domenica 20 giugno 2021

Luca

E il naufragar m'è dolce in questo mare


Luca Paguro è una giovane creatura marina. Vive nelle profondità del mare a pochi passi dalla cittadina Ligure di Portorosso e trascorre le sue giornate pascolando pesci-pecore. La sua specie ha il potere di trasformarsi in umani fuori dall'acqua, ma i suoi genitori non vogliono che si avvicini alla superficie. Quando incontra Alberto Scorfano, un suo coetaneo che va e viene dalla superficie senza problemi, Luca si convince a fare il passo che non aveva mai osato fare e va a vivere in superficie. Insieme ad Alberto conoscerà Giulia, figlia di un pescatore di Portorosso, e insieme a lei si iscriveranno a una gara per vincere il denaro necessario a coronare il loro sogno: comprare una Vespa per girare il mondo.

Sono pochi i film in grado di trasportarti fisicamente nel luogo e nel tempo in cui sono ambientati, al punto che ti sembra di vedere i colori, sentire gli odori, i sapori. Luca è uno di quelli, una madeleine continua che riporta in superficie il bambino-quasi-adolescente che ancora alberga, sopito, in ognuno di noi e gli fa sussurrare: questi sono i miei ricordi. Lo spettatore viene travolto da un'esperienza sinestetica, in cui vede, sente il mare che sciaborda, annusa e assapora le trenette, ascolta le musiche che risuonano in piazza in mezzo alle urla dei bambini che giocano a calcio. Non importa che le musiche non siano le sue, che i poster dei film (La strada, Vacanze romane) non siano quelli della sua epoca, o che i suoi ricordi d'infanzia non siano legati alle Cinque Terre: la sua memoria li rimpiazzerà, rendendoli i suoi ricordi. 

Come altri grandi film del genere, come Stand by me e I Goonies, Luca racconta quelle estati infinite che sono proprie dell'adolescenza, in cui tutto sembra destinato a durare in eterno e ogni impresa da scavezzacollo diventa una questione di vita o di morte. Luca profuma di prime amicizie, della nuova ed eccitante sensazione di poter essere finalmente indipendenti, di avere una vita che va al di là di quella dei propri genitori; ma anche le primi liti, i primi tradimenti, le prime vere incertezze emotive. Il tema della diversità, della paura di essere esclusi e del desiderio quasi feroce di integrazione viene declinato in modo delicato ma proprio per questo efficace. Il film evita inutili tirate retoriche, affidandosi semplicemente alla forza della storia e dei personaggi, facendoci soffrire con loro di fronte alle scelte che si trovano costretti a fare, con echi di un capolavoro come Sciuscià in alcune scene.


Sullo sfondo, una Liguria luminosa, calda, un'esplosione di colore e luce che riflette un luogo della memoria (come nei racconti di Big Fish o, per restare in casa Pixar, nel meraviglioso flashback di Ratatouille, o la struggente canzone di Jessie in Toy Story 2) più che un luogo reale - un luogo filtrato dal ricordo, e reso per questo meraviglioso e indimenticabile. Al tempo stesso, il regista Enrico Casarosa racconta la sua terra con l'amore di un figlio che ne ha nostalgia, arricchendola di dettagli tanto precisi quanto meravigliosi, disseminati qua e là per il film come tanti piccoli tesori da scoprire in più visioni. L'amore per la Liguria e l'Italia traspare in ogni inquadratura e in ogni battuta, con espliciti omaggi a Calvino (dalla piazza al cognome di Giulia), Fellini, e tanti altri.

