martedì 27 novembre 2018

Animali Fantastici - I Crimini di Grindelwald

I crimini del sequel




New York, 1927. Grindelwald è stato catturato pochi mesi prima, ma riesce ben presto a evadere. Il suo piano è semplice: stabilire il predominio dei maghi sui non maghi. Per farlo, si reca a Parigi alla ricerca di Credence, l'Obscuriale scomparso nel nulla al termine del primo capitolo della saga, e per arringare le folle in un comizio. Albus Silente, preoccupato dalle intenzioni nefaste del vecchio amico, incarica Newt Scamander, suo ex allievo, di recarsi a Parigi per trovare Credence prima che possa farlo Grindelwald.

Dopo un primo capitolo sorprendetemente convincente, la saga di Animali fantastici torna con un sequel che stringe i legami con l'universo di Harry Potter, mettendo al centro della scena due personaggi che vi avevano giocato un ruolo fondamentale: Gellert Grindelwald, che nel primo film compariva solo alla fine, ma soprattutto Albus Silente. Il futuro preside di Hogwarts è il vero deus ex machina di questo secondo capitolo, in cui compare solo sporadicamente ma guida le azioni di più di un personaggio.

Il film ha un impianto visivo decisamente convincente: dopo i suoi esordi tentennanti nella saga di Harry Potter, David Yates sembra aver finalmente trovato una sua visione e un linguaggio espressivo che si lega all'immaginario della saga ma lo rinnova in modo originale. La prima scena del film è un piccolo capolavoro di tensione, spettacolarità e interpretazione, in cui la parola è quasi del tutto assente e a parlare sono solo le immagini. Il resto del film non raggiunge mai quelle vette, ma offre comunque molte immagini evocative e coinvolgenti (su tutte quella della convocazione per il comizio di Grindelwald). L'unico difetto del comparto visivo risiede nella resa del personaggio di Grindelwald, ben interpretato da Johnny Depp, ma decisamente troppo stereotipato a livello di trucco e pettinatura. Grindelwald è il "grande seduttore" dell'universo di Harry Potter, capace di conquistare il cuore delle masse e quello di Silente grazie al suo fascino ambiguo e alla sua parlantina: un Magneto o un Loki più che un Joker. Il film lo ritrae invece con un aspetto inquietante, da pazzo, privandolo così di un elemento centrale per la sua caratterizzazione, che è invece ironicamente presente nella scena di apertura, dove Grindelwald si presenta con un aspetto del tutto differente.

I personaggi principali sono ben caratterizzati, con un Newt Scamander più empatico che nel primo film e Jude Law che ruba la scena nei panni del giovane Silente. Deludono ancora, invece, i comprimari, talmente anonimi che si fatica a ricordarne il nome. Il loro inserimento nella storia è artificioso e posticcio (soprattutto per quanto riguarda il babbano Jacob), e la loro presenza del tutto dimenticabile: il "non detto" amoroso tra Tina e Newt era già di scarso interesse nel primo film, e diviene qui ancora più inutile, soprattutto se paragonato all'innegabile intesa e alla vera "tensione" che si percepisce tra Newt e Leta Lestrange, che nel giro di quindici minuti risulta già più interessante e caratterizzata di Tina, nonostante questa sia apparsa già nel film precedente.

Il tempo inutilmente speso a seguire le vicende dei personaggi secondari è solo uno dei difetti di una sceneggiatura che, sorprende dirlo, è il punto più debole del film. La trama scorre troppo lentamente, i colpi di scena, per quanto sconvolgenti (uno in particolare), sono condensati negli ultimi quindici minuti e servono solo a costruire tensione per il prossimo capitolo, e si collegano in modo molto flebile a quanto visto nelle due ore precedenti. Questo è probabilmente dovuto al fatto che questo è giocoforza un capitolo di transizione in una storia che si articolerà su cinque pellicole. Tuttavia, J.K. Rowling ci aveva abituato a una narrazione in grado sia di portare avanti la trama orizzontale della saga, sia di chiudere in modo soddisfacente la vicenda narrata nei singoli capitoli. Ne I crimini di Grindelwald questa chiusura è del tutto mancante, e si rimane con la sensazione di aver visto un lungo prequel per qualcosa che è ancora di là da venire.

