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giovedì 23 gennaio 2025

Emilia Pérez

La sindrome di Balto


Manitas del Monte, boss di un potente cartello messicano, ha deciso di cambiare radicalmente vita, e abbracciare il genere cui sente di appartenere: vuole affrontare l'operazione per diventare donna. Per realizzare questo suo desiderio, fa rapire Rita Moro Castro, brillante avvocatessa, affinché organizzi la sua sparizione e la sua nuova vita. Tutto va per il meglio, e Manitas diventa Emilia. Dopo qualche anno, tuttavia, le strade di Emilia e Rita si incrociano nuovamente, e la vicenda, inevitabilmente, si complica.

Emilia Pérez è un film sul cambiamento, sulla trasformazione, sul trovare e ritrovare un'identità - sessuale, ma anche famigliare, professionale, sociale. Audiard abbraccia questa tematica anche a livello metanarrativo, realizzando un film cangiante, multiforme, che si muove tra generi (musical, thriller, romantico) e stili con una libertà invigorente e creativa. 

Per gran parte del film, questa scelta paga: la narrazione muta, si trasforma, sorprende, supportata anche da una regia inventiva e da una fotografia capace di alternare colori saturati a scene buie e cupe, campi larghi che abbracciano coreografie elaborate e primissimi piani che catturano confessioni emozionanti. Lo spettatore non sa mai dove si andrà a parare, e la sua attenzione è dunque completamente catturata dallo spettacolo messo in scena da regista e attrici, con Zoe Saldana alla miglior prova in carriera e Karla Sofía Gascón che mette corpo e anima nella parte, risultando il cuore emotivo del film.

Anche le musiche contribuiscono a questo risultato. Le canzoni, composte dalla cantautrice francese Camille, sembrano aver imparato la lezione di Lil-Manuel Miranda ibridandola con quella di Stephen Sondheim. Le melodie uniscono tonalità da musical tradizionale a rap e hip-hop, e si fondono al parlato. Iniziano, ma non finiscono, integrandosi con la trama e i dialoghi in maniera più "sporca" ma anche più naturale, replicando così a livello sonoro la natura ibrida della narrazione.

Tuttavia, alla lungo il gioco comincia a mostrare la corda, cadendo preda della "sindrome di Balto": a furia di cercare di essere sempre qualcosa di diverso, finisce per sapere solo quello che non è. La trama si sfilaccia, e prende direzioni poco ispirate o veri e propri vicoli ciechi che non aggiungo nulla alla vicenda. L'emozione si perde, e si finisce per guardare ai personaggi come pedine mosse per far avanzare la trama, e non come persone guidate da sentimenti ed emozioni (ne ha ben parlato Richard Brody nella sua recensione per il New Yorker). Lo stesso problema, per fare un esempio recente, lo aveva esibito anche Damien Chazelle con Babylon, altro film ambiziosissimo, che ibrida generi, linguaggi, toni con creatività e coraggio ma finisce per perdersi a livello narrativo ed emotivo.
Questo è vero soprattutto nei momenti che dovrebbero essere più emotivi, e in particolare nel finale, derivativo a livello visivo (Audiard per l'assedio notturno guarda al Villeneuve di Sicario, ma forse avrebbe potuto trovare qualcosa di più originale come fece nel bellissimo duello de I fratelli Sisters) e poco efficace a livello emotivo.

Emilia Pérez resta comunque un film ad alto impatto creativo, capace di divertire e intrattenere senza rinunciare alla sua ambizione artistica, e dimostra ancora una volta come Jacques Audiard sia uno dei cineasti più ispirati e non convenzionali del panorama europeo. Per usare una metafora, è un film che sembra confezionato dal sarto per avere successo nella awards season - più che un sarto, un grande stilista: attento all'estetica, alla forma creativa, al sorprendere il pubblico, ma poco attento alla funzionalità narrativa ed emotiva. 

