venerdì 10 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #6

Sesto e ultimo telegramma da Venezia 2021: l'ultimo film in concorso, il film di Ridley Scott sull'ultimo duello di Dio, qualche bella sorpresa nelle sezioni collaterali, e tanto altro.


Mama, Ya Doma (Orizzonti), voto 6.5. Un racconto sul lutto e sulla sua (non) accettazione, con una madre che rifiuta di credere alla morte del figlio: complotto o pazzia? L'idea è interessante e, pur non riuscendo mai a decollare veramente, offre un'efficace riflessione sul potere, grazie anche all'ottima prova dell'attrice protagonista.

Un Autre Monde (Concorso), voto 7.5. Un film sul lavoro e sullo sfruttamento dei lavoratori visto dal punto di vista di un manager che finisce per essere dilaniato dalle richieste del quartier generale e le preoccupazioni dei lavoratori. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Rhino (Orizzonti), voto 5. Un film erratico, che dopo una scena d'apertura di grande impatto visivo e narrativo si perde in un turbinio di violenza, spesso gratuita, senza riuscire né a trasmettere emozioni, né a stimolare riflessioni. 

The Last Duel (Fuori Concorso), voto 7.5. Il racconto dell'ultimo "duello di Dio" legittimato dalla legge nella Francia del XIV secolo. Il tema non potrebbe essere più attuale - una denuncia per stupro - e viene raccontato alla Rashomon, mostrandoci gli eventi dal punto di vista dei tre protagonisti: l'accusato, il marito della vittima, e soprattutto la vittima, trattata come un oggetto e costretta a continue umiliazioni per sostenere la veridicità delle sue accuse. La regia di Ridley Scott è poco originale ma solida, la sceneggiatura asciutta ed efficace: sarebbe bello dire che le cose sono cambiate, ma la cronaca di dice, purtroppo, che non è così. Ottima prova di tutti i protagonisti, tra cui spiccano un Ben Affleck stranamente (ma efficacemente) gigione e Jodie Comer, perfetta nella parte della protagonista.

Al Garib (Giornate degli Autori), voto 7.5. Un medico mancato trascina la sua esistenza in un frutteto che il padre non vuole nemmeno lasciargli in eredità. Un incontro a sorpresa con un guerrigliero ferito cambierà le sue prospettive. Un film che racconta la solitudine, il desiderio e l'incapacità di riscatto, l'attaccamento alle proprie radici: una storia di emozioni, rapporti umani, paesaggi splendidi e decadenti, che raccontano il dramma di una terra, la Siria, dove anche la speranza sembra ormai impossibile.

La Macchina delle Immagini di Alfredo C. (Orizzonti), voto 7. Curioso documentario narrato su una storia poco conosciuta, quella degli italiani bloccati in Albania dopo la cacciata dei fascisti e l'instaurazione di un governo comunista. Protagonista un cameraman del fascismo, che si ritrova a svolgere lo stesso lavoro per il neonato governo albanese. Il documentario mette in luce i meccanismi universali della propaganda, e la centralità dell'immagine filmata nell'alimentare il culto della personalità e del partito.

Per ora è tutto, appuntamento a più tardi per il Totoleone.

Pier e Simone

giovedì 9 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #5

Quinto telegramma da Venezia: belle sorprese da Finlandia e Filippine, delusioni italiane, e peculiari film d'animazione giapponesi.


The Blind Man Who Did Not Want to See Titanic (Orizzonti), voto 8. Un film finlandese che parla di disabilità senza pietismo, ma anzi con grande ironia e lanciandosi anche su toni thriller. Fotografia splendida, sceneggiatura asciutta ed efficace, e splendida prova del protagonista.

White Building (Orizzonti), voto 5.5. Una famiglia riceve un'offerta per lasciare l'appartamento dove ha sempre vissuto, cadente ma molto centrale. La loro negoziazione procede in parallelo ai sogni di gloria del figlio, che aspira a diventare un celebre ballerino. Senza infamia e senza lode, il film non ha mai un guizzo, un momento ispirato che lo renda più che un discreto compitino.

