sabato 25 giugno 2022

Lightyear - La Vera Storia di Buzz

Ground Control to Major Buzz


Buzz è uno Space Ranger. Durante l'esplorazione di un pianeta sconosciuto, condotta insieme al suo capo Alicia Hawthorne, si trova costretto a fuggire. Una manovra azzardata, però, li blocca sul pianeta. Per tornare a casa serve un nuovo mezzo di propulsione, ma deve essere testato: Buzz si offre volontario. Durante ogni volo, però, per Buzz passano pochi minuti, ma per il resto del pianeta trascorrono quattro anni.

Buzz Lightyear, il giocattolo che abbiamo imparato ad amare in Toy Story, è ispirato al personaggio di un film. Da questa semplice premessa, enunciata ancora prima dei titoli di testa, prende le mosse il film forse più "di genere" della storia della Pixar - un fantascientifico viaggio nello spazio degno di The Martian o Interstellar, in cui l'esplorazione del cosmo è la missione e la sopravvivenza l'obiettivo primario. Verso l'infinito e oltre, quindi, ma non solo: Lightyear, come Interstellar, gioca con la distorsione del tempo per raccontarci un uomo devoto alla propria missione al punto di finirne intrappolato, preda di un senso di colpa che si trasforma in ossessione e lo porta a sacrificare la sua intera vita sull'altare di una serie infinita di missioni fallimentari.

Sotto l'apparente patina leggera da film d'avventura, Lightyear nasconde una riflessione esistenzialista degna di Isaac Asimov o Arthur C. Clarke, su cosa significhi "tornare a casa" quando la realtà si estende all'infinito nel tempo e nello spazio. Buzz si troverà a dover fare i conti con se stesso, mettendo in discussione lo scopo di una vita e realizzando che, forse, quel che pensava di fare per gli altri era importante solo per lui e per il suo ego.
Non mancano tematiche storiche dei film Pixar, come l'importanza dell'amicizia e degli affetti, la creazione della fiducia in un gruppo di sconosciuti, e la capacità di autoaccettazione: tutti declinati all'interno di una storia che guarda con amore agli originali, omaggiandoli con maestria senza scadere nel fan service, e trovando il suo personale cuore emotivo. Il film non brilla forse per originalità, ma compensa con una vitalità e un'energia contagiose, che permeano sia il protagonista che i personaggi secondari.

Le sequenze spaziale sono perfette, inquadrate in una fotografia realistica che ci fa sentire, quasi toccare la consistenza materica dei mezzi, la consunzione e la fattura quasi artigianale delle navicelle, in grado di avvicinarsi alla velocità della luce ma sempre fragili come quelle dei primi allunaggi. L'avventura non manca, ma è inquadrata in un approccio alla fantascienza "duro", con poche concessioni al fantastico e tante alla tecnologia e alla scienza "pura."
La sceneggiatura ha un ritmo serrato, con pochissime pause che servono a tirare il fiato e a mostrare il "lato umano" della vicenda, riuscendo come sempre a strappare lacrime allo spettatore quando meno se lo aspetta. I personaggi secondari sono tutti azzeccatissimi, a partire dal gattino robotico Sox, passando per i vari Space Ranger, giovani e meno giovani, con cui Buzz si troverà a dover collaborare.

Lightyear non vola forse alto come i film che ne hanno permesso la nascita (o che si sono ispirati alla sua storia, se vogliamo credere al meta-film creato dalla Pixar), ma conquista per cuore e slancio emotivo, trasmettendo la passione di Buzz agli spettatori e trasportandoli con lui a esplorare un universo pieno di avventure, emozioni, e misteri.

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Pier

giovedì 5 maggio 2022

Doctor Strange nel Multiverso della Follia

La creatività dell'orrore



Dopo gli eventi raccontati in No Way Home, Stephen Strange si trova nuovamente a dover fare i conti con il Multiverso quando una ragazzina, America Chavez, con il potere di viaggiare tra i vari universi fa capolino nel suo, inseguita da un nemico senza nome. Strange capisce che non potrà proteggere la ragazzina da solo, e chiede quindi aiuto a una strega potente quanto o più di lui: Wanda Maximoff.