La Rowling non delude invece nella costruzione del sottotesto politico-sociale: Grindelwald è un villain mellifluo, che ricorre alle parole prima che alla violenza per plasmare le menti dei maghi e indurli a seguirlo nella sua battaglia a favore dei purosangue e di una dittatura dei maghi sui non-maghi. In questo è molto diverso da Voldemort, e ricorda più un dittatore democraticamente eletto da una folla plaudente che uno che ha preso il potere con la forza. Il suo comizio è un momento di scrittura magistrale, e non può non portare alla mente quelle di altri leader "autoritari" che si sono affermati nel panorama politico odierno.

Animali fantastici - I crimini di Grindelwald è un film godibile dal punto di vista visivo, ma poco incisivo dal punto di vista narrativo, dove paga sia il fatto di essere un capitolo di transizione, sia una scrittura poco strutturata e sbilanciata verso il finale del film. Il suo reale valore sarà giocoforza determinato da quello dei capitolo successivi, e dalle spiegazioni più o meno convincenti date a dei colpi di scena che, per quanto indubbiamente spettacolari, a oggi rischiano di essere fini a se stessi.

** 1/2

Pier

sabato 17 novembre 2018

Widows - Eredità criminale

Film di genere e film d'autore


Veronica Rawlins rimane vedova del marito Harry quando questi rimane ucciso in un'esplosione durante una rapina perpetrata ai danni del gangster Jamal Manning, che sta cercando di entrare in politica. I soldi rubati finiscono bruciati nell'incendio che segue l'esplosione, ma Manning non ci sta, e intima a Veronica di rimborsarlo entro due mesi. La donna, messa spalle al muro, troverà una soluzione nel quaderno degli appunti lasciatole dal marito, su cui è riportato il dettagliato piano per un colpo da 5 milioni di dollari.

Che cos’è un grande regista? Troppo spesso si tende a pensare che un grande regista debba essere un visionario, qualcuno che gira film con una forte impronta visiva e una narrazione non necessariamente lineare; qualcuno, in sintesi, che corrisponda allo stereotipo dell’ “autore” reso celebre da cinefili asfittici come il Guidobaldo Maria Riccardelli di Fantozzi.

Di grandi registi di questo tipo se ne contano pochissimi (David Lynch, per dirne uno), ma purtroppo si contano moltissimi, pallidi tentativi di imitazione, che si cimentano nella realizzazione di polpettoni orchitogeni nel nome di una supposta “arte”. A tutti questi autori d’accatto andrebbe imposta la visione ripetuta e continuata di Widows – possibilmente in ginocchio sui ceci, come da suggestione fantozziana. Steve McQueen realizza infatti un film che fa vedere cosa voglia dire essere un grande regista, ovvero realizzare una storia efficace, potente e coinvolgente in cui tutto – immagini, musica, dialoghi, interpretazione – converge in modo armonico verso la comunicazione delle sensazioni, emozioni e messaggi che il regista vuole veicolare.

Un grande regista è in grado di esprimersi al meglio anche con un film “di genere”, e McQueen mette la sua autorialità al servizio di un heist movie classico solo nella struttura narrativa, ma che si arricchisce di molteplici livelli di lettura, sottotrame, e soprattutto di personaggi caratterizzati alla perfezione, mossi da motivazioni solide e ben costruite. Nella storia di Veronica Rawlins e delle sue socie troviamo quindi l’adrenalina tipica del genere, ma anche la povertà dei ghetti delle grandi metropoli, la violenza della polizia contro le comunità afroamericane, ma soprattutto la questione dell’emancipazione femminile, con le donne che si prendono il centro della scena.

“Nessuno pensa che siamo in grado di farlo”, dice la Rowlins in un momento chiave , e proprio su questa aspettativa gioca Steve McQueen fin dall’inizio del film, con una sequenza mozzafiato in cui i protagonisti sembrano gli uomini, mentre le donne sono relegate alla sfera domestica. Il ribaltamento dei ruoli che segnerà il film non è solo un colpo di scena, ma è l’asse portante della narrazione, che mette al centro personaggi femminili realistici, ben costruiti, e interpretati alla perfezione da un cast in stato di grazia assoluta. Le protagoniste brillano di luce propria, ma tra loro spiccano la fenomenale Viola Davis, che con un’espressione dice ciò che ore e ore di dialogo non potrebbero dire, ed Elizabeth Debicki, perfetta nel ritrarre l’evoluzione del suo personaggio da fragile e imbelle oggetto di desiderio a donna decisa a non farsi mai più mettere i piedi in testa. Tra gli uomini spicca lo spietato sicario interpretato da Daniel Kaluuya, alle prese con un personaggio diversissimo da quello che interpretava in Get Out!, un villain da manuale nella sua totale mancanza di pietà ed empatia.

