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martedì 7 aprile 2026

L'ultima missione: Project Hail Mary

Tornare a sognare


Ryland Grace, un insegnante di scienze delle medie, si risveglia da un coma farmacologico a bordo di una nave spaziale a svariati anni luce dalla terra. È completamente solo, fatta eccezione per il computer di bordo. Lentamente, comincia a ricordarsi perché è lì: scoprire perché molte stelle, compreso il Sole, stanno morendo, e salvare quindi la vita sulla Terra.

C'è un certo tipo di cinema, soprattutto di genere - fantascienza, ma non solo - tipico degli anni Ottanta che viene spesso definito come "cinema Amblin", dal nome della casa di produzione di Steven Spielberg. Per chi volesse capire la differenza tra la fantascienza Amblin e non Amblin basterebbe guardare il finale di A.I. - Intelligenza artificiale, una storia scritta da Kubrick, che avrebbe dovuto anche dirigerla, ma poi girata da Spielberg, che si dice aggiunse un supplemento di finale (anche se lui lo nega): in quei pochi minuti sta, distillata, tutta l'essenza di quel modo di fare cinema e di intendere il genere. Il cinema Amblin ha come target primario i ragazzi, certo, ma parla anche agli adulti, risvegliando ricordi ormai sopiti e facendo leva sulla nostalgia e sul senso di meraviglia che continua ad albergare in ognuno di noi. 

Il cinema Amblin è ottimista, e guarda al futuro e all'ignoto non con paura e cinismo ma con speranza e fiducia, certo della capacità dell'uomo di superare i suoi limiti - tecnologici, certo, ma anche sociali e relazionali. Nel cinema Amblin la tecnologia aiuta l'uomo a migliorarsi e si comunica con gli alieni, che non hanno cattive intenzioni ma sono, come noi, curiosi di scoprire qualcosa di più sull'universo e su se stessi. Il cinema Amblin è, infine, difficile: ha una formula apparentemente semplice, ma c'è un motivo se viene associato quasi esclusivamente a Steven Spielberg e pochi altri autori che gravitano nella sua orbita (Chris Columbus e Robert Zemeckis, per dirne due): trovare il giusto bilanciamento tra valori positivi e avventura, realismo e immaginazione è molto difficile, e il rischio di scivolare nella retorica insopportabile (qualcuno direbbe alla Sandro Curzi) è sempre dietro l'angolo.

Negli anni questo cinema è progressivamente scomparso. Il futuro è arrivato, ed era tutt'altro che positivo, più vicino al "primo finale" di A.I. - Intelligenza artificiale che al secondo: gli alieni continuano a ignorarci, ma la tecnologia viene usata non per aiutare l'umanità ma per arricchire poche corporazioni. Il cambiamento è stato, ovviamente, progressivo, ma si dovesse identificare un momento preciso in cui il cinema Amblin è stato abbandonato come un vecchio giocattolo passato di moda l'anno chiave potrebbe essere il 1999: Matrix e Fight Club inaugurano una nuova era che racconta la disillusione, il pessimismo tecnologico, l'isolamento, l'incapacità di comunicare.


Quando la realtà si fa oscura, tuttavia, la necessità di guardare con ottimismo al futuro torna prepotentemente a farsi strada nella società, che chiede quindi ai suoi prodotti culturali di mettere in scena quei valori positivi che sembrano ormai perduti. La finzione fa da contraltare alla realtà, raccontando non ciò che è, ma ciò che vorremmo fosse. Quando i tempi si fanno cupi, insomma, torniamo a desiderare il cinema Amblin. 

Project Hail Mary è un film Amblin degli anni Venti, un film ostinatamente ottimista, che non si vergogna della sua fiducia in bontà e valori positivi ma li mette al centro della trama, scaldando i cuori e ricordandoci cosa significa sognare. Al timone ci sono Phil Lord e Christopher Miller, che con quel cinema sono cresciuti, internalizzandone perfettamente gli stilemi, che lavorano su un librodi Andy Weir, già autore di un altro esempio di fantascienza ottimista (ma non ambliniana) come The Martian. 

Lord e Miller, tuttavia, non sono degli sprovveduti, ma dei cineasti con grande intuito e senso del contemporaneo (sono le menti dietro il progetto Spider-Verse): non si limitano a fare copincolla della formula Amblin, ma la adattano ai nostri tempi. Come? Scegliendo di raccontarli. Laddove la vicenda nello spazio riempie il cuore per la forza di un legame - l'amicizia - trovato laddove sembrava impossibile, la vicenda sulla Terra è agghiacciante nella sua freddezza: un pianeta che muore, seppur per cause non antropiche; un piano disperato, un governo mondiale disposto a tutto, un eroe talmente riluttante da far dubitare che sia tale. 

I due registi non decidono di ignorare la quotidianità per tornare a un mondo che oggi sarebbe anacronistico, ma calano quel mondo, quel modo di vivere e raccontare le emozioni, nel nostro freddo presente. La storia di Ryland Grace e Rocky esiste all'interno - e, forse, in conseguenza - di un presente che sta per finire, che ha bruciato ogni possibilità di salvezza e deve quindi affidarsi a un insegnate di scuola media e a un progetto con scarsissime possibilità di successo - un Hail Mary, per l'appunto.


Il comparto visivo è eccezionale, con una fotografia che omaggia i grandi classici della "fantascienza filosofica" e solitaria, da Solaris a 2001: Odissea nello Spazio ma ammantandoli di uno spielberghiano senso di meraviglia. A brillare è però ovviamente Rocky, perfetto esempio di alieno non antropomorfo che Lord e Miller riescono a infondere di personalità. Un'impresa non semplice, considerando che Rocky manca di tutte quelle caratteristiche fisiche - gli occhi, in primis - solitamente utilizzate per suscitare empatie. 

