Wolverine contro Mafia Capitale
Enzo Ceccotti è un ladruncolo che vive a Tor Bella Monaca, in periferia di Roma. Un giorno, cercando di sfuggire alla polizia, si tuffa nel Tevere, dove entra in contatto con una sostanza radioattiva che gli dona una superforza. Mentre capisce come usare i suoi nuovi poteri, la sua strada si incrocia con quella dello Zingaro, un pesce piccolo della malavita romana con l’ossessione della celebrità, e di Alessia, la figlia del vicino di casa di Enzo, che crede che Enzo sia il protagonista della serie animata Jeeg Robot d’acciaio. Si ritroverà coinvolto in una guerra senza esclusione di colpi.
Lo chiamavano Jeeg Robot è stato il caso dell’ultima edizione Festa del Cinema di Roma. La ragione si intuisce fin dalla visione del trailer: è una rarità nel panorama italiano, dove sembra impossibile uscire dal dramma e dalla commedia (o dalla loro fusione, la commedia drammatica) per esplorare nuovi generi e nuovi linguaggi cinematografici. In particolare, il genere supereroistico, cui appartengono quasi tutti i blockbuster più profittevoli degli ultimi anni, è sempre stato tabù in Italia, vuoi per ragione di budget, vuoi per poco coraggio.
Sfruttando la strada aperta da Gabriele Salvatores con Il ragazzo invisibile, Gabriele Mainetti (già autore del bel cortometraggio-omaggio a Lupin Basette) racconta la storia di un supereroe per caso con tutti gli stilemi del genere: l’acquisizione casuale dei superpoteri, la presa di coscienza del fatto che "da grandi poteri derivano grandi responsabilità", una ragazza con un ruolo centrale, un cattivo psicopatico e con manie di grandezza. Tutto già visto, dunque? Niente affatto: Mainetti si distingue da Salvatores e dai film americani radicando il suo film nella realtà romana di periferia, tra squallore, malavita e desiderio di rivalsa. Lo chiamavano Jeeg Robot è un film con un’anima fortemente italiana, che parla della realtà di tutti i giorni e della storia recente del paese con sguardo quasi neorealista, cercando la verità della vita di strada anziché le patinature degli effetti speciali, limitati al minimo sindacale.
In questo film dai toni e dalle atmosfere vagamente distopiche, troviamo quindi la crisi economica, Mafia Capitale, persino un’eco degli anni di piombo. Mainetti dirige il tutto con mano sicura, sorretto da una fotografia cupa, livida e a tratti angosciante, che privilegia interni desolanti ma regala anche esterni squallidi, consumati, dimenticati dalla vita. La scrittura è solida e ritmata, con personaggi e dialoghi e convincenti, e intrattiene senza la presunzione di essere arte, ma anche senza essere un mero "popcorn movie".
Gli attori sono ben diretti e offrono ottime prove. Santamaria è un supereroe per caso cupo e taciturno, che passa dal subire gli eventi a essere in grado di dirigerli, ma non vuole farsi coinvolgere. Più Wolverine che Batman, il suo Enzo Ceccotti conquista per umanità e realismo. La sua nemesi è uno strepitoso Luca Marinelli, piccolo boss ammalato di fama, con una fissazione per Loredana Berté e la musica italiana anni ’80 e un penchant per il travestitismo, un Joker all’amatriciana che domina tutte le scene in cui è presente, con un formidabile mix di follia, fragilità e desiderio di riscatto. Sorprende in positivo, infine, l’esordio cinematografico di Ilenia Pastorelli, convincente nella parte di Alessia.
Lo chiamavano Jeeg Robot non è un capolavoro, come leggerete in recensioni di critici troppo solerti nel gridare al miracolo quando il cinema italiano produce qualcosa di diverso (sul tema si è ben espresso Zerocalcare). E’ però uno dei migliori film italiani degli ultimi anni, sicuramente il più coraggioso per come prova, riuscendoci, a rielaborare gli stilemi di un genere quasi del tutto alieno al nostro cinema e che persino negli USA, dove è stato inventato, appare ormai fossilizzato e avvitato su se stesso.
Non perdetelo.
****
Pier
Nota: Articolo originariamente pubblicato su Nonsolocinema.
martedì 23 febbraio 2016
domenica 21 febbraio 2016
Il caso Spotlight
Il Tutti gli Uomini del Presidente del nuovo millennio
Il team Spotlight è la squadra investigativa del Boston Globe. Nonostante una serie di reportage di successo, è ora costretto a occuparsi di indagini di poco conto. Nel 2001, tuttavia, il giornale sta perdendo lettori, e il nuovo direttore, Marty Baron, è deciso a invertire la rotta, e decide di dare carta bianca al team Spotlight, libero di investigare anche argomenti scottanti. Il primo che capita loro per le mani è quello di un sacerdote che ha abusato di numerosi giovani nella sua parrocchia, senza però essere mai denunciato. Indagando, i membri del team faranno scoperte sempre più inquietanti, sconvolgendo l'ipercattolica Boston e portando alla luce il più grande scandalo di pedofilia nella Chiesa della storia.
Cosa succede quando fede e dovere professionale si scontrano? Questo il dilemma che devono affrontare molti dei protagonisti in Spotlight (titolo originale). Cattolici nella cattolica Boston, vedono via via le loro certezze religiose sgretolarsi, senza però che venga meno il loro desiderio di scoprire la verità, di rivelare le nefandezze perpetrate nei confronti di migliaia di bambini. Le coscienze dei membri del team sono travagliate, nessuno di loro è senza macchia in una lotta che sarebbe dovuta iniziare anni prima, ma che - in minor parte - anche per loro negligenza è rimasta per lungo tempo nell'ombra. Man mano che procedono, le indagini divengono sempre più personali, coinvolgenti, quasi intime, coinvolgendo le vite private dei giornalisti e mettendo in discussione il loro modo di vedere il mondo.
