lunedì 31 maggio 2021

Minari (In pillole #17)

I nuovi pionieri


Esiste ancora il sogno americano? Partendo da questa domanda all'apparenza semplice, Lee Isaac Chung affronta uno dei temi riscrive il mito dei pionieri dal punto di vista dei nuovi immigrati - in questo caso, una famiglia coreana che si trasferisce negli USA negli anni Ottanta. Così come Hamilton, il musical di Lil' Manuel Miranda, trasforma il mito dei padri fondatori per parlare di una nazione fondata, creata, e animata da immigrati, Minari riprende la mitologia della frontiera e la trasforma in una storia nuova, raccontata con l'occhio di immigrati di prima e soprattutto seconda generazione, sospesi tra la cultura di una terra mai conosciuta e quella del paese che li ospita.

Non è un caso che il vero protagonista sia David, il figlio, che fatica ad accettare l'ingombrante presenza della nonna, nei suoi occhi figlia di un passato che non conosce ma che condiziona ancora la sua vita, scandita da tradizioni religiose e culinarie che i genitori vogliono tenere vive, ma che per lui costituiscono solo un ostacolo. La nonna si rivelerà ben più anticonformista del previsto, creando un solido ponte tra la tradizione (rappresentata dal minari, erba in grado di crescere ovunque, una volta piantata) e la loro nuova comunità. La tensione tra tradizione e innovazione, passato e futuro, permea tutto il film e si sostanzia soprattutto nei genitori di David, impegnati in una guerra di valori silenziosa che trova tregua solo nell'amore familiare.

Minari è un film all'apparenza semplice, ma in realtà complesso, stratificato, ricco di significati senza per questo essere didascalico come altri film che cercano di compiere la stessa operazione. Il paesaggio dell'Arkansas sembra un'Arcadia senza tempo (la fotografia è una goduria per gli occhi), e la narrazione ha  echi delle grandi epopee di Steinbeck, intime ma al tempo stesso di afflato biblico. 

Chung racconta la famiglia protagonista con uno sguardo delicato e divertito, affrontando anche i momenti più drammatici con la leggerezza propria dell'infanzia. Il risultato è un racconto semplice ma efficace, che racconta una vicenda privata ma universale, in cui una famiglia cerca un proprio posto in un nuovo mondo, e i suoi membri cercano la propria identità all'interno della famiglia stessa. Un piccolo gioiello: non perdetelo.

****

Pier

lunedì 17 maggio 2021

I Mitchell contro le macchine

La creatività del futuro


La famiglia Mitchell è sconclusionata, disordinata, strana: molto lontana dall'ideale di perfezione dei vicini che mamma Linda invidia. La figlia Katie sta per partire per il college, dove studierà cinema, realizzando il suo sogno e allontanandosi da una famiglia e da un papà, Rick, che sente sempre più distante. Rick adora Katie, ma non riesce a comprendere il suo linguaggio "multimediale" né i suoi interessi. In un ultimo tentativo di riconnettersi con lei, Rick decide che tutta la famiglia (Rick, Linda, e il fratellino Aaron) accompagnerà Katie al college in una gita in auto. Peccato che, durante il viaggio, i robot insorgano, rivoltandosi contro gli umani e minacciando di spazzarli via dal pianeta.

Dopo il meritatissimo successo di Spider-Man: Un nuovo universo (che non per nulla vi abbiamo segnalato tra i migliori dieci film del decennio appena concluso), la Sony Animation torna con un'altra opera coraggiosa e innovativa, un'esplosione di creatività che si avventura ai confini dell'animazione e li spinge un po' più in là. Laddove Un nuovo universo esplorava l'ibridazione di diverse tecniche di animazione, ma soprattutto del linguaggio animato e di quello fumettistico, I Mitchell contro le macchine gioca con il linguaggio dei social media, da YouTube a TikTok, passando per Instagram e Snapchat. L'animazione in computer grafica viene "filtrata" (è il caso di dirlo) e arricchita da emoji, meme, immagini live action, e animazioni in 2D che descrivono le emozioni dei personaggi come fossimo in un fumetto o, appunto, sui social media. 