*** 1/2

Pier


PS: Non entrerò nella polemica sulla rappresentazione stereotipata delle persone transessuali e del Messico, o in quella sugli accenti che, a sentire i messicani, sono l'equivalente di quelli italiani di Lady Gaga & co in Gucci: se vi interessa leggerne, qui trovate un buon riassunto e delle fonti. Personalmente ritengo di non avere gli strumenti e le competenze per affrontare questi argomenti, e posso solo limitarmi a evidenziare che l'accento di Selena Gomez è parso posticcio anche a un orecchio poco allenato come il mio.

sabato 11 gennaio 2025

Better Man

Un film scimmiante


Ci sono film che funzionano anche se non dovrebbero. Film i cui ingredienti, se declinati individualmente, sembrano un pastrocchio senza senso o un'assurdità totale, ma che una volta amalgamati regalano invece una pietanza gustosa. L'esempio più famoso è Alien, concepito e presentato ai produttori come "Lo squalo, ma nello spazio": un'assurdità, che però ci ha regalato uno dei film più iconici della storia del cinema.

Better Man è uno di questi film. Sfido chiunque a sentire "musical biografico su Robbie Williams dove però il protagonista è una scimmia e si parla moltissimo del suo rapporto con il padre" e pensare che questo sarebbe stato un film divertente, commovente, creativo, indimenticabile. Parafrasando la famosa (e falsa) frase sul volo del bombo "La struttura narrativa di Better Man non è adatta a essere un bel film, ma lui non lo sa e funziona lo stesso". Una frase che potrebbe applicarsi anche al protagonista: Robbie Williams non ha particolare talento, o quantomeno nessuno sembra riconoscerglielo. Né la sua famiglia, né il creatore dei Take That, né i suoi compagni della boy band che si fece fenomeno planetario: eppure Williams diventa uno dei cantanti di maggior successo della sua generazione, capace di fare concerti da 125mila persone, innumerevoli dischi di platino e hit al numero uno in diversi paesi. Un successo inframmezzato da numerose cadute, con dipendenze sviluppate in tenerissima età da alcol e droghe, depressione, e altri disturbi.

Fin qui, tutto ci porterebbe nella direzione di tanti classici biopic musicali, da Bohemian Rhapsody a Quando l'amore brucia l'anima. Qui però entra in gioco Michael Gracey, già regista di The Greatest Showman, che ha tre intuizioni - due ottime, e una follemente geniale - che elevano il film oltre la media del genere e lo rendono unico. La prima intuizione è quella di seguire la strada di Rocketman, trasformando il biopic in un vero e proprio musical. Gracey osa ancora di più del suo predecessore, mettendo in scena coreografie ardite (il ballo sfrenato con finto ma efficacissimo piano sequenza su Rock DJ nel bel mezzo di Regent Street - qui una breve preview), visionarie (il combattimento in stile fantasy sulle note di Let me entertain you durante il concerto a Knebworth) e commoventi (la scena sulle note di Feel, in cui sfido anche il cuore più freddo a rimanere insensibile, e la coreografia in perfetto stile Rogers-Astaire su She's the one). 

La seconda intuizione è quella di abbandonare i toni da agiografia che solitamente caratterizzano queste operazioni. Certo, la struttura rimane quella classica di successo-crollo-ritorno dagli inferi - forse l'unico elemento poco originale del film, ma d'altronde la storia di Williams è quella. Tuttavia, il film mette in scena in modo forte, straziante e senza sconti tutti i momenti peggiori di Williams, non indugiando solo su quelli più pruriginosi (droghe, alcol) ma anche sui lati più oscuri della depressione, con l'autosabotaggio e l'allontanamento sistematico di tutte le persone care, che vengono ferite gratuitamente o dimenticate. In questo è fondamentale anche la collaborazione di Williams, che storicamente ha sempre discusso in pubblico in modo molto aperto i suoi problemi, e qui si presta non solo a mettersi a nudo, ma anche a essere la voce narrante.