E' dal 1976 che ogni film sul giornalismo deve confrontarsi con Tutti gli uomini del presidente. Ebbene, si può dire che Spotlight si candida ad essere per il nuovo millennio ciò che il film di Alan J. Pakula è stato per gli anni Ottanta e Novanta. Tom McCarthy orchestra alla perfezione tutte le componenti del film, costruendo come sempre una sceneggiatura perfetta per struttura e contenuti e accompagnandola con una fotografia classica ma funzionale alla narrazione delle emozioni dei personaggi, principali e non. Il cast offre una prova corale formidabile, con Mark Ruffalo che si distingue per naturalezza e forza interpretativa.
Spotlight è un film che fa riflettere non solo grazie al mero racconto dei fatti, ma anche e soprattutto attraverso le emozioni e reazioni dei suoi personaggi, il cui coinvolgimento emotivo, fatto di rimorsi, crisi di coscienza e compassione, si riflette nello spettatore, rendendo impossibile rimanere indifferenti. McCarthy riesce nel suo obiettivo di realizzare un film che non è pura cronaca, ma anche una sveglia per la coscienza dello spettatore, troppo spesso abituato a guardare questi scandali con l'occhio del cronista, da lontano, senza percepirne il reale orrore. Spotlight, invec,e ci porta dentro lo scandalo e le sue mille ramificazioni e, pur senza per nulla indulgere nella morbosità, ce ne fa percepire fino in fondo le pesanti implicazioni per la vita delle vittime e per il tessuto sociale della città.
Un film da non perdere, uno dei meno strombazzati tra quelli candidati all'Oscar, ma sicuramente uno dei migliori.
**** 1/2
Pier
Il team Spotlight è la squadra investigativa del Boston Globe. Nonostante una serie di reportage di successo, è ora costretto a occuparsi di indagini di poco conto. Nel 2001, tuttavia, il giornale sta perdendo lettori, e il nuovo direttore, Marty Baron, è deciso a invertire la rotta, e decide di dare carta bianca al team Spotlight, libero di investigare anche argomenti scottanti. Il primo che capita loro per le mani è quello di un sacerdote che ha abusato di numerosi giovani nella sua parrocchia, senza però essere mai denunciato. Indagando, i membri del team faranno scoperte sempre più inquietanti, sconvolgendo l'ipercattolica Boston e portando alla luce il più grande scandalo di pedofilia nella Chiesa della storia.
Cosa succede quando fede e dovere professionale si scontrano? Questo il dilemma che devono affrontare molti dei protagonisti in Spotlight (titolo originale). Cattolici nella cattolica Boston, vedono via via le loro certezze religiose sgretolarsi, senza però che venga meno il loro desiderio di scoprire la verità, di rivelare le nefandezze perpetrate nei confronti di migliaia di bambini. Le coscienze dei membri del team sono travagliate, nessuno di loro è senza macchia in una lotta che sarebbe dovuta iniziare anni prima, ma che - in minor parte - anche per loro negligenza è rimasta per lungo tempo nell'ombra. Man mano che procedono, le indagini divengono sempre più personali, coinvolgenti, quasi intime, coinvolgendo le vite private dei giornalisti e mettendo in discussione il loro modo di vedere il mondo.
E' dal 1976 che ogni film sul giornalismo deve confrontarsi con Tutti gli uomini del presidente. Ebbene, si può dire che Spotlight si candida ad essere per il nuovo millennio ciò che il film di Alan J. Pakula è stato per gli anni Ottanta e Novanta. Tom McCarthy orchestra alla perfezione tutte le componenti del film, costruendo come sempre una sceneggiatura perfetta per struttura e contenuti e accompagnandola con una fotografia classica ma funzionale alla narrazione delle emozioni dei personaggi, principali e non. Il cast offre una prova corale formidabile, con Mark Ruffalo che si distingue per naturalezza e forza interpretativa.
Spotlight è un film che fa riflettere non solo grazie al mero racconto dei fatti, ma anche e soprattutto attraverso le emozioni e reazioni dei suoi personaggi, il cui coinvolgimento emotivo, fatto di rimorsi, crisi di coscienza e compassione, si riflette nello spettatore, rendendo impossibile rimanere indifferenti. McCarthy riesce nel suo obiettivo di realizzare un film che non è pura cronaca, ma anche una sveglia per la coscienza dello spettatore, troppo spesso abituato a guardare questi scandali con l'occhio del cronista, da lontano, senza percepirne il reale orrore. Spotlight, invec,e ci porta dentro lo scandalo e le sue mille ramificazioni e, pur senza per nulla indulgere nella morbosità, ce ne fa percepire fino in fondo le pesanti implicazioni per la vita delle vittime e per il tessuto sociale della città.
Un film da non perdere, uno dei meno strombazzati tra quelli candidati all'Oscar, ma sicuramente uno dei migliori.
**** 1/2
Pier
venerdì 12 febbraio 2016
Steve Jobs
Stay hungry, stay Sorkin
Il film analizza la figura di Steve Jobs raccontando i momenti prima del lancio di tre prodotti chiave della sua carriera: il primo Macintosh, il NeXT Computer, e l'i-Mac G3. Vediamo quindi l'evoluzione del rapporto tra Jobs e la figlia, il co-fondatore di Apple Steve Wozniak, e i colleghi, amici o nemici a seconda delle occasioni.
