Tra storia e leggenda
Nell’Inghilterra del XIII secolo, l'umile arciere Robin ritorna dalla guerra in Terrasanta con l' esercito inglese. Dopo la morte di Riccardo Cuor di Leone, torna con tre compagni della crociata a Nottingham, dove accetta di fingersi il marito di lady Marian, erede del signore della città, per non far cadere le proprietà in altre mani. Ridley Scott decide di girare un prequel della leggenda di Robin, raccontando le sue origini plebee e il suo contributo alle crociate e alla difesa del regno inglese dalle pretese francesi. Proprio il suo valore, tuttavia, sarà la causa della sua condanna da parte del geloso Principe Giovanni.
Robin Hood stravolge leggenda e storia, mischiandole e modellandole a suo piacimento, senza però raggiungere gli effetti di pathos desiderati: la trama zoppica vistosamente e non coinvolge lo spettatore, e il film si risolve in una lunga battaglia che cita in modo poco originale quella iniziale di Salvate il soldato Ryan.
Risultano invece molto godibili i momenti più "intimi" del film, arricchiti da dialoghi brillanti che aggiungono ritmo a una storia di per sè abbastanza lenta a decollare. Apprezzabili anche montaggio e fotografia, che sorreggono una regia non memorabile e impreziosiscono le scene d'azione. Russell Crowe e Cate Blanchett sono come sempre eccellenti, e anche il cast di supporto si comporta bene.
Robin Hood manca però di quella carica emotiva necessaria per far funzionare i film di questo genere. Il personaggio principale non ha la caratura e il vissuto che avevano fatto di Maximus nel Gladiatore uno dei grandi personaggi del cinema contemporaneo. Maximus era mosso da nobili ideali e dall'amore per i suoi cari: Robin risulta invece freddo e calcolatore, ed è poco credibile la sua metamorfosi in paladino dei poveri e dei diseredati.
Il film è comunque godibile se si è disposti a passare sopra alle numerose invenzioni storiche. Resta però la sensazione di un grande potenziale emotivo sprecato per inseguire un realismo che rimane invece lontano mille miglia.
**
Pier
domenica 16 maggio 2010
domenica 2 maggio 2010
Iron Man 2
Tony Stark perde smalto
Tony Stark è Iron Man. Così si chiudeva il primo capitolo e ora, sei mesi dopo che la notizia è diventata pubblica, il governo e le compagnie concorrenti cercano senza successo di appropriarsi dell'armatura.
Anche altri problemi affliggono il miliardario: il palladio, il minerale che fa funzionare l'armatura, gli sta lentamente avvelenandoi il sangue e Stark non riesce a trovare una soluzione.
Come se non bastasse Ivan Vanko, inventore e figlio di un vecchio collaboratore cacciato dal padre di Tony, decide di vendicare il nome del padre utilizzando le stesse armi di Iron Man.
Il secondo capitolo della saga ha tutti gli ingredienti del primo film: supereroismo, corse in macchina, la spregiudicatezza e l'ironia tagliente di Downey Jr., musica rock da antologia (qui dominano gli AC/DC).
Il problema è che, come spesso accade con i sequel, gli sceneggiatori hanno provato ad aggiungere troppi ingredienti: ecco allora Whiplash/Vanko, cattivo ottimamente interpretato da Rourke, la Vedova Nera (una sexy ma inutile Scarlett Johansson), il concorrente senza scrupoli e Nick Fury; ma anche il tema del rapporto padre/figlio, le rivalità in amore, i problemi di salute di Tony, l'amico traditore.
Insomma, chi più ne ha, più ne metta: il risultato è solo quello di creare confusione, diluendo quegli elementi che avevano sancito il successo del primo film. In particolare traspare poco l'ironia di Downey Jr., ridotto a una macchietta e che sembra più stupido che gigione.
La storia è comunque divertente, ma ha lunghi momenti di pausa assolutamente imperdonabili per un film del genere, dove ritmo, battute e incalzare degli eventi sono fondamentali.
Per contro rimane il difetto del primo film, ovvero l'assenza di scene di combattimento veramente appassionanti.
Ci sono anche elementi apprezzabili, come alcune ottime scene di Downey Jr. e le ottime interpretazioni di Rourke e Sam Rockwell, ma in generale si ha una sensazione di già visto rispetto al primo film che rende il tutto meno divertente di quanto avrebbe potuto essere.
