venerdì 20 dicembre 2024

Anora (In Pillole #29)

Volare troppo in alto


C'è una categoria di film cui Anora appartiene a pieno titolo: quello del film indipendente "di sceneggiatura", con bei dialoghi e ottimi attori, che solitamente esce dal Sundance Film Festival per poi strappare una candidatura all'Oscar per la miglior sceneggiatura, a volte anche vincendolo. 
Come questo tipo di film possa trionfare a Cannes, tuttavia, è domanda aperta e senza risposta, spiegabile solo in parte con il declino della kermesse francese. Al gusto dei giurati non si comanda, ma c'è più cinema nell'inquadratura più pasticciata di Megalopolis che in questo pur bel film di Sean Baker. 

In comune con il film di Coppola Anora ha il fatto di essere un prodotto quasi metacinematografico. Megalopolis racconta dell'ambizione folgorante ma autodistruttiva di un architetto, ed è il frutto dell'ambizione folgorante e autodistruttiva di Coppola.  Anora racconta la delusione che si prova quando si ritorna alla realtà dopo essersi illusi di aver realizzato i propri sogni (o il finale alternativo mai girato di Pretty Woman, film esplicitamente citato in vari punti) e il suo sogno realizzato (vincere la Palma d'Oro) finisce per alzare eccessivamente le aspettative e deludere chi lo guarda - una delusione immeritata, perché il film è comunque molto valido, ma inevitabile, perché le aspettative giocano comunque un ruolo importante nella visione.

Anora è infatti, come detto, un buon film di sceneggiatura che, pur soffrendo di un enorme buco di trama, trascina comunque grazie a dialoghi al fulmicotone, una regia cinetica che ricorda il primissimo Scorsese con punte aggiuntive di lirismo e, soprattutto, un giovane cast in stato di grazia. Mikey Madison è magnetica nel ruolo della protagonista, una stripper alla ricerca della felicità; Mark Eydelshteyn è una star in rampa di lancio, irresistibile nella sua cialtroneria e da schiaffi nel suo essere irrimediabilmente viziato; e Yura Borisov, già ammirato in due piccoli capolavori come Scompartimento 6 Captain Volkogonov escaped, è semplicemente un attore eccezionale, che speriamo riesca a proseguire la sua carriera negli USA.

Leggerete che il film ha un messaggio femminista, o quantomeno antipatriarcale: onestamente si fa fatica a trovarlo, perché è la stessa protagonista a rinunciare alla propria voce anche quando potrebbe usarla e perché il personaggio più negativo del film è un'altra donna. Se questa era davvero l'intenzione (e a tratti sembrerebbe esserlo), Baker pasticcia un po' con gli ingredienti, creando un film diseguale: le parti comiche, esilaranti, sono nettamente meglio di quelle drammatiche o "impegnate", con l'eccezione della breve ma potentissima scena finale, che avrebbe meritato una migliore costruzione per poter ribaltare davvero la prospettiva e dare al film quel valore aggiunto che lo avrebbe reso un capolavoro.

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Pier

venerdì 29 novembre 2024

Wicked: Parte 1

Il ritorno del musical


Glinda, la buona strega del Nord, annuncia al regno di Oz la morte della malvagia strega dell'Ovest. Il reame è in festa, ma qualcosa sembra turbare Glinda. Scopriamo che, una volta, lei e Elphaba, la strega dell'Ovest, non solo non si odiavano, ma erano addirittura amiche. Tutto iniziò all'università di Shiz, dove Glinda stava per iniziare gli studi e Elphaba - senza amici e derisa da tutti per la sua pelle verde - aveva accompagnato la sorella più giovane, Nessa...

Wicked è uno di quei prodotti creativi celeberrimi nel mondo anglosassone ma quasi sconosciuti in Italia. Tratto dal romanzo di Gregory Maguire, il musical debutta a Broadway nel 2003 ed è subito un successo sia di pubblico che di critica. Diventa un fenomeno culturale, e consacra definitivamente Idina Menzel, interprete di Elphaba, come una delle regine del musical contemporaneo (Menzel che, insieme a Kristine Chenoweth, interprete originale di Glinda, fa una comparsata nel film).