Lo stile filmico di Katie, che usa un approccio multimediale per realizzare i suoi video virali (memorabili quelli con il cagnolino Monchi nella parte di un poliziotto duro e puro), diventa quello del film. I Mitchell contro le macchine è interamente girato dalla sua prospettiva di Katie, filtrato attraverso il suo creativo e registico, come se stessimo assistendo agli eventi rivisti dalla sua prospettiva e trasformati in uno dei suoi video virali - creazioni dove non conta la qualità degli effetti speciali ma la capacità di essere autentici e originali, senza paura del ridicolo, ma anzi abbracciandolo e usandolo come strumento espressivo. 


Il risultato è strabiliante: un'orgia di colori brillanti amalgamati con un approccio da acquerello, che esalta le sfumature ma, grazie alla commistione con la computer grafica, non sacrifica la profondità, accompagnati a una sceneggiatura esilarante ma anche in grado di emozionare e commuovere, come i migliori film della Pixar. Scene di emozionante contemplazione (sia familiare, sia esistenziale) si alternano a scene quasi demenziali, una commistione di comicità verbale e slapstick che si amalgamano con la serietà dei temi trattati con una perfezione incredibile vista la profonda diversità di temi e toni.

Il film non ha paura di questa diversità, ma anzi abbraccia il caos, rendendolo cifra espressiva, una perfetta rappresentazione dell'inesauribile voglia di creare di Katie e di un'intera generazione - una generazione stanca di non essere presa sul serio e desiderosa non solo di creare, ma di cambiare: cambiare i linguaggi, gli strumenti di valutazione, persino il concetto stesso di "arte". Una generazione che non ha paura di sperimentare, ma anzi vede la sperimentazione come l'unico approccio possibile. 


Il film è anche un'esortazione al dialogo intergenerazionale, a capire la diversità di linguaggio e approcci che, oggi come forse mai nella storia, sta creando una barriera tra genitori e figli. Lo stile stesso del film è un inno al dialogo, con tecniche di generazioni e media differenti che trovano il modo di convivere e dialogare in modo proficuo, esattamente come Katie e Rick. Al di là dell'abbacinante animazione, l'innovazione del film sta tutta qui: prendere un tema abusato come lo scontro generazionale e rivisitarlo in chiave nuova, moderna, in grado di parlare all'oggi senza sacrificare l'universalità del messaggio.

I Mitchell contro le macchine è un piccolo capolavoro che, pur costruendo sulle solide fondamenta già costruite da Spider-Man: Un nuovo universo, se ne discosta per costruire un universo emotivo e creativo tutto suo. Il film investe lo spettatore come una boccata d'aria fresca, e lo trascina in un viaggio che fa tutto quello che il grande cinema dovrebbe fare: divertire, emozionare, lasciare a bocca aperta.


**** 1/2

Pier

sabato 24 aprile 2021

Oscar 2021 - I pronostici

Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantaduesima edizione degli Academy Awards. 

Ma quest'anno non sarà come tutti gli altri: la pandemia ha costretto molti film attesissimi a rimandare la loro uscita; i cinema sono ancora chiusi in molti paesi, con la conseguenza che molti dei film in concorso (tutti quelli non usciti su piattaforme di streaming) non sono stati visti da milioni di potenziali spettatori; la stessa cerimonia di premiazione si svolgerà con i candidati suddivisi tra più location per rispettare le norme sanitarie.

Insomma, è stato un anno molto anomalo, e anche i nostri pronostici e scelte personali ne risentiranno. Per la prima volta da tempo immemorabile, infatti, non ho visto molti dei film in concorso. Basterà questo a fermarmi? Ovviamente no. Ciarlare dello sconosciuto è la specialità di ogni critico concionatore e il sottoscritto non fa eccezione.

Pronti? Iniziamo!


Miglior montaggio
Cinque ottimi candidati, ma tutti dicono meraviglie del montaggio di Sound of metal, curato da Mikkel E. G. Nielsen, danese già montatore, tra gli altri, dell'ottimo Beasts of no nation. La mia scelta personale ricade su Alan Baumgarten per lo splendido lavoro di cucitura tra passato e presente, materiale filmato e d'archivio ne Il processo ai Chicago 7.

Pronostico: Mikkel E. G. Nielsen, Sound of metal

Scelta personale: Alan Baumgarten, Il processo ai Chicago 7


Miglior fotografia
La fotografia wellesiana di Mank, o il lirico realismo di Nomadland? La competizione sembra concentrarsi tra questi due titoli, e personalmente non ho dubbi su chi scegliere: il lavoro di Joshua James Richards è uno dei punti di forza del film di Chloé Zhao, il cuore pulsante di un piccolo, grande capolavoro. Su di lui ricade sia il mio pronostico che la mia scelta personale.