Spesso negli ultimi anni abbiamo scritto che, dopo una partenza all'insegna della diversificazione, l'universo cinematografico Marvel si sia lentamente spostato verso una standardizzazione visiva e narrativa - una formula che, pur portando indubbi risultati commerciali, deprimeva o uccideva del tutto la creatività (per chi fosse interessato, qui trovate un'analisi più estesa). Persino i due recenti capitoli che provavano a rilanciare l'idea di "un'anima diversa per ogni film", Shang-Chi e The Eternals, finivano per ricadere nelle pastoie narrative imposte dalla Formula, ormai mostro mitologico in grado di divorare ogni forma di individualismo, un Impero spaziale destinato a soggiogare tutto e tutti.

Doctor Strange nel multiverso della follia è il sussulto dell'Alleanza Ribelle: un film creativo, con un'impronta autoriale inconfondibile e un approccio al genere supereroistico personale e, a tratti, addirittura radicale. E fa sorridere che questa boccata d'aria fresca arrivi per mano di colui che ha indirettamente dato inizio al tutto, quel Sam Raimi che diresse il primo Spider-Man ormai vent'anni or sono. Raimi riprende l'idea originale della Marvel di declinare ogni personaggio secondo un preciso genere cinematografico, ma la porta alle estreme conseguenze.

Il Multiverso della follia è un film horror con personaggi Marvel, non un film Marvel in salsa horror. Lo si vede dalla trama, di fatto un lungo slasher con le vittime che devono sfuggire al mostro/carnefice che sembra onnipotente e immortale; dalle citazioni, che accanto agli immancabili momenti di fan service (uno addirittura è un momento di meta fan-service, dove un personaggio molto amato è interpretato da un attore amatissimo... per tutt'altro, e un altro personaggio entra in scena con una musica associata al suo personaggio... su un altro medium) accumula citazioni ai classici del genere. Carrie è chiaramente l'ispirazione più forte, ma fanno capolino anche altri classici come L'Esorcista, La notte dei morti viventi e, ovviamente, L'armata delle tenebre. Fa pure capolino una citazione in salsa horror della celebre scena degli specchi de La signora di Shanghai.

A livello visivo, Raimi seppellisce la bibbia dell'uniformità fotografica del MCU e realizza un film lisergico, psichedelico e allucinato, riprendendo l'elemento più convincente del primo capitolo dedicato all'ex Stregone Supremo e moltiplicandolo per cento: inquadrature oblique, prospettive "dall'interno" del personaggio, zoom, tutto contribuisce a una corsa folle, paurosa e macabra, tra morti viventi, doppioni, omicidi efferati, e moltissimi momenti da salto sulla sedia. I multiversi sono di una creatività sorprendente, anche se di molti vediamo, purtroppo, solo rapide immagini, perché il treno di Raimi non si ferma (quasi) mai. La musica di Danny Elfman è senza dubbio alcuno lo score più originale e creativo sentito nel MCU da secoli a questa parte, ed è perfetto complemento delle immagini, divenendo persino elemento della trama in una delle scene più follemente audaci del film.

La sceneggiatura di Michael Waldron è complessa, articolata, non lineare: tutto il contrario delle strutture narrative dei capitoli precedenti, dove tutto era immediatamente chiaro e, nel dubbio, veniva rispiegato. Qui l'azione inizia in medias res, senza presentazioni, spiegazioni, nulla, e scarta continuamente di lato, sovvertendo aspettative, muovendosi tra luoghi e universi a velocità vorticosa, permettendosi scelte coraggiose in un film di intrattenimento di massa. Certo, alcuni snodi della trama non sono proprio credibili, alcune spiegazioni sono comunque non necessarie, e il film è particolarmente "per iniziati" al MCU rispetto agli standard (tradotto: se non avete visto WandaVision, leggete quantomeno un riassunto). Però è tale la freschezza, l'entusiasmo contagioso, il desiderio di stupire che traspare da ogni scena e snodo di trama (Waldron viene dalla scuola di Dan Harmon, tra Community e Rick e Morty, e si vede), che questi difetti si perdonano facilmente.