Se la struttura narrativa è relativamente semplice e punta a toccare le corde emotive più che quelle "cerebrali", quella visiva è una delle più innovative viste negli ultimi anni in casa Pixar. Casarosa sperimenta in modo coraggioso, ibridando le forme delicate e rotondeggianti della Pixar con i linguaggi di altre tradizioni di animazione: il design dei personaggi che ricorda quello delle animazioni in stop-motion della Aardman; quello dei paesaggi e degli elementi naturalistici cita e rielabora lo stile "acquarellato" dello studio Ghibli di Hayao Miyazaki (la cui influenza si sente anche nella storia e nel suo messaggio); quello degli animali ricorda lo stile di Enzo d'Alò ne La gabbianella e il gatto; e quello delle scene oniriche porta avanti il discorso iniziato dallo stesso Casarosa nel suo splendido corto, La Luna.  Il risultato è un film visivamente unico (che, nota a margine, avrebbe meritato la magia della sala e invece è stato inopinatamente confinato allo schermo di casa), diverso dai precedenti film Pixar così come diverso è il taglio dato alla storia, che punta tutto sulle emozioni senza però rinunciare al "doppio binario" per ragazzi e adulti: se i ragazzi si divertiranno di fronte a una comicità più slapstick e fisica del solito, la nostalgia è senza dubbio un'emozione da e per adulti.


Luca è un film ingannevole: apparentemente semplice e lineare, cresce lentamente dentro lo spettatore, facendosi strada nel suo cuore e nella sua memoria fino a scatenare un'esplosione di emozioni incontrollabile, che colpisce dritto al cuore nel terzo atto e non lo abbandona mai fino ai titoli di coda. Come l'interminabile scalata in bici del finale, Luca sale, supera ostacoli, matura insieme ai suoi spettatori, rivelandosi infine al mondo come i suoi protagonisti: un film pieno di cuore, coraggio, emozioni, che evoca quell'intensa malinconia che si prova solo alla fine di un'estate (poco importa se di oggi o di tanto tempo fa) e invita lo spettatore a lasciarsi andare e naufragare dolcemente nel mare dei ricordi.

**** 1/2

Pier


PS: suggerisco la visione in originale. I personaggi fanno ampio uso dell'italiano e la commistione delle due lingue, ovviamente, viene persa con il doppiaggio.


sabato 19 giugno 2021

Il divin codino

La (troppa) normalità del divino


Il film racconta la vita di Roberto Baggio, dagli inizi nelle giovanili del Vicenza fino a fine carriera, focalizzandosi sul suo rapporto con la Nazionale, e in particolare sul Mondiale del 1994.

Poche carriere sportive si prestano al racconto filmico come quella di Roberto Baggio: un talento purissimo frenato da continui infortuni e capace di rialzarsi da ciascuno di essi in tempi record, grazie a una volontà di ferro; amato dal pubblico di tutta Italia nonostante i suoi numerosi cambi di casacca, e altrettanto osteggiato da quasi tutti gli allenatori, messi in difficoltà dalla sua difficile collocazione tattica e (forse, probabilmente) anche dalla sua popolarità. Il materiale, insomma, era sopraffino e poteva essere affrontato con mille angolazioni, focalizzandosi sul rapporto tra talento e ragione, sulla benedizione/maledizione dell'affetto nazionalpopolare, e chi più ne ha, più ne metta.

Il divin codino sceglie la strada del rapporto di Baggio con il padre e con la Nazionale, intesa sia come traguardo personale che come incarnazione di un'intera nazione che gli ha dato quell'amore che non trovava nelle figure autoritarie della sua vita (padre e allenatori). La scelta potrebbe funzionare, se non fosse che il film non imbocca mai veramente questa strada, focalizzandosi su momenti non pertinenti e saltando momenti cruciali: mancano il Mondiale del 1990, il primo in cui fu convocato, e poi quello del 1998, in cui fu inaspettato protagonista, e l'esclusione inaspettata dall'Europeo del 2000. 

Queste scelte appaiono bizzarre e poco coerenti, soprattutto se poi si decide di raccontare in dettaglio alcuni momenti della sua carriera nei club, come il passaggio alla Fiorentina e quello al Brescia: nulla di male, se non fosse che poi si ignorano del tutto i suoi anni alla Juventus, al Milan, all'Inter, al Bologna, e persino la vittoria del Pallone d'Oro, nominata solo di striscio. 
Anche la fede buddista di Baggio, centrale per la sua carriera e la sua maturazione, sembra quasi un'intrusa, comparendo in alcuni momenti del film senza aggiungere nulla di più al messaggio e al significato.
La sensazione che resta è quella di una visione poco coerente, che ha cercato di raccontare troppo in troppo poco tempo, offrendo quindi un ritratto superficiale e poco riuscito che non può essere salvato dai pochi momenti azzeccati, come quello di mostrare le vere immagini dell'addio di Baggio al calcio, o i siparietti con Carletto Mazzone.