McQueen gira un film corale, caratterizzato da un ritmo sincopato. Il montaggio alterna scene brevi e incisive, che ci fanno immergere nella vita quotidiana dei vari protagonisti, a piani sequenza ansiogeni per le scene di violenza e tensione, creando un crescendo visivo ed emotivo che culmina nella scena della rapina, perfetta sotto ogni punto di vista, e trova la sua perfetta conclusione nel dialogo finale. Ogni elemento si incastra alla perfezione grazie alla mano solida di McQueen: ogni virtuosismo di macchina ha uno scopo, ogni scelta “autoriale” un suo significato ben preciso, volto a massimizzare la portata emotiva di ogni momento del film. Il regista sembra aver imparato alla perfezione la lezione di grandi registi come Ford, Hitchcock, e soprattutto Kubrick, in grado di girare film "di genere" senza per questo rinunciare alla loro impronta autoriale, e anzi rendendola ancora più evidente.

Widows è un film pressoché perfetto, in cui gli amanti del cinema d’autore potranno apprezzare la perfezione di alcune inquadrature e di alcune sequenze, e gli amanti del thriller potranno godersi un film che non lascia un attimo di tregua, trascinando lo spettatore in un vortice di violenza, commozione e colpi di scena che rimarranno impressi nella memoria.
In poche parole, Widows è il film di un grande regista, qui forse alla sua miglior prova di sempre: non perdetelo.

*****

Pier

lunedì 5 novembre 2018

A star is born

Canzoni e fantasmini



A star is born è il terzo remake del film del 1937 diretto da William Wellman, già riportato sullo schermo con successo prima da George Cukor nel 1954 (con Judy Garland nella parte della protagonista), poi da Frank Pierson nel 1976 (con Barbara Streisand e Kris Kristofferson). Proprio da quest'ultima versione, dalle note e dalle ambientazioni più rock, prende le mosse il film di Bradley Cooper, seguendone pedissequamente la trama salvo che per il finale, dove Cooper preferisce invece recuperare quello del 1937 e del 1954.

In un film che giocoforza non può avere molto di originale, il valore aggiunto dovrebbe venire dalle canzoni, elemento centrale di ogni musical, e dalle interpretazioni dei protagonisti, fondamentali per far connettere lo spettatore con il dramma emotivo al centro della storia. Il primo elemento è senza dubbio riuscitissimo, sia per la qualità delle canzoni stesse, sia per la fenomenale chimica tra Bradley Cooper e Lady Gaga sul palco: durante le loro esibizioni, soprattutto se di fronte a un pubblico, il film sembra entrare in un'altra dimensione, riuscendo a creare quell'incantesimo che è l'ingrediente fondamentale del cinema. Appena la musica si ferma, tuttavia, l'incantesimo si spezza, e la carrozza torna a essere una zucca, pure andata a male: Lady Gaga è infatti un'attrice men che mediocre, incapace di sostenere la portata emotiva di una parte fortemente drammatica come quella di Ally, costretta ad assistere all'autodistruzione dell'uomo che ama (e a cui deve tutto) proprio nel momento in cui lei si sta godendo il meritato e tanto atteso successo. Laddove Bradley Cooper offre una prova attoriale non memorabile ma comunque intensa, Lady Gaga risulta un pesce fuor d'acqua, tanto eccezionale nel trasmettere emozioni durante il canto quanto inetta nel farlo con la parole e le espressoni del viso. La sua performance è uno dei rari casi in cui il doppiaggio è una benedizione.