Gli attori si prestano all'ottovolante raimiano con grande entusiasmo e partecipazione: Cumberbatch sembra nato per interpretare l'ex Stregone Supremo, Rachel McAdams ha finalmente lo spazio che non aveva avuto nei film precedenti, Xochitl Gomez offre un'ottima prova d'esordio. A brillare più di tutti, tuttavia, è la Wanda/Scarlett Witch di Elizabeth Olsen, che offre una prova profonda, sfaccettata, un'esplosione di rabbia, follia e umano dolore che raramente si vede in un film di questo genere. La Olsen riesce a restituire l'enorme fragilità che si cela dietro la sua furia e la sua onnipotenza, e allo stesso tempo la fiera determinazione nel perseguire il suo obiettivo.

Doctor Strange nel multiverso della follia è un film sicuramente imperfetto, ma coraggioso, creativo, un anelito di vita e di diversità in un franchise che sembrava vivere di ripetizioni di successo. Proprio per questo, rischia di piacere meno al pubblico, ma è una gioia per gli occhi e la mente vedere Raimi che dà fondo al suo bagaglio dei trucchi del geniale prestigiatore dell'orrore, trascinando lo spettatore in un ottovolante da casa stregata che intrattiene e, soprattutto, stupisce.

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Pier

mercoledì 4 maggio 2022

The Northman

Ci son più cose in cielo e in terra...


Nord Europa, X secolo d.C. Il re di un piccolo regno viene ucciso in un agguato ordito da suo fratello, che poi prende in sposa la cognata. Amleth, figlio del re morto, assiste al tradimento, e giura vendetta. Anni dopo, diventato un feroce guerriero, si convince che il destino gli stia dicendo che il momento tanto atteso è giunto. Parte così per la sua missione, con tre soli scopi: vendicare il padre, salvare la madre, uccidere lo zio.

Dopo l'horror allucinatorio di The Witch e quello psicologico/esistenziale di The Lighthouse, Eggers torna al cinema con il suo film più magniloquente ed epico, lontanissimo dalle ambientazioni intimiste e isolate dei suoi primi due lavori, eppure al tempo stesso loro logica continuazione. Come i precedenti, The Northman esplora le profondità dell'animo umano, la forza suggestiva della religione e della superstizione, i modelli di mascolinità tramandati e perpetuati dalla nostra società e dalla nostra cultura (il mito nordico alla base del racconto è anche la base dell'Amleto shakespeariano). 

Questi elementi in The Northman si fondono a scatenare una furia irrefrenabile, un desiderio di vendetta che ha la sua origine solo nell'arroganza umana ma viene ammantato di una mistica che lo rende un destino inesorabile, un "fare la volontà degli dei" che lascia dietro di sé una scia di morte. La morte e il sangue sono onnipresenti, e gli dei del pantheon norreno ne sono ingordi: i loro rituali sono pantagruelici banchetti di carne e ossa, truculenti, sanguinolenti, condotti in un buio della ragione dall'enorme potenza suggestiva, in grado di trasformare irreversibilmente la visione del mondo di chi vi partecipa. Le visioni sono reali, gli dei ci parlano, ci aiutano, ci promettono un Valhalla fatto di Valchirie e di gloria eterna.


Eggers, però, dimostra anche qui la sua straordinaria capacità di giocare con le aspettative: con una singola, memorabile scena (affidata a Nicole Kidman, talmente perfetta che sembra trasfigurarsi) ribalta completamente il tavolo. Come Prospero ne La Tempesta, Eggers fa crollare tutti gli incantesimi, le superstizioni, gli orpelli eroico/epici di cui si sono fregiati fino a quel momento i personaggi, e in particolare il protagonista, e ci mostra la cruda realtà di una società dove vige la legge del più forte, dove la sopraffazione è legittimata da sacerdoti compiacenti e le persone, e in particolare le donne, sono oggetti, proprietà altrui da usare a proprio piacere. Il personaggio della Kidman vomita la verità con la veridicità di una Norma e la furia di una Valchiria, e da quel momento la realtà del protagonista non sarà più la stessa. L'epica si fa miseria, il mito si fa fantasia, il fato si fa delirio: Eggers esalta il folklore norreno e, nel farlo, ne mette spietatamente a nudo stesso la tossicità e la pretenziosità.