Genio? Tiranno? Uomo marketing senza contenuti? Forse Steve Jobs era tutto questo, forse era qualcos'altro ancora. Il film di Danny Boyle non dà risposte in questo senso, ma decide fin nella sua struttura di lasciare aperto il dibattito: chi era veramente Steve Jobs? La struttura in tre atti, quasi teatrale, permette di vedere Jobs in diversi momenti della sua vita umana e professionale, durante i quali balla pericolosamente sull'orlo che divide perfezionismo e tirannide, genio e sadismo. "It's not a binary: you can be a genius and a decent person", dice Wozniak a Steve. Ma è davvero possibile? Può l'ossessione non essere accompagnata da un estremo disprezzo per chi non mostra la stessa motivazione, lo stesso divorante anelito alla perfezione?
La sceneggiatura sviscera con sapienza questi e altri temi, usando il particolare per parlare dell'universale, il genio di Jobs per parlare del Genio e della sua natura. Chi è il Genio? E' colui che realizza materialmente un'idea, o colui che ne intuisce il potenziale? E' chi suona il violino, o chi dirige l'orchestra? Steve Jobs è il trionfo di Aaron Sorkin (scandalosamente ignorato agli Oscar), la sublimazione della sua scrittura fatta di walk and talk, di dialoghi fulminanti che affascinano, catturano, stordiscono, travolgono, e che riflettono appieno la complessa personalità del protagonista. La storia scorre veloce, a volte quasi troppo, senza un attimo di pausa, senza concessioni, senza momenti di relax e riflessione, forzando lo spettatore a seguire a bocca aperta un susseguirsi di confronti e battute memorabili. Alcuni eventi sono inventati, altri cronologicamente inesatti, ma il tutto passa in secondo piano di fronte alla superba magniloquenza dei dialoghi, assolutamente da sentire e gustare in originale. Il testo di Sorkin è magistralmente supportato da un'eccezionale prova corale del cast, in cui spicca Fassbender ma brillano anche le stelle di Kate Winslet, Jeff Daniels e Seth Rogen, un perfetto Wozniak.
Dunque, Steve Jobs è un capolavoro? Nemmeno lontanamente. A differenza di altri lavori di Sorkin, come The Social Network, il film manca di un elemento fondamentale: la regia. Boyle realizza un film scolastico, a tratti stucchevole, in cui si asservisce alla scrittura di Sorkin ma non la esalta, rivelando tutta la sua mediocrità nei rari momenti in cui la scrittura si assenta e lascia spazio alle immagini, come nell'inutilmente patinato e sdolcinato finale. Alcune indovinate scelte di fotografia (i tre atti sono fotografati con formati differenti per rendere al meglio le atmosfere d'epoca) non riescono a salvare una regia poco ispirata scarsamente creativa. Se si esce dal film pensando che funzionerebbe meglio a teatro, la colpa è solo ed esclusivamente di Boyle. Il confronto con il lavoro fatto da Fincher in The Social Network, dove alla sceneggiatura eccellente si affiancavano alcune sequenze registicamente mirabili, è impietoso.
Steve Jobs rimane un film interessante, soprattutto per chi non conosce tutti i dettagli privati della vita del fondatore di Apple e per chi ama le sceneggiature ben fatte. Fassbender sembra inoltre essere l'unico serio avversario per Di Caprio nella corsa all'Oscar e, anche solo per questo, vale la pena spendere i soldi del biglietto.
***
Pier
Il film analizza la figura di Steve Jobs raccontando i momenti prima del lancio di tre prodotti chiave della sua carriera: il primo Macintosh, il NeXT Computer, e l'i-Mac G3. Vediamo quindi l'evoluzione del rapporto tra Jobs e la figlia, il co-fondatore di Apple Steve Wozniak, e i colleghi, amici o nemici a seconda delle occasioni.
Genio? Tiranno? Uomo marketing senza contenuti? Forse Steve Jobs era tutto questo, forse era qualcos'altro ancora. Il film di Danny Boyle non dà risposte in questo senso, ma decide fin nella sua struttura di lasciare aperto il dibattito: chi era veramente Steve Jobs? La struttura in tre atti, quasi teatrale, permette di vedere Jobs in diversi momenti della sua vita umana e professionale, durante i quali balla pericolosamente sull'orlo che divide perfezionismo e tirannide, genio e sadismo. "It's not a binary: you can be a genius and a decent person", dice Wozniak a Steve. Ma è davvero possibile? Può l'ossessione non essere accompagnata da un estremo disprezzo per chi non mostra la stessa motivazione, lo stesso divorante anelito alla perfezione?
La sceneggiatura sviscera con sapienza questi e altri temi, usando il particolare per parlare dell'universale, il genio di Jobs per parlare del Genio e della sua natura. Chi è il Genio? E' colui che realizza materialmente un'idea, o colui che ne intuisce il potenziale? E' chi suona il violino, o chi dirige l'orchestra? Steve Jobs è il trionfo di Aaron Sorkin (scandalosamente ignorato agli Oscar), la sublimazione della sua scrittura fatta di walk and talk, di dialoghi fulminanti che affascinano, catturano, stordiscono, travolgono, e che riflettono appieno la complessa personalità del protagonista. La storia scorre veloce, a volte quasi troppo, senza un attimo di pausa, senza concessioni, senza momenti di relax e riflessione, forzando lo spettatore a seguire a bocca aperta un susseguirsi di confronti e battute memorabili. Alcuni eventi sono inventati, altri cronologicamente inesatti, ma il tutto passa in secondo piano di fronte alla superba magniloquenza dei dialoghi, assolutamente da sentire e gustare in originale. Il testo di Sorkin è magistralmente supportato da un'eccezionale prova corale del cast, in cui spicca Fassbender ma brillano anche le stelle di Kate Winslet, Jeff Daniels e Seth Rogen, un perfetto Wozniak.