Ad affossare il tutto ci pensa una sceneggiatura inadeguata, con inutili lungaggini e dialoghi ai limiti dell'imbarazzante: per tutti basti quello in cui Jackson e il manager di Ally discutono per due minuti buoni sui pro e i contro dell'indossare i "fantasmini", i calzini invisibili da mettere con i mocassini. I dialoghi distruggono ogni emozione costruita durante le scene di musica, affossando quindi il potenziale del film e rendendolo un remake che non aggiunge nulla ai film precedenti se non la qualità delle canzoni (sicure premio Oscar, ma del resto lo erano state anche quelle del film del 1976). Nessun nuovo piano di lettura (come poteva essere quello che avrebbe offerto la versione di Clint Eastwood con Beyoncé con il tema razziale), nessuna novità di trama, nessun rinnovamento attraverso i dialoghi: semplicemente una minestra riscaldata che emoziona solo a metà, e la cui fascinazione sui critici statunitensi lascia basiti e stupefatti. Non può bastare come giustificazione, infatti, l'afflato da Hollywood classica della pellicola, dato che altri remake che potevano vantare tale etichetta, e una miglior realizzazione, sono stati accolti senza tali plausi. Rimane, dunque, solo una triste spiegazione, ovvero che anni di carestia di idee originali abbiano lentamente ma inesorabilmente lasciato il loro segno.

A star is born è un film riuscito a metà, in cui alla grande forza delle scene di canto si accompagna un'assoluta indigenza intellettuale e di scrittura, nonché delle prove attoriali non certo memorabili, con i due protagonisti che sono decisamente più a loro agio con il canto che con la recitazione. Il risultato è quindi poco riuscito, nonostante alcuni momenti oggettivamente emozionanti (la prima esibizione di Jackson e Ally sulle note di Shallow su tutti) e alcuni ingredienti che, miscelati con qualcosa di meno insipido, avrebbero potuto dare risultati certamente migliori.

**

Pier

domenica 28 ottobre 2018

Venom

Un film mutaforma

 


Eddie Brock è un giornalista d'assalto di San Francisco. Quando il suo capo lo obbliga a intervistare Carlton Drake, imprenditore geniale e visionario, Eddie decide di voler indagare su di lui. Grazie a delle informazioni sottratte alla sua fidanzata, avvocatessa di Drake, Eddie scopre che la Life Foundation presieduta da Drake sta svolgendo esperimenti illegali su cavie umane. Dopo aver confrontato Drake, Eddie viene licenziato, ma decide di provare comunque a scoprire cosa si nasconde nei laboratori della Life Foundation. Scoprirà che custodiscono dei simbionti alieni, parassiti che, per sopravvivere, devono prendere possesso di un corpo, e che Drake spera di sfruttare per far evolvere la razza umana, rendendola in grado di sopravvivere nello spazio.

Se Venom fosse uscito alla fine degli anni Novanta o all'inizio degli anni Duemila sarebbe probabilmente stato accolto in modo trionfale: i critici lo avrebbero lodato la sua capacità di raccontare le due facce di un antieroe senza prendersi troppo sul serio, e il pubblico avrebbe apprezzato il mix di ironia e azione che era solitamente appannaggio dei film polizieschi come Arma letale. 

Venom, però, esce nel 2018, quando nel panorama cinematografico e supereroistico sono già sbarcati la trilogia di Batman di Nolan, tutto l'universo Marvel, e film come Logan e Deadpool che hanno dimostrato che è possibile realizzare dei film più adulti e smarcati dalle logiche dominanti del genere. I continui cambi di tono, dunque, risultano schizofrenici anziché innovativi, e alcune ingenuità evidenti della sceneggiatura non possono più essere perdonate. Venom è un film che cambia forma troppe volte, e finisce per riflettere, come già Suicide Squad prima di lui, tutte le difficoltà produttive del progetto, tra continue riscritture e indecisioni sul target del film. La scelta di renderlo un film per famiglie è oggettivamente poco azzeccata, sia per le caratteristiche del personaggio (un simbionte alieno e omicida che solo occasionalmente si trasforma in antieroe) che per quelle del protagonista: Tom Hardy sembrava infatti l'attore perfetto per dare vita a una sorta di La Mosca in salsa supereroistica, vista la sua eccezionale abilità di recitare con il corpo e la sua fisicità.
A questo si aggiunge una scrittura abbastanza pedestre, con un primo atto troppo lungo e un secondo e un terzo atto raffazzonati, infarciti di continui cambi di tono senza soluzione di continuità, in cui si passa da una battuta a una scena drammatica (o che vorrebbe essere tale) nel giro di pochissimi secondi.

A differenza di Suicide Squad o di Justice League, però, il film riesce comunque miracolosamente a funzionare e a intrattenere, grazie soprattutto alla prova poliedrica di Tom Hardy, che mette in mostra la sua poco conosciuta ma eccellente vena comica e tiene in piedi praticamente da solo una trama sconclusionata ma comunque ben ritmata. A sostenerlo un buon comparto di effetti speciali, che dà vita a un Venom convincente dal punto di vista visivo e a un paio di scene comunque ben riuscite. Pessime, invece, le prove degli altri attori, con Riz Ahmed che sembra quasi annoiato, e Michelle Williams relegata nel ruolo di "fidanzata random del protagonista", una parte che speravamo fosse rimasta negli anni Novanta ma che invece di tanto in tanto rispunta in qualche film, pervicace come un fiume carsico.