Ciò che differenza The Northman dai precedenti lavori di Eggers è l'azione: laddove i film precedenti avevano pochi, concentratissimi scoppi di energia all'interno di una staticità carica di tensione, qui i combattimenti, gli assalti, le imboscate abbondano, tra urla, sangue e torture granguignolesche. L'azione è tonitruante, inarrestabile, un fiume in piena che tutto travolge e tutto sconvolge. Anche i rituali, così scarni e raccolti nei film precedenti, qui diventano dei sabba furiosi e animaleschi, in cui uomo e natura diventano tutt'uno, indistinguibili come, forse, sono in realtà sempre, a dispetto della nostra supposta razionalità. 


La fotografia del film è magistrale, con un uso splendido della luce naturale che alterna colori saturi a colori caldissimi, ardenti, un fuoco che arde dentro e fuori ai personaggi. I lunghi piani sequenza nelle scene di battaglia lasciano letteralmente a bocca aperta, impedendo allo spettatore di staccare lo sguardo e facendo fluire l'immagine come un fiume in piena, che spazza via tutto ciò che trova sul suo passaggio.

The Northman soffre di qualche calo di ritmo e, a tratti, si prende forse troppo sul serio. Tuttavia, è forse il primo film a meritare in pieno i bizzarri aggettivi che un noto critico italiano utilizzava per descrivere i film: magmatico, tellurico, ipnotico - anche se l'aggettivo migliore è, forse, viscerale. The Northman è un film che parla delle viscere della terra, delle energie irrefrenabili che vi scorrono, ma anche delle viscere dell'uomo, della pancia, delle emozioni primordiali e animali; delle viscere animali, in cui si legge il destino; e di quelle umane, che di questo "destino" sono le prime vittime, sparse a terra da una spada che si crede guidata dal Fato ma è solo guidata da un misero, piccolo uomo.

**** 1/2

Pier

lunedì 25 aprile 2022

C'mon C'mon

Ascoltare, ascoltarsi


Johnny è un fonico e documentarista che gira per gli Stati Uniti per intervistare i giovani, chiedendo loro come si immaginano il futuro. Mentre lavora a questo progetto si mette in contatto con la sorella Viv, che gli rivela che il marito sta male e lei ha bisogno di raggiungerlo per convincerlo a ricoverarsi. Johnny si ritrova così a badare a Jesse, il nipotino di nove anni, trovandosi a dover fare in privato quello che fa per lavoro: confrontarsi con un bambino di oggi, le sue ansie, i suoi desideri.

C'mon C'mon è un film sull'ascolto. Si parte dall'ascolto di una generazione, catturata nel documentario metanarrativo che Joaquin Phoenix/Johnny sta realizzando, conducendo una serie di interviste (vere) a bambini e adolescenti statunitensi per conoscere le loro aspettative sul futuro, le loro paure, i loro sogni. Johnny, in una sorta di contrappasso volontario, fa sul lavoro quello che non ha fatto con sua sorella Viv tanti anni prima: ascoltare. Capire. Accettare. La chiamata con Viv e l'inizio del rapporto con il nipote Jesse lo riportano a quel momento, ponendolo di nuovo di fronte a una scelta: chiudersi, oppure mettere in pratica ciò che il suo lavoro gli ha insegnato, rendendosi disponibile ad ascoltare un'altra persona, un bambino che, ironia della sorte, potrebbe essere uno dei suoi intervistati (e, senza che lui lo sappia, lo diventa). 

Il film a tratti è forse troppo cerebrale, ma ritrova immediatamente il suo centro e la sua potenza non appena torna a concentrarsi sul suo cuore emotivo, i rapporti umani tra i protagonisti. Johnny e Jesse, certo, ma anche Jesse e Viv, e Viv e Johnny: un rapporto da costruire, uno da salvare, uno da recuperare. Mills lascia spazio ai momenti quotidiani, ai piccoli gesti, all'apparenza insignificanti ma in realtà rivelatori di un complesso mondo interiore. Ogni rapporto è imperfetto, fatto di incertezze, insicurezze, ed errori: si naviga a vista, ma la forza di un legame sta precisamente nella determinazione che mettiamo nel portarlo avanti, nell'attraversare il mare in tempesta per salvare chi sta affogando, nell'ascoltare la sua storia, per poi lasciarci salvare e ascoltare a nostra volta. L'ascolto degli altri diventa un percorso di autoconoscenza, di redenzione e catarsi.

