lunedì 25 aprile 2022

C'mon C'mon

Ascoltare, ascoltarsi


Johnny è un fonico e documentarista che gira per gli Stati Uniti per intervistare i giovani, chiedendo loro come si immaginano il futuro. Mentre lavora a questo progetto si mette in contatto con la sorella Viv, che gli rivela che il marito sta male e lei ha bisogno di raggiungerlo per convincerlo a ricoverarsi. Johnny si ritrova così a badare a Jesse, il nipotino di nove anni, trovandosi a dover fare in privato quello che fa per lavoro: confrontarsi con un bambino di oggi, le sue ansie, i suoi desideri.

C'mon C'mon è un film sull'ascolto. Si parte dall'ascolto di una generazione, catturata nel documentario metanarrativo che Joaquin Phoenix/Johnny sta realizzando, conducendo una serie di interviste (vere) a bambini e adolescenti statunitensi per conoscere le loro aspettative sul futuro, le loro paure, i loro sogni. Johnny, in una sorta di contrappasso volontario, fa sul lavoro quello che non ha fatto con sua sorella Viv tanti anni prima: ascoltare. Capire. Accettare. La chiamata con Viv e l'inizio del rapporto con il nipote Jesse lo riportano a quel momento, ponendolo di nuovo di fronte a una scelta: chiudersi, oppure mettere in pratica ciò che il suo lavoro gli ha insegnato, rendendosi disponibile ad ascoltare un'altra persona, un bambino che, ironia della sorte, potrebbe essere uno dei suoi intervistati (e, senza che lui lo sappia, lo diventa). 

Il film a tratti è forse troppo cerebrale, ma ritrova immediatamente il suo centro e la sua potenza non appena torna a concentrarsi sul suo cuore emotivo, i rapporti umani tra i protagonisti. Johnny e Jesse, certo, ma anche Jesse e Viv, e Viv e Johnny: un rapporto da costruire, uno da salvare, uno da recuperare. Mills lascia spazio ai momenti quotidiani, ai piccoli gesti, all'apparenza insignificanti ma in realtà rivelatori di un complesso mondo interiore. Ogni rapporto è imperfetto, fatto di incertezze, insicurezze, ed errori: si naviga a vista, ma la forza di un legame sta precisamente nella determinazione che mettiamo nel portarlo avanti, nell'attraversare il mare in tempesta per salvare chi sta affogando, nell'ascoltare la sua storia, per poi lasciarci salvare e ascoltare a nostra volta. L'ascolto degli altri diventa un percorso di autoconoscenza, di redenzione e catarsi.

Johnny è il più improbabile dei babysitter: solitario, taciturno, introverso: ma, forse, ha imparato ad ascoltare. Da questo ascolto nasce una comunicazione speciale con Jesse, fatta anche di silenzi, gesti, non detti. Nonostante tra i due scatti indubbiamente qualcosa di speciale, non è un percorso facile. Jesse si trova ad affrontare una cosa più grande di lui, una malattia mentale del padre che finisce per strappargli entrambi i genitori, con la madre che deve occuparsi del padre per assicurarsi che stia meglio e accetti di farsi ricoverare. Questa situazione lo rende forte ma fragile al tempo stesso: basta poco per perdere la sua fiducia. Johnny e Jesse passano quindi dal capirsi senza bisogno di parole a momenti di crisi assoluta, in cui Johnny si rivolge a Viv per cercare una spiegazione, solo per sentirsi rispondere che una spiegazione, spesso, non c'è.

Mike Mills fotografa il film con un bianco e nero caldo, avvolgente, luminoso, che dona un tono gioioso, di rinascita anche ai momenti più tristi. La sua macchina da presa indugia sugli sguardi e le espressioni dei protagonisti, catturandone con naturalezza i momenti di complicità, frustrazione e fragilità. Joaquin Phoenix porta come sempre un'intensità verista al suo personaggio, cui è impossibile non affezionarsi. Gaby Hoffman è una splendida Viv, ma la vera stella è il piccolo Woody Norman, che ruba la scena in ogni minuto e offre una prova di una maturità sorprendente per la sua giovanissima età.

C'mon C'mon è un piccolo gioiello, un film fatto di piccole cose ma che racconta cose grandi, raccontando il disagio e i desideri di un ragazzo e di un'intera generazione. Nel farlo, si rende portavoce di un messaggio di fondamentale importanza per il mondo di oggi, fatto di urla e improperi tra opposte barricate, l'una contro l'altra armate, e incapace di fare la cosa più semplice di tutte: ascoltare.