Venom risulta quindi un film slegato, mal scritto e poco innovativo, ma comunque in grado di offrire un'ora e mezza di onesto intrattenimento (e infatti sta incassando bene), soprattutto se si è disposti a spegnere il cervello, immergerlo nei popcorn, e lasciarsi conquistare dal gigionismo di Tom Hardy. Resta comunque il rammarico per un film che avrebbe potuto essere molto di più, e che è stato invece relegato a essere un prodotto di intrattenimento appena sufficiente che con un attore diverso sarebbe probabilmente risultato disastroso.

** 1/2

Pier

venerdì 28 settembre 2018

Gli Incredibili 2

L'altro lato della famiglia



Era il lontano 2004 quando Gli Incredibili uscì al cinema, rivoluzionando del tutto sia il cinema d'animazione, sia quello di supereroi. Con quel film la Pixar completava la sua maturazione artistica e narrativa, dimostrando sia che la computer grafica poteva realizzare sequenze d'azione degne di quelle dei film live action, sia che il cinema di animazione poteva raccontare storie in cui compaiono tematiche adulte come crisi di mezza età e conflitti coniugali senza per questo rinunciare alle sue capacità di intrattenimento.

Il sequel de Gli Incredibili era stato invocato per anni, e sembrava una scelta logica in virtù del successo artistico e commerciale del primo film e della natura "episodica" del genere supereroistico, che ben si sposa con le necessità della serializzazione. Quando avevamo ormai perso le speranze, Bird decide di realizzare il sequel, sollevando dubbi e immense aspettative: sarebbe stato all'altezza di un originale che ha ormai raggiunto lo status di cult? La risposta è nel complesso più che positiva, soprattutto grazie al coraggio di Bird nello sfidare le aspettative dello spettatore.

Laddove tutti si aspettavano un salto temporale in avanti e l'eliminazione del bando contro i supereroi, Bird decide di ripartire dallo stesso punto in cui aveva abbandonato, riportando i personaggi, e noi con loro, alla cruda realtà: la popolazione ancora non si fida, e il loro ritorno alla vecchia vita è tutt'altro che scontato. Bird muove da questa premessa per parlare di un tema quantomai attuale (ma è mai stato inattuale?) come quello del potere dei media e della comunicazione nel formare le opinioni. La gente non vuole i supereroi? Serve una campagna di marketing, generosamente finanziata da un mecenate.

E qui Bird cala il suo secondo asso, facendo del volto di questa campagna non Mr Incredible, come sarebbe lecito aspettarsi, ma la più rassicurante Elastigirl, che diviene così la vera protagonista. Se il primo film si concentrava sui personaggi maschili (Mr. Incredible e Flash), infatti, il secondo dedica molto più spazio a quelli femminili, giocando sul ribaltamento dei ruoli di genere e sulle loro implicazioni a livello famigliare e sociale. Mr Incredible si trova a dover aiutare Flash con i compiti, gestire le disavventure sentimental adolescenziali di Violetta, e soprattutto i poteri incotnrollabili del piccolo Jack Jack.

Questo ribaltamento dei ruoli, tuttavia, non viene usato solo con finalità comiche: le disavventure di Mr Incredible come casalingo sono ovviamente esilaranti, ma allo stesso tempo ci fanno riflettere su quanto gli stereotipi di genere siano ancora centrali nel nostro modo di pensare, anche nelle menti di coloro che si ritengono più progressisti. Questa tematica è centrale anche per il personaggio di Violetta, costretta a nascondere la propria natura "super" al ragazzo che le piace per evitare di spaventarlo. Laddove Flash vuole sfoggiare i propri super poteri, Violetta li cela per paura che possano allontanare la persona che vorrebbe accanto a sè: una metafora sottile ma efficace di ciò che ancora succede nella società, dove le donne devono celare il proprio potere per non essere percepite come una minaccia dagli uomini che le circondano.
Gli Incredibili 2 è dunque un film al femminile e femminista (con buona pace di chi accusa la Pixar del contrario), ma presenta le sue idee in modo semplice ma efficace, evitando quegli eccessi di pedanteria e fanatismo che spesso caratterizzano i progetti con una forte impronta ideologica.