Johnny è il più improbabile dei babysitter: solitario, taciturno, introverso: ma, forse, ha imparato ad ascoltare. Da questo ascolto nasce una comunicazione speciale con Jesse, fatta anche di silenzi, gesti, non detti. Nonostante tra i due scatti indubbiamente qualcosa di speciale, non è un percorso facile. Jesse si trova ad affrontare una cosa più grande di lui, una malattia mentale del padre che finisce per strappargli entrambi i genitori, con la madre che deve occuparsi del padre per assicurarsi che stia meglio e accetti di farsi ricoverare. Questa situazione lo rende forte ma fragile al tempo stesso: basta poco per perdere la sua fiducia. Johnny e Jesse passano quindi dal capirsi senza bisogno di parole a momenti di crisi assoluta, in cui Johnny si rivolge a Viv per cercare una spiegazione, solo per sentirsi rispondere che una spiegazione, spesso, non c'è.

Mike Mills fotografa il film con un bianco e nero caldo, avvolgente, luminoso, che dona un tono gioioso, di rinascita anche ai momenti più tristi. La sua macchina da presa indugia sugli sguardi e le espressioni dei protagonisti, catturandone con naturalezza i momenti di complicità, frustrazione e fragilità. Joaquin Phoenix porta come sempre un'intensità verista al suo personaggio, cui è impossibile non affezionarsi. Gaby Hoffman è una splendida Viv, ma la vera stella è il piccolo Woody Norman, che ruba la scena in ogni minuto e offre una prova di una maturità sorprendente per la sua giovanissima età.

C'mon C'mon è un piccolo gioiello, un film fatto di piccole cose ma che racconta cose grandi, raccontando il disagio e i desideri di un ragazzo e di un'intera generazione. Nel farlo, si rende portavoce di un messaggio di fondamentale importanza per il mondo di oggi, fatto di urla e improperi tra opposte barricate, l'una contro l'altra armate, e incapace di fare la cosa più semplice di tutte: ascoltare.

**** 1/2

Pier

venerdì 22 aprile 2022

Animali Fantastici - I Segreti di Silente

Solidità senza creatività


L'ascesa al potere di Grindelwald sembra inarrestabile: il mondo magico pende dalle sue labbra, e Silente, l'unico che potrebbe contrastarlo, non può farlo in virtù di un antico patto di sangue, siglato quando i due erano amanti. Silente assolda quindi una "sporca mezza dozzina" con il compito di fermarlo. A guidarla, Newt Scamander, accompagnato da suo fratello Theseus, dalla sua assistente Bunty, dalla professoressa Eulalie Hicks, da Yussuf Kama e dal pasticcere babbano Jakob Kowalski, deciso a salvare la sua amata Queenie, apparentemente irretita da Grindelwald.

Il dilemma che si trovano ad affrontare tutte le grandi saghe cinematografiche è "cosa fare da grandi." Hai avuto successo con una formula, fatta di personaggi, trame, scelte di fotografia, atmosfere: bene, e ora? Devi ripetere quella formula, giocando sull'effetto nostalgia ma rischiando di uccidere del tutto la creatività e, quindi, stancare lo spettatore? O devo provare a battere nuove strade, lanciandomi in territori inesplorati per tenere viva la fiamma creativa, rischiando però l'ira funesta del "vero fan" TM ? Di questo dilemma abbiamo già ampiamente parlato qui e una risposta giusta, applicabile a ogni caso, probabilmente non esiste.

Animali fantastici le ha provate un po' tutte: dopo aver intrapreso la seconda strada nel primo capitolo, con buoni risutlati, già dal secondo ha decisamente virato su una via di mezzo, con esiti più deludenti. Ora, con questo terzo capitolo vira decisamente sull'opzione "solita minestra", riportando al centro della vicenda tutto ciò che i fan amano di più: Silente, Hogwarts, la sfida tra maghi "buoni" e oscuri - persino il Quidditch. Tuttavia, questo terzo capitolo si trova nella poco invidiabile posizione di essere l'eccezione alla regola - di essere, cioè, un film che gioca sul sicuro e riesce comunque a lasciare insoddisfatti i fan e, peccato ancor più grave, a non stupire mai, nemmeno per sbaglio.