America Latina (Concorso), voto 4. Dopo il successo alla Berlinale con Favolacce, i fratelli D'Innocenzo provano la strada del thriller psicologico. Il tentativo è ambizioso ma il risultato è un film inconcludente, con un colpo di scena poco sensato, mal giustificato e che arriva troppo tardi. Bella la fotografia, fastidiosa l'interpretazione del solitamente bravo Elio Germano, qui troppo sopra le righe.

Inu-Oh (Orizzonti), voto 6. Unico film d'animazione in concorso alla Mostra, racconta la storia di un grande innovatore del teatro Noh e delle leggende che ha contribuito a tramandare. Bella la scelta di rappresentare gli esponenti delle innovazioni Noh come veri e propri divi rock, sia musicalmente che visivamente, con coreografie che ricordano i concerti e i video di varie band, i Queen su tutti. L'animazione, inoltre, è di altissimo livello artistico. Il film, tuttavia, risulta un po' troppo ostico a chi non conosce a menadito la storia e le leggende del Giappone: peccato.

On the Job - The Missing 8 (Concorso), voto 7.5. Un film camaleontico, che ibrida vari generi - dall'indagine giornalistica al film d'azione, dal prison movie al noir - con grande creatività e inventiva e una colonna sonora strepitosa. Peccato per la durata eccessiva, ma merita la visione.

Life of Crime 1984-2020 (Fuori Concorso), voto 7.5. Un documentario che è un inno alla perseveranza, portato avanti per 36 anni seguendo tre amici tossicodipendenti nel loro continuo oscillare tra autodistruzione e tentativi di sopravvivenza e redenzione. Un film di forte impatto, che sottolinea l'importanza dei rapporti umani, con la droga che diventa quasi una persona in carne e ossa.

Simone

mercoledì 8 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #4

Quarto telegramma da Venezia: due dei film migliori del concorso (uno italiano), belle sorprese nelle sezioni collaterali, e qualche piccola delusione.
























Mother Lode (Settimana della Critica), voto 5. Il racconto di un minatore che promette misticismo (il diavolo nelle gallerie che promette una vena aurifera più ricca in cambio di sacrifici) ma offre solo un ritratto di miseria e condizioni lavorative degradanti. Sia la trama che il bianco e nero sanno di già visto, e offrono pochissimi spunti di interesse.

Mon Pére, le Diable (Biennale College), voto 8. Un esordio maturo, di impatto, che si incentra su temi complessi come vendetta e perdono e li elabora in maniera originale, personale, portando lo spettatore a interrogarsi sui demoni che ognuno si porta dentro.

La Caja (Concorso), voto 7. Un ragazzo attraversa il Messico per recuperare i resti del padre scomparso. Un incontro, però, lo convincerà che quei resti non sono quelli del genitore. Un curioso ed efficace mix tra un thriller e un film sullo sfruttamento dei lavoratori alla Ken Loach, girato con taglio documentaristico da Vigas, già Leone d'Oro nel 2015.

Django & Django (Fuori Concorso), voto 7.5. Peculiare ma stimolante documentario su Sergio Corbucci, narrato da un Quentin Tarantino enciclopedico e con gli interessanti contributi di Franco Nero e Ruggero Deodato, storico aiutoregista di Corbucci.

Captain Volkogonov Escaped (Concorso), voto 9. La fuga di un capitano dalle purghe staliniane diventa un percorso di pentimento dalle forti tinte dostoevskijane, sia per tematica sia per la presenza di elementi metafisici. Un racconto teso, ricco, con una fotografia sontuosa, che riesce a trattare temi complessi senza annoiare mai, alternando la tensione di un thriller a momenti di sublime lirismo.