La regia è scialba quanto la sceneggiatura, ma più focalizzata e coerente nelle scelte di musica,  fotografia e montaggio: Letizia Lamartire sceglie di raccontare il Baggio intimo, personale, concentrandosi sui personaggi più che sulle partite, e porta avanti questa scelta con frequenti primi piani, numerosi dialoghi, e pochissimo campo che, anche quando viene rappresentato, rimane sempre distante, un palcoscenico freddo e quasi irreale.

Si salvano, nella mediocrità generale, gli interpreti: Andrea Arcangeli è perfetto nel ruolo del protagonista, di cui riesce a catturare la dolente malinconia che sembrava accompagnarlo, antitesi e  contrappunto alla gioia che riusciva a trasmettere con il suo gioco. Accanto a lui si distinguono un ottimo Andrea Pennacchi nel ruolo del padre, e un sorprendente Martufello nel ruolo di Mazzone: la sua presenza è un vero e proprio raggio di sole in uno dei momenti più nebulosi e noiosi del film, e la sua prova avrebbe meritato indubbiamente più spazio.

Il divin codino è, in sintesi, un'opera superficiale, con alcuni momenti indovinati ma un generale senso di scarsa fantasia e coraggio: un peccato mortale per un film che dovrebbe raccontare un personaggio segnato dalla sua eccezionalità, della sua diversità, con una vita da romanzo che finisce invece per somigliare a quella di un prete di campagna di uno sceneggiato Rai, con tanto di volemose bene finale. Peccato: il Divin Codino si sarebbe meritato di meglio.

**

Pier

lunedì 31 maggio 2021

Minari (In pillole #17)

I nuovi pionieri


Esiste ancora il sogno americano? Partendo da questa domanda all'apparenza semplice, Lee Isaac Chung affronta uno dei temi riscrive il mito dei pionieri dal punto di vista dei nuovi immigrati - in questo caso, una famiglia coreana che si trasferisce negli USA negli anni Ottanta. Così come Hamilton, il musical di Lil' Manuel Miranda, trasforma il mito dei padri fondatori per parlare di una nazione fondata, creata, e animata da immigrati, Minari riprende la mitologia della frontiera e la trasforma in una storia nuova, raccontata con l'occhio di immigrati di prima e soprattutto seconda generazione, sospesi tra la cultura di una terra mai conosciuta e quella del paese che li ospita.

Non è un caso che il vero protagonista sia David, il figlio, che fatica ad accettare l'ingombrante presenza della nonna, nei suoi occhi figlia di un passato che non conosce ma che condiziona ancora la sua vita, scandita da tradizioni religiose e culinarie che i genitori vogliono tenere vive, ma che per lui costituiscono solo un ostacolo. La nonna si rivelerà ben più anticonformista del previsto, creando un solido ponte tra la tradizione (rappresentata dal minari, erba in grado di crescere ovunque, una volta piantata) e la loro nuova comunità. La tensione tra tradizione e innovazione, passato e futuro, permea tutto il film e si sostanzia soprattutto nei genitori di David, impegnati in una guerra di valori silenziosa che trova tregua solo nell'amore familiare.

Minari è un film all'apparenza semplice, ma in realtà complesso, stratificato, ricco di significati senza per questo essere didascalico come altri film che cercano di compiere la stessa operazione. Il paesaggio dell'Arkansas sembra un'Arcadia senza tempo (la fotografia è una goduria per gli occhi), e la narrazione ha  echi delle grandi epopee di Steinbeck, intime ma al tempo stesso di afflato biblico. 