** 1/2
Pier
Tony Stark è Iron Man. Così si chiudeva il primo capitolo e ora, sei mesi dopo che la notizia è diventata pubblica, il governo e le compagnie concorrenti cercano senza successo di appropriarsi dell'armatura.
Anche altri problemi affliggono il miliardario: il palladio, il minerale che fa funzionare l'armatura, gli sta lentamente avvelenandoi il sangue e Stark non riesce a trovare una soluzione.
Come se non bastasse Ivan Vanko, inventore e figlio di un vecchio collaboratore cacciato dal padre di Tony, decide di vendicare il nome del padre utilizzando le stesse armi di Iron Man.
Il secondo capitolo della saga ha tutti gli ingredienti del primo film: supereroismo, corse in macchina, la spregiudicatezza e l'ironia tagliente di Downey Jr., musica rock da antologia (qui dominano gli AC/DC).
Il problema è che, come spesso accade con i sequel, gli sceneggiatori hanno provato ad aggiungere troppi ingredienti: ecco allora Whiplash/Vanko, cattivo ottimamente interpretato da Rourke, la Vedova Nera (una sexy ma inutile Scarlett Johansson), il concorrente senza scrupoli e Nick Fury; ma anche il tema del rapporto padre/figlio, le rivalità in amore, i problemi di salute di Tony, l'amico traditore.
Insomma, chi più ne ha, più ne metta: il risultato è solo quello di creare confusione, diluendo quegli elementi che avevano sancito il successo del primo film. In particolare traspare poco l'ironia di Downey Jr., ridotto a una macchietta e che sembra più stupido che gigione.
La storia è comunque divertente, ma ha lunghi momenti di pausa assolutamente imperdonabili per un film del genere, dove ritmo, battute e incalzare degli eventi sono fondamentali.
Per contro rimane il difetto del primo film, ovvero l'assenza di scene di combattimento veramente appassionanti.
Ci sono anche elementi apprezzabili, come alcune ottime scene di Downey Jr. e le ottime interpretazioni di Rourke e Sam Rockwell, ma in generale si ha una sensazione di già visto rispetto al primo film che rende il tutto meno divertente di quanto avrebbe potuto essere.
** 1/2
Pier
martedì 27 aprile 2010
Green Zone
Una verità scomoda
Matt Damon è un soldato americano impegna nel dopo Iraq a trovare le armi di distruzione di massa che furono il vero e unico motivo alla base della guerra. Perlustrando sopra e sotto i siti suggeriti dall'intelligence americana e non trovando mai niente di rilevante, il soldato Damon inizia a dubitare dell'accuratezza delle informazioni. Coinvolto per caso in una missione ad alto rischio, il soldato scopre la verità celata e volontariamente nascosta.
Thriller politico e di guerra, Green Zone è il primo film che tratta in modo così schietto ed evidente la bugia della guerra irachena senza sotterfugi o giri di parole. Il mistero della storia si snoda in modo logico e appassionante, con i giusti intermezzi d'azione quando la trama diventa troppo politica e sembra perdersi in se stessa.
Molti hanno paragonato il film a alla saga di Jason Bourne. Di comune c'è solo Matt Damon. I personaggi sono completamente diversi: riservato ed eroico il primo, compassato e giusto il secondo; sono tutti e due degli action movie, ma Green Zone molto più politco stile Syriana, mentre la saga di Bourne spionaggio internazionale puro, tanto 007 e poca ironia.
***
Alessandro
lunedì 19 aprile 2010
Fantastic Mr. Fox
Volpi e nevrosi
Mr. Fox, un favoloso rubagalline, decide di ritirarsi dall'attività quando scopre che la moglie è incinta. Diventa così un rispettato giornalista ma, dopo tanti anni, si scopre insoddisfatto. Il bisogno di cacciare torna così prepotentemente alla carica, e Mr. Fox, accompagnato da un opossum svampito e da un nipote brillante quasi quanto lui, ricomincia a saccheggiare le fattorie dei vicini.
I proprietari però non restano a guardare, e scatenano contro Mr. Fox una rappresaglia che mette a rischio la sopravvivenza dell'intera comunità di animali selvatici.
Wes Anderson per il suo esordio nel mondo dell'animazione sceglie il soggetto che conosce meglio: la famiglia, più o meno allargata. I veri protagonisti del film non sono infatti gli animali, ma i loro tormenti e le loro nevrosi: Mr. Fox soffre di una crisi di mezza età; la moglie non riesce più a capire il marito; il figlio è più piccolo della media ed è goffo ed impacciato con le ragazze; il cugino, apparentemente sicuro di sè, mantiene la tranquillità solo grazie alle pratiche di meditazione zen del padre.