Freaks Out (Concorso), voto 8.5. Un’esplosione di creatività visiva e narrativa, che unisce neoralismo, Fellini, e X Men per realizzare un film che emoziona e conquista, una gioia per gli occhi e per il cuore. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Pier

martedì 7 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #3

Terzo telegramma da Venezia: questa settimana ci spostiamo dagli USA per abbracciare il cinema mondiale. Brasile, Italia, Messico, Francia, Ucraina: Venezia conferma la sua vocazione di festival multiculturale. 
























Sundown (Concorso), voto Non Giudicabile. Dopo il Gran Premio della Giuria ottenuto con Nuevo Orden, Michel Franco torna a Venezia con un film spiazzante, fuori da ogni canone narrativo e tematico, che segue le vicende di un uomo che decide di non ripartire con la famiglia dopo una vacanza in Messico. Una riflessione sull'egoismo? Sulla vita e la morte? Ai posteri l'ardua sentenza.

Mona Lisa and the Blood Moon (Concorso), voto 6. Un racconto gore in cui i rapporti di potere sono ribaltati: i "diversi" hanno il controllo, i "normali" sono in soggezione e cercano di fermarli, inibirli, catturarli, riprendendo quel controllo che sentono loro di diritto. Il film non brilla per originalità, ma intrattiene in modo efficace e infila un paio di trovate ben riuscite.

L'événement (Concorso), voto 7.5. Il racconto dell'impossibilità di un aborto, e della tenacia con cui una giovane donna nella Francia degli anni Sessanta (quando l'aborto era ancora illegale) vuole affermare la sua libertà di scegliere - scegliere di non avere un figlio, scegliere di non dover sacrificare se stessa, i suoi sogni, le sue speranze. La sua storia è raccontata con una regia cruda ma anche creativa, che mette al centro il corpo e ne segue sofferenze e mutazioni.

La Scuola Cattolica (Fuori Concorso), voto 4. Una trasposizione del romanzo di Albinati che, anziché raccontare il sostrato culturale e sociale dei delitti del Circeo, sceglie di fare pornografia del dolore. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

7 Prisoners (Orizzonti), voto 7.5. La lenta discesa agli inferi di un ragazzo brasiliano che, giunto in città con la promessa di un buon lavoro, si ritrova schiavizzato in un deposito di rottami. Dilaniato tra il desiderio di riscatto per sé e la famiglia e quello di lealtà ai suoi compagni di prigionia si troverà a dover compiere scelte dolorose. Un film secco, teso, girato con efficace semplicità e splendidamente interpretato, con un finale che non può lasciare indifferenti.

Vidblysk - Reflection (Concorso), voto 6.5. Un medico ucraino viene sequestrato dai separatisti filorussi. Rilasciato dopo aver assistito a eventi traumatici, ritroverà la pace nel rapporto con la figlia. Il film con la fotografia forse più bella della Mostra: uno sguardo documentaristico, con tanti quadri a camera fissa e gli altri girati in piano sequenza, con la frequente presenza di finestre sullo sfondo oltre le quali vediamo altri eventi, altri personaggi, separati eppure collegati. Peccato però per l'eccessiva lentezza narrativa, che finisce per azzoppare la potenza delle immagini.

Pier

 

sabato 4 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #2

Secondo telegramma da Venezia, con una grande infornata di divi, molti dei titoli più attesi, e la prima bocciatura del concorso principale.
























The Lost Daughter (Concorso), voto 7. Una donna in vacanza rimane turbata dall'incontro con una giovane madre: riaffiorano ricordi, si riaprono ferite mai sopite. Dal romanzo di Elena Ferrante, un ottimo esordio alla regia per Maggie Gyllenhaal, che pecca di qualche ingenuità ma dirige con maestria i suoi attori, capitanati da quella garanzia che è Olivia Colman.

The Cathedral (Biennale College), voto 5.5. Interessante racconto di formazione di un ragazzo della provincia statunitense, che cresce sballottato dal divorzio dei genitori e le continue liti tra vari membri della famiglia. Un discreto esordio, con belle intuizioni visive (il continuo ritorno delle porte socchiuse), che pecca però di scarsa originalità e capacità di emozionare.