La terza intuizione - la più folle, la più geniale, la più importante - è quella di far interpretare Robbie Williams, sex symbol planetario all'apice del suo successo, da uno scimpanzé in computer grafica. La scelta è paradossalmente ciò che permette al film di essere più autentico e "grezzo", eliminando dall'equazione il classico gioco delle somiglianze tra interprete ed interpretato e permettendo allo spettatore di concentrarsi sulla vicenda narrata e sull'ottovolante emotivo della vita di Williams e del suo rapporto con il padre. L'espressività dello scimpanzé (dietro cui c'è l'attore Jonno Davies) è impressionante, e vi ritroverete a commuovervi per degli occhi sempre solcati dalla tristezza, e a ridere sguiatamente per le sue espressioni ammiccanti e cialtrone, ricalcate alla perfezione su quelle di Williams.

Better Man è un film "scimmiante", che sprigiona energia, vibrazioni, emozioni di ogni tipo: si ride, si piange, ci si carica come se si fosse presenti ai concerti, al punto di essere più volti tentati dal cantare a squarciagola le canzoni, anche quando non si sanno le parole. È un film anarchico e geniale, che si muove sempre sull'orlo del precipizio del "ma cosa diamine sto guardando" ma ne esce sempre trionfatore, con un occhiolino soddisfatto rivolto allo spettatore che non può far altro che lasciarsi travolgere e trasportare. Una bella sorpresa.

**** 

Pier

venerdì 29 novembre 2024

Wicked: Parte 1

Il ritorno del musical


Glinda, la buona strega del Nord, annuncia al regno di Oz la morte della malvagia strega dell'Ovest. Il reame è in festa, ma qualcosa sembra turbare Glinda. Scopriamo che, una volta, lei e Elphaba, la strega dell'Ovest, non solo non si odiavano, ma erano addirittura amiche. Tutto iniziò all'università di Shiz, dove Glinda stava per iniziare gli studi e Elphaba - senza amici e derisa da tutti per la sua pelle verde - aveva accompagnato la sorella più giovane, Nessa...

Wicked è uno di quei prodotti creativi celeberrimi nel mondo anglosassone ma quasi sconosciuti in Italia. Tratto dal romanzo di Gregory Maguire, il musical debutta a Broadway nel 2003 ed è subito un successo sia di pubblico che di critica. Diventa un fenomeno culturale, e consacra definitivamente Idina Menzel, interprete di Elphaba, come una delle regine del musical contemporaneo (Menzel che, insieme a Kristine Chenoweth, interprete originale di Glinda, fa una comparsata nel film).

Di tutto questo a noi arriva solo una pallida eco e non stupisce, dunque, che gran parte del pubblico (e anche anche alcuni paludati critici, evidentemente privi di amici che li tengano a contatto con la realtà) abbia pensato che questo Wicked: Parte 1 fosse l'ennesimo prequel o rivisitazione generata dall'algoritmo degli studios, in un'epoca in cui le idee vengono riciclate o letteralmente rianimate come cadaveri. 

Wicked è invece un'opera originale, la cui trasposizione al cinema ha dovuto attendere anni per garantire lo splendore visivo e il respiro narrativo necessario a un'opera complessa e stratificata, che parla alla società odierna in modo forse ancora più forte di quella in cui uscì originariamente: una società divisa, polarizzata, un insieme di solitudini che non si fa mai gruppo; una società capace di unirsi solo contro un nemico inventato, con un'elite chiusa in una bolla che (letteralmente) impedisce loro di sentire la voce di chi dovrebbe servire.