Le similitudini con i Tenenbaum sono forti, ma Anderson riesce a confezionare un film con un duplice piano di lettura: da una parte la storia di Dahl, che appassiona i bambini e diverte anche i grandi; dall'altro uno spaccato della famiglia e della comunità moderna e una critica nemmeno troppo velata al capitalismo e ai danni ambientali che esso produce.
L'elogio dello "stato di natura" farebbe felice Rousseau, e ha il suo culmine nella scena con il lupo, del tutto incapace di accettare le comodità della vita "domestica" in cambio della rinuncia alla libertà.
La tecnica di animazione scelta da Anderson è destinata a dividere: personalmente non posso non apprezzare gli splendidi pupazzi usati per gli animali, dotati di un'espressività che riesce a far dimenticare la rigidità di alcuni movimenti.
La regia regala momenti di pura genialità, soprattutto nelle sequenze di combattimento e di inseguimento. Tutti i personaggi sono azzeccati, ma una menzione particolare la merita l'opossum, vero e proprio intruso nella comunità di animali selvatici, privo com'è di qualunque abilità particolare, tanto da non possedere neppure un nome latino.
La storia scorre piacevolmente, anche se viene un po' rallentata dalla scelta di Anderson di articolarla in capitoli come i suoi precedenti lavori, scelta che a volte risulta artificiosa e ripetitiva.
Fantastic Mr. Fox è un film capace di combinare diversi stili e registri, passando con disinvoltura da una comicità sofisticata, quasi da commedia anni '30, a gag degne delle migliori comiche di Charlie Chaplin. Nonostante un'aria un po' "snob" è un film in grado di accontentare tutta la famiglia, con i piccoli che si appassioneranno al tenero opossum e gli adulti che si identificheranno nel desiderio di ribellione del genitore-padre Mr. Fox.
****
Pier
Mr. Fox, un favoloso rubagalline, decide di ritirarsi dall'attività quando scopre che la moglie è incinta. Diventa così un rispettato giornalista ma, dopo tanti anni, si scopre insoddisfatto. Il bisogno di cacciare torna così prepotentemente alla carica, e Mr. Fox, accompagnato da un opossum svampito e da un nipote brillante quasi quanto lui, ricomincia a saccheggiare le fattorie dei vicini.
I proprietari però non restano a guardare, e scatenano contro Mr. Fox una rappresaglia che mette a rischio la sopravvivenza dell'intera comunità di animali selvatici.
Wes Anderson per il suo esordio nel mondo dell'animazione sceglie il soggetto che conosce meglio: la famiglia, più o meno allargata. I veri protagonisti del film non sono infatti gli animali, ma i loro tormenti e le loro nevrosi: Mr. Fox soffre di una crisi di mezza età; la moglie non riesce più a capire il marito; il figlio è più piccolo della media ed è goffo ed impacciato con le ragazze; il cugino, apparentemente sicuro di sè, mantiene la tranquillità solo grazie alle pratiche di meditazione zen del padre.
Le similitudini con i Tenenbaum sono forti, ma Anderson riesce a confezionare un film con un duplice piano di lettura: da una parte la storia di Dahl, che appassiona i bambini e diverte anche i grandi; dall'altro uno spaccato della famiglia e della comunità moderna e una critica nemmeno troppo velata al capitalismo e ai danni ambientali che esso produce.
L'elogio dello "stato di natura" farebbe felice Rousseau, e ha il suo culmine nella scena con il lupo, del tutto incapace di accettare le comodità della vita "domestica" in cambio della rinuncia alla libertà.
La tecnica di animazione scelta da Anderson è destinata a dividere: personalmente non posso non apprezzare gli splendidi pupazzi usati per gli animali, dotati di un'espressività che riesce a far dimenticare la rigidità di alcuni movimenti.
La regia regala momenti di pura genialità, soprattutto nelle sequenze di combattimento e di inseguimento. Tutti i personaggi sono azzeccati, ma una menzione particolare la merita l'opossum, vero e proprio intruso nella comunità di animali selvatici, privo com'è di qualunque abilità particolare, tanto da non possedere neppure un nome latino.