La trama, in superficie, funziona: gli eventi si susseguono con buon ritmo, la vicenda è ben congegnata, gli archi dei personaggi coerenti. Come è possibile allora che il film deluda? La risposta sta nella totale mancanza di coinvolgimento emotivo. La causa principale sta nella scelta di cambiare de facto il protagonista della saga: non più Newt Scamander, ridotto a comprimario/esecutore, ma il giovane Silente e il suo rapporto di amore tradito con Grindelwald. Il problema è che i fan della saga sanno già tutto: non in dettaglio, certo, ma la cronistoria di questi eventi e l'impatto avuto su Silente sono già stati presentati nella serie di romanzi e nella sua trasposizione cinematografica. L'interesse, quindi, è giocoforza basso, l'effetto nostalgia del tutto assente: il Silente che il pubblico ama ha già superato quegli eventi, e gli eventi stessi sono solo pezzi del puzzle narrativo costruito dalla Rowling nel settimo libro - elementi utili a concludere la storia di Harry Potter, e poco più.

Allo stesso tempo, il film non fa assolutamente nulla per rinverdire l'interesse, rinunciando quasi del tutto a intraprendere l'unica strada che permetterebbe di farlo: esplorare più a fondo la relazione emotiva tra i due personaggi. E dire che gli attori permetterebbero un lavoro di questo tipo: Law costruisce un Silente dolente e malinconico, che ben si adatterebbe a un lavoro più psicologico; e Mikkelsen, subentrato a Johnny Depp, dona a Grindelwald un giusto mix di signorilità, ideali deviati e malvagità latente, rendendolo un personaggio complesso e affascinante - un angelo caduto, un Satana tentatore che poteva essere utilizzato infinitamente meglio. 

Chiariamoci, i momenti riusciti non mancano, ma sono tutti nelle mani di un personaggio reso ormai secondario (Newt) e delle sue creature, quegli animali fantastici che dovrebbero guidare la saga, ma risultano ormai solo meravigliosi diversivi, parentesi narrative con un impatto molto ridotto sul dipanarsi della vicenda. Redmayne è costretto a un'interpretazione sempre più monodimensionale di Scamander, priva di quel mix di goffa simpatia e inettitudine emotiva che lo rendeva così interessante ed efficace nel primo capitolo. Funzionano anche, ma erano già presenti e meglio utilizzati nel capitolo precedenti, i rimandi storici: l'ascesa di Grindelwald ricorda in tutto e per tutto quella di Hitler e dei totalitarismi novecenteschi, e le atmosfere delle scene "di massa" sono suggestive e ben realizzate. Yates si dimostra ancora una volta un ottimo esecutore, uno scalpellino della regia che realizza ottime confezioni cui manca però la scintilla della vita.

I Segreti di Silente è, in sintesi un film dimenticabile: non annoia, non disturba, non sporca, ma non stupisce, mai: e, per una saga come quella del Wizarding World e per il genio di J.K. Rowling (qui ancora sceneggiatrice) è il peccato più imperdonabile di tutti.

** 1/2

Pier

mercoledì 13 aprile 2022

Red

Abbracciare il panda rosso


Mei Lee ha tredici anni. Studentessa modello e figlia rispettosa, aiuta la famiglia a gestire il tempio di famiglia che gestiscono da generazioni a Toronto. Il suo sogno è andare con le sue amiche al concerto della sua boy band preferita. Sembra, insomma, un'adolescente come tanti: ma tutto cambia quando, un mattino, Mei si risveglia e si ritrova trasformata in un enorme panda rosso - una trasformazione che nasconde un segreto di famiglia di cui non era a conoscenza.