John M. Chu, già autore di Crazy Rich Asians, aveva insomma un'impresa molto difficile da portare a termine, e passa l'esame a pieni voti. Wicked: Parte 1 è un perfetto adattamento del materiale di partenza, e mantiene la follia e la stravaganza tipiche dei musical teatrali, ma che spesso viene persa negli adattamenti cinematografici a causa dell'illusione che, per risultare drammaticamente più credibili, debbano anche diventare più seri. Ma senza un pizzico di follia, di scenografie esagerate e colori ipersaturidi enfasi teatrale si perde completamente la magia del musical. L'effetto paradossale è che si finisce per rendere noiosi, anziché più credibili, dei personaggi che a un tratto si mettono a cantare e ballare. La formula "seriosa" può funzionare per musical sperimentali, che usano il genere per parlare di altro (due esempi qui e qui) o che usano generi musicali meno classici

Chu ha decisamente imparato la lezione dei maestri contemporanei del genere (Buz Luhrmann e Rob Marshall su tutti) e lascia la magia del musical a briglia sciolta. Da regista di commedie capisce che la forza di Wicked sta anche nella linea comica (tanto cara agli sceneggiatori di Boris), e la esalta attraverso una regia ipercinetica e una direzione degli attori da commedia splapstick. Le scelte del regista sono supportate da un cast di caratteristi scelto alla perfezione, e alle prestazioni eccellenti, soprattutto dal punto di vista fisico, da parte dei protagonisti. Ariana Grande nella parte di Glinda e Jonathan Bailey (conosciuto al pubblico per Bridgerton, ma che dovrebbe essere conosciuto per quel gioiello di Crashing) nella parte di Fiyero sono perfetti nella loro incarnazione dei belli apparentemente vacui ma dal cuore d'oro, e sono il cuore comico della trama. Jeff Goldblum è un po' sottoutilizzato nella parte del Mago, anche se il suo momento di gloria dovrebbe arrivare nella seconda parte prevista per il 2025. A brillare su tutti è l'Elphaba di Cynthia Erivo che, pur non avendo la potenza vocale di Menzel, compensa con un'espressività e un'intensità attoriale da Oscar che le permettono di non perdere una virgola della potenza emotiva delle sue canzoni.

Chu dirige con maestria ed efficienza, senza particolari guizzi fino al finale, che invece merita un discorso a parte: la coreografia di Defying Gravity forse spezza un po' troppo il cantato, ma è perfetta per come restituisce il dolore e il desiderio di libertà di Elphaba, il tormento e l'affetto di due amiche che sanno che si stanno separando, forse per sempre, il Bene che si ribella al Male, al costo di perdere tutto e venire etichettato come il nemico. Un momento di grande potenza cinematografica, che soddisferà i fan del musical originale ma anche chi non lo conosce.

L'unico difetto di questo Wicked: Parte 1 sta nella durata. Se la divisione in due parti era inevitabile (i musical da sempre durano molto di più al cinema che a teatro, a meno di voler operare dolorosi tagli), la durata di questa prima parte rischia di stordire chi il musical non lo conosce. Alcune scene risultano ripetitive e potevano serenamente essere tagliate senza nulla togliere all'efficacia narrativa ed emotiva dell'opera.

Wicked: Parte 1 è un musical magico e divertente, che bilancia sapientemente i momenti in cui non si prende sul serio e quelli in cui far risuonare con grande forza il suo messaggio di unità e tolleranza - un messaggio universale, ma che risuona ancora più forte nei tempi che stiamo vivendo.

****

Pier

venerdì 28 gennaio 2022

West Side Story (In pillole #24)

The same, old story


West Side Story è un film estremamente ben realizzato. La regia di Spielberg è coesa, centrata, con tutti gli elementi che si incastrano alla perfezione, con una fotografia avvolgente e immersiva, fatta di colori accesi (da Technicolor) e contrasti forti, luci e ombre che si inseguono nel paesaggio così come nell'animo dei protagonisti. Le coreografie sono perfette, classiche, le voci vibranti, giovani, vive, e rendono perfettamente giustizia alle musiche di Bernstein.

