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venerdì 3 gennaio 2025

Nosferatu

Combattere il Male


Dracula è il personaggio più esplorato dalla cinematografia mondiale. Di tutte le innumerevoli versioni, tuttavia, solo tre hanno finora segnato la storia del cinema: una "ufficiale", quella di Francis Ford Coppola, e due spurie, i Nosferatu di Murnau (1922) e Herzog (1979). Quello di Murnau, con i nomi cambiati per aggirare il diritto d'autore, è diventato talmente iconico da meritarsi prima il remake di Herzog, e oggi quello di Eggers: è una decisione cinefila, ma anche stilistica, molto in linea con la cinematografia del regista newyorkese.

Se il Dracula di Coppola privilegiava infatti l'aspetto romantico dell'opera di Bram Stoker, sia a livello narrativo che estetico, con costumi e fotografia estremamente barocche e teatrali, Eggers sceglie di concentrarsi sull'aspetto più orrorifico, come Murnau ed Herzog prima di lui, esaltando però ulteriormente l'elemento di folklore del mito del vampiro: le sue origini popolari come spiegazioni della pestilenza, e la ritualità est-europea nel cercare di affrontarlo.

Eggers non è interessato alla natura romantica e maledetta del vampiro, ma a quella malefica. Il vampiro è la morte e la sua negazione, un abominio che sovverte le leggi naturali che pensiamo di conoscere e fa a pezzi le fragili certezze della scienza. È il Male incarnato, e Eggers vuole esplorarne le origini o, meglio, come si infiltra nel mondo, nella nostra vita di tutti i giorni. Il film si presta a vari livelli di lettura, dal racconto metaforico della depressione alla rivisitazione del peccato originale. 

Spicca però un messaggio politico-sociale, racchiuso nelle parole di Von Franz/Van Helsing: bisogna conoscere l'oscurità per poterla combattere. Così come la Germania iper-razionalista e scientifica si trova più impreparata dei superstiziosi contadini dei Carpazi nel combattere il vampiro, così le idee più tossiche trovano terreno fertile in società democratiche, che dopo decenni senza guerre si sono illuse che il Male non le toccherà mai più, che le barbarie della guerra e delle dittature siano ricordi lontani e sopiti. È successo negli anni Trenta, e sta succedendo ancora ora: il sonno della ragione genera mostri, ma la fede cieca nella ragione è solo un'altra forma di fanatismo, che ci rende ciechi e imbelli di fronte ai mostri che già esistono. 

Questi mostri vengono evocati da persone fragili, ai margini di una società che li tratta come pazzi o isterici; persone che, per disperazione e solitudine, sono disposte ad accogliere qualunque cosa le faccia sentire meno sole, meno incomprese, meno inutili. Il personaggio di Ellen, interpretato in maniera ipnotica da Lily-Rose Depp, rappresenta la "porta di ingresso" di chi riporta il Male nella società, anche senza volerlo (Eggers è bravissimo a non rendere Ellen una colpevole, ma una vittima che decide di reagire).

La ricchezza tematica del film non è tuttavia supportata da una lettura profonda e nuova degli iconici personaggi e delle loro vicende. Eggers osserva i suoi protagonisti con sguardo da scienzato, da entomologo, freddo e distante, e non dà alcuna lettura sanguigna e creativa del mito del vampiro, come se avesse avuto paura di "contaminare" il suo esperimento portando una sua visione personale. Manca anche qualcosa che trasformi le sofferenze dei personaggi, e in particolare della protagonista Ellen, in un qualcosa di vero, autentico, che crei empatia nello spettatore - quel qualcosa che invece era riuscito benissimo a Eggers in The Northman. A questo contribuisce anche la scelta di dare a Orlok un accento molto marcato, scelta che finisce per "allontanare" ulteriormente lo spettatore. Tenere così lontano lo spettatore a livello emotivo rischia di far percepire il tutto come un esercizio di stile, depotenziando anche il messaggio che il film vorrebbe veicolare.

A livello visivo il film è una gioia per gli occhi. Eggers riprende l'estetica espressionista, fatta di ombre e oscurità, e la accompagna con la sua passione per la fotografia in luce naturale, alternando momenti di oscurità tangibile, viscerale e primordiale (la scena nella locanda) ad altri più alienanti, onirici e allucinati, con colori talmente desaturati da richiamare il bianco e nero dell'opera di Murnau (la scena dell'arrivo nel castello di Orlok. L'orrore è più suggerito che mostrato, e anche le poche scene granguignolesche servono a esaltare l'asetticità dei momenti chiave, in cui l'ombra striscia nelle case e violenta le menti prima ancora che i corpi.

Nosferatu non è il film più riuscito di Eggers, ma è senza dubbio quello più ambizioso a livello stilistico e tematico, un confronto con i grandi del passato da cui Eggers esce, se non vincitore, quantomeno non sconfitto, rileggendo il mito del vampiro per i nostri tempi cupi, in cui il Male è ovunque e l'oscurità incombe e minaccia di spegnere ogni luce. È un film che parla alla testa e, a tratti, alle viscere, ma non al cuore - e il cuore è quel che manca per avvincere davvero lo spettatore e rimanere saldo nel suo immaginario e nei suoi ricordi: per essere, insomma, un vero capolavoro.