Di tutto questo a noi arriva solo una pallida eco e non stupisce, dunque, che gran parte del pubblico (e anche anche alcuni paludati critici, evidentemente privi di amici che li tengano a contatto con la realtà) abbia pensato che questo Wicked: Parte 1 fosse l'ennesimo prequel o rivisitazione generata dall'algoritmo degli studios, in un'epoca in cui le idee vengono riciclate o letteralmente rianimate come cadaveri. 

Wicked è invece un'opera originale, la cui trasposizione al cinema ha dovuto attendere anni per garantire lo splendore visivo e il respiro narrativo necessario a un'opera complessa e stratificata, che parla alla società odierna in modo forse ancora più forte di quella in cui uscì originariamente: una società divisa, polarizzata, un insieme di solitudini che non si fa mai gruppo; una società capace di unirsi solo contro un nemico inventato, con un'elite chiusa in una bolla che (letteralmente) impedisce loro di sentire la voce di chi dovrebbe servire.

John M. Chu, già autore di Crazy Rich Asians, aveva insomma un'impresa molto difficile da portare a termine, e passa l'esame a pieni voti. Wicked: Parte 1 è un perfetto adattamento del materiale di partenza, e mantiene la follia e la stravaganza tipiche dei musical teatrali, ma che spesso viene persa negli adattamenti cinematografici a causa dell'illusione che, per risultare drammaticamente più credibili, debbano anche diventare più seri. Ma senza un pizzico di follia, di scenografie esagerate e colori ipersaturidi enfasi teatrale si perde completamente la magia del musical. L'effetto paradossale è che si finisce per rendere noiosi, anziché più credibili, dei personaggi che a un tratto si mettono a cantare e ballare. La formula "seriosa" può funzionare per musical sperimentali, che usano il genere per parlare di altro (due esempi qui e qui) o che usano generi musicali meno classici

Chu ha decisamente imparato la lezione dei maestri contemporanei del genere (Buz Luhrmann e Rob Marshall su tutti) e lascia la magia del musical a briglia sciolta. Da regista di commedie capisce che la forza di Wicked sta anche nella linea comica (tanto cara agli sceneggiatori di Boris), e la esalta attraverso una regia ipercinetica e una direzione degli attori da commedia splapstick. Le scelte del regista sono supportate da un cast di caratteristi scelto alla perfezione, e alle prestazioni eccellenti, soprattutto dal punto di vista fisico, da parte dei protagonisti. Ariana Grande nella parte di Glinda e Jonathan Bailey (conosciuto al pubblico per Bridgerton, ma che dovrebbe essere conosciuto per quel gioiello di Crashing) nella parte di Fiyero sono perfetti nella loro incarnazione dei belli apparentemente vacui ma dal cuore d'oro, e sono il cuore comico della trama. Jeff Goldblum è un po' sottoutilizzato nella parte del Mago, anche se il suo momento di gloria dovrebbe arrivare nella seconda parte prevista per il 2025. A brillare su tutti è l'Elphaba di Cynthia Erivo che, pur non avendo la potenza vocale di Menzel, compensa con un'espressività e un'intensità attoriale da Oscar che le permettono di non perdere una virgola della potenza emotiva delle sue canzoni.

Chu dirige con maestria ed efficienza, senza particolari guizzi fino al finale, che invece merita un discorso a parte: la coreografia di Defying Gravity forse spezza un po' troppo il cantato, ma è perfetta per come restituisce il dolore e il desiderio di libertà di Elphaba, il tormento e l'affetto di due amiche che sanno che si stanno separando, forse per sempre, il Bene che si ribella al Male, al costo di perdere tutto e venire etichettato come il nemico. Un momento di grande potenza cinematografica, che soddisferà i fan del musical originale ma anche chi non lo conosce.

L'unico difetto di questo Wicked: Parte 1 sta nella durata. Se la divisione in due parti era inevitabile (i musical da sempre durano molto di più al cinema che a teatro, a meno di voler operare dolorosi tagli), la durata di questa prima parte rischia di stordire chi il musical non lo conosce. Alcune scene risultano ripetitive e potevano serenamente essere tagliate senza nulla togliere all'efficacia narrativa ed emotiva dell'opera.