West Side Story è anche un film estremamente noioso. Sembra, quella di Spielberg, un'operazione davvero fuori tempo massimo, un remake che non aggiunge nulla all'originale e sembra rifarlo quasi alla lettera, dimenticando però che, nel frattempo, sono passati 60 anni. West Side Story è, semplicemente, un musical vecchio: vecchia la trama, vecchie le musiche, vecchie le coreografie. È una pietra miliare, ma riproporlo esattamente come sarebbe stato fatto quando fu concepito è un'operazione di cui si fatica a capire il senso, soprattutto in un'epoca che è riuscita a restituire nuova linfa al genere, sia rielaborando stilemi classici (Moulin Rouge!La La Land), sia adattando opere musicalmente più sfidanti e impegnative (Sweeney Todd, Into the Woods), sia addentrandosi in nuovi territori narrativi e musicali, a teatro (Hamilton, The Book of Mormon) e anche al cinema (In the Heights, Tick Tick... Boom!). 

Senza West Side Story non esisterebbero molti di questi film, ma l'operazione di Spielberg suona come una riscrittura contemporanea dei Promessi Sposi da parte di uno scrittore odierno fatta senza cambiare una riga rispetto all'originale: un omaggio appassionato, certo, ma giocoforza privo di ogni originalità. Quello che resta è quindi un film prigioniero - del proprio passato, della propria perfezione formale - e senz'anima: un esercizio di stile bellissimo, ma vacuo, che nel migliore dei casi intrattiene per essere subito dimenticato, e nel peggiore risulta un'eccellente cura contro l'insonnia.

** 1/2

Pier

Nota sul voto: la politica di questo blog è, da sempre, quella di dare un voto al film sulla base di quanto il film rifletta ciò che voleva trasmettere il regista (risultato/intenzione, se volete metterla in termini matematici. Raramente entriamo nel merito della correttezza dell'intenzione: questo è uno di quei casi, come avrete intuito dall'articolo. Il voto è dunque la media tra il voto all'intenzione (una stella) e quello all'esecuzione (quattro stelle).

martedì 20 luglio 2021

In the Heights - Sognando a New York

Un sogno collettivo


Il musical è il genere onirico per eccellenza: dai grandi classici come Cantando sotto la pioggia agli esempi più recenti come Moulin Rouge o La La Land, passando per le versioni animate della Disney, il musical mette da sempre in scena speranze, ambizioni, desideri, mischiando il reale e il fantastico. I musical più riusciti, tuttavia, sono quelli in cui la realtà rimane ben visibile, in grado di spezzare il sogno così come di farlo carne e renderlo realtà.

In the Heights racconta un sogno collettivo, che attraversa vite e generazioni: quello della comunità latina di Washington Heights. Certo, formalmente il protagonista è Usnavi, ma Usnavi non è altro che un narratore, che racconta una storia che è anche la sua, ma non solo la sua. È la storia di Nina, che sente il peso di dover riscattare un'intera comunità; è la storia di Kevin, che è disposto a sacrificare tutto per dare a sua figlia la possibilità che lui non ha avuto; è la storia di Abuela, che ha fatto da nonna a tutti, dispensando amore per dare agli altri quello che lei, immigrata di prima generazione, non aveva ricevuto - per aiutare gli altri sogni a fiorire. Ed è quello di tanti altri personaggi, i cui sogni si fanno canto e si uniscono a quelli dei protagonisti in un'opera sinfonica corale - non per nulla una delle canzoni si intitola Hundreds of stories - che dà voce a un'intera comunità, a un'intera esperienza - quella, appunto, dei cittadini immigrati, di prima o seconda generazione, divisi tra la patria che li accolti e quella che hanno dovuto lasciare, tra l'orgoglio per le proprie radici e quello per ciò che sono riusciti a ottenere nella loro nuova vita.