**** 1/2

Pier

venerdì 22 aprile 2022

Animali Fantastici - I Segreti di Silente

Solidità senza creatività


L'ascesa al potere di Grindelwald sembra inarrestabile: il mondo magico pende dalle sue labbra, e Silente, l'unico che potrebbe contrastarlo, non può farlo in virtù di un antico patto di sangue, siglato quando i due erano amanti. Silente assolda quindi una "sporca mezza dozzina" con il compito di fermarlo. A guidarla, Newt Scamander, accompagnato da suo fratello Theseus, dalla sua assistente Bunty, dalla professoressa Eulalie Hicks, da Yussuf Kama e dal pasticcere babbano Jakob Kowalski, deciso a salvare la sua amata Queenie, apparentemente irretita da Grindelwald.

Il dilemma che si trovano ad affrontare tutte le grandi saghe cinematografiche è "cosa fare da grandi." Hai avuto successo con una formula, fatta di personaggi, trame, scelte di fotografia, atmosfere: bene, e ora? Devi ripetere quella formula, giocando sull'effetto nostalgia ma rischiando di uccidere del tutto la creatività e, quindi, stancare lo spettatore? O devo provare a battere nuove strade, lanciandomi in territori inesplorati per tenere viva la fiamma creativa, rischiando però l'ira funesta del "vero fan" TM ? Di questo dilemma abbiamo già ampiamente parlato qui e una risposta giusta, applicabile a ogni caso, probabilmente non esiste.

Animali fantastici le ha provate un po' tutte: dopo aver intrapreso la seconda strada nel primo capitolo, con buoni risutlati, già dal secondo ha decisamente virato su una via di mezzo, con esiti più deludenti. Ora, con questo terzo capitolo vira decisamente sull'opzione "solita minestra", riportando al centro della vicenda tutto ciò che i fan amano di più: Silente, Hogwarts, la sfida tra maghi "buoni" e oscuri - persino il Quidditch. Tuttavia, questo terzo capitolo si trova nella poco invidiabile posizione di essere l'eccezione alla regola - di essere, cioè, un film che gioca sul sicuro e riesce comunque a lasciare insoddisfatti i fan e, peccato ancor più grave, a non stupire mai, nemmeno per sbaglio.

La trama, in superficie, funziona: gli eventi si susseguono con buon ritmo, la vicenda è ben congegnata, gli archi dei personaggi coerenti. Come è possibile allora che il film deluda? La risposta sta nella totale mancanza di coinvolgimento emotivo. La causa principale sta nella scelta di cambiare de facto il protagonista della saga: non più Newt Scamander, ridotto a comprimario/esecutore, ma il giovane Silente e il suo rapporto di amore tradito con Grindelwald. Il problema è che i fan della saga sanno già tutto: non in dettaglio, certo, ma la cronistoria di questi eventi e l'impatto avuto su Silente sono già stati presentati nella serie di romanzi e nella sua trasposizione cinematografica. L'interesse, quindi, è giocoforza basso, l'effetto nostalgia del tutto assente: il Silente che il pubblico ama ha già superato quegli eventi, e gli eventi stessi sono solo pezzi del puzzle narrativo costruito dalla Rowling nel settimo libro - elementi utili a concludere la storia di Harry Potter, e poco più.

Allo stesso tempo, il film non fa assolutamente nulla per rinverdire l'interesse, rinunciando quasi del tutto a intraprendere l'unica strada che permetterebbe di farlo: esplorare più a fondo la relazione emotiva tra i due personaggi. E dire che gli attori permetterebbero un lavoro di questo tipo: Law costruisce un Silente dolente e malinconico, che ben si adatterebbe a un lavoro più psicologico; e Mikkelsen, subentrato a Johnny Depp, dona a Grindelwald un giusto mix di signorilità, ideali deviati e malvagità latente, rendendolo un personaggio complesso e affascinante - un angelo caduto, un Satana tentatore che poteva essere utilizzato infinitamente meglio. 

Chiariamoci, i momenti riusciti non mancano, ma sono tutti nelle mani di un personaggio reso ormai secondario (Newt) e delle sue creature, quegli animali fantastici che dovrebbero guidare la saga, ma risultano ormai solo meravigliosi diversivi, parentesi narrative con un impatto molto ridotto sul dipanarsi della vicenda. Redmayne è costretto a un'interpretazione sempre più monodimensionale di Scamander, priva di quel mix di goffa simpatia e inettitudine emotiva che lo rendeva così interessante ed efficace nel primo capitolo. Funzionano anche, ma erano già presenti e meglio utilizzati nel capitolo precedenti, i rimandi storici: l'ascesa di Grindelwald ricorda in tutto e per tutto quella di Hitler e dei totalitarismi novecenteschi, e le atmosfere delle scene "di massa" sono suggestive e ben realizzate. Yates si dimostra ancora una volta un ottimo esecutore, uno scalpellino della regia che realizza ottime confezioni cui manca però la scintilla della vita.