Wicked: Parte 1 è un musical magico e divertente, che bilancia sapientemente i momenti in cui non si prende sul serio e quelli in cui far risuonare con grande forza il suo messaggio di unità e tolleranza - un messaggio universale, ma che risuona ancora più forte nei tempi che stiamo vivendo.

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Pier

martedì 26 novembre 2024

Giurato Numero 2

Cosa significa "giusto"?


Justin Kemp sta per diventare padre, ma viene convocato come giurato in un caso di omicidio. L'imputato è accusato di aver ucciso la fidanzata, Kendall Carter, dopo una lite in un locale, e di aver poi gettato il cadavere sul letto di un torrente. Mentre il procuratore, Faith Killebrew, espone i fatti, Justin, giurato numero due, si rende conto che potrebbe non essere estraneo a quando accaduto a Kendall Carter, e comincia ad arrovellarsi: deve parlare, rischiando di incriminarsi, o tacere, rischiando la condanna di un potenziale innocente?

La parola ai giurati (12 angry men in originale) è un film del 1957, il primo girato da Sidney Lumet. È un capolavoro in generale, e in particolare del cinema giudiziario/processuale, di cui è di fatto il capostipite (se non lo avete mai visto, potete trovarlo qui in italiano). I dodici protagonisti non hanno nomi: solo il loro numero da giurato li qualifica. Devono decidere se mandare sulla sedia elettrica un ragazzo accusato di aver ucciso il padre. Tutti sono convinti della sua colpevolezza, ma uno dei giurati, il numero 8 (interpretato da Henry Fonda) vota per l'innocenza: non è certo che il ragazzo sia colpevole (o innocente), ma proprio per questo vuole parlarne, per stabilire se esista un ragionevole dubbio: la vita di un ragazzo vale pure una conversazione, giusto? 
Senza fare spoiler del finale, vi basti sapere che su Internet esistono vari dibattiti sia sull'effettiva innocenza o colpevolezza del ragazzo, sia su cosa abbia spinto il giurato numero 8 a fare ciò che ha fatto. Una delle teorie più strampalate, ma anche più intriganti, è che lo abbia fatto perché il vero colpevole è lui. 

Dubito che Clint Eastwood abbia letto questa teoria, ma il dubbio viene, dato che il suo Giurato numero 2 è chiaramente debitore di La parola ai giurati (che viene esplicitamente citato, con alcune battute riprese parola per parola) ma soprattutto porta in scena proprio questo scenario così improbabile eppure così intrigante: come si comporterebbe un giurato se scoprisse, per caso, che il vero colpevole del crimine su cui si trova a giudicare potrebbe essere lui? 

Per affrontare questa domanda servono una sceneggiatura a prova di bomba, ma soprattutto una grande maestria nell'affrontare i dilemmi etici e morali che solleva senza scivolare in una noiosa discettazione filosofica. Per fortuna, etica e morale sono il pane quotidiano della cinematografia di Eastwood da sempre: da Lo straniero senza nome passando per Gli spietati, Mystic river, e Million dollar baby, Eastwood ha sempre esplorato i confini tra bene e male, giusto e sbagliato. Non sorprende, dunque, che Giurato numero 2 sia un thriller teso come una corda di violino, in cui la verità è inconoscibile ma intuibile, e in cui la bussola morale schizza in ogni direzione in base, ponendoci di fronte all'interrogativo: quanto siamo disposti a sacrificare sull'altare della Giustizia?

Eastwood, come detto, riprende alcuni stilemi de La parola ai giurati, ma ne abbandona le atmosfere claustrofobiche per portarci nella vita dei personaggi e farci rivivere i momenti chiave del delitto attraverso continui cambi di prospettiva, che aiutano l'empatia e confondono la percezione, costringendo lo spettatore a mettere continuamente in discussione ciò che crede di sapere. Il concetto di ragionevole dubbio diviene non solo strumento (sacrosanto) di difesa, ma anche arma di offesa per chi vuole nascondere la verità, ribaltando il copione del film processuale e trasformando il giudice in giudicato.