La storia scorre piacevolmente, anche se viene un po' rallentata dalla scelta di Anderson di articolarla in capitoli come i suoi precedenti lavori, scelta che a volte risulta artificiosa e ripetitiva.
Fantastic Mr. Fox è un film capace di combinare diversi stili e registri, passando con disinvoltura da una comicità sofisticata, quasi da commedia anni '30, a gag degne delle migliori comiche di Charlie Chaplin. Nonostante un'aria un po' "snob" è un film in grado di accontentare tutta la famiglia, con i piccoli che si appassioneranno al tenero opossum e gli adulti che si identificheranno nel desiderio di ribellione del genitore-padre Mr. Fox.
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Pier
venerdì 16 aprile 2010
L'uomo nell'ombra
Cinema d'altri tempi
Uno scrittore di scarso successo viene assunto come ghost writer dell'autobiografia di Adam Lang, controverso ex premier britannico ritiratosi a vivere in un'isola al largo di Boston. Durante la stesura del libro Lang viene accusato di aver commesso crimini di guerra durante il suo mandato, e lo scrittore finisce suo malgrado coinvolto in intrighi politici e familiari. Decide comunque di restare, fino a quando non scopre che il suo predecessore nel ruolo di ghost writer è mosto in circostanze misteriose.
La prima cosa che colpisce nel nuovo film di Polanski sono le atmosfere: fredde, cupe, con una natura nemica e aggressiva, eppure dotate di una strana bellezza. Alla tempesta esterna corrisponde quella interna, con liti familiari, misteriose sparizioni, domestiche ambigue e donne indecifrabili. Il personaggio dello scrittore, ottimamente interpretato da Ewan McGregor, rimane suo malgrado invischiato in qualcosa di più grande di lui, in una situazione tipicamente hitchockiana dell' "uomo solo contro tutti". La regia e la fotografia sono il punto di forza del film, che sfrutta a fondo l'espressività del linguaggio filmico e dell'immagine: molte delle scene migliori sono prive di dialogo e creano nello spettatore tensione ed ansia per la sorte del protagonista.
L'abilità di Polanski e degli attori (ottimo anche Pierce Brosnan) coprono le pecche di una sceneggiatura che, pur presentando dei momenti di notevole vivacità, ha pochi colpi di scena e manca di intrecci secondari. I momenti migliori sono le escursioni di McGregor sull'isola e sulla terra ferma, in particolare l'incontro con il vecchietto (cameo di Eli Wallach, il Brutto di Sergio Leone) che comincia a gettare qualche ombra sulla sorte del primo ghost writer di Lang.
L'uomo nell'ombra è un film d'altri tempi, in cui atmosfere e immagini hanno un ruolo importante quanto e più di quello delle parole. Orso d'argento alla regia meritatissimo.
***
Pier
Uno scrittore di scarso successo viene assunto come ghost writer dell'autobiografia di Adam Lang, controverso ex premier britannico ritiratosi a vivere in un'isola al largo di Boston. Durante la stesura del libro Lang viene accusato di aver commesso crimini di guerra durante il suo mandato, e lo scrittore finisce suo malgrado coinvolto in intrighi politici e familiari. Decide comunque di restare, fino a quando non scopre che il suo predecessore nel ruolo di ghost writer è mosto in circostanze misteriose.
La prima cosa che colpisce nel nuovo film di Polanski sono le atmosfere: fredde, cupe, con una natura nemica e aggressiva, eppure dotate di una strana bellezza. Alla tempesta esterna corrisponde quella interna, con liti familiari, misteriose sparizioni, domestiche ambigue e donne indecifrabili. Il personaggio dello scrittore, ottimamente interpretato da Ewan McGregor, rimane suo malgrado invischiato in qualcosa di più grande di lui, in una situazione tipicamente hitchockiana dell' "uomo solo contro tutti". La regia e la fotografia sono il punto di forza del film, che sfrutta a fondo l'espressività del linguaggio filmico e dell'immagine: molte delle scene migliori sono prive di dialogo e creano nello spettatore tensione ed ansia per la sorte del protagonista.
L'abilità di Polanski e degli attori (ottimo anche Pierce Brosnan) coprono le pecche di una sceneggiatura che, pur presentando dei momenti di notevole vivacità, ha pochi colpi di scena e manca di intrecci secondari. I momenti migliori sono le escursioni di McGregor sull'isola e sulla terra ferma, in particolare l'incontro con il vecchietto (cameo di Eli Wallach, il Brutto di Sergio Leone) che comincia a gettare qualche ombra sulla sorte del primo ghost writer di Lang.