I Segreti di Silente è, in sintesi un film dimenticabile: non annoia, non disturba, non sporca, ma non stupisce, mai: e, per una saga come quella del Wizarding World e per il genio di J.K. Rowling (qui ancora sceneggiatrice) è il peccato più imperdonabile di tutti.

** 1/2

Pier

mercoledì 13 aprile 2022

Red

Abbracciare il panda rosso


Mei Lee ha tredici anni. Studentessa modello e figlia rispettosa, aiuta la famiglia a gestire il tempio di famiglia che gestiscono da generazioni a Toronto. Il suo sogno è andare con le sue amiche al concerto della sua boy band preferita. Sembra, insomma, un'adolescente come tanti: ma tutto cambia quando, un mattino, Mei si risveglia e si ritrova trasformata in un enorme panda rosso - una trasformazione che nasconde un segreto di famiglia di cui non era a conoscenza.

La produzione recente della Pixar sembra seguire un trend ben preciso. Da un lato ci sono i film che da sempre costituiscono il cuore della produzione della casa della lampadina: storie esistenzialiste e ambiziose, ambientate in mondi nuovi e magici che ci costringono a ripensare il funzionamento della realtà. Dall'altro lato troviamo da qualche tempo storie all'apparenza più semplici, intime, il cui centro emotivo si colloca all'interno dei rapporti amicali o famigliari. Esiste un elemento fantastico, ovviamente, ma è solo un pretesto per parlare di qualcosa di molto più terreno: il legame tra due fratelli e l'assenza di un genitore, l'accettazione di un'identità sfaccettata, il tormento e l'estasi del diventare grandi. In questo filone si collocano Onward e Luca.

In questo filone si colloca anche Red. Come i suoi predecessori, tuttavia, Red è molto più di quello che appare: dietro la semplicità del racconto si nasconde una grande complessità di significati ed emozioni, in un film che scava in profondità nel periodo più difficile e mostruoso per un ragazzo: l'adolescenza. La metafora della trasformazione in panda rosso per rappresentare i cambiamenti della pubertà è, all'apparenza, abbastanza scontata, una versione edulcorata di quanto già fatto, ad esempio, da Stephen King in Carrie. All'apparenza, appunto, perchè il panda rosso di Red rappresenta molto altro: il contrasto tra individualità e collettivo (la famiglia), la ricerca di una propria identità, e, soprattutto, il rapporto con la diversità.


Red insomma, è un film che parla anche di pubertà, ma non solo. La regista Domee Shi, al debutto alla guida di un lungometraggio dopo il meraviglioso corto Bao, tesse abilmente la sua tela e fa passare la sua riflessione sul tema senza calcare troppo la mano né scivolare in eccessi retorici come capita a molti film su tematiche simili. La trasformazione in panda rosso coinvolge tutti gli elementi femminili della famiglia di Mei, ma solo lei decide di accettarla come parte di sé, di un'identità ancora in costruzione ma sulla quale la ragazzina sembra avere le idee più chiare rispetto a quelle di madre, nonna e zie. Se la loro soluzione era di bandire per sempre la diversità, al fine di omologarsi alle aspettative sociali e famigliari, Mei decide che la diversità è parte di lei, e va esibita, non nascosta. 

È, in questo senso, una scelta simile a quella di Luca, che però lo fa spinto dal desiderio di una vita differente, di una fratellanza tra specie differenti, e soprattutto in un contesto che gli permette di mostrare un solo lato di sé (uomo o mostro marino) in base all'ambiente in cui si trova. Mei decide attivamente che il panda rosso è una parte di sé e della sua personalità cui non vuole rinunciare: non lo fa per curiosità o per poter esplorare un mondo che altrimenti le sarebbe precluso, lo fa per affermare la sua identità nella sua completezza, in tutte le sue sfaccettature.

L'animazione è, come sempre nei film Pixar, una gioia per gli occhi: il panda rosso fa venir voglia di abbracciarlo attraverso lo schermo per la perfezione nella resa del pelo e delle espressioni facciali. Domee Shi unisce gli stilemi Pixar a quelli dell'anime giapponese e di TikTok. Il risultato è un'animazione fresca, innovativa e vitale, che restituisce alla perfezione la bruciante, inesauribile energia di Mei e delle sue amiche, il loro sguardo sul mondo.

Red è una storia di crescita e autoaccettazione, in cui le nuove generazioni insegnano a quelle del passato l'importanza di essere se stessi fino in fondo, accettando anche quei lati di noi che possono essere visti come buffi, ridicoli, o vergognosi. Il coraggio di Mei riflette quello della regista, in grado di creare una storia attuale e divertente, che cattura fin dalle prime inquadrature grazie a una protagonista carismatica, un ritmo travolgente, e una storia di grande complessità emotiva, in grado di toccare il cuore di adulti e bambini come solo i migliori film per ragazzi sanno fare.

