Tornare a sognare
Ryland Grace, un insegnante di scienze delle medie, si risveglia da un coma farmacologico a bordo di una nave spaziale a svariati anni luce dalla terra. È completamente solo, fatta eccezione per il computer di bordo. Lentamente, comincia a ricordarsi perché è lì: scoprire perché molte stelle, compreso il Sole, stanno morendo, e salvare quindi la vita sulla Terra.
C'è un certo tipo di cinema, soprattutto di genere - fantascienza, ma non solo - tipico degli anni Ottanta che viene spesso definito come "cinema Amblin", dal nome della casa di produzione di Steven Spielberg. Per chi volesse capire la differenza tra la fantascienza Amblin e non Amblin basterebbe guardare il finale di A.I. - Intelligenza artificiale, una storia scritta da Kubrick, che avrebbe dovuto anche dirigerla, ma poi girata da Spielberg, che si dice aggiunse un supplemento di finale (anche se lui lo nega): in quei pochi minuti sta, distillata, tutta l'essenza di quel modo di fare cinema e di intendere il genere. Il cinema Amblin ha come target primario i ragazzi, certo, ma parla anche agli adulti, risvegliando ricordi ormai sopiti e facendo leva sulla nostalgia e sul senso di meraviglia che continua ad albergare in ognuno di noi.
Il cinema Amblin è ottimista, e guarda al futuro e all'ignoto non con paura e cinismo ma con speranza e fiducia, certo della capacità dell'uomo di superare i suoi limiti - tecnologici, certo, ma anche sociali e relazionali. Nel cinema Amblin la tecnologia aiuta l'uomo a migliorarsi e si comunica con gli alieni, che non hanno cattive intenzioni ma sono, come noi, curiosi di scoprire qualcosa di più sull'universo e su se stessi. Il cinema Amblin è, infine, difficile: ha una formula apparentemente semplice, ma c'è un motivo se viene associato quasi esclusivamente a Steven Spielberg e pochi altri autori che gravitano nella sua orbita (Chris Columbus e Robert Zemeckis, per dirne due): trovare il giusto bilanciamento tra valori positivi e avventura, realismo e immaginazione è molto difficile, e il rischio di scivolare nella retorica insopportabile (qualcuno direbbe alla Sandro Curzi) è sempre dietro l'angolo.
Negli anni questo cinema è progressivamente scomparso. Il futuro è arrivato, ed era tutt'altro che positivo, più vicino al "primo finale" di A.I. - Intelligenza artificiale che al secondo: gli alieni continuano a ignorarci, ma la tecnologia viene usata non per aiutare l'umanità ma per arricchire poche corporazioni. Il cambiamento è stato, ovviamente, progressivo, ma si dovesse identificare un momento preciso in cui il cinema Amblin è stato abbandonato come un vecchio giocattolo passato di moda l'anno chiave potrebbe essere il 1999: Matrix e Fight Club inaugurano una nuova era che racconta la disillusione, il pessimismo tecnologico, l'isolamento, l'incapacità di comunicare.
Project Hail Mary è un film Amblin degli anni Venti, un film ostinatamente ottimista, che non si vergogna della sua fiducia in bontà e valori positivi ma li mette al centro della trama, scaldando i cuori e ricordandoci cosa significa sognare. Al timone ci sono Phil Lord e Christopher Miller, che con quel cinema sono cresciuti, internalizzandone perfettamente gli stilemi, che lavorano su un librodi Andy Weir, già autore di un altro esempio di fantascienza ottimista (ma non ambliniana) come The Martian.
Lord e Miller, tuttavia, non sono degli sprovveduti, ma dei cineasti con grande intuito e senso del contemporaneo (sono le menti dietro il progetto Spider-Verse): non si limitano a fare copincolla della formula Amblin, ma la adattano ai nostri tempi. Come? Scegliendo di raccontarli. Laddove la vicenda nello spazio riempie il cuore per la forza di un legame - l'amicizia - trovato laddove sembrava impossibile, la vicenda sulla Terra è agghiacciante nella sua freddezza: un pianeta che muore, seppur per cause non antropiche; un piano disperato, un governo mondiale disposto a tutto, un eroe talmente riluttante da far dubitare che sia tale.
I due registi non decidono di ignorare la quotidianità per tornare a un mondo che oggi sarebbe anacronistico, ma calano quel mondo, quel modo di vivere e raccontare le emozioni, nel nostro freddo presente. La storia di Ryland Grace e Rocky esiste all'interno - e, forse, in conseguenza - di un presente che sta per finire, che ha bruciato ogni possibilità di salvezza e deve quindi affidarsi a un insegnate di scuola media e a un progetto con scarsissime possibilità di successo - un Hail Mary, per l'appunto.
La scelta di creare delle Rocky-marionette, anziché affidarsi solo alla computer grafica, non è solo un ennesimo omaggio al cinema Amblin, ma una scelta talmente vincente da diventare trionfale.Rocky diviene a tratti il vero protagonista, il cuore emotivo del film, il personaggio con cui il pubblico si relaziona maggiormente, riuscendo a rubare la scena al pur ottimo Ryan Gosling, che conferma la sua grande affinità con il comico e, soprattutto, la capacità di mantenere in equilibrio comico e drammatico già dimostrata in film purtroppo poco (ri)conosciuti come Lars e una ragazza tutta sua.
Project Hail Mary è una gioia per gli occhi e un balsamo per l'anima, che riconcilia con il presente e apre una finestra di speranza sul futuro. Lord e Miller realizzano un film che qualcuno potrebbe definire ingenuo, e indubbiamente lo è, a tratti. Tuttavia, è anche un film che genera meraviglia, gioia e stupore, che fa ridere e commuove, intrattiene e fa riflettere: e non sono questi, in fondo, i motivi per cui andiamo al cinema?
**** 1/2
Pier