La colonna sonora di In the Heights è strepitosa, il trionfo del genio musicale di Lil-Manuel Miranda (Hamilton è il suo trionfo di scrittura, ma musicalmente non fa altro che riprendere ed elaborare suggestioni introdotte qui): un tappeto sonoro ricco, vibrante, che non lascia un attimo di tregua, ed esplode con note felici, malinconiche, orgogliose, rassegnate, divertite, un turbinio di emozioni che avvolge, conquista, trasporta, fa sognare. La gioia della canzone d'apertura, l'energia irrefrenabile di In the club e Carnaval del barrio, la malinconia di Breathe e When you're home, la devastante potenza emotiva di Patiencia y fe (il momento migliore del film, a livello sia musicale che visivo, anche grazie alla fenomenale performance di Olga Merediz): tutti questi ingredienti si mescolano in un affresco musicale omogeneo che ci trasporta nel quartiere, facendoci respirare, sudare, emozionare con i protagonisti.


Il cast è indovinato, tra vecchie conoscenze televisive (Stephanie Beatriz, Jimmy Smits), membri del cast originale di Broadway (Olga Merediz) e altre vecchie conoscenze di Miranda (lo splendido protagonista Anthony Ramos) - Miranda che si ritaglia per sé la parte, piccola ma memorabile, del piragüero. Quel che funziona e convince è, come detto, il collettivo, con gli attori che sembrano vecchissimi amici che si ritrovano per una rimpatriata, interagendo e dandosi manforte con grande affiatamento e complicità.

Jon Chu dirige il film con buona inventiva, anche se a volte rimane la sensazione che avrebbe potuto osare ancora di più. Le sue scelte sono comunque efficaci: Chu accompagna la poliedricità delle musiche con un caleidoscopio di colori e coreografie, un'esplosione di vitalità e movimento che omaggia i musical classici e li trasporta in una dimensione più quotidiana senza sacrificare la fantasia e l'immaginazione. I colpi di scena della trama sono riusciti anche per la sua capacità di giocare con le immagini e con la sceneggiatura, mettendoli al servizio del vero protagonista - il quartiere di Washington Heights.

In the Heights è, a dispetto delle innovazioni musicali, un musical classico, un'ode al potere del sogno che si muove tra una canzone e l'altra con il giusto mix di grazia e gravitas, risultando dolce ma mai sdolcinato, commovente ma mai alla ricerca della lacrima facile. Se il genere non fa per voi, evitatelo; ma se siete amanti del cinema che fa sognare a occhi aperti, lasciatevi trasportare tra i suoni e la luce delle vie di Washington Heights: non ve ne pentirete.

**** 1/2

Pier

sabato 4 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 22

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus.


Il genere di oggi è il musical.

1) La La Land (disponibile su Timvision). Uno dei capolavori degli ultimi anni, un inno al musical "classico" che al tempo stesso ne celebra la morte forse definitiva. Un Cantando sotto la pioggia per i nostri tempi, destinato a rimanere nella storia del cinema. Qui la recensione completa.

2) Doctor Horrible Sing Along Blog (disponibile su YouTube). Una piccola chicca, un mediometraggio su uno scienziato malvagio ma innamorato, che ribalta i cliché del genere supereroistico per creare una storia divertente ed emozionante.

3) Aladdin (disponibile su Disney+). Un grande classico del cosiddetto "Rinascimento disneyano", supportato da una prova vocale eccezionale di Gigi Proietti nell'edizione italiana - talmente eccezionale che Robin Williams, doppiatore in originale del Genio, lo chiamò per complimentarsi.

A domani per la ventitreesima puntata!

Pier

venerdì 6 dicembre 2019

Frozen 2 - Il segreto di Arendelle

Il ritorno dei cheapquel


È passato qualche tempo dalle avventure raccontate in Frozen, e tutto sembra procedere tranquillamente ad Arendelle. A turbare la tranquillità arriva una misteriosa voce che solo Elsa sembra sentire: una voce che promette di rivelarle molte verità sul suo passato, la sua famiglia, e l'origine dei suoi poteri. Partirà quindi in un viaggio alla ricerca di una foresta incantata, accompagnata come sempre dalla sorella Anna e da Kristoff, Sven, e Olaf.