Pronostico: Joshua James Richards, Nomadland
Scelta personale: Joshua James Richards, Nomadland


Miglior film d'animazione
Impossibile non indicare Soul, sia come favorito che come film del cuore. E la concorrenza, quest'anno, è anche agguerrita: Onward, un po' snobbato perché uscito nel breve periodo di riapertura dei cinema durante la pandemia, è un degnissimo rivale "casalingo", una splendida storia familiare che diverte e commuove; Wolfwalkers ha raccolto consensi unanimi in tutto il mondo. Tuttavia, il nuovo film di Pete Docter (a parere di chi scrive il miglior regista Pixar, e non da oggi) è un'esplosione di creatività, innovazione e voglia di osare, un'improvvisazione jazz che avvolge, trascina, e commuove.

PronosticoSoul
Scelta personale: Soul


Miglior attore non protagonista
I grandi protagonisti sembrano essere gli attori di Judas and the Black Messiah, inspiegabilmente candidati ambedue come non protagonisti. Tra i due spicca Daniel Kaluuya, già nominato per Get out!. Non avendo visto il film, devo giocoforza indicare qualcun altro per la mia scelta personale, che ricade su Sacha Baron Cohen, splendido hippie ne Il processo ai Chicago 7 .

Pronostico: Daniel Kaluuya, Judas and the Black Messiah

Scelta personale: Sacha Baron Cohen, Il processo ai Chicago 7


Miglior attrice non protagonista
Una delle categorie più incerte, con almeno tre contendenti che partono alla pari: Glenn Close per Elegia americana, Olivia Colman per The father, e Amanda Seyfried per Mank. Scommetto su Oliva Colman, sulla quale ricade anche la mia scelta personale: è sulla fiducia, non avendo visto il film, ma vi sfido a dirmi che sbaglio a fidarmi.

Pronostico: Olivia ColmanThe father
Scelta personale: Olivia ColmanThe father

"Ah, non ti fidi?"

Miglior sceneggiatura originale
Tra i candidati c'è Aaron Sorkin. Aaron Sorkin è il Dio della sceneggiatura, non avrai altro Dio all'infuori di lui. Il processo ai Chicago 7 è un'apoteosi della sua scrittura, tra dialoghi splendidi, monologhi appassionati, walk and talk da antologia. Mi pare evidente su chi ricadano sia pronostico che scelta personale. E se l'Academy sceglierà diversamente, peste li colga.

Pronostico: Aaron Sorkin, Il processo ai Chicago 7
Scelta personale: Aaron Sorkin, Il processo ai Chicago 7


Miglior sceneggiatura non originale
Competizione accesa in questa categoria, con un testa a testa tra Chloè Zhao per Nomadland e Kemp Powers per l'adattamento della sua piece teatrale in Quella notte a Miami... . Dico Kemp Powers, ma la mia scelta personale ricade sulla Zhao.

Pronostico: Kemp Powers, Quella notte a Miami...
Scelta personale: Chloè Zhao, Nomadland


Miglior attrice protagonista
Qui la favorita, nonostante la concorrenza serrata (da Frances McDormand per Nomadland a Carey Mulligan per Una donna promettente), sembra essere Viola Davis per Ma Rainey's Black Bottom. La Davis è come sempre strepitosa, e il film biografico paga sempre, quindi la vittoria sembra cosa certa. Tuttavia, la mia scelta personale ricade su Vanessa Kirby, semplicemente eccezionale nella parte di una madre in lutto in Pieces of a Woman - altro film passato ingiustamente inosservato ma da recuperare (è su Netflix).

Pronostico: Viola Davis, Ma Rainey's black bottom
Scelta personale: Vanessa Kirby, Pieces of a woman

One woman show

Miglior attore protagonista
Qui il favorito sembra essere Chadwick Boseman per Ma Rainey's Black Bottom, sia per l'ottima interpretazione sia per l' "effetto lutto" che inevitabilmente influenzerà le scelte dei giurati. La mia scelta personale ricade invece su Gary Oldman, una delle poche note liete di quel sublime pasticcio che è Mank. 
Pronostico: Chadwick Boseman, Ma Rainey's black bottom
Scelta personale: Gary Oldman, Mank

Miglior regia
Un solo nome al comando: Chloé Zhao. Nomadland è un film universale e personale, e porta l'impronta indelebile di una regista che farà molto parlare di sé, capace di unire sublime e triviale, assoluto e quotidianità, risate e commozione. 