Bird riesce nell'impresa di arricchire ulteriormente tutti i personaggi presenti nel film precedente, arricchendoli di sfaccettature e rendendoli ancora più umani e più veri. A beneficiare più di tutti di questo trattamento sono Edna Mode, sempre esilarante, ma soprattutto Jack Jack, la vera star comica di questo secondo capitolo, e il motivo per cui a livello di divertimento il sequel riesce a superare l'originale. Ancora una volta, tuttavia, quello che in superficie sembra solo un artificio per strappare una risata si rivela essere un simbolo per qualcosa di più profondo: l'eterogeneità e l'incontrollabilità dei poteri del più giovane della famiglia sono la perfetta metafora dell'infanzia, in cui il bambino è un concentrato di infinito potenziale ed energia. Le difficoltà nel gestire il superbambino sono quindi solo una versione esasperata delle complessità della genitorialità, un altro tema che era rimasto sullo sfondo nel primo capitolo, ma che viene espresso nel potenziale nel sequel.


A livello tecnico il film lascia più volte a bocca aperta, sia per la fluidità delle scene d'azione che per la varietà visiva e di effetti utilizzata. Spesso tendiamo a sottovalutare quanto la Pixar alzi l'asticella della tecnologia e dell'animazione in ogni singolo film, anche in quelli meno riusciti, e Gli Incredibili 2 rappresenta un eccellenza in questo senso.

Il film delude solo per quanto riguarda i nuovi personaggi: a differenza di quanto accaduto in altri sequel Pixar (si pensi a Toy Story 2 con Jessie, o ad Alla ricerca di Dory con il polpo Hank), Bird non riesce a creare nuovi protagonisti che siano ben caratterizzati quanto quelli già esistenti. I nuovi supereroi sono piatti e senza personalità,  Evelyn e Winston Deavor (i due mecenati che aiutano Elastigirl e famiglia) poco approfonditi, anche se Winston in originale può beneficiare dell'irresistibile performance vocale di Bob Odenkirk (il Saul Goodman di Breaking Bad e della serie omonima).

Gli Incredibili 2 è nel complesso un sequel eccellente, che riesce a mantenere il mix tra riflessione e divertimento che caratterizzava il primo film, esplorando nuove tematiche e approfondendo quelle che erano state affrontate solo superficialmente nel primo film, regalandoci un altro meraviglioso viaggio all'interno della famiglia più incredibile che ci sia.

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Pier

sabato 8 settembre 2018

Venezia 2018 - Il Totoleone

E anche quest'anno siamo arrivati alla fine della Mostra del Cinema. Le maschere festeggiano, i chioschi sbaraccano, e i giornalisti si preparano per il gran finale, prima di lasciare il Lido per altri lidi.

È stata una Mostra molto interessante, in cui quasi tutti i film hanno messo d'accordo sia il pubblico che la critica, e in cui i picchi negativi sono stati ancora più ridotti che nello scorso anno.

Di seguito i pronostici, quasi sicuramente sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Competizione molto accesa quest'anno, con molti film che hanno lanciato giovani attori molto promettenti. Le favorite sembrano essere Raffey Cassidy, che in Vox Lux interpreta la giovane popstar Celeste, e l'italoirlandese Aisling Franciosi, già vista brevemente in Game of Thrones, protagonista indiscussa del potente revenge movie The Nightingale. Più staccate gli altri possibili candidati, anche se Yalitza Aparicio, attrice non professionista protagonista di ROMA, ha conquistato molti cuori. Penso che alla fine si imporrà la Franciosi, autrice di una performance davvero potente, cui va anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Aisling Franciosi, The Nightingale
Scelta personale: Aisling Franciosi, The Nightingale

Coppa Volpi maschile
Sfida accesissima, con i protagonisti di Sisters Brothers che sarebbero i favoriti se non fosse per le voci di corridoio, che danno la Biennale restia ad autorizzare una nuova Coppa Volpi di coppia dopo quella concessa per The Master, peraltro proprio a Joaquin Phoenix. Risalgono quindi le quotazioni di altri attori, e in particolare di Ryan Gosling (First Man) e Willem Defoe (At Eternity's Gate). Punto su Gosling per il pronostico, mentre la mia preferenza personale, in barba alle voci di corridoio, va ai protagonisti di Sisters Brothers.
Pronostico: Ryan Gosling, First Man
Scelta personale: Joaquin Phoenix e John C. Reilly, The Sisters Brothers