Dunque, Steve Jobs è un capolavoro? Nemmeno lontanamente. A differenza di altri lavori di Sorkin, come The Social Network, il film manca di un elemento fondamentale: la regia. Boyle realizza un film scolastico, a tratti stucchevole, in cui si asservisce alla scrittura di Sorkin ma non la esalta, rivelando tutta la sua mediocrità nei rari momenti in cui la scrittura si assenta e lascia spazio alle immagini, come nell'inutilmente patinato e sdolcinato finale. Alcune indovinate scelte di fotografia (i tre atti sono fotografati con formati differenti per rendere al meglio le atmosfere d'epoca) non riescono a salvare una regia poco ispirata scarsamente creativa. Se si esce dal film pensando che funzionerebbe meglio a teatro, la colpa è solo ed esclusivamente di Boyle. Il confronto con il lavoro fatto da Fincher in The Social Network, dove alla sceneggiatura eccellente si affiancavano alcune sequenze registicamente mirabili, è impietoso.
Steve Jobs rimane un film interessante, soprattutto per chi non conosce tutti i dettagli privati della vita del fondatore di Apple e per chi ama le sceneggiature ben fatte. Fassbender sembra inoltre essere l'unico serio avversario per Di Caprio nella corsa all'Oscar e, anche solo per questo, vale la pena spendere i soldi del biglietto.
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Pier
mercoledì 3 febbraio 2016
The Hateful Eight
Gruppo di fuorilegge in un interno
Un cacciatore di taglie si sta recando a Red Rock per consegnare al boia Daisy Domergue. Sulla sua strada incontra un altro cacciatore di taglie e lo sceriffo di Red Rock, e accetta di accompagnarli in città. Sorpresi da una tempesta di neve, saranno costretti a cercare rifugio nell'emporio di Minnie, dove si trovano anche altri viaggiatori. Qualcuno di loro, tuttavia, non è chi dice di essere.
Una diligenza corre nella nevosa notte del Wyoming, cercando di sfuggire alla tempesta di neve. La corsa è folle, impetuosa, accompagnata da una musica possente ed evocativa che fa presagire una tragedia imminente. La tensione si spezza quando la diligenza si ferma e carica un passeggero, il cacciatore di taglie Marquis Warren; torna a crescere, per poi cadere nuovamente quando incontra il nuovo sceriffo di Red Rock, per poi tornare a crescere. Nella sublime scena di apertura si racchiude il primo tempo dell'ottavo film di Quentin Tarantino, in cui la suspense viene costruita, distrutta e ricostruita con studiata lentezza, in cui i duelli sono fatti di sguardi, i dialoghi di non detti, e gli spazi tra una sedia e l'altra, dilatati dall'eccezionale fotografia di Robert Richardson, divengono immensi deserti di sabbia.
E' un Tarantino atipico quello del primo tempo, senza dialoghi brillanti, sangue e citazioni, ma dotato comunque della consueta cinefilia e sapienza nell'uso del mezzo cinematografico. Il film ha il suo precedente tarantiniano nella splendida scena di apertura di Bastardi senza gloria, che viene qui dilatata, vivisezionata, con l'Ultra Panavision 70 che permette di osservare ogni sguardo, ogni interazione, ogni reazione innescata negli otto hateful dalle provocazioni incrociate. A lanciarle con luciferina precisione è soprattutto dal Marquis Warren di Samuel L. Jackson, sorta di summa di tutti i personaggi interpretati fin qui dall'attore tarantiniano per eccellenza. Attorno a lui, come pedine su una scacchiera, si muovono personaggi costruiti alla perfezione, con un bagaglio di esperienze che, prima o poi, è destinato a venire a galla. Il primo tempo termina con il suo unico sparo, come il più classico dei western di John Ford, ed è separato dal secondo da un intervallo dal sapore fortemente teatrale.
Quando il sipario si rialza, la musica cambia, ma senza che la tensione e la morbosa paranoia scompaiano: il ritmo diventa incalzante, gli spari si sprecano e le rivelazioni si inseguono, si confondono, si intrecciano, fino a rivelare l'unica grande verità della storia, ovvero che non ci sono buoni, solo cattivi che si sono ritrovati per caso nella stessa baracca, come Tarantino stesso ha dichiarato. Gli echi de Le Iene sono evidenti, ma sarebbe limitante definire il film come una versione western del film d'esordio del regista, che invece qui esplora le contraddizioni e le tensioni razziali e non dell'oggi americano, andandone a esplorare le radici con occhio lucido e spietato.
Detto della fantastica fotografia, l'altro elemento di spicco del film è la colonna sonora di Morricone, degno accompagnamento della roboante scena d'apertura ed epico contraltare alle meschine vicende dei protagonisti. Tarantino dirige con studiata lentezza e, anche se a tratti finisce per appesantire il film, raggiunge il risultato che si era prefisso, creando un "giallo della camera chiusa" in salsa western, e tenendo lo spettatore incollato allo schermo.