Spencer (Concorso), voto 6.5. Larrain racconta un weekend importante nella vita di Lady Diana, scegliendo un approccio dichiaratamente fiabesco e favolistico, sospeso tra realtà e fantasia. Diana è intrappolata a Sandrigham come una principessa nel castello, sogna momenti catartici di ribellione, vede fantasmi e sciocca la servitù. Nonostante alcune scene di impatto e l'ottima prova di Kristen Stewart, il film sa però troppo di già visto, forse anche per il fatto che racconta un personaggio che è già stato vivisezionato allo sfinimento e per la scelta di mettere comunque in scena cose ormai stranote, come ad esempio la bulimia. Peccato, il potenziale c'era.

Il Buco (Concorso), voto 3. Un film che avrebbe senso come documentario, ma non ha né capo né coda come film di finzione. Bellissime immagini, ma il cinema è un'altra cosa.

Last Night in Soho (Fuori Concorso), voto 8. Due donne, due storie parallele: sogno o realtà? Edgar Wright realizza un film conturbante, trascinante nella sua capacità di cambiare faccia, genere, direzione narrativa. Ottime le prove di Thomasin McKenzie e, soprattutto, Anya Taylor-Joy. Splendida la colonna sonora.
 
Competencia Oficial (Concorso), voto 7. Divertente satira sul significato di celebrità e sulla vanità  - degli artisti, ma non solo - con un cast in gran forma formato da Banderas, Cruz, e Martinez. L'ironia si unisce a un irresistibile cinismo, creando una commedia brillante che, a poco a poco, si tinge di note più nere e oscure.

Pier

 

Dune - Parte 1

Creare un mondo impossibile


In un futuro prossimo venturo, l'universo è controllato da un impero che si regge su un sistema feudale. Le casate sono in lotta tra loro, e una preda ambita è il pianeta Arrakis, un deserto che però ospita la preziosissima Spezia, fondamentale per il viaggio interspaziale dopo che la jihad di Butler ha portato alla distruzione di ogni intelligenza artificiale, e capace di conferire a chi la assume poteri profetici e capacità cognitive degne di un computer. L'imperatore decide di assegnare il pianeta alla casata Atreides, sottraendolo alla casata rivale degli Harkonnen. Paul, erede della casata, si trova quindi costretto a trasferirsi sul pianeta, abitato dai Fremen, che da sempre combattono contro la colonizzazione della propria terra. Paul è tormentato da sogni misteriosi, e da un destino che sua madre, Lady Jessica, membra della misteriosa sorellanza Bene Gesserit, sembra aver architettato per lui.

Il romanzo Dune, pubblicato da Frank Herbert nel 1965, è stato a lungo considerato infilmabile: il mondo creato da Herbert era troppo complesso, troppo denso di riferimenti storici, politici, ambientali e mistici per essere efficacemente trasposto su schermo. Jodorowsky ha provato per anni a realizzarlo, senza riuscirci; e David Lynch ne realizzò una versione che, pur essendo nel frattempo diventato un piccolo cult, riuscì a scontentare sia il regista che il produttore, ma soprattutto il pubblico, che lo trovò troppo complesso. Il paradosso di queste disavventure è che Dune ha profondamente influenzato, sia direttamente, sia indirettamente attraverso i materiali sviluppati per il tentativo di Jodorowsky, tutta la fantascienza cinematografica e televisiva: da Star Wars (il più evidente) a Star Trek, passando per Nausicaa nella valle del vento, Terminator e Alien, sono pochissimi i cult fantascientifici che non gli sono debitori a livello narrativo o di immaginario visivo.


