane regista che va contro ogni suo valore artistico, alla scelte amorose della figlia, passando per attrici che vogliono cambiare il suo film e un mondo produttivo cui sembra interessare solo l'intrattenimento e non la riflessione.

Che cosa vuol dire fare politica? E fare cinema? Queste due domande, che attraversano da sempre l'opera di Nanni Moretti, si scontrano con veemeenza nel suo nuovo lavoro, un'autobiografia dell'anima e del pensiero in cui Moretti fa i conti con se stesso a 360 gradi: con il suo passato e il suo presente cinematografico, con la storia del paese e del partito con cui si è sempre maggiormente identificato, e con la sua personalità strabordante, una genialità che tutto occupa e tutto divora. 

Il sol dell'avvenire è un film di opposti, di paradossi, di prospettive apparentemente incompatibili e che invece finiscono per ibridarsi in un flusso di coscienza che si muove tra intimismo e meta-cinema. Troviamo quindi i toni stralunati e dissacranti dei primi lavori di Moretti (Ecce bombo!, Palombella rossa) insieme a quelli più psicoanalitici dei suoi film più maturi (La stanza del figlio, Habemus papam, Mia madre); i monologhi deliranti ed esilaranti dei primi (memorabili quelli contro i sabot e sulla violenza al cinema) e i momenti introspettivi dei secondi. 

È un film intimo e sociale al tempo stesso, un film che parla del passato ma guarda al futuro, a un futuro desiderato, agognato, sognato, e troppo spesso accantonato in favore di un realismo e di un razionalismo che generano mostri; un film in cui la parola è onnipresente, ma i messaggi vengono veicolati attraverso silenzi, musiche (colonna sonora da antologia), danze catartiche (memorabile quella sulle note di Battiato) e marce del quarto stato fatte di sorrisi e sguardi speranzosi.

Giovanni, il protagonista/alter-ego di Moretti, riflette questa doppia anima del film, incarnando mille contraddizioni: incapace di badare a se stesso, eppure al tempo stesso sensibile fino al parossismo; incapace di accettare anche il più piccolo cambiamento e al tempo stesso capace di cambiare la Storia con la forza dell'immaginazione. Intorno a lui si muove un circo (è il caso di dirlo) di personaggi reali e macchiettistici, che sembrano esistere per assecondare gli umori di Giovanni, dell'artista-creatore, fino a quando, all'improvviso, si ribellano, costringendolo a fare i conti sia con la realtà che con la sua immaginazione, e a trovare un punto di sintesi.

La sintesi non è, forse, perfetta, e la natura destrutturata del film potrebbe risultare indigesta. Tuttavia, Il sol dell'avvenire è un film emotivamente riuscitissimo, una riscrittura della biografia di un personaggio e di un paese che hanno perso il treno della Storia, e che cercano disperatamente di riafferrarlo. Moretti si eleva sopra il grigiore di un presente insostenibile e decide di non accettarne più le regole, di scartare di lato. Si toglie il cappio dal collo e si concede qualcosa che sembrava impossibile: la speranza. Gli errori vengono corretti, la ragione si fa sentimento, la morte diventa vita, e marcia trionfale per le strade, unita verso un futuro inesistente ma non per questo meno radioso.

**** 1/2

Pier