The Hateful Eight non è il miglior film di Tarantino in senso assoluto (né uno dei miei due preferiti), ma è senza dubbio uno dei più maturi a livello cinematografico, in cui intrattenimento e arte, citazionismo e originalità si uniscono in un abbraccio quasi perfetto. Non perdetelo.
****
Pier
Un cacciatore di taglie si sta recando a Red Rock per consegnare al boia Daisy Domergue. Sulla sua strada incontra un altro cacciatore di taglie e lo sceriffo di Red Rock, e accetta di accompagnarli in città. Sorpresi da una tempesta di neve, saranno costretti a cercare rifugio nell'emporio di Minnie, dove si trovano anche altri viaggiatori. Qualcuno di loro, tuttavia, non è chi dice di essere.
Una diligenza corre nella nevosa notte del Wyoming, cercando di sfuggire alla tempesta di neve. La corsa è folle, impetuosa, accompagnata da una musica possente ed evocativa che fa presagire una tragedia imminente. La tensione si spezza quando la diligenza si ferma e carica un passeggero, il cacciatore di taglie Marquis Warren; torna a crescere, per poi cadere nuovamente quando incontra il nuovo sceriffo di Red Rock, per poi tornare a crescere. Nella sublime scena di apertura si racchiude il primo tempo dell'ottavo film di Quentin Tarantino, in cui la suspense viene costruita, distrutta e ricostruita con studiata lentezza, in cui i duelli sono fatti di sguardi, i dialoghi di non detti, e gli spazi tra una sedia e l'altra, dilatati dall'eccezionale fotografia di Robert Richardson, divengono immensi deserti di sabbia.
E' un Tarantino atipico quello del primo tempo, senza dialoghi brillanti, sangue e citazioni, ma dotato comunque della consueta cinefilia e sapienza nell'uso del mezzo cinematografico. Il film ha il suo precedente tarantiniano nella splendida scena di apertura di Bastardi senza gloria, che viene qui dilatata, vivisezionata, con l'Ultra Panavision 70 che permette di osservare ogni sguardo, ogni interazione, ogni reazione innescata negli otto hateful dalle provocazioni incrociate. A lanciarle con luciferina precisione è soprattutto dal Marquis Warren di Samuel L. Jackson, sorta di summa di tutti i personaggi interpretati fin qui dall'attore tarantiniano per eccellenza. Attorno a lui, come pedine su una scacchiera, si muovono personaggi costruiti alla perfezione, con un bagaglio di esperienze che, prima o poi, è destinato a venire a galla. Il primo tempo termina con il suo unico sparo, come il più classico dei western di John Ford, ed è separato dal secondo da un intervallo dal sapore fortemente teatrale.
Quando il sipario si rialza, la musica cambia, ma senza che la tensione e la morbosa paranoia scompaiano: il ritmo diventa incalzante, gli spari si sprecano e le rivelazioni si inseguono, si confondono, si intrecciano, fino a rivelare l'unica grande verità della storia, ovvero che non ci sono buoni, solo cattivi che si sono ritrovati per caso nella stessa baracca, come Tarantino stesso ha dichiarato. Gli echi de Le Iene sono evidenti, ma sarebbe limitante definire il film come una versione western del film d'esordio del regista, che invece qui esplora le contraddizioni e le tensioni razziali e non dell'oggi americano, andandone a esplorare le radici con occhio lucido e spietato.
Detto della fantastica fotografia, l'altro elemento di spicco del film è la colonna sonora di Morricone, degno accompagnamento della roboante scena d'apertura ed epico contraltare alle meschine vicende dei protagonisti. Tarantino dirige con studiata lentezza e, anche se a tratti finisce per appesantire il film, raggiunge il risultato che si era prefisso, creando un "giallo della camera chiusa" in salsa western, e tenendo lo spettatore incollato allo schermo.
The Hateful Eight non è il miglior film di Tarantino in senso assoluto (né uno dei miei due preferiti), ma è senza dubbio uno dei più maturi a livello cinematografico, in cui intrattenimento e arte, citazionismo e originalità si uniscono in un abbraccio quasi perfetto. Non perdetelo.
****
Pier
sabato 30 gennaio 2016
Creed
Combattere, combattere ancora
Apollo Creed, l'antico avversario di Rocky Balboa, è morto sul ring, ma ha lasciato un figlio illegittimo che non ha mai conosciuto. Dopo la morte della madre, il ragazzo, di nome Adonis, viene adottato dalla moglie di Creed, che lo cresce come se fosse suo. Il richiamo del ring si fa sentire e, una volta cresciuto, Adonis decide di andare a cercare l'unica persona che può fare di lui un campione: Rocky Balboa. Per una serie di coincidenze, arriverà a giocarsi il titolo mondiale, ma sarà lui a dover aiutare Rocky a combattere una battaglia molto più difficile.
Dopo sei film, Rocky appende definitivamente i guantoni al chiodo, e passa al testimone a un degno erede della sua epopea. Creed nasce dalle ceneri della saga e ne riprendi molti temi e suggestioni: la sfida contro se stesso, Davide e Golia, la boxe come salvazione da un'infanzia tormentata. Tuttavia, il film aggiunge anche temi originali che lo rendono godibile e interessante nonostante alcune sensazioni di già visto: il rapporto tra l'anziano campione disilluso dalla vita e il giovane impulsivo che deve ancora conoscerla; la sfida con un passato mai conosciuto, eppure ingombrante; e, infine, la sfida con la malattia e la vecchiaia. Stallone presta il volto a un Rocky stanco, più saggio ma anche più cinico, cui l'arrivo di Adonis porta una nuova ragione per tirare avanti nonostante la morte di tutti coloro che amava e la distanza di un figlio con cui non è mai riuscito veramente a legare. La sua prestazione emoziona e convince, in una sovrapposizione tra attore e personaggio che ricorda quella di Mickey Rourke in The Wrestler, pur non raggiungendone le vette interpretative. Accanto a lui Michael B. Jordan convince nella parte del giovane Adonis, offrendo una prova sorprendentemente matura nel ruolo di un giovane dilaniato tra il desiderio di costruirsi un'immagine e liberarsi dall'ombra del padre, e la paura di gettarne il nome del fango.