Chung racconta la famiglia protagonista con uno sguardo delicato e divertito, affrontando anche i momenti più drammatici con la leggerezza propria dell'infanzia. Il risultato è un racconto semplice ma efficace, che racconta una vicenda privata ma universale, in cui una famiglia cerca un proprio posto in un nuovo mondo, e i suoi membri cercano la propria identità all'interno della famiglia stessa. Un piccolo gioiello: non perdetelo.

****

Pier

lunedì 17 maggio 2021

I Mitchell contro le macchine

La creatività del futuro


La famiglia Mitchell è sconclusionata, disordinata, strana: molto lontana dall'ideale di perfezione dei vicini che mamma Linda invidia. La figlia Katie sta per partire per il college, dove studierà cinema, realizzando il suo sogno e allontanandosi da una famiglia e da un papà, Rick, che sente sempre più distante. Rick adora Katie, ma non riesce a comprendere il suo linguaggio "multimediale" né i suoi interessi. In un ultimo tentativo di riconnettersi con lei, Rick decide che tutta la famiglia (Rick, Linda, e il fratellino Aaron) accompagnerà Katie al college in una gita in auto. Peccato che, durante il viaggio, i robot insorgano, rivoltandosi contro gli umani e minacciando di spazzarli via dal pianeta.

Dopo il meritatissimo successo di Spider-Man: Un nuovo universo (che non per nulla vi abbiamo segnalato tra i migliori dieci film del decennio appena concluso), la Sony Animation torna con un'altra opera coraggiosa e innovativa, un'esplosione di creatività che si avventura ai confini dell'animazione e li spinge un po' più in là. Laddove Un nuovo universo esplorava l'ibridazione di diverse tecniche di animazione, ma soprattutto del linguaggio animato e di quello fumettistico, I Mitchell contro le macchine gioca con il linguaggio dei social media, da YouTube a TikTok, passando per Instagram e Snapchat. L'animazione in computer grafica viene "filtrata" (è il caso di dirlo) e arricchita da emoji, meme, immagini live action, e animazioni in 2D che descrivono le emozioni dei personaggi come fossimo in un fumetto o, appunto, sui social media. 


Lo stile filmico di Katie, che usa un approccio multimediale per realizzare i suoi video virali (memorabili quelli con il cagnolino Monchi nella parte di un poliziotto duro e puro), diventa quello del film. I Mitchell contro le macchine è interamente girato dalla sua prospettiva di Katie, filtrato attraverso il suo creativo e registico, come se stessimo assistendo agli eventi rivisti dalla sua prospettiva e trasformati in uno dei suoi video virali - creazioni dove non conta la qualità degli effetti speciali ma la capacità di essere autentici e originali, senza paura del ridicolo, ma anzi abbracciandolo e usandolo come strumento espressivo. 


Il risultato è strabiliante: un'orgia di colori brillanti amalgamati con un approccio da acquerello, che esalta le sfumature ma, grazie alla commistione con la computer grafica, non sacrifica la profondità, accompagnati a una sceneggiatura esilarante ma anche in grado di emozionare e commuovere, come i migliori film della Pixar. Scene di emozionante contemplazione (sia familiare, sia esistenziale) si alternano a scene quasi demenziali, una commistione di comicità verbale e slapstick che si amalgamano con la serietà dei temi trattati con una perfezione incredibile vista la profonda diversità di temi e toni.

Il film non ha paura di questa diversità, ma anzi abbraccia il caos, rendendolo cifra espressiva, una perfetta rappresentazione dell'inesauribile voglia di creare di Katie e di un'intera generazione - una generazione stanca di non essere presa sul serio e desiderosa non solo di creare, ma di cambiare: cambiare i linguaggi, gli strumenti di valutazione, persino il concetto stesso di "arte". Una generazione che non ha paura di sperimentare, ma anzi vede la sperimentazione come l'unico approccio possibile. 