Al centro di tutto c'è un cast perfetto, da un Nicholas Hoult che sembra la personificazione del concetto di "ambiguità" a una Toni Collette divisa tra il desiderio di trovare la Verità con la v maiuscola e quello di salvaguardare la sua promettente carriera. Intorno a loro un cast di supporto di volti poco noti (con l'eccezione di J.K. Simmons e Kiefer Sutherland) ma terribilmente efficaci nell'interpretare tipi umani presi dal modello di Lumet (alcuni calchi sono evidenti) ma adattati alle sensibilità e ai problemi odierni. 

Giurato numero due è l'ennesimo colpo mandato a segno da Eastwood, che alla veneranda età di 94 anni gira con l'energia e la forza inquisitiva della gioventù, non avendo paura di fare domande scomode, dare risposte scomode, e lasciare dubbi e interrogativi cui ogni spettatore può rispondere in maniera differente. Un film socratico, dunque, nella sua capacità di far riflettere e offrire vari punti di vista sullo stesso argomento, e poi voltarsi di colpo verso le spettatore per chiedergli a bruciapelo: e tu, cosa ne pensi? 

**** 1/2

Pier

martedì 29 ottobre 2024

Il Robot Selvaggio

Poesia nazionalpopolare


Precipitato dal cielo su un'isola, un robot viene attivato per caso dalla fauna locale. Programmato per essere d'aiuto, cercherà un compito da eseguire, fino a trovarlo, dopo un tragico incidente, nell'allevare un pulcino di oca, rendendolo pronto per una vita fatta di migrazioni e predatori. 

Si alza un po' il sopracciglio, a leggere le sperticate lodi di cui tutti o quasi stanno ricoprendo Il robot selvaggio, ultima fatica di casa Dreamworks. Il film è indubbiamente molto meritevole dal punto di vista artistico, nonché il secondo migliore - dietro al recente sequel de Il gatto con gli stivali (se non lo avete visto, recuperatelo) - sfornato dalla casa del Bambino sulla Luna dai tempi dell'ingiustamente sottovalutato Le cinque leggende. Finalmente obbligata (grazie allo SpiderVerse) dall'obbligo (autoimposto) decennale del fotorealismo, l'animazione statunitense sembra rinata, esplorando quell'ibridazione di stile e tecniche introdotto dalla Disney con il corto Paperman e portato al successo critico e commerciale dagli SpiderVerse, appunto, ma anche da lavori come Nimona e Arcane, oltre che da alcuni recenti prodotti sia Disney che Pixar

Chris Sanders, il regista, ha il grande merito di non copiare i predecessori, ma di ricercare uno stile personale, quasi impressionistico nella rappresentazione dei paesaggi, delle ombreggiature, e delle pellicce degli animali. Se l'effetto su questi ultimi può dividere, risultando a tratti un po' artefatto, su paesaggi e rapporto luci-ombre Sanders fa decisamente centro, regalando agli spettatori alcune delle sequenze visivamente più mozzafiato degli ultimi anni: veri e propri quadri in movimento, in cui lo spettatore resta a bocca aperta di fronte alle meraviglie della natura.

A essere meno riuscita è, tuttavia, un aspetto che storicamente era un punto di forza di casa DreamWorks, ovvero la storia. La narrazione procede a salti, senza un reale arco narrativo, con personaggi che cambiano "perché sì" e alcuni momenti raccontati con troppa fretta e approssimazione. La tensione è del tutto assente anche quando dovrebbe esistere, dato che abbiamo visto il contrasto che dovrebbe guidarla risolversi quasi subito nei fatti, anche se non a parole. 

Qualcuno potrebbe, a ragione, obiettare che la forza nel film dovrebbe essere nelle tematiche raccontate - genitorialità ed ecologismo - e non nella storia narrata. Dovrebbe, appunto. Al netto del fatto che le stesse tematiche sono già state affrontate in uno dei film più ingiustamente bistrattati della Pixar, Il viaggio di Arlo, ambedue le tematiche non sono approfondite quanto dovrebbero, una in particolare.