Denis Villeneuve si trovava dunque di fronte a una sfida titanica, persino più del sequel di Blade Runner: da una parte doveva soddisfare le schiere di fan del libro, che da anni attendono un adattamento degno; dall'altro doveva riuscire ad attirare il grande pubblico, trasferendo su schermo la complessità e la densità tematica del romanzo senza annoiare con continui momenti espositivi e lunghissime spiegazioni.
Possiamo dire che Villeneuve ha stravinto la sfida, dimostrandosi ancora una volta uno dei registi migliori degli ultimi anni, uno dei pochissimi in grado di coniugare autorialità e intrattenimento. Il suo Dune è un trionfo registico, in cui tutte le parti si integrano e si amalgamano alla perfezione: se alcuni elementi, presi singolarmente, possono legittimamente non convincere, è impossibile non riconoscere come questi si incastrino tra loro alla perfezione. 

Il risultato è un film magniloquente e mistico, che trasuda epica e mito a ogni inquadratura, capace di stimolare la fantasia e, al tempo stesso, imporre una riflessione sulla realtà. Lo spettatore è letteralmente trasportato a Caladan, a Giedi Prime, ad Arrakis: Dune fa per la saga (che per ora prevede solo un secondo film, che concluderà gli eventi narrati nel primo libro) quello che La compagnia dell'anello fece per Il signore degli anelli: creare i riferimenti visivi e tematici di un nuovo universo, riuscendo a trasmetterne appieno la ricchezza e la profondità - il suo sistema politico, la sua mitologia, le sue tradizioni; e, al tempo stesso, narrare la storia dei suoi protagonisti.


World building: farlo bene

Il principale trionfo di Villeneuve è forse la sceneggiatura: paradossale, forse, per un regista conosciuto soprattutto per le sue doti visive; ma si tratta di un mezzo miracolo. Villeneuve riesce a limitare al minimo le spiegazioni, immergendo lo spettatore nei vari mondi di Dune e cercando di usare il più possibile immagini e azioni per spiegare le complesse regole dell'universo creato da Herbert. I (pochi) tagli operati rispetto all'opera originale sono certosini e funzionali allo scorrere della trama e alla sua comprensione anche agli spettatori non iniziati ai lavori di Herbert. Villeneuve punta tutto sulla macrotrama - sia politica che spirituale - facendo muovere i suoi personaggi in un mondo più grande di loro. Lo stupore di Paul, di Leto, di Lady Jessica è anche quello dello spettatore, ma ci si rende sempre conto di essere di fronte alle ruote della Storia e ai tentativi dei protagonisti di non finirne schiacciati. Volendo proprio trovare un difetto, i sogni di Paul sono forse troppo frequenti, ma risultano comunque funzionali alla creazione di quell'aura di misticismo e predestinazione profetica che è centrale nel fascino di libro e film. 

La magniloquenza narrativa trova un efficace corrispettivo nella fotografia, nei costumi e nella scenografia. Greig Fraiser alterna sapientemente luci e ombre, giocando con naturale ed artificiale e puntando su immagini panoramiche e statiche, che abbracciano le grandi scene di guerra così come le azioni dei personaggi, permettendo allo spettatore di assaporarle appieno. Ogni pianeta vive di luce propria, con i colori caldi di Arrakis che contrastano con quelli freddi, da incubo di Giedi Prime e la placida calma verde-blu di Caladan. 
Il design di set, astronavi e costumi è semplicemente una gioia per gli occhi per creatività e varietà, e la ricchezza dei dettagli è tale che molti sfuggiranno all'occhio cosciente dello spettatore. Hans Zimmer accompagna il tutto con una colonna sonora magniloquente, non particolarmente originale (gli echi dei suoi lavori con Christopher Nolan sono evidenti) ma perfetta per raccontare quello che è a tutti gli effetti un racconto mitologico/fondativo.