Il film è anche un'esortazione al dialogo intergenerazionale, a capire la diversità di linguaggio e approcci che, oggi come forse mai nella storia, sta creando una barriera tra genitori e figli. Lo stile stesso del film è un inno al dialogo, con tecniche di generazioni e media differenti che trovano il modo di convivere e dialogare in modo proficuo, esattamente come Katie e Rick. Al di là dell'abbacinante animazione, l'innovazione del film sta tutta qui: prendere un tema abusato come lo scontro generazionale e rivisitarlo in chiave nuova, moderna, in grado di parlare all'oggi senza sacrificare l'universalità del messaggio.

I Mitchell contro le macchine è un piccolo capolavoro che, pur costruendo sulle solide fondamenta già costruite da Spider-Man: Un nuovo universo, se ne discosta per costruire un universo emotivo e creativo tutto suo. Il film investe lo spettatore come una boccata d'aria fresca, e lo trascina in un viaggio che fa tutto quello che il grande cinema dovrebbe fare: divertire, emozionare, lasciare a bocca aperta.


**** 1/2

Pier

sabato 24 aprile 2021

Oscar 2021 - I pronostici

Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantaduesima edizione degli Academy Awards. 

Ma quest'anno non sarà come tutti gli altri: la pandemia ha costretto molti film attesissimi a rimandare la loro uscita; i cinema sono ancora chiusi in molti paesi, con la conseguenza che molti dei film in concorso (tutti quelli non usciti su piattaforme di streaming) non sono stati visti da milioni di potenziali spettatori; la stessa cerimonia di premiazione si svolgerà con i candidati suddivisi tra più location per rispettare le norme sanitarie.

Insomma, è stato un anno molto anomalo, e anche i nostri pronostici e scelte personali ne risentiranno. Per la prima volta da tempo immemorabile, infatti, non ho visto molti dei film in concorso. Basterà questo a fermarmi? Ovviamente no. Ciarlare dello sconosciuto è la specialità di ogni critico concionatore e il sottoscritto non fa eccezione.

Pronti? Iniziamo!


Miglior montaggio
Cinque ottimi candidati, ma tutti dicono meraviglie del montaggio di Sound of metal, curato da Mikkel E. G. Nielsen, danese già montatore, tra gli altri, dell'ottimo Beasts of no nation. La mia scelta personale ricade su Alan Baumgarten per lo splendido lavoro di cucitura tra passato e presente, materiale filmato e d'archivio ne Il processo ai Chicago 7.

Pronostico: Mikkel E. G. Nielsen, Sound of metal

Scelta personale: Alan Baumgarten, Il processo ai Chicago 7


Miglior fotografia
La fotografia wellesiana di Mank, o il lirico realismo di Nomadland? La competizione sembra concentrarsi tra questi due titoli, e personalmente non ho dubbi su chi scegliere: il lavoro di Joshua James Richards è uno dei punti di forza del film di Chloé Zhao, il cuore pulsante di un piccolo, grande capolavoro. Su di lui ricade sia il mio pronostico che la mia scelta personale.

Pronostico: Joshua James Richards, Nomadland
Scelta personale: Joshua James Richards, Nomadland


Miglior film d'animazione
Impossibile non indicare Soul, sia come favorito che come film del cuore. E la concorrenza, quest'anno, è anche agguerrita: Onward, un po' snobbato perché uscito nel breve periodo di riapertura dei cinema durante la pandemia, è un degnissimo rivale "casalingo", una splendida storia familiare che diverte e commuove; Wolfwalkers ha raccolto consensi unanimi in tutto il mondo. Tuttavia, il nuovo film di Pete Docter (a parere di chi scrive il miglior regista Pixar, e non da oggi) è un'esplosione di creatività, innovazione e voglia di osare, un'improvvisazione jazz che avvolge, trascina, e commuove.

Pronostico: Soul
Scelta personale: Soul


Miglior attore non protagonista
I grandi protagonisti sembrano essere gli attori di Judas and the Black Messiah, inspiegabilmente candidati ambedue come non protagonisti. Tra i due spicca Daniel Kaluuya, già nominato per Get out!. Non avendo visto il film, devo giocoforza indicare qualcun altro per la mia scelta personale, che ricade su Sacha Baron Cohen, splendido hippie ne Il processo ai Chicago 7 .