Pronostico: Chloè Zhao, Nomadland
Scelta personale: Chloè Zhao, Nomadland

Schegge di meraviglia da Nomadland

Miglior film
In un anno difficile come questo, uno potrebbe aspettarsi una bassa qualità dei film in concorso. Invece, a sorpresa (o forse no), la mancanza di blockbuster ha aperto le porte a prodotti indipendenti che normalmente sarebbero magari passati inosservati: film personali, ma potenti, in grado di commuovere e far riflettere, ma che soprattutto riflettono in modo evidente la visione autoriale dei propri registi. Il favorito, manco a dirlo, è Nomadland , su cui ricade anche la mia scelta personale, ma occhio alle possibili sorprese: sia Minari sia Judas and the Black Messiah potrebbero aggiudicarsi la statuetta più ambita.

Pronostico: Nomadland
Scelta personale: Nomadland


Questo è tutto. Cosa aspettate? Correte in sala scommesse!

Pier

Una donna promettente

Vittime e carnefici


Dopo aver abbandonato gli studi di medicina, la trentenne Cassie lavora in un piccolo bar. Apatica nei confronti del suo lavoro e dei genitori, con cui vive, Cassie prende vita solo la notte, quando gira per locali e, fingendosi ubriaca, si fa abbordare da sconosciuti. Il suo scopo? Vedere se si approfitteranno della sua condizione di incapacità di intendere e di volere. Un gioco al massacro che ha radici nel passato di Cassie - un passato che non tarderà a riaffiorare.

Che cos'è la colpa? Fino a che punto si può spingere una vendetta? Esiste davvero un colpevole, quando è la società intera a decidere di ignorare e girarsi dall'altra parte? Nel suo primo film da regista (e sceneggiatrice), Emerald Fennell affronta un tema complesso come quello della cultura dello stupro, e lo fa esplorandone le radici, il sistema di potere e gerarchie su cui si regge e grazie al quale, come un parassita demoniaco, riesce a perpetuarsi. La Fennell è magistrale nel gestire la presentazione dei suoi personaggi, maschili ma anche femminili: la regista gioca con le aspettative dello spettatore, a volte confermandole, a volte sovvertendole, spingendosi in un territorio più degno di film come The Master o True Detective che in quelli di un semplice "rape and revenge" per interposta persona: l'orrore è sistemico, e chiunque contribuisca a perpetuarlo, anziché affrontarlo, non può che essere colpevole. 

L'accidia è un peccato capitale tanto quanto la lussuria, e come tale va trattato. Il messaggio è senza dubbio forte - molti lo troveranno probabilmente urticante - ma coglie senza dubbio nel segno, creando nello spettatore una sensazione di disagio e sconforto che da strisciante si fa esplosiva, portandolo di volta in volta a "tifare" per un personaggio salvo poi pentirsi due minuti dopo. Il film è molto abile a muoversi sul sottile filo che separa l'esplorazione delle radici sociologiche della cultura dello stupro dalla relativizzazione della colpa: no, non sono tutti colpevoli, e no, il fatto che il fenomeno sia strutturale (o, meglio, culturale) non assolve i singoli perpetratori. 

La sceneggiatura e l'interpretazione di Carey Mulligan sono perfette nel ritrarre un personaggio che non deve sempre piacerci, ma del quale non si può ignorare il sordo dolore, la frustrazione che nasce dal senso di colpa per non aver impedito quanto successo e dalla consapevolezza che non avrebbe comunque cambiato nulla.

La Fennell ha una sensibilità hitchcockiana per creare tensione sfruttando i soli elementi visivi, giocando con luci, ombre e profondità di campo. Come con la sceneggiatura, anche lo stile visivo cambia di continuo, focalizzandosi ora sui personaggi con primissimi piani, ora sul loro ambiente, con campi ampi che ne riflettono la solitudine, l'insignificanza rispetto al sistema. All'interno di questo mondo di marionette si muove Cassie, angelo vendicatore con una sua etica e una sua morale, giudice  e carnefice costretta a sostituirsi a una società che ha deciso non solo di non guardarsi allo specchio, ma di romperlo e considerare la visione distorta prodotta dalle schegge come l'unica realtà. 