Il film presenta anche una fotografia molto interessante, con gli incontri di boxe ripresi con una fluidità e una leggerezza dei movimenti molto peculiari, con un ampio uso del piano sequenza (soprattutto nel primissimo combattimento) e poco montaggio. La trama non brilla per originalità ma ha ritmo e realismo, e tratteggia la vita dei giovani a Philadelphia con occhio quasi documentaristico, tra solitudini, sogni e frustrazioni.
Creed è un film che offre quel che promette, una storia di boxe in cui sport e privato si intrecciano. Pur non essendo nulla di eccezionale, riesce però a coinvolgere e, a tratti, emozionare, e diviene così un degno erede di una saga che, dopo aver toccato picchi molto alti (il primo Rocky vinse l'Oscar per il miglior film) sembrava essere giunta al capolinea.
***
Pier
Apollo Creed, l'antico avversario di Rocky Balboa, è morto sul ring, ma ha lasciato un figlio illegittimo che non ha mai conosciuto. Dopo la morte della madre, il ragazzo, di nome Adonis, viene adottato dalla moglie di Creed, che lo cresce come se fosse suo. Il richiamo del ring si fa sentire e, una volta cresciuto, Adonis decide di andare a cercare l'unica persona che può fare di lui un campione: Rocky Balboa. Per una serie di coincidenze, arriverà a giocarsi il titolo mondiale, ma sarà lui a dover aiutare Rocky a combattere una battaglia molto più difficile.
Dopo sei film, Rocky appende definitivamente i guantoni al chiodo, e passa al testimone a un degno erede della sua epopea. Creed nasce dalle ceneri della saga e ne riprendi molti temi e suggestioni: la sfida contro se stesso, Davide e Golia, la boxe come salvazione da un'infanzia tormentata. Tuttavia, il film aggiunge anche temi originali che lo rendono godibile e interessante nonostante alcune sensazioni di già visto: il rapporto tra l'anziano campione disilluso dalla vita e il giovane impulsivo che deve ancora conoscerla; la sfida con un passato mai conosciuto, eppure ingombrante; e, infine, la sfida con la malattia e la vecchiaia. Stallone presta il volto a un Rocky stanco, più saggio ma anche più cinico, cui l'arrivo di Adonis porta una nuova ragione per tirare avanti nonostante la morte di tutti coloro che amava e la distanza di un figlio con cui non è mai riuscito veramente a legare. La sua prestazione emoziona e convince, in una sovrapposizione tra attore e personaggio che ricorda quella di Mickey Rourke in The Wrestler, pur non raggiungendone le vette interpretative. Accanto a lui Michael B. Jordan convince nella parte del giovane Adonis, offrendo una prova sorprendentemente matura nel ruolo di un giovane dilaniato tra il desiderio di costruirsi un'immagine e liberarsi dall'ombra del padre, e la paura di gettarne il nome del fango.
Il film presenta anche una fotografia molto interessante, con gli incontri di boxe ripresi con una fluidità e una leggerezza dei movimenti molto peculiari, con un ampio uso del piano sequenza (soprattutto nel primissimo combattimento) e poco montaggio. La trama non brilla per originalità ma ha ritmo e realismo, e tratteggia la vita dei giovani a Philadelphia con occhio quasi documentaristico, tra solitudini, sogni e frustrazioni.
Creed è un film che offre quel che promette, una storia di boxe in cui sport e privato si intrecciano. Pur non essendo nulla di eccezionale, riesce però a coinvolgere e, a tratti, emozionare, e diviene così un degno erede di una saga che, dopo aver toccato picchi molto alti (il primo Rocky vinse l'Oscar per il miglior film) sembrava essere giunta al capolinea.
***
Pier
domenica 17 gennaio 2016
Carol
La forza del non detto
New York, anni Cinquanta. Carol è una donna dell'alta borghesia che sta per divorziare dal marito, che non ama ma da cui ha avuto una figlia che adora. In un negozio incontra Therese, giovane commessa con la passione della fotografia, ancora indecisa su cosa vuole dalla vita. Tra le due scocca subito la scintilla, ma la loro relazione metterà a rischio i punti fermi delle rispettive esistenze.
Todd Haynes torna a occuparsi degli anni Cinquanta negli USA, e lo fa con una storia d'amore tra due donne, tratta da un romanzo di Patricia Highsmith. Il film, tuttavia, racconta molto più di questo: racconta un'epoca fatta di ipocrisie e "non detti", in cui tutti avevano scheletri nell'armadio, invisibili all'esterno e nascosti con cura. Questo tema emerge con prepotenza grazie alle scelte di regia e sceneggiatura.