Pronostico: Daniel Kaluuya, Judas and the Black Messiah

Scelta personale: Sacha Baron Cohen, Il processo ai Chicago 7


Miglior attrice non protagonista
Una delle categorie più incerte, con almeno tre contendenti che partono alla pari: Glenn Close per Elegia americana, Olivia Colman per The father, e Amanda Seyfried per Mank. Scommetto su Oliva Colman, sulla quale ricade anche la mia scelta personale: è sulla fiducia, non avendo visto il film, ma vi sfido a dirmi che sbaglio a fidarmi.

Pronostico: Olivia Colman, The father
Scelta personale: Olivia Colman, The father

"Ah, non ti fidi?"

Miglior sceneggiatura originale
Tra i candidati c'è Aaron Sorkin. Aaron Sorkin è il Dio della sceneggiatura, non avrai altro Dio all'infuori di lui. Il processo ai Chicago 7 è un'apoteosi della sua scrittura, tra dialoghi splendidi, monologhi appassionati, walk and talk da antologia. Mi pare evidente su chi ricadano sia pronostico che scelta personale. E se l'Academy sceglierà diversamente, peste li colga.

Pronostico: Aaron Sorkin, Il processo ai Chicago 7
Scelta personale: Aaron Sorkin, Il processo ai Chicago 7


Miglior sceneggiatura non originale
Competizione accesa in questa categoria, con un testa a testa tra Chloè Zhao per Nomadland e Kemp Powers per l'adattamento della sua piece teatrale in Quella notte a Miami... . Dico Kemp Powers, ma la mia scelta personale ricade sulla Zhao.

Pronostico: Kemp Powers, Quella notte a Miami...
Scelta personale: Chloè Zhao, Nomadland


Miglior attrice protagonista
Qui la favorita, nonostante la concorrenza serrata (da Frances McDormand per Nomadland a Carey Mulligan per Una donna promettente), sembra essere Viola Davis per Ma Rainey's Black Bottom. La Davis è come sempre strepitosa, e il film biografico paga sempre, quindi la vittoria sembra cosa certa. Tuttavia, la mia scelta personale ricade su Vanessa Kirby, semplicemente eccezionale nella parte di una madre in lutto in Pieces of a Woman - altro film passato ingiustamente inosservato ma da recuperare (è su Netflix).

Pronostico: Viola Davis, Ma Rainey's black bottom
Scelta personale: Vanessa Kirby, Pieces of a woman

One woman show

Miglior attore protagonista
Qui il favorito sembra essere Chadwick Boseman per Ma Rainey's Black Bottom, sia per l'ottima interpretazione sia per l' "effetto lutto" che inevitabilmente influenzerà le scelte dei giurati. La mia scelta personale ricade invece su Gary Oldman, una delle poche note liete di quel sublime pasticcio che è Mank. 
Pronostico: Chadwick Boseman, Ma Rainey's black bottom
Scelta personale: Gary Oldman, Mank

Miglior regia
Un solo nome al comando: Chloé Zhao. Nomadland è un film universale e personale, e porta l'impronta indelebile di una regista che farà molto parlare di sé, capace di unire sublime e triviale, assoluto e quotidianità, risate e commozione. 

Pronostico: Chloè Zhao, Nomadland
Scelta personale: Chloè Zhao, Nomadland

Schegge di meraviglia da Nomadland

Miglior film
In un anno difficile come questo, uno potrebbe aspettarsi una bassa qualità dei film in concorso. Invece, a sorpresa (o forse no), la mancanza di blockbuster ha aperto le porte a prodotti indipendenti che normalmente sarebbero magari passati inosservati: film personali, ma potenti, in grado di commuovere e far riflettere, ma che soprattutto riflettono in modo evidente la visione autoriale dei propri registi. Il favorito, manco a dirlo, è Nomadland , su cui ricade anche la mia scelta personale, ma occhio alle possibili sorprese: sia Minari sia Judas and the Black Messiah potrebbero aggiudicarsi la statuetta più ambita.