Le immagini sono accompagnate da una colonna sonora semplicemente perfetta, che alterna pop e musica classica e a volte giunge persino a ibridarli, creando dissonanze e cambi di tono che si sposano perfettamente al ritmo erratico e sincopato del film.

Una donna promettente è un film duro, che intrattiene con l'elemento della vendetta ma crea una tensione, un disagio continui che a volte diventano difficilmente sopportabili. È un film che non piacerà a tutti, che è costruito per non piacere a tutti, ma che al tempo stesso non potrà mancare di esercitare una magnetica fascinazione anche tra i suoi critici più feroci, così come tutti quei film che ci costringono ad affrontare i mostri che abbiamo contribuito a creare.

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Pier


giovedì 22 aprile 2021

Nomadland

No direction home 


Empire, stato del Nevada. Alla morte del marito, Bo decide di lasciare la casa dove hanno sempre vissuto, in una cittadina industriale del Nevada diventata una città semi-fantasma dopo la chiusura della fabbrica che dava lavoro alla grande maggioranza dei locali. Si trasferisce a vivere in un van, che trasforma in una casa con la C maiuscola, e comincia a spostarsi per le strade d'America, entrando a far parte di una comunità di persone come lei: i nomadi della strada. 

Quando pensiamo ai nomadi, il primo pensiero corre sempre a culture "altre", nello spazio o nel tempo, lontane dai canoni di sedentarietà della civiltà occidentale contemporanea. Tuttavia, i nomadi sono parte fondante, il cuore pulsante ma invisibile del paese che ha egemonizzato la cultura occidentale degli ultimi settant'anni, gli Stati Uniti. Nella pancia degli States c'è una vibrante comunità di invisibili, con i suoi riti, le sue tradizioni, in perenne movimento verso un futuro che non arriverà mai ma che è comunque più attraente di un passato fatto di rinunce, fallimenti e solitudine. 

Chloé Zhao si immerge in questa comunità e la racconta con uno sguardo documentaristico ma lirico, distante ma partecipe, che racconta la storia dei nomadi attraverso sguardi, paesaggi, e silenzi, muovendosi con elegenza tra il road movie e il cinema di Ken Loach, di cui non ha gli elementi di critica sociale ma lo sguardo affettuoso verso la solidarietà tra diseredati, i legami indissolubili che possono nascere da un breve incontro, da una parola gentile, da un aiuto disinteressato. 

Citare altri registi non rende però giustizia all'originalità dello sguardo della Zhao, uno sguardo unico, ricco, vitale, che trova il bello in ogni cosa ma non rifugge da raccontare la quotidianità anche nei suoi momenti più triviali - uno sguardo che sceglie di raccontare per immagini, suoni, sensazioni più che attraverso le parole, riscoprendo una lezione dimenticata su cosa sia davvero il cinema, in un'epoca in cui la parola sembra aver preso il sopravvento sull'elemento visivo che invece costituisce il cuore e l'anima della settimana arte. Laddove altri film raccontano la materia, Nomadland racconta l'anima: l'anima dei suoi personaggi, l'anima (perduta) di un paese. 

La crisi economica e il fallimento del sistema capitalista, del sogno americano sono i coprotagonisti del film, ma la Zhao decide di lasciarli sullo sfondo, spettri che incombono sui protagonisti, animali notturni da cui i nomadi si difendono come le tribù di una volta: stringendosi insieme intorno a un fuoco e raccontando storie. La Zhao sceglie di indugiare su ciò che i nomadi hanno guadagnato scegliendo questa vita più che su ciò che hanno perso, sui legami di una comunità sui generis, ma presente, che si sostituiscono alle regole di una società strutturata ma assente. Questa scelta non solo avvicina lo spettatore al loro mondo, ma amplifica la portata emotiva delle scene in cui il passato riemerge, come un fiume carsico che travolge personaggi e spettatori. 
La scelta di circondare Frances McDormand, sempre magnifica, di veri nomadi incontrati sulla strada è vincente e dona al film un afflato neorealista che ne rafforza l'impatto emotivo e sociale. 