Il racconto sulla genitorialità è semplice, forse troppo, ma quantomeno efficace e molto centrato, soprattutto di questi tempi, e crea anche alcuni dei momenti di commozione del film. Quello che non convince è il discorso ecologista, davvero troppo semplicista per funzionare con il "secondo target" di questo film, ovvero gli adulti. Mancano la profondità e la capacità di accettare anche gli aspetti meno "pucciosi" della natura (l'esistenza di predati e predatori) che è invece presente nei lavori del maestro del genere, Hayao Miyazaki - sia nei suoi classici, come Principessa Mononoke, sia in lavori più recenti come Il ragazzo e l'airone. Anche il già menzionato Il viaggio di Arlo presentava una natura più realistica, madre e matrigna insieme. Sanders, forse rimanendo troppo ancorato dal romanzo da cui il film è tratto, offre quindi una ricetta rassicurante ma troppo, troppo semplicistico, in cui l'armonia deriva da un sovvertimento impossibile dell'ordine naturale.

Cosa rimane, quindi, di questo Robot selvaggio? Rimane una bella fiaba per bambini, e solo per bambini, con immagini creative e splendide che da sole bastano, nonostante le pecche narrative, a piazzare il film tra i favoriti per l'Oscar per la miglior animazione. Rimane però anche una sensazione di occasione persa, perché sarebbe bastata una maggiore attenzione narrativa per poter parlare a tutti i tipi di pubblico e urlare, con ragione, al capolavoro.

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Pier

mercoledì 2 ottobre 2024

Joker: Folie à Deux

Danzare con il diavolo nel pallido plenilunio

 

Dopo gli eventi di Joker, Arthur Fleck è rinchiuso ad Arkham in attesa del processo. Un giorno conosce un’altra paziente/detenuta, Harleen “Lee” Quinzel, che gli rivela di essere una grande ammiratrice delle sue gesta e del suo “vero io”, Joker. Tra i due inizia una “follia a due”, una relazione sentimentale in equilibrio tra realtà e fantasia, fatta di numeri musicali intrisi di amore e violenza. 

Non si può certo dire che Todd Phillips manchi di coraggio. L’enorme successo di Joker era già una montagna altissima da scalare, roba da far tremare i polsi di registi più scafati e abituati al cinema d’autore. Phillips non solo non si scompone, ma rilancia, realizzando un musical psicoanalitico a tinte dark, uno splendido ibrido di generi che ci porta ancora una volta a esplorare la mente di Arthur Fleck, questa volta abitata non solo da depressione, inadeguatezza, e folle desiderio di rivalsa, ma anche dall’amore. Un amore vero, non come quello immaginario vissuto nel primo film – o almeno così sembrerebbe. Lee è innamorata di lui, lo bacia, lo loda, gli si concede, lo supporta nel suo processo, spingendolo ad abbandonare la tesi difensiva della malattia mentale per abbracciare finalmente la sua nuova identità: il volitivo, carismatico, violento Joker, anziché il timido, patetico, sottomesso Arthur. Ma è questo quello che vuole davvero Arthur? O sta solo, ancora una volta, cercando disperatamente qualcuno che lo ami?

Se il tema del primo film era raccontare le origini della follia e della violenza, ricercandone le radici nelle umiliazioni e nella sperequazione sociale, in questo film Phillips riparte dal finale di Joker: dalle rivolte che parevano fumettistiche, ma si sono rivelate tristemente reali; e dal fatto che molti hanno visto in Joker/Arthur non come un simbolo di ciò che non funziona nella società, ma un esempio da seguire. Folie à Deux racconta proprio questo, il momento in cui una persona diventa un simbolo, un’idea, che prende vita propria indipendentemente da ciò che pensa e fa chi le ha dato vita.