L'uomo nell'ombra è un film d'altri tempi, in cui atmosfere e immagini hanno un ruolo importante quanto e più di quello delle parole. Orso d'argento alla regia meritatissimo.
***
Pier
giovedì 8 aprile 2010
Dragon Trainer
Volare con la fantasia
Hiccup è un giovane vichingo che vive in una terra fredda e infestata dai draghi, che i suoi compatrioti cacciano da sempre. Gracile e poco combattivo, Hiccup vorrebbe solo conquistare il cuore del padre, il rude capovillaggio, catturando un drago e dimostrandogli così di non essere un buono a nulla.
Quando finalmente vi riesce, però, non riesce a ucciderlo e, a poco a poco, diventa il migliore amico dell'animale.
Il nuovo film d'animazione Dreamworks è profondamente diverso dai suoi predecessori: la trama, per la prima volta tratta da un libro già esistente, è ricca e particolareggiata, senza alcun intento parodico o citazione di altri film/generi. I personaggi sono tratteggiati con cura e mostrano una profondità e una complessità psicologica che erano sconosciute ai protagonisti di Madagascar o Shrek, fatta forse eccezione per i primi episodi.
I momenti comici sono molti ma notevolmente ridotti, e soprattutto sono volti a ottenere non la risata ma il sorriso: una comicità più fine e coinvolgente, simile a quella dei film Pixar.
La grafica è di altissimo livello, e le sequenze di volo sono davvero mozzafiato. Le scene più belle sono tuttavia quelle in cui Hiccup e il drago Sdentato imparano a conoscersi e a superare le rispettive diffidenze, in un crescendo di emozioni che ricorda da vicino E.T. ed Edward Mani di Forbice. La trama è accattivante e scorrevole, anche se un po' scontata in alcuni passaggi. I personaggi secondari sono ben caratterizzati e divertenti, e Hiccup non può non destare immediata simpatia: il vero protagonista è però Sdentato, draghetto dalle fattezze e dalle movenze a metà tra un cane e un gatto, dotato di grande espressività e carattere.
In Dragontrainer si ride meno che nei precedenti lavori Dreamworks, ma ci si appassiona e ci si meraviglia di più: e questo, per chi vuole competere con la Pixar, è un deciso passo in avanti.
***1/2
Pier
Hiccup è un giovane vichingo che vive in una terra fredda e infestata dai draghi, che i suoi compatrioti cacciano da sempre. Gracile e poco combattivo, Hiccup vorrebbe solo conquistare il cuore del padre, il rude capovillaggio, catturando un drago e dimostrandogli così di non essere un buono a nulla.
Quando finalmente vi riesce, però, non riesce a ucciderlo e, a poco a poco, diventa il migliore amico dell'animale.
Il nuovo film d'animazione Dreamworks è profondamente diverso dai suoi predecessori: la trama, per la prima volta tratta da un libro già esistente, è ricca e particolareggiata, senza alcun intento parodico o citazione di altri film/generi. I personaggi sono tratteggiati con cura e mostrano una profondità e una complessità psicologica che erano sconosciute ai protagonisti di Madagascar o Shrek, fatta forse eccezione per i primi episodi.
I momenti comici sono molti ma notevolmente ridotti, e soprattutto sono volti a ottenere non la risata ma il sorriso: una comicità più fine e coinvolgente, simile a quella dei film Pixar.
La grafica è di altissimo livello, e le sequenze di volo sono davvero mozzafiato. Le scene più belle sono tuttavia quelle in cui Hiccup e il drago Sdentato imparano a conoscersi e a superare le rispettive diffidenze, in un crescendo di emozioni che ricorda da vicino E.T. ed Edward Mani di Forbice. La trama è accattivante e scorrevole, anche se un po' scontata in alcuni passaggi. I personaggi secondari sono ben caratterizzati e divertenti, e Hiccup non può non destare immediata simpatia: il vero protagonista è però Sdentato, draghetto dalle fattezze e dalle movenze a metà tra un cane e un gatto, dotato di grande espressività e carattere.
In Dragontrainer si ride meno che nei precedenti lavori Dreamworks, ma ci si appassiona e ci si meraviglia di più: e questo, per chi vuole competere con la Pixar, è un deciso passo in avanti.