**** 1/2

Pier

sabato 2 aprile 2022

Licorice Pizza

Il tempo che corre


Los Angeles, 1973. Gary Valentine è un adolescente intraprendente, un venditore nato deciso a farsi strada. Quando incontra Alana Kane, di dieci anni più vecchia di lui e ancora in cerca della sua strada, comincia a farle disperatamente la corte.  Lei lo rifiuta, ma comincia a frequentarlo, dando vita a un rapporto di equivoci, incertezze, e slanci romantici che si dipana tra mille svolte tortuose, sullo sfondo della San Fernando Valley.

Che colore ha la nostalgia? Un colore caldo, avvolgente, che trasuda vitalità, corse affannate, tentativi di diventare grandi e, al tempo stesso, la paura che sia già troppo tardi. È paradossalmente difficile spiegare perché Licorice Pizza è un grandissimo film: sarebbe come cercare di spiegare perché certe serate sembrano semplicemente perfette, o la bellezza di un gioco spensierato con gli amici, o l'inebriante sensazione del primo amore: Licorice Pizza è tutto questo, un film che parla della bellezza di un amore che si scontra con l'imperfezione della vita, dando vita a un inseguimento che dura per anni, e in cui il destino, raramente così cinico e baro, cerca continuamente di mettersi di mezzo.


Anderson parte dalla lezione di American Graffiti e tesse un racconto che procede per analogie e associazioni, come fanno i ricordi: i momenti si intersecano, si inseguono, si rincorrono come i due protagonisti, creando un arazzo composito che rappresenta la vita, con le sue svolte illogiche, i suoi imprevisti, le sue follie. Tuttavia, il racconto è anche fluido, naturale, senza un momento di pausa. Anderson fa un uso abbondante e magistrale dei piani sequenza, come se non volesse staccare mai gli occhi dai suoi protagonisti. La scelta di usare la pellicola 35 mm dona al film colori vibranti, vivi, in grado di suscitare emozioni a ogni inquadratura. Il risultato è un racconto fluido, vitale, come il ricordo di un'estate infinita, fatta di colori pastello e di una luce quasi innaturale nella sua perfezione, in netto contrasto con il bianco e i bruni de Il filo nascosto, il suo ultimo film.

Al centro della storia ci sono i due splendidi protagonisti. Raramente si vede al cinema un'intesa così perfetta come quella che si sviluppa tra Alana Haim e Cooper Hoffman (figlio del compianto Philip Seymour, collaboratore storico di Anderson): ambedue esordienti, ambedue dotati di un'innata, naturale simpatia che fa sì che lo spettatore "tifi" sempre per loro, per il loro successo personale e di coppia, per la realizzazione dei loro sogni. Haim e Hoffman sono una gioia per gli occhi, e donano al film un'energia unica, irripetibile, dando vita a una delle coppie più memorabili viste su schermo, e a un rapporto di raro realismo, con le sue gelosie, i suoi slanci, i suoi dispetti, le sue assurde pretese. Alana non sa cosa vuole, e trova in Gary uno sprone a inseguire i suoi sogni, a credere in se stessa, a emanciparsi da una realtà poco ambiziosa cui si è condannata da sola; Gary è intraprendente, sicuro di sé, ma capriccioso, immaturo, incapace di lavorare di squadra. Le loro imperfezioni si compensano, si arricchiscono, si colorano a vicenda, dando vita a un quadro di meravigliosa gioia.



Paul Thomas Anderson non rinuncia, nemmeno in un film all'apparenza spensierato, alla riflessione, e in particolare alla critica (portata avanti già ne Il filo nascosto, in The Master e ne Il petroliere) a una mascolinità stereotipata e tossica. Alana non accetta Gary come ragazzo perché ha dieci anni in meno di lei e le sembra immaturo (non a torto). Tuttavia, tutti gli uomini che incontra sulla sua strada si dimostrano, nonostante siano adulti, ancora più immaturi di lui: dal Jack Holden (chiaramente ispirato all'omonimo William) di Sean Penn al Jon Peters di Bradley Cooper, passando per Lance e Joel Wachs, gli uomini della vita di Alana si rivelano dei bambini poco cresciuti, in alternativa preda delle loro pulsioni o incapaci di prendersi le proprie responsabilità, di mettere i bisogni di chi sta loro intorno davanti ai propri. 