Laddove Joker racconta una follia individuale, il suo seguito ne racconta una collettiva e di coppia. Quello tra Arthur e Lee è un amore malato, che sconfina nell’idolatria, e rappresenta appieno il meccanismo perverso che fa sì che personaggi negativi diventino riferimenti, modelli da seguire. Arthur vorrebbe smettere di essere Joker, ma né Lee né la società glielo permettono: chi lo odia pensa che lui non possa cambiare, chi lo ama pensa che non debba vergognarsi di essere chi è. L’idea, ammonisce Phillips, sopravvive al suo portatore, e si gonfia, si deforma, diventa sempre più mostruosa. Magari scompare, per un periodo, ma poi torna, riemerge, più forte e spaventosa che mai. Folie à Deux parla del nostro quotidiano, in cui la celebre frase di Marx sembra essere stata sovvertita, con la storia che si ripete due volte, ma la seconda non è una farsa: è una tragedia ancora più cupa della prima.

Folie à Deux è un film cupo e privo di speranza, ma al tempo stesso guidato dalla speranza di essere amati, di trovare il proprio posto nel mondo. I numeri musicali riflettono questa natura ossimorica, ondeggiando tra la purezza dei sentimenti dei grandi musical hollywoodiani e l’oscurità che pervade la Gotham di Phillips. Le musiche sono solari, ma punteggiate di distorsioni; le luci sono brillanti, ma accompagnate da coreografie cupe e violente; la voce di Lee è perfetta, pulita, quella di Arthur sofferta, un sussurro di dolore che a volte si fa urlo. 

Lady Gaga offre la miglior prova attoriale della sua breve carriera nella recitazione (per onestà va anche detto che non aveva una grande montagna da scalare, per citare uno dei numeri musicali del film), mentre Phoenix è ancora una volta semplicemente strepitoso nel restituire la doppia natura di Arthur/Joker. Le sue doti canore e di ballerino sono una sorpresa, la sua capacità recitativa – a livello sia vocale che fisico – una garanzia. Il suo canto è straziante, una richiesta di aiuto che nessuno sente, il suo corpo lo specchio di una mente deformata, contorta, che vuole solo essere amata, anzi, non ambisce nemmeno a tanto: vuole solo essere vista, notata, considerata. C’è uno scambio con uno dei suoi ex colleghi clown, in tribunale, che racchiude in pochi minuti tutto il dramma di Arthur, tutto ciò che Phillips ha cercato di raccontare in questi due film, e in cui Phoenix offre uno dei tanti momenti emotivamente devastanti del film. 

Phillips osa anche nel finale, coraggioso, potente, inevitabile. Il regista non sceglie la strada facile, ma percorre fino in fondo la strada complessa, in salita, e arriva in cima alla montagna: all’orizzonte si vedono solo cenere e macerie, ma bisogna prima riconoscere il problema, a costo di passare per Cassandre, per poterlo risolvere. Folie à Deux ancora una volta usa il genere – anzi, i generi – per parlare dell’oggi, della realtà, e dei pericoli del futuro: vedremo se lo staremo a sentire, o se affonderemo, cantando e ballando mentre il mondo va in fiamme.

**** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

martedì 24 settembre 2024

Vermiglio

Piccolo mondo antico


Italia, ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. La famiglia Graziadei vive a Vermiglio, un paesino sulle Alpi dove la vita scorre lenta e la guerra sembra lontanissima, a eccezioni della mancanza dei ragazzi arruolati. Un giorno il cugino dei Graziadei torna, portato in spalla da un altro soldato, siciliano: sono fuggiti da un campo di prigionia tedesco. I Graziadei lo ospitano perché altrimenti sarebbe rimandato al fronte, e la sua permanenza, accompagnata dalla crescita dei tanti figli e figlie della famiglia, provocano una reazione a catena che scuote il quieto mondo della valle.

Ha le sue radici nel cinema di Ermanno Olmi e Giorgio Diritti l’opera seconda di Maura Delpero: un cinema bucolico, fatto di quotidianità e provincia, senza patinature, attento a raccontare la vita reale e le relazioni tra persone (non personaggi). Proprio sulle relazioni si concentra Vermiglio, che fa affezionare lo spettatore alle sue protagoniste (soprattutto) e ai suoi protagonisti tratteggiandoli nelle loro sfide giornaliere, ma soprattutto in un momento di transizione: la guerra sta per finire, e figlie e figli adolescenti si affacciano sull’età adulta, con tutti i suoi turbamenti emotivi ed esistenziali. Nel mondo sospeso di un paesino innevato sulle Alpi, il cambiamento, seppur piccolo, può diventare in breve tempo una valanga.