Coppa Volpi femminile
Come lo scorso anno, la sfida è agguerritissima, con le protagoniste di The Favourite  tutte papabili vincitrici, con Olivia Colman favorita tra di loro sia per la precedente vittoria di Emma Stone (con La La Land), sia perché la sua parte è quella centrale allo splendido film di Lanthimos. Aisling Franciosi rischia di essere penalizzata dalla giovane età, e Natalie Portman (Vox Lux) dalle stesse ragioni che penalizzano la Stone. Tra le possibili sorprese Yalitza Aparicio (ROMA), che però sarebbe una scelta davvero azzardata, e la Tilda Swinton di Suspira, dove interpreta tre parti, compresa quella di un uomo.
Per il pronostico dico Colman, mentre la mia preferenza personale va a tutto il cast di The Favourite.
Pronostico: Olivia Colman, The Favourite
Scelta personale: Olivia Colman, Rachel Weisz, ed Emma Stone, The Favourite

Osella per la miglior sceneggiatura
Qui il favorito sembra essere Doubles Vies di Assayas, fatto di una serie di dialoghi davvero travolgenti per profondità e ritmo. La mia preferenza personale va però a Deborah Davis e Tony McNamara, autori di The Favourite.
Pronostico: Doubles Vies
Scelta personale: The Favourite

Gran Premio della Giuria
Vox Lux, che pure sarebbe un buon candidato, pare non essere piaciuto alla giuria presieduta da Guillermo del Toro. Ecco quindi emergere con prepotenza la candidatura di Opera senza autore, film dell'autore de Le vite degli altri, Florian Henckel von Donnersmarck, che è piaciuto moltissimo al pubblico. von Donnersmarck si aggiudica quindi il mio pronostico, mentre il mio voto personale va a Vox Lux, opera seconda imperfetta ma di grande potenza e ambizione di Brady Corbet.
Pronostico: Opera senza autore
Scelta personale: Vox Lux

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Se Del Toro non fosse presidente di giuria, ROMA sarebbe forse il favorito per la vittoria finale. Possibile però che la Biennale consigli a Del Toro di assegnare al film dell'amico Cuarón un premio minore, memore delle polemiche del 2010 quando Quentin Tarantino assegnò il Leone al men che mediocre Somewhere di Sofia Coppola, sua ex fidanzata. Ecco quindi perché Cuarón potrebbe essere il favorito per la corsa alla miglior regia. Il mio voto personale va a Yorgos Lanthimos, sia per aver realizzato il miglior film in costume dai tempi di Barry Lyndon, sia per aver dimostrato di saper girare un film profondamente diverso da quelli che lo hanno consacrato.
Pronostico:  Alfonso Cuarón, ROMA
Scelta personale: Yorgos Lanthimos, The Favourite

Leone d'Oro
Sfida davvero accesa, senza un chiaro favorito, e pronostico quindi davvero difficile. Suspiria potrebbe essere una possibile sorpresa, così come What you are going to do when the world is on fire? di Minervini. Il mio pronostico ricade però su The Sisters Brothers di Jacques Audiard, film di genere ma anche storia universale che ha il potenziale per piacere a una giuria variegata come quella di quest'anno. La mia scelta personale va invece a un film che non è quello che mi è piaciuto di più, ma quello cui mi sono ritrovato a pensare più spesso dopo la proiezione, ovvero Zan di Tsukamoto: un film che racconta la fine di un'epoca e di un sistema di valori attraverso una storia solo all'apparenza semplice, ma in realtà dotata di molteplici livelli di lettura e di una raffinatezza narrativa di altissimo livello; un film, in sintesi, che coniuga forse meglio di altri la dimensione artistica e quella commerciale del cinema, e che quindi potrebbe essere apprezzato dalla giuria.
Pronostico: The Sisters Brothers
Scelta personale: Zan (Killing)

È tutto per quest'anno, ci risentiamo per l'edizione 2019.

Pier

venerdì 7 settembre 2018

Telegrammi da Venezia 2018 - #4

Ultimo telegramma da Venezia, in attesa dei pronostici di domani.