La scelta di creare delle Rocky-marionette, anziché affidarsi solo alla computer grafica, non è solo un ennesimo omaggio al cinema Amblin, ma una scelta talmente vincente da diventare trionfale.Rocky diviene a tratti il vero protagonista, il cuore emotivo del film, il personaggio con cui il pubblico si relaziona maggiormente, riuscendo a rubare la scena al pur ottimo Ryan Gosling, che conferma la sua grande affinità con il comico e, soprattutto, la capacità di mantenere in equilibrio comico e drammatico già dimostrata in film purtroppo poco (ri)conosciuti come Lars e una ragazza tutta sua.

Project Hail Mary è una gioia per gli occhi e un balsamo per l'anima, che riconcilia con il presente e apre una finestra di speranza sul futuro. Lord e Miller realizzano un film che qualcuno potrebbe definire ingenuo, e indubbiamente lo è, a tratti. Tuttavia, è anche un film che genera meraviglia, gioia e stupore, che fa ridere e commuove, intrattiene e fa riflettere: e non sono questi, in fondo, i motivi per cui andiamo al cinema?

**** 1/2

Pier

lunedì 17 maggio 2021

I Mitchell contro le macchine

La creatività del futuro


La famiglia Mitchell è sconclusionata, disordinata, strana: molto lontana dall'ideale di perfezione dei vicini che mamma Linda invidia. La figlia Katie sta per partire per il college, dove studierà cinema, realizzando il suo sogno e allontanandosi da una famiglia e da un papà, Rick, che sente sempre più distante. Rick adora Katie, ma non riesce a comprendere il suo linguaggio "multimediale" né i suoi interessi. In un ultimo tentativo di riconnettersi con lei, Rick decide che tutta la famiglia (Rick, Linda, e il fratellino Aaron) accompagnerà Katie al college in una gita in auto. Peccato che, durante il viaggio, i robot insorgano, rivoltandosi contro gli umani e minacciando di spazzarli via dal pianeta.

Dopo il meritatissimo successo di Spider-Man: Un nuovo universo (che non per nulla vi abbiamo segnalato tra i migliori dieci film del decennio appena concluso), la Sony Animation torna con un'altra opera coraggiosa e innovativa, un'esplosione di creatività che si avventura ai confini dell'animazione e li spinge un po' più in là. Laddove Un nuovo universo esplorava l'ibridazione di diverse tecniche di animazione, ma soprattutto del linguaggio animato e di quello fumettistico, I Mitchell contro le macchine gioca con il linguaggio dei social media, da YouTube a TikTok, passando per Instagram e Snapchat. L'animazione in computer grafica viene "filtrata" (è il caso di dirlo) e arricchita da emoji, meme, immagini live action, e animazioni in 2D che descrivono le emozioni dei personaggi come fossimo in un fumetto o, appunto, sui social media. 


Lo stile filmico di Katie, che usa un approccio multimediale per realizzare i suoi video virali (memorabili quelli con il cagnolino Monchi nella parte di un poliziotto duro e puro), diventa quello del film. I Mitchell contro le macchine è interamente girato dalla sua prospettiva di Katie, filtrato attraverso il suo creativo e registico, come se stessimo assistendo agli eventi rivisti dalla sua prospettiva e trasformati in uno dei suoi video virali - creazioni dove non conta la qualità degli effetti speciali ma la capacità di essere autentici e originali, senza paura del ridicolo, ma anzi abbracciandolo e usandolo come strumento espressivo. 


Il risultato è strabiliante: un'orgia di colori brillanti amalgamati con un approccio da acquerello, che esalta le sfumature ma, grazie alla commistione con la computer grafica, non sacrifica la profondità, accompagnati a una sceneggiatura esilarante ma anche in grado di emozionare e commuovere, come i migliori film della Pixar. Scene di emozionante contemplazione (sia familiare, sia esistenziale) si alternano a scene quasi demenziali, una commistione di comicità verbale e slapstick che si amalgamano con la serietà dei temi trattati con una perfezione incredibile vista la profonda diversità di temi e toni.

Il film non ha paura di questa diversità, ma anzi abbraccia il caos, rendendolo cifra espressiva, una perfetta rappresentazione dell'inesauribile voglia di creare di Katie e di un'intera generazione - una generazione stanca di non essere presa sul serio e desiderosa non solo di creare, ma di cambiare: cambiare i linguaggi, gli strumenti di valutazione, persino il concetto stesso di "arte". Una generazione che non ha paura di sperimentare, ma anzi vede la sperimentazione come l'unico approccio possibile. 


Il film è anche un'esortazione al dialogo intergenerazionale, a capire la diversità di linguaggio e approcci che, oggi come forse mai nella storia, sta creando una barriera tra genitori e figli. Lo stile stesso del film è un inno al dialogo, con tecniche di generazioni e media differenti che trovano il modo di convivere e dialogare in modo proficuo, esattamente come Katie e Rick. Al di là dell'abbacinante animazione, l'innovazione del film sta tutta qui: prendere un tema abusato come lo scontro generazionale e rivisitarlo in chiave nuova, moderna, in grado di parlare all'oggi senza sacrificare l'universalità del messaggio.

I Mitchell contro le macchine è un piccolo capolavoro che, pur costruendo sulle solide fondamenta già costruite da Spider-Man: Un nuovo universo, se ne discosta per costruire un universo emotivo e creativo tutto suo. Il film investe lo spettatore come una boccata d'aria fresca, e lo trascina in un viaggio che fa tutto quello che il grande cinema dovrebbe fare: divertire, emozionare, lasciare a bocca aperta.


**** 1/2

Pier