Vermiglio non ha un tema preciso: usando una frase fatta, si potrebbe dire che parla di vita. L’abilità di Delpero sta nel tratteggiare personaggi realistici, diversi ma accomunati dal loro desiderio di un qualcosa di “altro”, soprattutto i più giovani – un altro che la valle, giocoforza, fa fatica a offrire. Il film offre anche un ritratto sociologico della vita di provincia negli anni della guerra e immediatamente successivi. In questo senso è illuminante soprattutto il ruolo del papà dei Graziadei, il maestro del paese, severo ma giusto, e devotissimo alla sua missione di nutrire le menti e le anime delle sue alunne e dei suoi alunni, sia con le sue lezioni, sia attraverso l’ascolto di musica classica. Vediamo quindi un paese ignorante ma desideroso di imparare, dove l’istruzione è ancora uno status symbol importante anche per chi magari passerà tutta la vita nei campi. In un’epoca in cui si parla incessattemente di aberrazioni come “il sapere utile”, dove “utile” significa “che serve al lavoro”, è rinfrescante vedere come fosse diversa la filosofia soltanto settant’anni fa, dove si pensava a formare persone e cittadini prima che lavoratori.

Il film pecca di un’eccessiva lunghezza e della mancanza di momenti emotivi veramente forti, ma avvolge lo spettatore dolcemente, come una nevicata leggera, trascinandolo in un’atmosfera ovattata che rievoca un mondo che non c’è più e ci fa osservare i suoi abitanti che, apparentemente immobili, si muovono a velocità sempre crescente verso il loro futuro – un futuro nuovo, incerto, ma proprio per questo pieno di speranza.

*** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

sabato 7 settembre 2024

Venezia 2024 - Il Totoleone

Anche quest'anno siamo giunti al termine della Mostra del Cinema, tra caldo tropicale, biciclette, cene ingollate tra un film e l'altro, e critici buongustai in panama bianco: una Mostra di buon livello medio, con poche vette ma ancor meno delusioni o film che facevano venir voglia di fuggire dalla sala. Anche quest'anno Alberto Barbera ha confezionato un'ottima selezione, corroborando l'entusiasmo con cui molti (compreso chi scrive) avevano accolto la sua riconferma.

È stata una Mostra in cui, come nel 2023, ci sono stati molti film biografici, da Diva Futura ad Ainda Estou Aqui, passando per la Callas di Larrain in Maria. Accanto a questi, molti film di carattere storico, come Campo di Battaglia e The Order, mentre minore è stata la presenza della politica, portata solo (e molto marginalmente) da Youth: Homecoming e The Room Next Door. La Mostra continua a guardare alla realtà, sia passata che presente, ma quest'anno è rispuntata la fantasia, che si è persino permessa di inventare intere biografie (The Brutalist). 

Qui trovate un elenco, con voti, dei film visti. Di seguito, invece, trovate i pronostici, quasi sicuramente sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Non ci sono tantissimi candidati papabili al premio Mastroianni quest'anno - vuoi per scarsità di ruoli rilevanti, vuoi per la natura corale della maggior parte dei film con giovani protagonisti. Il pronostico ricade su Martina Scrinzi, giovane protagonista di Vermiglio, mentre la mia scelta personale va a Benjamin Voisin, splendido coprotagonista di The Quiet Son, anche se forse è già troppo lanciato per poter ottenere questo premio.
PronosticoMartina Scrinzi, Vermiglio
Scelta personaleBenjamin Voisin, The Quiet Son