Nomadland è un film che colpisce dritto al cuore senza bisogno di scene madri o grandi conflitti interiori o sociali. È un film che racconta la miseria in modo onesto, sincero, adottando lo sguardo dei suoi personaggi anziché ergersi a giudice e dispensatore di pietà. Nomadland racconta e ritrae, laddove altri avrebbero giudicato o fatto un trattatello morale: è quello che il grande cinema dovrebbe fare. 
E non fatevi ingannare dalla sua apparente semplicità: Nomadland è grande, grandissimo cinema. 

**** 1/2 

Pier

venerdì 12 marzo 2021

Tesori Nascosti - #8

Torna "Tesori nascosti", la rubrica che segnala film meritevoli di recupero passati inosservati o quasi in Italia.

Ogni film è corredato di voto, informazioni su dove reperire il film, e di un breve commento o un link alla nostra recensione.


1. 40 year old version, voto 8
Generecommedia drammatica
Anno: 2020
RegistaRadha Blank
DVD: no
Streaming: Netflix
Commento: Radha è una drammaturga newyorkese. Dopo qualche successo in gioventù, ha ormai raggiunto i quarant'anni senza raggiungere la stabilità economica e di carriera che si aspettava, e deve barcamenarsi tra la sua integrità artistica e la necessità di sbarcare il lunario. Decisa a rilanciarsi, decide di intraprendere una carriera da rapper. Un po' Spike Lee degli esordi, un po' Woody Allen per la capacità di rendere la città co-protagonista del film, il film di Radha Black si distingue da entrambi per l'originalità dello sguardo e la capacità di integrare temi complesso come lutto, crisi di mezza età, significato dell'arte e questione razziale in un film sfaccettato ma coeso, che funziona in ogni suo registro. 

2. La rivincita delle sfigate, voto 8.5.
Generecommedia
Anno: 2019
RegistaOlivia Wilde
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: Prime Video, NowTV, Sky
Commento: Non fatevi spaventare dal solito ignobile titolo italiano (in originale è Booksmart): questo film è un meraviglioso coming of age al femminile, straordinariamente divertente ma allo stesso tempo in grado di raccontare le complessità di un rito di passaggio come il diploma, del peso delle responsabilità e della scoperta della sessualità. Olivia Wilde esordisce alla regia con un film dal forte piglio autoriale, dotato di grande creatività e inventiva nella struttura della narrazione e nella fotografia, con punte di assoluta genialità come la scena in stop-motion.

3. Fratello dove sei?, voto 9.
Genere: commedia
Anno: 2000
Regista: Fratelli Coen
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: Netflix
CommentoUno dei capolavori meno conosciuti dei fratelli Coen, una rivistazione dell'Odissea in salsa country, con tre adorabili carcerati che evadono alla ricerca di un tesoro. A inseguirli, c'è il Fato in persona; a salvarli, forse, una canzone. Cast in stato di grazia, capitanato da Clooney e Turturro, semplicemente irresistibili. Un film imperdibile.

4. Nevia, voto 7.5
Genere: drammatico
Anno: 2019
Regista: Nunzia De Stefano
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: NowTV, Sky
Commento: Nevia è una adolescente che vive nel campo container di Ponticelli, in cerca di riscatto ed evasione: riuscirà a trovarli? Uno splendido esordio, capace di scovare la bellezza nel mezzo dello squallore, raccontando con sguardo dolce e partecipe una bella fiaba contemporanea. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

5. First reformed - La creazione a rischio, voto 7.5.
Genere: drammatico
Anno: 2018
Regista: Paul Schrader
DVDsì, edizione italiana
Streaming: noleggi vari
CommentoFilm difficilmente inquadrabile, questo di Paul Schrader, fotografato con sapienza e narrato in modo irregolare, disordinato, quasi onirico. Schrader segue il difficile percorso, in bilico tra dannazione e redenzione, di un prete che non ha perso la fede in Dio ma quella in se stesso, e i cui demoni sono talmente forti da rendergli quasi impossibile esorcizzare quelli altrui. Il film tocca vette di lirismo e crudo realismo di grande impatto, ma scivola pesantemente in alcuni momenti, soprattutto nella scena finale.