Licorice Pizza è un film sempre proiettato in avanti, in continuo movimento, mai fermo. Anderson racconta una storia solo in apparenza semplice, ma che scava nelle emozioni dello spettatore con efficacia pari se non maggiore a quella delle opere precedenti: una storia che brucia di vita, una candela che si consuma rapidissima ma altrettanto rapidamente si rigenera, per poi consumarsi ancora, in un'eterna corsa verso l'ignoto.

**** 1/2

Pier

sabato 26 marzo 2022

Oscar 2022 - I pronostici

Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantaduesima edizione degli Academy Awards. 

Dopo un anno funestato dalla pandemia, il 2021 è stato vagamente più normale, permettendo la distribuzione di blockbuster e film indipendenti nelle sale. Lo streaming, tuttavia, è ancora fortissimo, e questo si riflette nelle nomination.

Anche quest'anno, purtroppo, preso in mezzo da un trasloco internazionale, non ho visto molti dei film in concorso. Basterà questo a fermarmi? Ovviamente no. Ciarlare dello sconosciuto è la specialità di ogni critico concionatore e il sottoscritto non fa eccezione.

Pronti? Iniziamo! I film recensiti sono linkati ogni volta che vengono nominati.


Miglior montaggio
Cinque ottimi candidati, ma i favoriti sembrano essere Hank Corwin per Don't look up e Joe Walker per Dune, con Andrew Weisblum e Myron I. Kerstein per Tick, Tick... Boom! come possibili sorprese. La mia scelta personale ricade su Joe Walker, il pronostico su Hank Corwin.
Pronostico: Hank Corwin, Don't look up

Scelta personale: Joe Walker, Dune - Parte 1


Miglior fotografia
La fotografia scarna ma spettacolare di Dune, o i cupi deserti de Il potere del cane? O, forse, gli oscuri anfratti del circo (e della mente) di Nightmare alley? Chi scrive non può che scegliere il lavoro di Greig Fraiser nel deserto di Arrakis, con eco di Lawrence d'Arabia e Apocalypse Now: e penso che anche l'Academy deciderà allo stesso modo.
Pronostico: Greig FraiserDune
Scelta personale: Greig FraiserDune


Miglior film d'animazione
Impossibile non indicare Encanto, che ha sbancato qualunque altro premio a parte gli Annie Awards (gli Oscar dell'animazione), dove si è invece imposto I Mitchell contro le macchine. Sono ambedue film splendidi e meritevoli, ma penso che Encanto la spunterà. Il mio voto del cuore, tuttavia, va a Luca: un film solo in apparenza minore, ma che racconta una storia piena di cuore.
Pronostico: Encanto
Scelta personale: Luca


Miglior attore non protagonista
Qui il favorito è solo uno, Troy Kotsur per CODA, che purtroppo non ho visto. Tra gli altri candidati, la mia scelta personale ricade su Kodi Smit-McPhee per Il potere del cane, con una menzione speciale per Ciarán Hinds in Belfast.
Pronostico: Troy Kotsur, CODA
Scelta personale: Kodi Smit-McPhee, Il potere del cane



Miglior attrice non protagonista
A chi scrive farebbe molto piacere la vittoria di Jessie Buckley per The lost daughter, ma questa è la categoria forse più scontata dell'intera competizione, con Ariana DeBose di West Side Story che sta già spolverando la mensola dove sistemerà la statuetta. E, va detto, alla fine la merita, risultando una delle poche note positive di quel deja-vu glorificato di West Side Story.
Pronostico: Jessie BuckleyThe lost daughter
Scelta personale: Ariana DeBoseWest Side Story


Miglior sceneggiatura originale
Competizione che strazia il cuore di chi scrive, vista la presenza simultanea di Paul Thomas Anderson, Aaron Sorkin e Adam McKay. Vedo favorito Anderson con Licorice pizza cui, pur non avendolo ancora visto, va anche il mio voto personale, sulla fiducia. Chi conosce Anderson capirà.
Pronostico: Paul Thomas Anderson, Licorice pizza
Scelta personale: Paul Thomas Anderson, Licorice pizza


Miglior sceneggiatura non originale
Denis Villeneuve ha fatto un piccolo capolavoro nell'adattare quel romanzo inadattabile che è Dune, ma sappiamo bene che l'Academy premia rarissimamente i blockbuster in questa categoria. Meriterebbe anche Maggie Gyllenhaal per The lost daughter, ma penso che alla fine vincerà CODA.
Pronostico: Sian Heder, CODA
Scelta personale: Denis Villeneuve, Eric Roth, Jon Spaiths, Dune


Miglior attrice protagonista
La grande favorita è Nicole Kidman, splendida Lucille Ball in Being the Ricardos. A insidiarla, solo Jessica Chastain, ma la sua pare una rincorsa disperata. Sulla Kidman ricade anche la mia scelta personale, con Olivia Colman per The lost daughter che arriva poco distante. 
Pronostico: Nicole Kidman, Being the Ricardos
Scelta personale: Nicole Kidman, Being the Ricardos


Miglior attore protagonista
Gara senza storia, con Will Smith che si è aggiudicato praticamente ogni premio sulla strada degli Oscar per la sua prova in King Richard. Il mio voto personale va invece ad Andrew Garfield per Tick, Tick... Boom!: una prova poliedrica, la sua, nonché un riscatto enorme per un attore spesso denigrato.
Pronostico: Will Smith, King Richard
Scelta personale: Andrew Garfield, Tick, Tick... Boom!