22 July (Concorso), voto 4. Il film parte bene, ma diventa lentamente uno sceneggiato televisivo da pomeriggio estivo su Rete 4. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

The Nightingale (Concorso), voto 7. Jennifer Kent, dopo l'ottimo esordio di Babadook, realizza un revenge movie atipico, in cui la vendetta della protagonista, galeotta irlandese deportata in Australia nel XIX secolo, si intreccia con la storia degli aborigeni, privati delle loro terre e schiavizzati dagli inglesi. Il film alterna toni e suggestioni molto diverse tra loro, dalla commedia all'horror, e racconta una storia potente ed evocativa, grazie anche all'uso frequente di canti rituali sia irlandesi che aborigeni. Il film si perde però sul finale, dove la commistione di generi diviene una debolezza che fa perdere coerenza e forza al messaggio del film. Rimane comunque un'interessantissima opera seconda, che consacra la Kent come nuova voce nel panorama cinematografico mondiale.

Ying - Shadow (Fuori Concorso), voto 8. Zhang Yimou torna al genere di cappa e spada, ma lo fa con uno sguardo completamente diverso da quello adottato in passato. Niente colori ipersaturati come in Hero, niente combattimenti contro la fisica come ne La foresta dei pugnali volanti. l film è giocato tutto sui toni di bianco e nero, lo ying e lo yang, e i grigi dominano la splendida scenografia e gli sfarzosi costumi. I combattimenti sono coreografati in modo essenziale, e si svolgono nel fango, sotto una pioggia torrenziale; il vero eroe non è il protagonista, ma i suoi seguaci, che si esibiscono in una meravigliosa sequenza degna del cinema d'azione giapponese in cui scivolano per le strade di una città come tante trottole all'interno di improbabili ma spettacolari ombrelli ninja. Il film è riuscitissimo, non annoia mai, e riesce anche a introdurre un'interessante riflessione sul doppio e sul potere.

Capri - Revolution (Concorso), voto 6. Il voto alle intenzioni sarebbe decisamente più alto. L'idea di Martone era quella di raccontare il fermento culturale e intellettuale che precedette la Prima Guerra Mondiale attraverso la storia dell'incontro-scontro tra la cultura rurale di Capri (incarnata da una capraia), la scienza moderna (incarnata dal medico del paese) e le avanguardie culturali e filosofiche (incarnate dai membri della comune che prende residenza sull'isola). L'obiettivo viene però raggiunto solo in parte a causa di dialoghi inutilmente lunghi e stucchevoli e di alcune interpretazioni non proprio eccelse, nonché di una certa mancanza di coesione narrativa. Lo sforzo resta apprezzabile, in quanto segna un deciso tentativo di allontanarsi dalle strade battute in precedenza dallo stesso regista e dal cinema italiano in generale, e di avventurarsi per sentieri nuovi e mai percorsi in precedenza. Un risveglio spirituale-cinematografico, particolarmente importante perché viene da uno dei registi più più acclamati ma anche più classici del nostro panorama filmico.

Zan - Killing (Concorso), voto 7. Con questo film Tsukamoto sembra volersi congedare dal genere dei samurai, raccontandone il triste e inevitabile tramonto all'alba dell'arrivo degli Statunitensi, il cui uso di fucili e cannoni rese completamente inutili le arti di combattimento con la spada perfezionate in anni di addestramento. I samurai di Zan non hanno mai ucciso, non hanno più valori, e hanno in generale dimenticato il proprio ruolo: sono ronin, vagabondi senza padrone, una vestigia del passato, destinata a essere spazzata via dalla storia e dalla loro stessa inadeguatezza.

The Ghost of Peter Sellers (Giornate degli Autori), voto 8. Interessantissimo documentario su un film di pirati mai distribuito, Ghost of the Noonday Sun, e di cui Peter Sellers avrebbe dovuto essere il protagonista. La lavorazione del film fu un disastro a causa delle intemperanze di Sellers, e costò quasi la carriera al suo regista, Peter Medak, che ora ha girato questo documentario per scendere a patti con la propria coscienza e con questo capitolo irrisolto del suo passato. A tratti esilarante, a tratti profondamente triste, il film ricostruisce l'atmosfera sul set in modo molto efficace, mostrandoci numerosi spezzoni di quello che avrebbe potuto essere un nuovo capitolo nella carriera del genio comico di Sellers e finì invece per essere un disastro a causa del lato oscuro che quel genio portava con sé.

A domani per i pronostici!

Pier e Simone