6. Franklyn, voto 7.
Genere: fantasy distopico
Anno: 2008
Regista: Gerald McMorrow
DVDsì, edizione italiana
Streaming: no
Commento: Franklyn è uno strano incrocio tra un film di Iñarritu e un libro di Orwell, con atmosfere alla 1984 e vite comuni che finiscono per incontrarsi a causa di un evento eccezionale. Una combinazione strana, dunque, ma molto gradevole e piacevolmente sorprendente. Qui la recensione completa.

7. Be kind rewind - Gli acchiappafilm, voto 8.5.
Genere: commedia drammatica
Anno: 2008
Regista: Michel Gondry
DVDsì, edizione italiana
Streaming: Mubi, Timvision
Commento: Due amici smagnetizzano per errore tutte le videocassette in vendita nel negozio per cui lavorano. In preda al panico, decidono di ricreare i film andati perduti con delle produzioni casalinghe. Avranno successo? Il film migliore di Michel Gondry dopo Se mi lasci, ti cancello (a proposito di titoli indegni...): una riflessione esilarante e amara sul potere del raccontare storie e del fare cinema, anche con pochi mezzi. I due protagonisti (Jack Black e Mos Def) sono semplicemente perfetti. I film ricreati dal duo valgono da soli la visione.

Pier


martedì 16 febbraio 2021

Quella notte a Miami...

La Storia in una stanza


Miami, 1964. La notte in cui Mohammad Alì (ancora conosciuto come Cassius Clay) ha appena conquistato il titolo dei pesi massimi contro Sonny Liston, in un hotel si svolge una riunione che cambierà il corso della storia dei diritti civili, e della vita di Clay in particolare: presenti, oltre al pugile, Malcolm X, Jim Brown, uno dei più grandi campioni della storia della NFL, e Sam Cooke, padre della musica soul. Si parla di diritti degli afroamericani, ma soprattutto di come ottenerli, con posizioni spesso conflittuali. 

Guardando Quella notte a Miami..., la prima cosa che salta all'occhio è la sua attualità: i temi trattati, il dibattito, ma soprattutto il problema al centro dello stesso, tutto sembra rimasto congelato dagli anni Sessanta. Questa constatazione colpisce, rattrista, genera rabbia: tutti sentimenti che pervadono il film, in cui la pioggia di parole nasconde emozioni forti, violente, pronte a esplodere da un momento all'altro, tra cui spicca una frustrazione che si fa urgenza, incapacità di restare ancora con le mani in mano, desiderio di cambiare tutto: ma come? , 

"Come" è la domanda che divide il gruppo dei protagonisti, ponendoli sui lati opposti della barricata: da un lato Malcolm X, smanioso di cambiamento, che cerca di arruolare l'irresistibile carisma di Alì alla sua causa, alla sua battaglia per un cambiamento, a qualunque costo; dall'altro Sam Cooke, teorico del dialogo in crisi di coscienza. In mezzo, l'oggetto del contendere, un Alì sul tetto del mondo e in corso di conversione, ancora esitante se fare il passo che lo trasformerà da grande sportivo a icona culturale; e Jim Brown, la coscienza collettiva del gruppo, silenzioso ma incisivo, dotato di una forza (e di una rabbia) silenziosa che scorre per il film come un fiume carsico, spuntando fuori nei momenti chiave.

Regina King decide di lasciare spazio alle parole e al cast e mantiene quindi l'impianto teatrale della piece da cui il film è tratto: il risultato è un film incisivo, potente, ma a tratti eccessivamente statico e ingessato, che riduce a una disfida verbale un tema che, forse, avrebbe potuto essere trattato con maggior dinamismo e vitalità. Resta comunque un film di grande impatto, anche grazie alla qualità della scrittura e alle ottime prove dei protagonisti, tra cui spiccano Eli Goree, splendidamente gigione e perfetto interprete di Clay-Alì, e Aldis Hodge, magnetico nel ruolo di Jim Brown.

Quella notte a Miami... è un film che, come il recente Il processo ai Chicago 7, crea stupore e imbarazzo nel doverlo definire "attuale". Nel raccontare l'incontro-scontro tra quattro grandi personalità, il film solleva interrogativi che risuonano ancora con forza nell'America contemporanea, chiedendole a gran voce di fare i conti con il suo passato e sanare una ferita ancora aperta e suppurante. La staticità dell'impianto registico depotenzia un po' il messaggio, ma non gli impedisce di arrivare comunque a destinazione.

*** 1/2

Pier

Disponibile su Prime Video