Pronostico: Nomadland
Scelta personale: Nomadland


Questo è tutto. Cosa aspettate? Correte in sala scommesse!

Pier

Una donna promettente

Vittime e carnefici


Dopo aver abbandonato gli studi di medicina, la trentenne Cassie lavora in un piccolo bar. Apatica nei confronti del suo lavoro e dei genitori, con cui vive, Cassie prende vita solo la notte, quando gira per locali e, fingendosi ubriaca, si fa abbordare da sconosciuti. Il suo scopo? Vedere se si approfitteranno della sua condizione di incapacità di intendere e di volere. Un gioco al massacro che ha radici nel passato di Cassie - un passato che non tarderà a riaffiorare.

Che cos'è la colpa? Fino a che punto si può spingere una vendetta? Esiste davvero un colpevole, quando è la società intera a decidere di ignorare e girarsi dall'altra parte? Nel suo primo film da regista (e sceneggiatrice), Emerald Fennell affronta un tema complesso come quello della cultura dello stupro, e lo fa esplorandone le radici, il sistema di potere e gerarchie su cui si regge e grazie al quale, come un parassita demoniaco, riesce a perpetuarsi. La Fennell è magistrale nel gestire la presentazione dei suoi personaggi, maschili ma anche femminili: la regista gioca con le aspettative dello spettatore, a volte confermandole, a volte sovvertendole, spingendosi in un territorio più degno di film come The Master o True Detective che in quelli di un semplice "rape and revenge" per interposta persona: l'orrore è sistemico, e chiunque contribuisca a perpetuarlo, anziché affrontarlo, non può che essere colpevole. 

L'accidia è un peccato capitale tanto quanto la lussuria, e come tale va trattato. Il messaggio è senza dubbio forte - molti lo troveranno probabilmente urticante - ma coglie senza dubbio nel segno, creando nello spettatore una sensazione di disagio e sconforto che da strisciante si fa esplosiva, portandolo di volta in volta a "tifare" per un personaggio salvo poi pentirsi due minuti dopo. Il film è molto abile a muoversi sul sottile filo che separa l'esplorazione delle radici sociologiche della cultura dello stupro dalla relativizzazione della colpa: no, non sono tutti colpevoli, e no, il fatto che il fenomeno sia strutturale (o, meglio, culturale) non assolve i singoli perpetratori. 

La sceneggiatura e l'interpretazione di Carey Mulligan sono perfette nel ritrarre un personaggio che non deve sempre piacerci, ma del quale non si può ignorare il sordo dolore, la frustrazione che nasce dal senso di colpa per non aver impedito quanto successo e dalla consapevolezza che non avrebbe comunque cambiato nulla.

La Fennell ha una sensibilità hitchcockiana per creare tensione sfruttando i soli elementi visivi, giocando con luci, ombre e profondità di campo. Come con la sceneggiatura, anche lo stile visivo cambia di continuo, focalizzandosi ora sui personaggi con primissimi piani, ora sul loro ambiente, con campi ampi che ne riflettono la solitudine, l'insignificanza rispetto al sistema. All'interno di questo mondo di marionette si muove Cassie, angelo vendicatore con una sua etica e una sua morale, giudice  e carnefice costretta a sostituirsi a una società che ha deciso non solo di non guardarsi allo specchio, ma di romperlo e considerare la visione distorta prodotta dalle schegge come l'unica realtà. 

Le immagini sono accompagnate da una colonna sonora semplicemente perfetta, che alterna pop e musica classica e a volte giunge persino a ibridarli, creando dissonanze e cambi di tono che si sposano perfettamente al ritmo erratico e sincopato del film.

Una donna promettente è un film duro, che intrattiene con l'elemento della vendetta ma crea una tensione, un disagio continui che a volte diventano difficilmente sopportabili. È un film che non piacerà a tutti, che è costruito per non piacere a tutti, ma che al tempo stesso non potrà mancare di esercitare una magnetica fascinazione anche tra i suoi critici più feroci, così come tutti quei film che ci costringono ad affrontare i mostri che abbiamo contribuito a creare.