Coppa Volpi maschile
Sfida molto accesa, con tantissimi pretendenti: dal Vincent Lindon di The Quiet Son al Joaquin Phoenix canterino di Joker: Folie à Deux (dopo che con Joker non vinse a causa del regolamento della Mostra che impedisce che il Leone d'Oro prenda altri premi - regola cui pare quest'anno sia possibile ovviare in caso di unanimità in giuria); dall'Adrien Brody di The Brutalist al Nahuel Pérez Biscayart di El Jockey, passando per Daniel Craig in Queer. A Biscayart, dolente e silenzioso, va il mio pronostico, mentre su Brody, potente e fragile, va la mia scelta personale.
PronosticoNahuel Pérez Biscayart, El Jockey
Scelta personale: Adrien Brody, The Brutalist

Coppa Volpi femminile 
Sfida meno accesa di quella per la Coppa maschile, ma comunque ricca di pretendenti qualificate: Angelina Jolie offre la classica prova "da Oscar" in Maria, ma Isabelle Huppert potrebbe preferire prove meno appariscenti e più "contenute" come quelle di Tilda Swinton e Julianne Moore in The Room Next Door o di Fernanda Torres in Ainda Estou Aqui. Sulla Torres, bravissima, ricade il mio pronostico. La mia scelta personale va invece, ex aequo, alle due protagoniste del film di Almodovar, che sarebbe dimenticabile (a dispetto di ciò che dice la critica imparruccata, che non a caso sembra apprezzare un Almodovar più conservatore) se non fosse per la loro straordinaria prova.
Pronostico: Fernanda Torres, Ainda Estou Aqui
Scelta personale: Julianne Moore e Tilda Swinton, The Room Next Door

Leone d'Argento (Miglior Regia) 
Se ci fosse giustizia, The Brutalist avrebbe già il Leone d'Oro. Ma dato che il mondo è buio e freddo, e i capolavori vengono riconosciuti pienamente solo con il tempo, temo che Corbet dovrà "accontentarsi" di questo premio - un risultato comunque notevolissimo per un regista al terzo film. Su di lui ricade il mio pronostico, mentre la mia scelta personale ricade su Todd Phillips, che firma un sequel coraggioso e divisivo, creando una commissione di generi di difficile digestione ma di grande ricchezza e complessità. Piccola menzione anche per Giulia Steigerwalt, che realizza un'opera seconda di rara maturità per composizione, chiarezza tematica, e direzione degli attori: ma il film ha toni da commedia, peccato mortale presso i festival cinematografici e i già citati critici imparruccati.
Pronostico: Brady Corbet, The Brutalist
Scelta personale: Todd Phillips, Joker: Folie à Deux

Gran Premio della Giuria 
Il favorito per il secondo premio più importante sembrerebbe un beniamino dei giudici come Luca Guadagnino. E il suo Queer è indubbiamente un bel film a tutti i livelli: visivo (soprattutto), recitativo, e di scrittura (ancorché troppo lungo). Il problema è che è molto poco originale, e soprattutto è un adattamento pessimo del romanzo breve di Burroughs, e ne tradisce in pieno toni, intenzioni, e stile. Se ci fosse un minimo di attenzione per questi aspetti, il premio dovrebbe andare ad altri: ma temo non sarà così. All'opera più bizzarra, originale, meravigliosamente schizofrenica della Mostra - El Jockey di Luis Ortega - va invece la mia preferenza personale.
Pronostico: Queer
Scelta personaleEl Jockey

Leone d'Oro 
Sfida davvero accesa e incerta, con tutti i film già citati per gli altri premi che potrebbero legittimamente ambire anche al trofeo più prestigioso. Come detto, il mio preferito, nonché unico vero capolavoro della Mostra, è The Brutalist, ma temo non vincerà a favore di The Room Next Door. Un film che piace a chi scambia la verbosità per profondità, che può comunque esibire dei meriti oggettivi (tematica rilevante, attrici ottime, uso del colore splendido). Su Almodovar, dunque, ricade il mio pronostico.
Pronostico: The Room Next Door
Scelta personale: The Brutalist

È tutto anche per quest'anno. Correte in SNAI a scommettere sull'opposto dei miei pronostici, e noi ci risentiamo per l'edizione 2025.

Pier