Miglior regia
Data la vergognosa esclusione di Denis Villeneuve, il mio voto va a Kenneth Branagh per quello splendido ritratto nostalgico di Belfast. La favorita, tuttavia, sembra essere Jane Campion per il western desolato e senza speranza de Il potere del cane

Pronostico: Jane Campion, Il potere del cane
Scelta personale: Kenneth Branagh, Belfast


Miglior film
Competizione serratissima per il premio principale: Il potere del cane sembrava in vantaggio, ma sembra aver perso l'abbrivio nelle ultime settimane. CODA potrebbe essere la sorpresa, e anche West Side Story potrebbe inopinatamente portare a casa l'ambita statuetta. Il mio pronostico va però a Drive my car, che ha tutti gli ingredienti (importanza del dialogo, lutto personale che riflette un lutto collettivo nazionale) per conquistare i cuori dei membri dell'Academy. La scelta personale, se ancora non si fosse capito, ricade su Dune: un kolossal autoriale e ambizioso, ma in grado di conquistare anche il grande pubblico; un tipo di film che l'Academy dovrebbe celebrare, perché è linfa vitale per il cinema in generale e per il cinema in sala in particolare, ma che finirà per essere miopemente ignorato.

Pronostico: Drive my car
Scelta personale: Dune

Che aspettate? Correte in sala scommesse!

Pier

lunedì 7 marzo 2022

The Batman

Il mistero del pipistrello


Da due anni Bruce Wayne combatte il crimine a Gotham City nei panni di Batman, giustiziere che si nasconde tra le ombre e sta lentamente diventando sinonimo di terrore tra i criminali. L'omicidio di un personaggio molto in vista lo porterà sulle tracce di un serial killer che ama gli enigmi, ma anche a scavare nella storia ufficiale della città, riportando alla luce storie che, forse, dovevano rimanere sepolte.

Piove, a Gotham City, ma non è una pioggia catartica, che lava via i peccati: è una pioggia tossica, che scava nel terreno e nell'anima e fa riaffiorare scheletri ed esondare le fogne, riportando a galla il marcio su cui è costruita la città. La voce di Batman ci immerge nelle lunghe notti di Gotham, come quella di un detective privato alla Philip Marlowe o alla Sam Spade (o, per citare un esempio più recente, come i protagonisti della saga di Sin City): disincantato, disilluso, portato ad andare avanti solo da un senso del dovere che trova senso in se stesso e non nei risultati, che anzi spingerebbero a desistere.

Fin dalle prime battute, The Batman si rivela per quello che é: un noir, con l'Uomo Pipistrello a fare le veci di Humphrey Bogart, a indagare, stanare, risolvere un caso che da "semplice" omicidio si rivela essere molto di più, aprendo uno squarcio nell'abisso che è il passato di Gotham City. Batman non distoglie lo sguardo, e l'abisso guarda dentro di lui. L'indagine è lenta, faticosa, procede per false piste, tentativi, dettagli non colti, dimenticati, ricordati: il pipistrello è, in fondo, un topo con le ali, e come un topo si perde nel labirinto eretto dall'Enigmista, in un'incarnazione lontanissima da quella di Jim Carrey in uno dei Batman che ci piace dimenticare, e più vicina al serial killer di neo-noir come Seven o Zodiac. Non mancano i classici ingredienti del noir, dalla polizia corrotta alla femme fatale, una Selina Kyle/Catwoman ben delineata per profondità di motivazioni e personalità. 

Al centro di tutto c'è un Batman neofita: Bruce Wayne indossa da appena due anni il costume del pipistrello. La scelta di ambientare il film non "alle origini" del personaggio ma appena dopo consente di esplorare un aspetto finora ignorato da tutte le incarnazioni cinematografiche dell'Uomo Pipistrello (solo Nolan lo aveva sfiorato nel secondo capitolo della sua trilogia), ovvero quello dell'identità, di quale sia la reale missione di Batman. È un vendicatore? Un giustiziere? Un anticorpo al virus che sta divorando Gotham, o un anticorpo autoimmune, che sta contribuendo a distruggere ciò che dovrebbe proteggere? Bruce Wayne è ancora in preda al lutto, e non ha una risposta a questa domanda. Il suo percorso, la sua catabasi nei bassifondi della città lo porteranno a trovarla, e non sarà quella che si aspettava: il regista Matt Reeves gioca con intelligenza con il mito di Batman, e riesce a ricavarne una risposta forse non stupefacente, ma sicuramente diversa, quasi spiazzante rispetto all'immagine che le ultime incarnazioni avevano deciso di abbracciare.