Nella sua lunga storia, la Disney ha quasi sempre evitato di produrre sequel dei suoi film d'animazione destinati alla proiezione in sala: l'idea alla base di questa decisione era che i sequel rischiavano di svalutare marchio Disney Animation, il cui valore aggiunto veniva dalla capacità di produrre sempre qualcosa di nuovo all'interno di una formula collaudata. Per anni, quindi, la Disney non ha prodotto alcun sequel.
Negli anni Novanta il trend iniziò a cambiare: nel 1990 uscì in sala con Bianca e Bernie nella terra dei canguri, fino a tempi recenti l'unico sequel Disney destinato alla distribuzione cinematografica. Il vero cambiamento, tuttavia, fu l'inizio della produzione dei sequel "direct to video": realizzati con grande economicità di mezzi e idee, erano di qualità talmente inferiore agli originali da guadagnarsi l'appellativo - in molti casi meritato - di cheapquel (sequel di cattiva qualità).

Frozen 2 è, triste a dirsi, molto vicino a essere un cheapquel. La trama è scontata, prevedibile, senza una vera tensione né una crescita dei personaggi. Manca un villain, sia nel senso classico del termine sia in quello più innovativo sperimentato proprio da Frozen e poi anche da Ralph spacca Internet, lui sì degno sequel dell'originale. La trama è slegata, poco coerente, con momenti comici che si inframmezzano a quelli drammatici senza alcuna logica, in un pastiche degno di quello di alcuni dei peggiori blockbuster della storia recente. Al tempo stesso, la storia è stantia e prevedibile: non c'è nulla che accade nel film che non si possa prevedere con almeno mezz'ora di anticipo, e non si prova mai una reale apprensione per i personaggi: siamo lontani anni luce dall'apprensione e dalle lacrime disperate sentite per Big Hero 6 o per alcuni lavori della Pixar.

I nuovi personaggi sono o inutili o imbarazzanti, figurine appena abbozzate senza alcun approfondimento. I protagonisti non hanno un vero sviluppo al di là di quello già esibito nel primo film: Elsa impara ad accettarsi ancora di più, Anna diventa ancora più indipendente. L'assenza di un arco evolutivo dei personaggi è reso ancora più evidente dal fatto che gli sceneggiatori affidano a Olaf una serie di battute sull'importanza della crescita e sul viaggio come fonte di cambiamento: tematiche che, oltre a essere vecchie e stantie, sono del tutto assenti dal film, e che se presenti dovrebbero essere in grado di emergere da sé, senza spiegazioni didascaliche da parte di uno dei personaggi. Olaf stesso è in alcuni momenti il punto forte del film - esilarante il suo riassunto mimato degli eventi narrati in Frozen - e in altri il suo punto debole: troppo "stupido", infantile e mieloso per intrattenere chiunque abbia superato l'età prescolare.

Persino le musiche, punto forte del primo film grazie soprattutto (ma non solo) al tormentone Let it go, sono di livello decisamente inferiore: Nell'ignoto è poco orecchiabile e non scalda il cuore, e in generale quasi tutte le canzoni si dimenticano già all'uscita della sala. Si salvano solo Mostrati, ottima per potenza e musicalità, ed erede più degna di Let it go rispetto alla collega, e Perso quaggiù, sorretta anche dalla miglior intuizione comico-musicale del film.

Cosa rimane, dunque, a salvare Frozen 2 dall'appellativo di cheapquel? I personaggi principali sono comunque "freschi" e interessanti grazie alla buona caratterizzazione offerta nel primo film, e alcuni momenti comici sono oggettivamente esilaranti. Tuttavia, il punto migliore del film è senza dubbio la parte visiva. A livello puramente tecnico, Frozen 2 è sontuoso, con animazioni ed effetti di livello pari se non superiore all'originale, in grado di immergere lo spettatore in fiabesche atmosfere nordiche che riescono a distrarlo, almeno a tratti, dallo scempio narrativo cui sta assistendo.