La produzione recente della Pixar sembra seguire un trend ben preciso. Da un lato ci sono i film che da sempre costituiscono il cuore della produzione della casa della lampadina: storie esistenzialiste e ambiziose, ambientate in mondi nuovi e magici che ci costringono a ripensare il funzionamento della realtà. Dall'altro lato troviamo da qualche tempo storie all'apparenza più semplici, intime, il cui centro emotivo si colloca all'interno dei rapporti amicali o famigliari. Esiste un elemento fantastico, ovviamente, ma è solo un pretesto per parlare di qualcosa di molto più terreno: il legame tra due fratelli e l'assenza di un genitore, l'accettazione di un'identità sfaccettata, il tormento e l'estasi del diventare grandi. In questo filone si collocano Onward e Luca.

In questo filone si colloca anche Red. Come i suoi predecessori, tuttavia, Red è molto più di quello che appare: dietro la semplicità del racconto si nasconde una grande complessità di significati ed emozioni, in un film che scava in profondità nel periodo più difficile e mostruoso per un ragazzo: l'adolescenza. La metafora della trasformazione in panda rosso per rappresentare i cambiamenti della pubertà è, all'apparenza, abbastanza scontata, una versione edulcorata di quanto già fatto, ad esempio, da Stephen King in Carrie. All'apparenza, appunto, perchè il panda rosso di Red rappresenta molto altro: il contrasto tra individualità e collettivo (la famiglia), la ricerca di una propria identità, e, soprattutto, il rapporto con la diversità.


Red insomma, è un film che parla anche di pubertà, ma non solo. La regista Domee Shi, al debutto alla guida di un lungometraggio dopo il meraviglioso corto Bao, tesse abilmente la sua tela e fa passare la sua riflessione sul tema senza calcare troppo la mano né scivolare in eccessi retorici come capita a molti film su tematiche simili. La trasformazione in panda rosso coinvolge tutti gli elementi femminili della famiglia di Mei, ma solo lei decide di accettarla come parte di sé, di un'identità ancora in costruzione ma sulla quale la ragazzina sembra avere le idee più chiare rispetto a quelle di madre, nonna e zie. Se la loro soluzione era di bandire per sempre la diversità, al fine di omologarsi alle aspettative sociali e famigliari, Mei decide che la diversità è parte di lei, e va esibita, non nascosta. 

È, in questo senso, una scelta simile a quella di Luca, che però lo fa spinto dal desiderio di una vita differente, di una fratellanza tra specie differenti, e soprattutto in un contesto che gli permette di mostrare un solo lato di sé (uomo o mostro marino) in base all'ambiente in cui si trova. Mei decide attivamente che il panda rosso è una parte di sé e della sua personalità cui non vuole rinunciare: non lo fa per curiosità o per poter esplorare un mondo che altrimenti le sarebbe precluso, lo fa per affermare la sua identità nella sua completezza, in tutte le sue sfaccettature.

L'animazione è, come sempre nei film Pixar, una gioia per gli occhi: il panda rosso fa venir voglia di abbracciarlo attraverso lo schermo per la perfezione nella resa del pelo e delle espressioni facciali. Domee Shi unisce gli stilemi Pixar a quelli dell'anime giapponese e di TikTok. Il risultato è un'animazione fresca, innovativa e vitale, che restituisce alla perfezione la bruciante, inesauribile energia di Mei e delle sue amiche, il loro sguardo sul mondo.

Red è una storia di crescita e autoaccettazione, in cui le nuove generazioni insegnano a quelle del passato l'importanza di essere se stessi fino in fondo, accettando anche quei lati di noi che possono essere visti come buffi, ridicoli, o vergognosi. Il coraggio di Mei riflette quello della regista, in grado di creare una storia attuale e divertente, che cattura fin dalle prime inquadrature grazie a una protagonista carismatica, un ritmo travolgente, e una storia di grande complessità emotiva, in grado di toccare il cuore di adulti e bambini come solo i migliori film per ragazzi sanno fare.

**** 1/2

Pier

sabato 2 aprile 2022

Licorice Pizza

Il tempo che corre


Los Angeles, 1973. Gary Valentine è un adolescente intraprendente, un venditore nato deciso a farsi strada. Quando incontra Alana Kane, di dieci anni più vecchia di lui e ancora in cerca della sua strada, comincia a farle disperatamente la corte.  Lei lo rifiuta, ma comincia a frequentarlo, dando vita a un rapporto di equivoci, incertezze, e slanci romantici che si dipana tra mille svolte tortuose, sullo sfondo della San Fernando Valley.