Haynes adotta prevalentemente uno sguardo da osservatore esterno, quasi da voyeur, con inquadrature ampie che colgono i protagonisti in momenti privati, quando fanno cadere la maschera e rivelano il loro vero io, così come accade con Carol nelle foto scattate da Therese. Molte inquadrature ricordano quadri di Hopper, e ritraggono alla perfezione la solitudine e l'estraneità delle protagoniste e della società in generale. Alla fragilità delle apparenze ritratta con i campi lunghi Haynes oppone la vera intimità del rapporto tra Carol e Therese, fatto di primi piani su visi, mani, oggetti. La scena d'amore è perfetta per come riesce a essere delicata senza essere pruriginosa, sensuale senza scivolare nel voyeurismo e nella strizzatina d'occhio alle fantasie dello spettatore di sesso maschile (vero, Keichiche?).
La sceneggiatura è rarefatta, fatta di non detti più che di parole, di sguardi, di gesti, o della loro assenza, un capolavoro di equilibrio e sottrazione che a tratti trasporta il film in un'atmosfera quasi fuori dal tempo, e che trova il suo apice nella perfetta scena finale, che lascia lo spettatore con il desiderio di continuare a seguire la storia di queste due donne forti che scoprono la propria forza, e allo stesso tempo lo rende felice di poterle, finalmente, lasciare alla loro intimità, lontano dagli sguardi altrui.
Cate Blanchett è da Oscar nella parte di Carol, che interpreta con equilibrio e classe anche nelle scene madri, tra cui spicca quella con il marito e gli avvocati, in cui reclama il suo diritto alla vita con una grazia e una dignità che rendono le sue parole infinitamente più potenti di quanto lo sarebbero state con il classico monologo altisonante che spesso viene messo in bocca alle eroine femminili in cerca d'emancipazione. Il coraggio di Carol in questa scena è pari solo alla straordinaria bravura della Blanchett. Accanto a lei Rooney Mara è un diverso esempio di forza gentile, una forza che si scopre, emerge, si ritrae timidamente, per poi esplodere e liberarsi. Il personaggio di Therese deve molto alla Holly di Colazione da Tiffany e soprattutto a Sabrina, a livello sia di scrittura che estetico, e Rooney Mara si dimostra una degna erede di Audrey Hepburn, grazie a una recitazione solida, misurata e commovente.
La perfezione del film è minata solo dalla sensazione di già visto dell'estetica e, soprattutto, della trama. Il film non si allontana molto dalle atmosfere di Mildred Pierce e, soprattutto, Lontano dal Paradiso, e in generale ha una trama che non racconta nulla di particolarmente nuovo. Manca quindi della carica innovativa a livello visivo e narrativo di quello che, ad oggi, rimane il miglior film di Todd Haynes, Io non sono qui, e in generale della novità tematica che ci si aspetterebbe da un film altrimenti impeccabile.
Carol resta però un film artistico, intimo e delicato che emoziona senza dover toccare le corde del melodramma, un racconto in grado di parlare a tutti, oggi più che mai.
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Pier
New York, anni Cinquanta. Carol è una donna dell'alta borghesia che sta per divorziare dal marito, che non ama ma da cui ha avuto una figlia che adora. In un negozio incontra Therese, giovane commessa con la passione della fotografia, ancora indecisa su cosa vuole dalla vita. Tra le due scocca subito la scintilla, ma la loro relazione metterà a rischio i punti fermi delle rispettive esistenze.
Todd Haynes torna a occuparsi degli anni Cinquanta negli USA, e lo fa con una storia d'amore tra due donne, tratta da un romanzo di Patricia Highsmith. Il film, tuttavia, racconta molto più di questo: racconta un'epoca fatta di ipocrisie e "non detti", in cui tutti avevano scheletri nell'armadio, invisibili all'esterno e nascosti con cura. Questo tema emerge con prepotenza grazie alle scelte di regia e sceneggiatura.
Haynes adotta prevalentemente uno sguardo da osservatore esterno, quasi da voyeur, con inquadrature ampie che colgono i protagonisti in momenti privati, quando fanno cadere la maschera e rivelano il loro vero io, così come accade con Carol nelle foto scattate da Therese. Molte inquadrature ricordano quadri di Hopper, e ritraggono alla perfezione la solitudine e l'estraneità delle protagoniste e della società in generale. Alla fragilità delle apparenze ritratta con i campi lunghi Haynes oppone la vera intimità del rapporto tra Carol e Therese, fatto di primi piani su visi, mani, oggetti. La scena d'amore è perfetta per come riesce a essere delicata senza essere pruriginosa, sensuale senza scivolare nel voyeurismo e nella strizzatina d'occhio alle fantasie dello spettatore di sesso maschile (vero, Keichiche?).
La sceneggiatura è rarefatta, fatta di non detti più che di parole, di sguardi, di gesti, o della loro assenza, un capolavoro di equilibrio e sottrazione che a tratti trasporta il film in un'atmosfera quasi fuori dal tempo, e che trova il suo apice nella perfetta scena finale, che lascia lo spettatore con il desiderio di continuare a seguire la storia di queste due donne forti che scoprono la propria forza, e allo stesso tempo lo rende felice di poterle, finalmente, lasciare alla loro intimità, lontano dagli sguardi altrui.