***1/2
Pier
giovedì 1 aprile 2010
Happy family
Due famiglie in cerca d'autore
Ezio è uno scrittore che ha paura di vivere. E' sempre chiuso in casa, e la sua arte e i suoi personaggi sono la sua unica compagnia. Sta lavorando alla storia di due famiglie molto complesse: sedicenni che vogliono sposarsi, mogli sull'orlo di una crisi di nervi, padri indolenti o con gravi problemi di salute. A causa di un (immaginario) incidente in bicicletta, alla cena che riunisce alla stessa tavola figli e genitori finisce anche Ezio, che inaspettatamente troverà l'amore.
Happy family si muove tra il mondo della realtà e quello della finzione: è una riflessione sul cinema, ma anche sulla scrittura, sul rapporto tra personaggi e autore, che riprende l'opera pirandelliana e la fa incontrare con l'immaginazione felliniana. Ezio cresce e matura insieme alle sue "creature", imparando ad affrontare le novità della vita e i sentimenti.
Salvatores utilizza gli spunti proposti dall'8 1/2 di Fellini e li applica alla realtà della famiglia, ritraendone alla perfezione nevrosi e dinamiche di interazione e citando apertamente Wes Anderson e i suoi Tenenbaum. Il risultato è un film divertente e originale, non tanto nei contenuti quanto nelle scelte registiche e nel rapporto tra i due piani della trama.
I personaggi parlano spesso in macchina, come in una sorta di psicoterapia di gruppo che permette di dare a ciascuno di loro spessore e una forte caratterizzazione. Come Anderson, Salvatores crea scene a prevalenza monocromatica, usando i coloro come forma espressiva dello stato d'animo e delle situazioni che in protagonisti si trovano ad affrontare. La sceneggiatura è ben scritta e vivace, ed è sostenuta da una prova corale degli attori semplicemente eccezionale, con Abatantuono e Bentivoglio che meritano una menzione particolare insieme ai due protagonisti, un Fabio de Luigi sempre più convincente e l'ottima sorpresa Valeria Bilello.
Salvatores dimostra ancora una volta di essere un regista eclettico, con il raro merito di realizzare film sempre diversi ma sempre interessanti. Happy family è bello, vitale e originale, una vera boccata fresca nel panorama sempre uguale del cinema italiano. Non perdetelo.
****
Pier
Ezio è uno scrittore che ha paura di vivere. E' sempre chiuso in casa, e la sua arte e i suoi personaggi sono la sua unica compagnia. Sta lavorando alla storia di due famiglie molto complesse: sedicenni che vogliono sposarsi, mogli sull'orlo di una crisi di nervi, padri indolenti o con gravi problemi di salute. A causa di un (immaginario) incidente in bicicletta, alla cena che riunisce alla stessa tavola figli e genitori finisce anche Ezio, che inaspettatamente troverà l'amore.
Happy family si muove tra il mondo della realtà e quello della finzione: è una riflessione sul cinema, ma anche sulla scrittura, sul rapporto tra personaggi e autore, che riprende l'opera pirandelliana e la fa incontrare con l'immaginazione felliniana. Ezio cresce e matura insieme alle sue "creature", imparando ad affrontare le novità della vita e i sentimenti.
Salvatores utilizza gli spunti proposti dall'8 1/2 di Fellini e li applica alla realtà della famiglia, ritraendone alla perfezione nevrosi e dinamiche di interazione e citando apertamente Wes Anderson e i suoi Tenenbaum. Il risultato è un film divertente e originale, non tanto nei contenuti quanto nelle scelte registiche e nel rapporto tra i due piani della trama.
I personaggi parlano spesso in macchina, come in una sorta di psicoterapia di gruppo che permette di dare a ciascuno di loro spessore e una forte caratterizzazione. Come Anderson, Salvatores crea scene a prevalenza monocromatica, usando i coloro come forma espressiva dello stato d'animo e delle situazioni che in protagonisti si trovano ad affrontare. La sceneggiatura è ben scritta e vivace, ed è sostenuta da una prova corale degli attori semplicemente eccezionale, con Abatantuono e Bentivoglio che meritano una menzione particolare insieme ai due protagonisti, un Fabio de Luigi sempre più convincente e l'ottima sorpresa Valeria Bilello.
Salvatores dimostra ancora una volta di essere un regista eclettico, con il raro merito di realizzare film sempre diversi ma sempre interessanti. Happy family è bello, vitale e originale, una vera boccata fresca nel panorama sempre uguale del cinema italiano. Non perdetelo.
****
Pier
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