*** 1/2

Pier

mercoledì 4 maggio 2022

The Northman

Ci son più cose in cielo e in terra...


Nord Europa, X secolo d.C. Il re di un piccolo regno viene ucciso in un agguato ordito da suo fratello, che poi prende in sposa la cognata. Amleth, figlio del re morto, assiste al tradimento, e giura vendetta. Anni dopo, diventato un feroce guerriero, si convince che il destino gli stia dicendo che il momento tanto atteso è giunto. Parte così per la sua missione, con tre soli scopi: vendicare il padre, salvare la madre, uccidere lo zio.

Dopo l'horror allucinatorio di The Witch e quello psicologico/esistenziale di The Lighthouse, Eggers torna al cinema con il suo film più magniloquente ed epico, lontanissimo dalle ambientazioni intimiste e isolate dei suoi primi due lavori, eppure al tempo stesso loro logica continuazione. Come i precedenti, The Northman esplora le profondità dell'animo umano, la forza suggestiva della religione e della superstizione, i modelli di mascolinità tramandati e perpetuati dalla nostra società e dalla nostra cultura (il mito nordico alla base del racconto è anche la base dell'Amleto shakespeariano). 

Questi elementi in The Northman si fondono a scatenare una furia irrefrenabile, un desiderio di vendetta che ha la sua origine solo nell'arroganza umana ma viene ammantato di una mistica che lo rende un destino inesorabile, un "fare la volontà degli dei" che lascia dietro di sé una scia di morte. La morte e il sangue sono onnipresenti, e gli dei del pantheon norreno ne sono ingordi: i loro rituali sono pantagruelici banchetti di carne e ossa, truculenti, sanguinolenti, condotti in un buio della ragione dall'enorme potenza suggestiva, in grado di trasformare irreversibilmente la visione del mondo di chi vi partecipa. Le visioni sono reali, gli dei ci parlano, ci aiutano, ci promettono un Valhalla fatto di Valchirie e di gloria eterna.


Eggers, però, dimostra anche qui la sua straordinaria capacità di giocare con le aspettative: con una singola, memorabile scena (affidata a Nicole Kidman, talmente perfetta che sembra trasfigurarsi) ribalta completamente il tavolo. Come Prospero ne La Tempesta, Eggers fa crollare tutti gli incantesimi, le superstizioni, gli orpelli eroico/epici di cui si sono fregiati fino a quel momento i personaggi, e in particolare il protagonista, e ci mostra la cruda realtà di una società dove vige la legge del più forte, dove la sopraffazione è legittimata da sacerdoti compiacenti e le persone, e in particolare le donne, sono oggetti, proprietà altrui da usare a proprio piacere. Il personaggio della Kidman vomita la verità con la veridicità di una Norma e la furia di una Valchiria, e da quel momento la realtà del protagonista non sarà più la stessa. L'epica si fa miseria, il mito si fa fantasia, il fato si fa delirio: Eggers esalta il folklore norreno e, nel farlo, ne mette spietatamente a nudo stesso la tossicità e la pretenziosità.

Ciò che differenza The Northman dai precedenti lavori di Eggers è l'azione: laddove i film precedenti avevano pochi, concentratissimi scoppi di energia all'interno di una staticità carica di tensione, qui i combattimenti, gli assalti, le imboscate abbondano, tra urla, sangue e torture granguignolesche. L'azione è tonitruante, inarrestabile, un fiume in piena che tutto travolge e tutto sconvolge. Anche i rituali, così scarni e raccolti nei film precedenti, qui diventano dei sabba furiosi e animaleschi, in cui uomo e natura diventano tutt'uno, indistinguibili come, forse, sono in realtà sempre, a dispetto della nostra supposta razionalità. 


La fotografia del film è magistrale, con un uso splendido della luce naturale che alterna colori saturi a colori caldissimi, ardenti, un fuoco che arde dentro e fuori ai personaggi. I lunghi piani sequenza nelle scene di battaglia lasciano letteralmente a bocca aperta, impedendo allo spettatore di staccare lo sguardo e facendo fluire l'immagine come un fiume in piena, che spazza via tutto ciò che trova sul suo passaggio.

The Northman soffre di qualche calo di ritmo e, a tratti, si prende forse troppo sul serio. Tuttavia, è forse il primo film a meritare in pieno i bizzarri aggettivi che un noto critico italiano utilizzava per descrivere i film: magmatico, tellurico, ipnotico - anche se l'aggettivo migliore è, forse, viscerale. The Northman è un film che parla delle viscere della terra, delle energie irrefrenabili che vi scorrono, ma anche delle viscere dell'uomo, della pancia, delle emozioni primordiali e animali; delle viscere animali, in cui si legge il destino; e di quelle umane, che di questo "destino" sono le prime vittime, sparse a terra da una spada che si crede guidata dal Fato ma è solo guidata da un misero, piccolo uomo.

**** 1/2

Pier