Se la sceneggiatura, pur con qualche lungaggine evitabile e senza guizzi particolari, convince, il pezzo forte del film sta indubbiamente nelle atmosfere. Reeves mostra di aver imparato la lezione visiva di Joker e della serie animata, e ci presenta una Gotham sporca, brutta, realistica ed espressionista al tempo stesso: un trionfo di ombre e vicoli bui, di strade lercie e abbandonate alternate con edifici goticheggianti . La fotografia punta tutto sul rosso e il nero (e loro combinazioni) che campeggiano nel titolo, e riduce la luce al minimo indispensabile, puntando sul non-visto, su quello che si nasconde nell'oscurità (magistrale, in tal senso, la scena di apertura), lasciando che siano gli spettatori a costruire mentalmente quel che non si vede. Le scene di azione sono ben coreografate, con almeno due pezzi di bravura. La colonna sonora di Giacchino è splendida, con un tema principale che entra subito in testa e temi secondari ben orchestrati.

Il vero punto forte del film, però, è il casting: non c'è una parte fuori posto, dall'Enigmista di Paul Dano (debitore dell'Arthur Fleck di Joaquin Phoenix nella scrittura, ma non nell'interpretazione, più simile a quella dello stesso Dano ne Il petroliere) alla Selina Kyle di Zoe Kravitz, passando per l'Alfred di Andy Serkis e il Pinguino dell'irriconoscibile Colin Farrell. Il plauso maggiore, tuttavia, va al Batman di Robert Pattinson: molti erano scettici sulla sua scelta, e invece Pattinson convince come un Bruce Wayne "di transizione", ancora alla ricerca di se stesso, intrappolato da un dolore che gli ha impedito di diventare veramente adulto.

The Batman è un film semplice ma non banale nella concezione e solidissimo nell'esecuzione. Torna alle origini dell'Uomo Pipistrello (Batman nasce proprio come detective) e si riappropria di quelle suggestioni noir e investigative che sono al centro di alcune delle sue avventure più amate (Year One, Il lungo Halloween), raccontando una storia più "quotidiana" (nonostante l'escalation della posta in palio del finale), in grado di far affiorare l'umanità e la fragilità di Batman, eroe umano, troppo umano, sempre sull'orlo del precipizio tra vita e morte, tra sanità e follia, tra vendetta e giustizia.

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Pier

venerdì 4 marzo 2022

Belfast

La sofferenza di chi parte, la sofferenza di chi resta


Belfast, 1969. Buddy, di famiglia protestante, vive con la mamma e il fratello maggiore in un quartiere abitato sia da protestanti che da cattolici, una sorta di famiglia allargata dove tutti si conoscono e si aiutano a vicenda. Il padre viaggia spesso per lavoro, ma cerca di essere presente il più possibile. Il contrasto tra protestanti e cattolici che sta dilaniando il paese, tuttavia, raggiunge anche il loro quartiere a causa di alcuni facinorosi che aizzano il conflitto religioso, devastando negozi, case e ferendo al cuore la comunità. La famiglia di Buddy si ritrova divisa tra il desiderio di restare vicino ai propri affetti e alle proprie radici, e la promessa di una vita più serena ed economicamente più stabile. 

Pochi popoli hanno dovuto migrare, nel corso degli ultimi secoli, quanto gli Irlandesi: costretti da fame, carestie, disoccupazione, e scontri fratricidi, le partenze verso gli USA, il Regno Unito e altri paesi sono state innumerevoli. Branagh racconta l'ultima fase di questo dramma, i nordirlandesi che hanno dovuto lasciare Belfast a causa delle tensioni sociali ed economiche causate dai cosiddetti Troubles. Un tema, questo, che classicamente verrebbe trattato in modo crudo e violento, focalizzandosi sulle deprivazioni, le sofferenze, il razzismo, le violenze; oppure in modo "eroistico", focalizzandosi su qualche leader carismatico o su un momento storico chiave.


