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giovedì 23 gennaio 2025

Emilia Pérez

La sindrome di Balto


Manitas del Monte, boss di un potente cartello messicano, ha deciso di cambiare radicalmente vita, e abbracciare il genere cui sente di appartenere: vuole affrontare l'operazione per diventare donna. Per realizzare questo suo desiderio, fa rapire Rita Moro Castro, brillante avvocatessa, affinché organizzi la sua sparizione e la sua nuova vita. Tutto va per il meglio, e Manitas diventa Emilia. Dopo qualche anno, tuttavia, le strade di Emilia e Rita si incrociano nuovamente, e la vicenda, inevitabilmente, si complica.

Emilia Pérez è un film sul cambiamento, sulla trasformazione, sul trovare e ritrovare un'identità - sessuale, ma anche famigliare, professionale, sociale. Audiard abbraccia questa tematica anche a livello metanarrativo, realizzando un film cangiante, multiforme, che si muove tra generi (musical, thriller, romantico) e stili con una libertà invigorente e creativa. 

Per gran parte del film, questa scelta paga: la narrazione muta, si trasforma, sorprende, supportata anche da una regia inventiva e da una fotografia capace di alternare colori saturati a scene buie e cupe, campi larghi che abbracciano coreografie elaborate e primissimi piani che catturano confessioni emozionanti. Lo spettatore non sa mai dove si andrà a parare, e la sua attenzione è dunque completamente catturata dallo spettacolo messo in scena da regista e attrici, con Zoe Saldana alla miglior prova in carriera e Karla Sofía Gascón che mette corpo e anima nella parte, risultando il cuore emotivo del film.

Anche le musiche contribuiscono a questo risultato. Le canzoni, composte dalla cantautrice francese Camille, sembrano aver imparato la lezione di Lil-Manuel Miranda ibridandola con quella di Stephen Sondheim. Le melodie uniscono tonalità da musical tradizionale a rap e hip-hop, e si fondono al parlato. Iniziano, ma non finiscono, integrandosi con la trama e i dialoghi in maniera più "sporca" ma anche più naturale, replicando così a livello sonoro la natura ibrida della narrazione.

Tuttavia, alla lungo il gioco comincia a mostrare la corda, cadendo preda della "sindrome di Balto": a furia di cercare di essere sempre qualcosa di diverso, finisce per sapere solo quello che non è. La trama si sfilaccia, e prende direzioni poco ispirate o veri e propri vicoli ciechi che non aggiungo nulla alla vicenda. L'emozione si perde, e si finisce per guardare ai personaggi come pedine mosse per far avanzare la trama, e non come persone guidate da sentimenti ed emozioni (ne ha ben parlato Richard Brody nella sua recensione per il New Yorker). Lo stesso problema, per fare un esempio recente, lo aveva esibito anche Damien Chazelle con Babylon, altro film ambiziosissimo, che ibrida generi, linguaggi, toni con creatività e coraggio ma finisce per perdersi a livello narrativo ed emotivo.
Questo è vero soprattutto nei momenti che dovrebbero essere più emotivi, e in particolare nel finale, derivativo a livello visivo (Audiard per l'assedio notturno guarda al Villeneuve di Sicario, ma forse avrebbe potuto trovare qualcosa di più originale come fece nel bellissimo duello de I fratelli Sisters) e poco efficace a livello emotivo.

Emilia Pérez resta comunque un film ad alto impatto creativo, capace di divertire e intrattenere senza rinunciare alla sua ambizione artistica, e dimostra ancora una volta come Jacques Audiard sia uno dei cineasti più ispirati e non convenzionali del panorama europeo. Per usare una metafora, è un film che sembra confezionato dal sarto per avere successo nella awards season - più che un sarto, un grande stilista: attento all'estetica, alla forma creativa, al sorprendere il pubblico, ma poco attento alla funzionalità narrativa ed emotiva. 

*** 1/2

Pier


PS: Non entrerò nella polemica sulla rappresentazione stereotipata delle persone transessuali e del Messico, o in quella sugli accenti che, a sentire i messicani, sono l'equivalente di quelli italiani di Lady Gaga & co in Gucci: se vi interessa leggerne, qui trovate un buon riassunto e delle fonti. Personalmente ritengo di non avere gli strumenti e le competenze per affrontare questi argomenti, e posso solo limitarmi a evidenziare che l'accento di Selena Gomez è parso posticcio anche a un orecchio poco allenato come il mio.

venerdì 8 marzo 2013

Spring Breakers

La corruzione del sogno americano



Quattro amiche che frequentano il college nel Midwest decidono di recarsi a Miami per festeggiare lo spring break, la pausa universitaria di primavera. Dopo aver compiuto una rapina per procurarsi il denaro necessario, le ragazze si gettano in un turbinio di sesso, alcool e droga, e finiscono in manette. A pagare la cauzione per loro ci pensa Alien, dj-gangster dai denti dorati che inizia le tre di loro che accettano di restare alle gioie della vita da malviventi e avvia con loro una relazione a base di sesso e rapine.

Il maestro del cinema indipendente statunitense, Harmony Korine, torna alla regia con un film in apparenza superficiale, fatto di eccessi, esibizione di corpi femminili e droghe. Dietro l'apparente patinatura si cela però la desolazione degli Stati Uniti d'oggi, un paese ipocrita e fintamente perbenista, in cui la morale funziona a tempo e viene totalmente abbandonata durante delle settimane di puro delirio collettivo, sul modello del saturnale latino. La società dipinta da Korine è una società superficiale, fatta di convenzioni false e segretamente detestate, che tutti vorrebbero abbandonare senza però trovare il coraggio di farlo. Nel regno dell'apparenza diventa quindi fondamentale dimostrare a se stessi di essere vivi, di essere ancora in grado di trasgredire, di provare emozioni e pulsioni, fosse anche per una sola settimana.

Tutto è in vendita, droga, corpi, e persino le anime: ciò che conta sono il potere e il denaro, tutto il resto si può comprare. Korine usa la storia di quattro ragazze in cerca di trasgressione per raccontare la rovina e la corruzione del sogno americano, dove i nuovi imprenditori sono i malviventi, i boss del crimine. Alien, lo spacciatore magistralmente interpretato da James Franco, rappresenta per gli Stati Uniti d'oggi quello che Charles Kane rappresentava negli anni '40, il self-made man che gestisce i suoi affari con spietata decisione.

Korine realizza un film psichedelico ma terribilmente realistico e attuale. Sorretto da una fotografia e da un montaggio magistrali, il film corre a duecento all'ora verso la conclusione, in un'ispirata commistione di momenti comici, commoventi, drammatici e d'azione. Nulla è lasciato al caso, e tutto, dalla sceneggiatura alla colonna sonora (perfetta), concorre a trasmettere il ritratto di un'America disperata, in cui gli ideali sono corrotti e i nuovi idoli sono fatti di fango e macerie, corrotti e corruttori di una gioventù che non ha più alcuna prospettiva. I sogni sono finiti, degradati a illusioni effimere e temporanee, che durano il tempo di una notte, la durata di una dose di cocaina.
Il momento in cui le protagoniste si uniscono a James Franco nel cantare "Everytime" (non a caso, una canzone di Britney Spears) è un capolavoro assoluto, il momento più comico e allo stesso più drammatico del film, in cui si celebra la frenesia di vivere e la fine di ogni sogno e di ogni illusione.

Korine realizza magistralmente un film all'apparenza leggero, ma in realtà profondo e complesso, un pugno allo stomaco che schiferà i moralisti ma che non potrà non far riflettere chi si interroga sulla morale e sui costumi dei nostri giorni. Da vedere.

****1/2

Pier