Cate Blanchett è da Oscar nella parte di Carol, che interpreta con equilibrio e classe anche nelle scene madri, tra cui spicca quella con il marito e gli avvocati, in cui reclama il suo diritto alla vita con una grazia e una dignità che rendono le sue parole infinitamente più potenti di quanto lo sarebbero state con il classico monologo altisonante che spesso viene messo in bocca alle eroine femminili in cerca d'emancipazione. Il coraggio di Carol in questa scena è pari solo alla straordinaria bravura della Blanchett. Accanto a lei Rooney Mara è un diverso esempio di forza gentile, una forza che si scopre, emerge, si ritrae timidamente, per poi esplodere e liberarsi. Il personaggio di Therese deve molto alla Holly di Colazione da Tiffany e soprattutto a Sabrina, a livello sia di scrittura che estetico, e Rooney Mara si dimostra una degna erede di Audrey Hepburn, grazie a una recitazione solida, misurata e commovente.
La perfezione del film è minata solo dalla sensazione di già visto dell'estetica e, soprattutto, della trama. Il film non si allontana molto dalle atmosfere di Mildred Pierce e, soprattutto, Lontano dal Paradiso, e in generale ha una trama che non racconta nulla di particolarmente nuovo. Manca quindi della carica innovativa a livello visivo e narrativo di quello che, ad oggi, rimane il miglior film di Todd Haynes, Io non sono qui, e in generale della novità tematica che ci si aspetterebbe da un film altrimenti impeccabile.
Carol resta però un film artistico, intimo e delicato che emoziona senza dover toccare le corde del melodramma, un racconto in grado di parlare a tutti, oggi più che mai.
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Pier
venerdì 8 gennaio 2016
La grande scommessa
The Big Blindness
And oftentimes, to win us to our harm,
The instruments of darkness tell us truths,
Win us with honest trifles, to betray ’s
In deepest consequence.
William Shakespeare, Macbeth, Atto I, Scena 3
Gli strumenti dell'oscurità guadagnano la nostra fiducia su questioni marginali, ma ci tradiscono in quelle importanti: ciò che scriveva Shakespeare quasi 500 anni fa sembra la perfetta descrizione della trama de La grande scommessa. Siamo nel 2005, e il mercato immobiliare statunitense sembra solido e destinato a crescere. Sembra, appunto: andando a indagare sui CDO (Collaterized Debt Obligation) del mercato immobiliare, il genio dei numeri Michael Burry scoprì che erano pieni di mutui di basso valore, e che il sistema si poggiava su fondamenta di fango. Decise quindi di scommettere contro il mercato immobiliare, attirandosi lo scherno e l'ilarità delle banche che accettarono di assicurarlo contro il suo fallimento. Fu imitato da un ristretto numero di investitori, anch'essi derisi dal sistema. Tre anni dopo, i fatti diedero loro ragione, con il crollo del mercato immobiliare e la crisi dei subprime.
And oftentimes, to win us to our harm,
The instruments of darkness tell us truths,
Win us with honest trifles, to betray ’s
In deepest consequence.
William Shakespeare, Macbeth, Atto I, Scena 3
Gli strumenti dell'oscurità guadagnano la nostra fiducia su questioni marginali, ma ci tradiscono in quelle importanti: ciò che scriveva Shakespeare quasi 500 anni fa sembra la perfetta descrizione della trama de La grande scommessa. Siamo nel 2005, e il mercato immobiliare statunitense sembra solido e destinato a crescere. Sembra, appunto: andando a indagare sui CDO (Collaterized Debt Obligation) del mercato immobiliare, il genio dei numeri Michael Burry scoprì che erano pieni di mutui di basso valore, e che il sistema si poggiava su fondamenta di fango. Decise quindi di scommettere contro il mercato immobiliare, attirandosi lo scherno e l'ilarità delle banche che accettarono di assicurarlo contro il suo fallimento. Fu imitato da un ristretto numero di investitori, anch'essi derisi dal sistema. Tre anni dopo, i fatti diedero loro ragione, con il crollo del mercato immobiliare e la crisi dei subprime.
I titoli derivati sono qui gli strumenti dell'oscurità, di quel capitalismo finanziario che è diventato fine a se stesso, del tutto scollegato dai processi produttivi. Gli strumenti illudono che una ricchezza facile sia possibile, salvo poi risultare fallimentari e far perdere soldi, casa, tutto. La grande scommessa analizza questo tema, sviscerato da numerosi film negli ultimi anni, ma lo fa con uno sguardo completamente nuovo, assumendo la prospettiva di chi aveva previsto la crisi, rimanendo però inascoltato dal sistema.
Il film affronta una materia ricca di tecnicismi e concetti complessi con un taglio registico decisamente innovativo, coniugando genialmente divulgazione e narrativa attraverso una continua sovrapposizione tra narrazione e realtà, rottura della quarta parete e momenti di spiegazione affidati a personaggi pop e costruiti in maniera decisamente sorprendente, chiara, ed esilarante.
La grande scommessa è una commedia nera, un horror finanziario che diverte e angoscia allo stesso tempo. Adam McKay realizza una macchina perfetta, in cui parole, suoni e immagini si alternano in maniera non convenzionale, a volte quasi disturbante, ma senza perdere di vista la coesione e la solidità narrativa. La sceneggiatura è un orologio, con personaggi ben tratteggiati e una trama scorrevole, ed è sorretta da prove d'attore eccezionali di Christian Bale (il migliore per distacco), Steve Carell e Ryan Gosling, protagonisti agli antipodi e complementari, guidati da obiettivi e storie personali completamente differenti, ma uniti nella loro capacità di vedere ciò a cui tutto il mondo sembrava essere cieco.
La grande scommessa è uno dei film più interessanti e innovativi degli ultimi anni per regia, sceneggiatura e montaggio, un piccolo capolavoro che tiene incollati alla sedia a dispetto dell'osticità dell'argomento trattato. Non perdetelo.
**** 1/2
Pier
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