Che colore ha la nostalgia? Un colore caldo, avvolgente, che trasuda vitalità, corse affannate, tentativi di diventare grandi e, al tempo stesso, la paura che sia già troppo tardi. È paradossalmente difficile spiegare perché Licorice Pizza è un grandissimo film: sarebbe come cercare di spiegare perché certe serate sembrano semplicemente perfette, o la bellezza di un gioco spensierato con gli amici, o l'inebriante sensazione del primo amore: Licorice Pizza è tutto questo, un film che parla della bellezza di un amore che si scontra con l'imperfezione della vita, dando vita a un inseguimento che dura per anni, e in cui il destino, raramente così cinico e baro, cerca continuamente di mettersi di mezzo.


Anderson parte dalla lezione di American Graffiti e tesse un racconto che procede per analogie e associazioni, come fanno i ricordi: i momenti si intersecano, si inseguono, si rincorrono come i due protagonisti, creando un arazzo composito che rappresenta la vita, con le sue svolte illogiche, i suoi imprevisti, le sue follie. Tuttavia, il racconto è anche fluido, naturale, senza un momento di pausa. Anderson fa un uso abbondante e magistrale dei piani sequenza, come se non volesse staccare mai gli occhi dai suoi protagonisti. La scelta di usare la pellicola 35 mm dona al film colori vibranti, vivi, in grado di suscitare emozioni a ogni inquadratura. Il risultato è un racconto fluido, vitale, come il ricordo di un'estate infinita, fatta di colori pastello e di una luce quasi innaturale nella sua perfezione, in netto contrasto con il bianco e i bruni de Il filo nascosto, il suo ultimo film.

Al centro della storia ci sono i due splendidi protagonisti. Raramente si vede al cinema un'intesa così perfetta come quella che si sviluppa tra Alana Haim e Cooper Hoffman (figlio del compianto Philip Seymour, collaboratore storico di Anderson): ambedue esordienti, ambedue dotati di un'innata, naturale simpatia che fa sì che lo spettatore "tifi" sempre per loro, per il loro successo personale e di coppia, per la realizzazione dei loro sogni. Haim e Hoffman sono una gioia per gli occhi, e donano al film un'energia unica, irripetibile, dando vita a una delle coppie più memorabili viste su schermo, e a un rapporto di raro realismo, con le sue gelosie, i suoi slanci, i suoi dispetti, le sue assurde pretese. Alana non sa cosa vuole, e trova in Gary uno sprone a inseguire i suoi sogni, a credere in se stessa, a emanciparsi da una realtà poco ambiziosa cui si è condannata da sola; Gary è intraprendente, sicuro di sé, ma capriccioso, immaturo, incapace di lavorare di squadra. Le loro imperfezioni si compensano, si arricchiscono, si colorano a vicenda, dando vita a un quadro di meravigliosa gioia.



Paul Thomas Anderson non rinuncia, nemmeno in un film all'apparenza spensierato, alla riflessione, e in particolare alla critica (portata avanti già ne Il filo nascosto, in The Master e ne Il petroliere) a una mascolinità stereotipata e tossica. Alana non accetta Gary come ragazzo perché ha dieci anni in meno di lei e le sembra immaturo (non a torto). Tuttavia, tutti gli uomini che incontra sulla sua strada si dimostrano, nonostante siano adulti, ancora più immaturi di lui: dal Jack Holden (chiaramente ispirato all'omonimo William) di Sean Penn al Jon Peters di Bradley Cooper, passando per Lance e Joel Wachs, gli uomini della vita di Alana si rivelano dei bambini poco cresciuti, in alternativa preda delle loro pulsioni o incapaci di prendersi le proprie responsabilità, di mettere i bisogni di chi sta loro intorno davanti ai propri. 

Licorice Pizza è un film sempre proiettato in avanti, in continuo movimento, mai fermo. Anderson racconta una storia solo in apparenza semplice, ma che scava nelle emozioni dello spettatore con efficacia pari se non maggiore a quella delle opere precedenti: una storia che brucia di vita, una candela che si consuma rapidissima ma altrettanto rapidamente si rigenera, per poi consumarsi ancora, in un'eterna corsa verso l'ignoto.

**** 1/2

Pier