Branagh sceglie una strada diversa, quella del racconto autobiografico e famigliare - o, meglio, del racconto di quartiere. Certo, al centro della trama ci sono il piccolo Buddy (lo splendido Jude Hill, all'esordio) e la sua famiglia, ma fin dalla prima scena Branagh mette al centro il quartiere, una sorta di famiglia allargata, in cui tutti si conoscono e si aiutano a vicenda. Una famiglia che verrà messa in crisi dallo scontro tra protestanti e cattolici, che convivono pacificamente nel quartiere di Buddy ma sono in lotta aperta nel resto di Belfast e dell'Irlanda del Nord: una lotta "di altri" che macchia, rovina e distrugge una bella storia di convivenza. Una famiglia allargata che è una risorsa, ma anche un legame che rende difficile, se non impossibile, il distacco: è chiaro che i protagonisti avrebbero una vita materiale migliore in Inghilterra (paga migliore, istruzione migliore, prospettive migliori), ma spesso l'essenziale è immateriale: gli affetti, le piccole consuetudini, ciò che siamo. La nostra identità non risponde alle sollecitazioni razionali, e ci dice che andandocene perderemmo una parte di noi stessi.

Branagh racconta, narra, tratteggia con grande delicatezza la vita quotidiana di Buddy e della sua famiglia, i loro dubbi, i loro affetti, le loro paure. Fin dalla prima scena (un capolavoro assoluto di fotografia e narrazione, uno shot immersivo spielberghiano che in un istante ci trasporta a Belfast, 1969, facendoci percepire luce, odori, sapori) Branagh alterna sapientemente il dolore, le violenze e la paura alla gioia, la speranza, l'insopprimibile voglia di vivere - di vivere insieme - dei protagonisti. 


La maestria di Branagh sta nel creare un'identificazione quasi totale tra spettatore e protagonisti, riuscendo a spostare il focus a seconda della scena: lo spettatore si riconosce nella gioia innocente di Buddy che gioca, nelle preoccupazioni della mamma, nei tormenti da separazione del papà, nell'affetto senza condizioni dei nonni - per i figli, per i nipoti, e per loro stessi. Un'operazione, questa, che non era riuscita al più celebrato ROMA, e che invece Branagh padroneggia alla perfezione, realizzando non un semidocumentario con immagini bellissime, ma un racconto famigliare che brilla di una luce che nemmeno i Troubles riescono a sopprimere - la luce degli amori, passioni (quella per il cinema su tutte), paure, gioie di un piccolo, grande protagonista e del suo micro-universo.

Branagh, insomma, racconta un fenomeno storico (l'emigrazione, i Troubles) senza perderne di vista i protagonisti, ma anzi mettendo al centro le loro emozioni, la loro quodianità, la loro vita. Racconta chi parte, ma racconta anche chi resta: il film si chiude su un primo piano e su poche semplici parole di un'intensità devastante, che catturano la dignitosa sofferenza di chi è consapevole di non poterla, di non volerla evitare - una sofferenza colma di solitudine, ma che al tempo stesso si tinge di gioia nel vedere i propri cari salpare verso una vita migliore. 


A una sceneggiatura semplicemente perfetta per ritmo, dialoghi, e ampiezza emotiva (si ride, tanto, e si piange, tanto), Branagh accompagna una fotografia dolce, avvolgente, con un bianco e nero meraviglioso per luce, contrasti, vividezza delle immagini - uno di quei bianco e nero talmente riusciti, talmente emozionanti da far quasi rimpiangere l'invenzione del colore. La scena d'apertura, come detto, toglie il fiato per perfezione e shock emotivi, trasportando lo spettatore dal familiare allo sconosciuto, dal quotidiano all'eccezionale, dalla gioia alla paura con un semplice movimento di macchina; la scena della festa è un inno alla vita, un canto catartico in cui la luce, lentamente, scaccia le ombre e le costringe a retrocedere, ammettendo la sconfitta.
Anche la splendida colonna sonora di Van Morrison abbraccia lo spettatore, unendosi a immagini e narrazione per trasportarlo con delicatezza, quasi cullandolo, all'interno di una storia semplice, poetica, che arriva dritto al cuore, grazie anche alla prova perfetta di tutti gli attori, tra cui si segnalano i due genitori - l'ottima Catriona Balfe, e il soprendente Jamie Dornan, che smette i panni da tonno sadomaso di Cinquanta sfumature e si rivela un attore capace e versatile.

Kenneth Branagh si esibisce nell'arte dimenticata di far durare un film meno di due ore e riuscire comunque a raccontare una storia emotivamente ricca e visivamente splendida. Belfast non parla solo di Irlanda, parla di tutti coloro che hanno dovuto lasciare il luogo dove sentono di avere le proprie radici. Finito il film, sarete preda della nostalgia per tutti quei luoghi e quelle persone che avete "lasciato indietro", temporaneamente o definitivamente e vi ritroverete a pensarci, e a ripensarci, e a ripensarci ancora. Questo è l'effetto che fanno i piccoli, grandi film.

**** 1/2

Pier