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Pier


giovedì 22 aprile 2021

Nomadland

No direction home 


Empire, stato del Nevada. Alla morte del marito, Bo decide di lasciare la casa dove hanno sempre vissuto, in una cittadina industriale del Nevada diventata una città semi-fantasma dopo la chiusura della fabbrica che dava lavoro alla grande maggioranza dei locali. Si trasferisce a vivere in un van, che trasforma in una casa con la C maiuscola, e comincia a spostarsi per le strade d'America, entrando a far parte di una comunità di persone come lei: i nomadi della strada. 

Quando pensiamo ai nomadi, il primo pensiero corre sempre a culture "altre", nello spazio o nel tempo, lontane dai canoni di sedentarietà della civiltà occidentale contemporanea. Tuttavia, i nomadi sono parte fondante, il cuore pulsante ma invisibile del paese che ha egemonizzato la cultura occidentale degli ultimi settant'anni, gli Stati Uniti. Nella pancia degli States c'è una vibrante comunità di invisibili, con i suoi riti, le sue tradizioni, in perenne movimento verso un futuro che non arriverà mai ma che è comunque più attraente di un passato fatto di rinunce, fallimenti e solitudine. 

Chloé Zhao si immerge in questa comunità e la racconta con uno sguardo documentaristico ma lirico, distante ma partecipe, che racconta la storia dei nomadi attraverso sguardi, paesaggi, e silenzi, muovendosi con elegenza tra il road movie e il cinema di Ken Loach, di cui non ha gli elementi di critica sociale ma lo sguardo affettuoso verso la solidarietà tra diseredati, i legami indissolubili che possono nascere da un breve incontro, da una parola gentile, da un aiuto disinteressato. 

Citare altri registi non rende però giustizia all'originalità dello sguardo della Zhao, uno sguardo unico, ricco, vitale, che trova il bello in ogni cosa ma non rifugge da raccontare la quotidianità anche nei suoi momenti più triviali - uno sguardo che sceglie di raccontare per immagini, suoni, sensazioni più che attraverso le parole, riscoprendo una lezione dimenticata su cosa sia davvero il cinema, in un'epoca in cui la parola sembra aver preso il sopravvento sull'elemento visivo che invece costituisce il cuore e l'anima della settimana arte. Laddove altri film raccontano la materia, Nomadland racconta l'anima: l'anima dei suoi personaggi, l'anima (perduta) di un paese. 

La crisi economica e il fallimento del sistema capitalista, del sogno americano sono i coprotagonisti del film, ma la Zhao decide di lasciarli sullo sfondo, spettri che incombono sui protagonisti, animali notturni da cui i nomadi si difendono come le tribù di una volta: stringendosi insieme intorno a un fuoco e raccontando storie. La Zhao sceglie di indugiare su ciò che i nomadi hanno guadagnato scegliendo questa vita più che su ciò che hanno perso, sui legami di una comunità sui generis, ma presente, che si sostituiscono alle regole di una società strutturata ma assente. Questa scelta non solo avvicina lo spettatore al loro mondo, ma amplifica la portata emotiva delle scene in cui il passato riemerge, come un fiume carsico che travolge personaggi e spettatori. 
La scelta di circondare Frances McDormand, sempre magnifica, di veri nomadi incontrati sulla strada è vincente e dona al film un afflato neorealista che ne rafforza l'impatto emotivo e sociale. 

Nomadland è un film che colpisce dritto al cuore senza bisogno di scene madri o grandi conflitti interiori o sociali. È un film che racconta la miseria in modo onesto, sincero, adottando lo sguardo dei suoi personaggi anziché ergersi a giudice e dispensatore di pietà. Nomadland racconta e ritrae, laddove altri avrebbero giudicato o fatto un trattatello morale: è quello che il grande cinema dovrebbe fare. 
E non fatevi ingannare dalla sua apparente semplicità: Nomadland è grande, grandissimo cinema. 

**** 1/2 

Pier