Se Frozen 2 doveva essere la conferma, dopo Ralph spacca Internet, della possibilità di realizzare sequel di alta qualità dei classici disneyani, la risposta è senza dubbio negativa. Pare incredibile che uno studio che ha sempre fatto di trama e caratterizzazione i suoi punti di forza abbia realizzato e distribuito un film con difetti così macroscopici che sono in diretta contraddizione con regole basilari della sceneggiatura cinematografica, d'animazione e non. Rimane, appunto, la bellezza delle immagini: poco, troppo poco per un film che aveva un potenziale immenso, e che forse è stato schiacciato dalle necessità commerciali e dall'aspettativa di ripetere il successo del primo capitolo.

**

Pier

martedì 23 gennaio 2018

The greatest showman (In pillole #13)

Quel pizzico di follia


New York, inizio Ottocento. Phineas Taylor Barnum è il figlio di un sarto, ma ha grandi ambizioni per il futuro. Nemmeno la morte del padre e la conseguente povertà bastano a dissuaderlo, e grazie al suo ingegno riuscirà a farsi strada e a conquistare il suo amore d'infanzia, Charity, nonostante l'opposizione della famiglia di lei. L'ambizione di Barnum, tuttavia, è senza freni, e lo porterà a realizzare progetti sempre più visionari e innovativi: prima un Museo delle stranezze, e poi un vero e proprio circo, il primo del suo genere, con donne barbute, giganti, nani vestiti da Napoleone e gemelli siamesi. Nonostante il suo successo, tuttavia, Barnum è tormentato dal fatto di non riuscire a ottenere ciò che più desidera: il rispetto dell'alta società.

The greatest showman si apre con note e atmosfere che lasciano presagire un film dai toni baz luhrmanniani, con quel mix di provocazione, magia e sincero desiderio di stupire che caratterizza i film del regista australiano come Moulin Rouge. L'illusione, purtroppo, si esaurisce presto: nonostante la materia si presti perfettamente a un trattamento coraggioso e visionario, il regista Michael Gracey confina la creatività nel campo musicale e dirige un film onesto ma con pochi guizzi visivi, in cui spiccano solo un paio di coreografie molto ben riuscite (su tutte quella che accompagna la canzone Rewrite the Stars).
Anche la trama non offre alcun guizzo, e rivisita la vita di Barnum in modo superficiale, rinunciando a indagarne le complessità in favore di un'attenzione forse eccessiva sulla sua vita privata e sulle sue ambizioni.

Quello che manca in originalità il film lo ripaga però a livello di impatto emotivo: nonostante spesso sconfini nello smielato, alcune scene, come la prima esibizione dell'usignolo svedese, Jenny Lind, sono emotivamente toccanti e non lasciano indifferenti. A questo contribuiscono le buone prove d'attore, con uno Hugh Jackman contagioso nella sua energia e nel suo ottimismo, una Rebecca Ferguson carismatica nei panni di Jenny Lind, e un cast corale che ci regala un meraviglioso gruppo di freaks, segnati dalla vita ma indomiti nella loro volontà di conquistarsi un posto nel mondo.

Ciò che realmente eleva il film, portandolo dall'essere un film mediocre a uno spettacolo comunque interessante, sono però le musiche: creative, originali, meravigliosamente anacronistiche. Benji Pasek e Justin Paul, reduci dal successo di La La Land (loro era la canzone più celebre del film, City of Stars, vincitrice di un premio Oscar) realizzano una colonna sonora perfettamente equilibrata, senza un singolo punto debole, in cui ogni canzone riesce a regalare emozioni e a fissarsi nella testa dello spettatore, portandolo a canticchiarla fino allo sfininimento.

The greatest showman risulta quindi essere un film discreto, che non fa però onore al suo protagonista, preferendo la strada sicura del romanticismo a quella più coraggiosa del ritratto sociale e della visionarietà. Rimane quindi il rammarico per lo scarso coraggio dimostrato nell'affrontare una materia che, con un pizzico di follia in più, avrebbe potuto portare a un film davvero interessante e originale.

***

Pier