Ombre e luci

In questo contesto, non era facile per gli attori riuscire a creare personaggi convincenti e a tutto tondo, che fossero persone prima che categorie, individui prima che pedine nel gioco di scacchi della politica e della Storia. Il casting, tuttavia, si rivela semplicemente perfetto, e gli attori offrono tutte prove eccellenti: Chalamet è un Paul Atreides da manuale, e offre quel mix di energia e tormento giovanile e di aura mistica che sono fondamentali per il personaggio; Rebecca Ferguson è una Lady Jessica fiera e sovrannaturale, Oscar Isaac un Duca Leto empatico e carismatico; e Stellan Skarsgård interpreta il sadico Vladimir Harkonnen con il terrificante piglio nichilista del Kurz di Marlon Brando in Apocalypse Now. Intorno a loro, spiccano Josh Brolin, Jason Momoa, Javier Bardem e Zendaya, che portano in vita i co-protagonisti più amati del romanzo.

The horror, the horror


Dune è un film creativo, originale, che mostra una forte visione registica e autoriale e riesce al tempo stesso a intrattenere e creare un universo che lo spettatore può esplorare, e dove può far volare la fantasia. È tutto quello che dovrebbe essere un blockbuster: non un film fatto con lo stampino e scritto da un algoritmo per non scontentare nessuno, ma un film ambizioso, che ha il coraggio delle sue idee e le persegue anche a costo di alienarsi qualche spettatore. Questa prima parte conquista, avvince, e seduce: non vediamo l'ora di tornare su Arrakis per la seconda.

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Pier

giovedì 2 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra che cerca di tornare alla normalità, nonostante la pandemia ancora in corso, con un programma di altissimo livello, tra grandi autori e titoli attesissimi.
























Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

Madres Paralelas (Concorso), voto 7.5. Almodovar racconta l'importanza della memoria, dell'accettare il proprio passato e la verità per poter avere un futuro. Lo fa attraverso la storia di due neomadri, che si intreccia con quella della Spagna, tra il tentativo di rimozione collettiva del passato franchista e chi lotta per non dimenticare. Il risultato è un film non sempre coeso, ma emozionante, vibrante, vivo.

Piedra Noche (Giornate degli Autori), voto 7.5. Due genitori che hanno perso il figlio si apprestano a vendere la casa al mare dove questi è annegato. Quando i locali cominciano a parlare di un misterioso mostro marino, tuttavia, il padre sente di dover saperne di più. Piedra Noche racconta il lutto in forma metaforica con un'efficacia che solo Babadook aveva saputo raggiungere. A differenza del film di Jennifer Kent, tuttavia, qui il riferimento non è l'horror ma il cinema di Spielberg: il risultato è dolce, malinconico, onirico, commovente. 

Shen Kong (Giornate degli Autori), voto 4. Un'idea interessante - due giovani che vagano per una città deserta in Cina, durante il lockdown, e imparano a conoscersi e amarsi - si trasforma in un film disunito, ripetitivo, raramente coinvolgente.

Power of the Dog (Concorso), voto 7. Un western sui generis, costruito quasi come un thriller, in cui vittime e carnefici si confondono, inseguendosi in una lunga lotta tra gatto e topo. Jane Campion gioca abilmente con le aspettative dello spettatore, disorientandolo e cambiando continuamente prospettive e angolazioni. Non tutti gli elementi si integrano alla perfezione, e il messaggio è forse un po' confuso: ma il film funziona a livello viscerale, e ci trascina in un universo bucolico e brutale, in cui nessuno è quello che sembra e persino le colline si trasformano in cani rabbiosi.

È Stata la Mano di Dio (Concorso), voto 9. Che bella sorpresa questo film di Sorrentino: un racconto personale, autentico, che si spoglia di ogni orpello visivo per mettere in scena la vita, in tutte le sue sfaccettature - divertente, drammatica, nostalgica, grottesca - creando una galleria di personaggi indimenticabili. Un racconto di formazione, dai tratti fortemente autobiografici che, pur dilungandosi un po' troppo nella seconda parte,  colpisce dritto al cuore in ogni sua scena, senza mancare di far riflettere. Ottimo il giovane protagonista, Filippo Scotti.
 
Il Collezionista di Carte (Concorso), voto 7.5. Un film su colpa e espiazione, con eco di Taxi Driver, Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier