Maps to the Stars
Con questo film, Cronenberg entra di diritto nel gruppo "grandissimi registi rimbambiti dal passare degli anni", di cui fa parte da ormai qualche anno Ridley Scott.
Un insulso melò che mischia paranormale, gioventù bruciate e complessi edipici che manco Freud. E sbadigli, tantissimi sbadigli.
Livello di sconsiglio: Massimo (*****)
venerdì 6 giugno 2014
giovedì 29 maggio 2014
X-Men: Giorni di un Futuro Passato
Cambiare il passato per un futuro migliore
In un futuro distopico in cui giganteschi robot intelligenti chiamati Sentinelle hanno sterminato i mutanti, il Professor Xavier e Magneto uniscono le forze per cercare di cambiare il passato. Sfruttando i poteri di Kitty Pride, inviano la coscienza di Wolverine all'interno del suo io degli anni Settanta, affinchè impedisca il realizzarsi dell'evento che donò linfa al progetto-Sentinelle: l'omicidio del loro creatore, Bolivar Trask, da parte di Mystica, e la sua conseguente cattura, che permise di rendere i robot capaci di adattarsi ai poteri dei mutanti. Wolverine dovrà convincere gli Xavier e Magneto del passato a collaborare per il bene comune: un'impresa ardua, viste le diverse strade intraprese dai due ex amici.
Dopo aver affidato il riuscito X-Men l'inizio a Matthew Vaughn, capace di spazzare via le perplessità generate dal terzo episodio della prima trilogia, Bryan Singer torna dietro la macchina da presa per mettere in scena una delle saghe più famose del gruppo di mutanti targati Marvel. Giorni di un futuro passato è un film narrativamente ambizioso, sia per la fama del materiale di partenza, sia per il moltiplicarsi dei piani narrativi, dispersi nel tempo e nello spazio e suddivisi tra diversi protagonisti e situazioni. La regia di Singer è all'altezza delle sue aspirazioni, e riesce a districarsi con agilità e sicurezza in una sceneggiatura densa e ricca di eventi, riuscendo persino a concedersi l'opportunità di strizzare l'occhio alla storia, al cinema e alla serialità televisiva con una serie di citazioni molto riuscite. Il ritmo è adrenalinico, ma alle scene d'azione si accompagnano momenti comici - irresistibili tutte le sequenze con Quicksilver - e drammatici, con alcuni scambi tra il giovane Magneto e il giovane Xavier che si distinguono per intensità emotiva e recitativa.
Singer riesce anche a concedere il giusto spazio a tutti i membri del suo cast di all-star, in cui le nuove leve brillano più della vecchia guardia, sia per il maggior interesse del loro segmento di storia, sia per il minutaggio più elevato. McAvoy e Fassbender conferiscono ai loro personaggi una gravitas e una profondità che li rendono più eroi drammatici che da fumetto, e rendono il film qualcosa di più di un semplice blockbuster, in grado di toccare, seppur superficialmente, temi profondi a livello storico, scientifico e filosofico. Accanto a loro brilla la new entry Peter Dinklage, un villain perfetto nella sua perversa ottusità.
Giorni di un futuro passato reinventa il passato e il presente della saga, cancellando con un colpo di spugna tutti gli errori del terzo capitolo della prima trilogia, e getta le basi per il suo futuro, suggerendo la presenza di una doppia storyline, una ambientata nel presente, l'altra nel passato. Singer è riuscito con mano sapiente a unire le tematiche della diversità proprie dei primi capitoli con l'afflato storico di X-Men l'inizio, creando così un film che soddisfa dal punto di vista dello spettacolo e offre anche qualche spunto di riflessione.
****
Pier
In un futuro distopico in cui giganteschi robot intelligenti chiamati Sentinelle hanno sterminato i mutanti, il Professor Xavier e Magneto uniscono le forze per cercare di cambiare il passato. Sfruttando i poteri di Kitty Pride, inviano la coscienza di Wolverine all'interno del suo io degli anni Settanta, affinchè impedisca il realizzarsi dell'evento che donò linfa al progetto-Sentinelle: l'omicidio del loro creatore, Bolivar Trask, da parte di Mystica, e la sua conseguente cattura, che permise di rendere i robot capaci di adattarsi ai poteri dei mutanti. Wolverine dovrà convincere gli Xavier e Magneto del passato a collaborare per il bene comune: un'impresa ardua, viste le diverse strade intraprese dai due ex amici.
Dopo aver affidato il riuscito X-Men l'inizio a Matthew Vaughn, capace di spazzare via le perplessità generate dal terzo episodio della prima trilogia, Bryan Singer torna dietro la macchina da presa per mettere in scena una delle saghe più famose del gruppo di mutanti targati Marvel. Giorni di un futuro passato è un film narrativamente ambizioso, sia per la fama del materiale di partenza, sia per il moltiplicarsi dei piani narrativi, dispersi nel tempo e nello spazio e suddivisi tra diversi protagonisti e situazioni. La regia di Singer è all'altezza delle sue aspirazioni, e riesce a districarsi con agilità e sicurezza in una sceneggiatura densa e ricca di eventi, riuscendo persino a concedersi l'opportunità di strizzare l'occhio alla storia, al cinema e alla serialità televisiva con una serie di citazioni molto riuscite. Il ritmo è adrenalinico, ma alle scene d'azione si accompagnano momenti comici - irresistibili tutte le sequenze con Quicksilver - e drammatici, con alcuni scambi tra il giovane Magneto e il giovane Xavier che si distinguono per intensità emotiva e recitativa.
Singer riesce anche a concedere il giusto spazio a tutti i membri del suo cast di all-star, in cui le nuove leve brillano più della vecchia guardia, sia per il maggior interesse del loro segmento di storia, sia per il minutaggio più elevato. McAvoy e Fassbender conferiscono ai loro personaggi una gravitas e una profondità che li rendono più eroi drammatici che da fumetto, e rendono il film qualcosa di più di un semplice blockbuster, in grado di toccare, seppur superficialmente, temi profondi a livello storico, scientifico e filosofico. Accanto a loro brilla la new entry Peter Dinklage, un villain perfetto nella sua perversa ottusità.
Giorni di un futuro passato reinventa il passato e il presente della saga, cancellando con un colpo di spugna tutti gli errori del terzo capitolo della prima trilogia, e getta le basi per il suo futuro, suggerendo la presenza di una doppia storyline, una ambientata nel presente, l'altra nel passato. Singer è riuscito con mano sapiente a unire le tematiche della diversità proprie dei primi capitoli con l'afflato storico di X-Men l'inizio, creando così un film che soddisfa dal punto di vista dello spettacolo e offre anche qualche spunto di riflessione.
****
Pier
venerdì 23 maggio 2014
Locke
Un saggio di scrittura e recitazione
Ivan Locke è alla guida della sua auto verso Londra. Chiuso nell'abitacolo, con la sola compagnia del suo cellulare e dei suoi pensieri, l'uomo dovrà risolvere una crisi coniugale, aiutare una donna a partorire, ed assicurarsi che il progetto edilizio di cui è responsabile venga portato a termine durante la sua assenza. Il viaggio diventa quindi una corsa contro il tempo, in cui il protagonista impara a venire a patti con se stesso e le proprie scelte.
Il tocco sapiente di uno sceneggiatore si vede soprattutto quando la messa in scena concede poche libertà, obbligandolo all'unità di tempo e di luogo. Steven Knight, già sceneggiatore per Steven Frears e David Cronenberg, nella sua opera seconda da regista si esibisce in uno sfoggio di bravura, raccontando la vita di un personaggio attraverso il viaggio che questo compie, solo, in una notte destinata a cambiargli la vita. Il mondo esterno non ha consistenza fisica, ed esiste solo attraverso le voci con cui Locke dialoga al cellulare, impegnato in una sarabanda lessicale e dialogica con cui cerca non tanto di salvare la sua vita e il suo lavoro, quanto di fare la cosa giusta. Knight riesce a generare tensione e attesa grazie al solo uso della parola, utilizzata magistralmente e con ritmi e tempi vicini alla perfezione.
A sostenere lo sforzo di scrittura di Knight c'è un Tom Hardy eccellente, che brilla per la sua capacità di comunicare il dramma interiore del protagonista, il suo strazio e i suoi dubbi, senza ricorrere a urla o esagerazioni di sorta. La sua recitazione è misurata e contenuta, ma riesce comunque a scavare nel personaggio e a trasmettere le sue emozioni allo spettatore, grazie alla mimica facciale, alle variazioni di tono o alla concitazione del dialogo.
Registicamente il film fa il massimo possibile date le condizioni, con la macchina da presa costretta nell'abitacolo di un'auto e la fotografia su un'atmosfera notturna fredda e straniante come le luci di un'autostrada.
Locke è un esperimento ben riuscito, che porta lo spettatore nel cuore delle emozioni del protagonista, portandolo a vivere insieme a lui, come un passeggero, le emozioni e i dilemmi che questo si trova ad affrontare in una notte come tante che diventa però la più importante della sua vita.
****
Pier
Ivan Locke è alla guida della sua auto verso Londra. Chiuso nell'abitacolo, con la sola compagnia del suo cellulare e dei suoi pensieri, l'uomo dovrà risolvere una crisi coniugale, aiutare una donna a partorire, ed assicurarsi che il progetto edilizio di cui è responsabile venga portato a termine durante la sua assenza. Il viaggio diventa quindi una corsa contro il tempo, in cui il protagonista impara a venire a patti con se stesso e le proprie scelte.
Il tocco sapiente di uno sceneggiatore si vede soprattutto quando la messa in scena concede poche libertà, obbligandolo all'unità di tempo e di luogo. Steven Knight, già sceneggiatore per Steven Frears e David Cronenberg, nella sua opera seconda da regista si esibisce in uno sfoggio di bravura, raccontando la vita di un personaggio attraverso il viaggio che questo compie, solo, in una notte destinata a cambiargli la vita. Il mondo esterno non ha consistenza fisica, ed esiste solo attraverso le voci con cui Locke dialoga al cellulare, impegnato in una sarabanda lessicale e dialogica con cui cerca non tanto di salvare la sua vita e il suo lavoro, quanto di fare la cosa giusta. Knight riesce a generare tensione e attesa grazie al solo uso della parola, utilizzata magistralmente e con ritmi e tempi vicini alla perfezione.
A sostenere lo sforzo di scrittura di Knight c'è un Tom Hardy eccellente, che brilla per la sua capacità di comunicare il dramma interiore del protagonista, il suo strazio e i suoi dubbi, senza ricorrere a urla o esagerazioni di sorta. La sua recitazione è misurata e contenuta, ma riesce comunque a scavare nel personaggio e a trasmettere le sue emozioni allo spettatore, grazie alla mimica facciale, alle variazioni di tono o alla concitazione del dialogo.
Registicamente il film fa il massimo possibile date le condizioni, con la macchina da presa costretta nell'abitacolo di un'auto e la fotografia su un'atmosfera notturna fredda e straniante come le luci di un'autostrada.
Locke è un esperimento ben riuscito, che porta lo spettatore nel cuore delle emozioni del protagonista, portandolo a vivere insieme a lui, come un passeggero, le emozioni e i dilemmi che questo si trova ad affrontare in una notte come tante che diventa però la più importante della sua vita.
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Pier
mercoledì 21 maggio 2014
Godzilla
Lo sporco inganno del trailer e il mostro cuccioloso
Joe Brody è un ingegnere nucleare che lavora in una centrale
in Giappone insieme alla moglie. Quando un impulso elettromagnetico di origine
sconosciuta provoca una scossa sismica che distrugge la centrale e causa la
morte della moglie, la missione di Brody diventa scoprire le vere ragioni del
disastro. Quindici anni dopo la sua ricerca lo porterà a scoprire quello che le
autorità hanno tenuto nascosto al mondo, una verità inquietante e terribile che
affonda le sue radici nell’alba del mondo e della vita sulla Terra.
Dopo il disastroso film del 1998, Godzilla, il padre dei
kaiju giapponesi assorti a nuova fama in Occidente grazie a Pacific Rim, sembrava pronto a un
rilancio in grande stile. Tutto nel trailer lasciava pensare a un blockbuster
di altissimo livello: un protagonista come Bryan Cranston, reduce dal successo
di Breaking Bad; una trama finalmente sensata e coerente con la storia del
mostro e le tematiche ad esso connesse; e, soprattutto, un mostro ed effetti speciali
delle aspettative.
Se l’ultima aspettativa è stata soddisfatta, le prime due
sono state ampiamente deluse: Godzilla è
un film lento e noioso, in cui l’unico attore in grado di recitare viene messo
da parte quasi subito per lasciare spazio a dei protagonisti inespressivi o per
chiara incapacità, come nel caso della Olsen e di Taylor-Johnson o per scarsa
convinzione, come nel caso di Watanabe e Strathairn, due grandi attori che
sembrano domandarsi a ogni scena perché diamine si trovino in una tale
baracconata, salvo poi guardare il portafoglio e ricordarsene.
La trama, oltre a essere insopportabilmente lenta, un
peccato mortale per un film del genere, è anche ridicola e incoerente, con
Godzilla ridotto al ruolo di comparsa e, soprattutto, elevato a difensore dell’umanità
anziché esserne la nemesi. Un mostro che dovrebbe essere la rappresentazione
fisica dell’orrore del nucleare e dei
disastri che questo può provocare diventa così un animale guardiano, pronto
persino a sacrificare se stesso di salvare Tokyo prima e San Francisco poi
dalla terribile furia distruttrice dei MUTO, mostri con velleità riproduttive
che sembrano copiati pari pari da alcuni degli alieni di Pacific Rim. In alcune inquadrature Godzilla risulta addirittura
tenero, un povero cucciolo spossato dalle lunghe ore di gioco, cui è giusto
concedere un riposino. Il tutto per una creatura la cui sola apparizione
dovrebbe incutere terrore ed evocare morte e devastazione.
Rimangono gli effetti speciali e la spettacolarità di alcune
scene (il lancio dei paracadutisti su tutte), che non bastano però a ripagare
lo spettatore per una trama così insulsa e, soprattutto, per l’inganno
perpetuato con il trailer, raramente utilizzato in maniera così smaccatamente
manipolatrice, con alcune immagini, come quella della Statua della Libertà
distrutta, che non compaiono nemmeno nel film, dato che tutta l’azione si
svolge sull’Oceano Pacifico e di New York manco si vede l'ombra.
Godzilla è un film
inutile e dimenticabile che, pur riuscendo a fare nettamente meglio del suo
predecessore americano, è del tutto incapace di creare quella tensione
narrativa e quella sensazione di catastrofe incombente che un disaster movie dovrebbe generare nello spettatore.
* 1/2
Pier
* 1/2
Pier
giovedì 15 maggio 2014
Solo gli amanti sopravvivono
Vampiri e Romanticismo
Adam è un musicista underground con un nutrito seguito di fan che non ne conoscono però il volto. Vive recluso in una casa in periferia di Detroit, dove colleziona chitarre d'epoca e si dedica appieno alla sua arte. Eva vive a Tangeri, immersa in libri e stoffe pregiate, e si incontra quotidianamente Christopher Marlowe, il drammaturgo elisabettiano, preso il Caffè "Le Mille e una Notte". Adam ed Eve sono vampiri, e si amano ormai da diversi secoli. Periodicamente l'uno fa visita all'altro, e i due si abbandonano a un rapporto fatto del reciproco amore per l'arte, il bello, e per una vita insieme destinata a non finire mai.
Adam è un musicista underground con un nutrito seguito di fan che non ne conoscono però il volto. Vive recluso in una casa in periferia di Detroit, dove colleziona chitarre d'epoca e si dedica appieno alla sua arte. Eva vive a Tangeri, immersa in libri e stoffe pregiate, e si incontra quotidianamente Christopher Marlowe, il drammaturgo elisabettiano, preso il Caffè "Le Mille e una Notte". Adam ed Eve sono vampiri, e si amano ormai da diversi secoli. Periodicamente l'uno fa visita all'altro, e i due si abbandonano a un rapporto fatto del reciproco amore per l'arte, il bello, e per una vita insieme destinata a non finire mai.
Dimenticate i ridicoli sbrilluccichi di Twilight, i combattimenti di Blade e persino la raffinata e riuscita decadenza gotica di Dracula di Bram Stoker e Intervista col Vampiro: Solo gli amanti sopravvivono è una rivisitazione del tutto originale del mito del vampiro, visto non più come individuo tormentato dalla propria condizione, ma come unico essere in grado di apprezzare la bellezza del mondo e delle creazioni umane. La vita eterna dona prospettiva e capacità di focalizzarsi sulle cose importanti, come arte, letteratura e scienza, anzichè fare come gli umani, gli "zombie" come li chiama Adam, incapaci di ricordare il proprio passato e di apprezzare il bello intorno a loro, intrappolati in una vita grigia, buia e senza futuro.
Jarmush usa il mito del vampiro per fare critica sociale, calando i due protagonisti in due città decadenti e crepuscolari, la Detroit martoriata dalla crisi di Adam e la Tangeri corrotta, soffocante e immobile di Eve. I due vampiri diventano così allo stesso tempo i primi e gli ultimi esponenti di una nuova specie, moderni Adamo ed Eva che si muovono sull'orlo di una società in rovina, cercando di venirne toccati il meno possibile. Il pessimismo cosmico di Jarmush si estende a tutte le specie, con la sorella di Eve (un'ottima Mia Wasikowska) a rappresentare il lato deviato dei vampiri, un edonismo che smette di essere contemplazione e amore per le cose belle per diventare lussuria senza freni.
Il mondo in cui si muovono i protagonisti è immobile, intrappolato in un eterno ritorno, un cerchio in cui tutto è punto di inizio e punto di fine, e solo chi sa amare, amare davvero la vita sopravvive. Il Romanticismo che pervade l'opera di Jarmush è al tempo stesso la sua forza e il suo limite, dato che dona al film l'atmosfera decadente e intellettuale che lo rende unico, ma è anche la causa della lentezza del ritmo e della narrazione. Per quanto la staticità della messa in scena sia senza dubbio una scelta voluta, la lentezza finirebbe per azzoppare il film se non fosse per lo straordinario lavoro di caratterizzazione dei personaggi. Adam ed Eve hanno una profondità psicologica e una ricchezza di dettaglio senza precedenti nei film di genere, e sono sorretti dalle due sublimi interpretazioni di Tom Hiddleston e Tilda Swinton.
Questo, insieme a una fotografia sontuosa e a una colonna sonora notturna e avvolgente, rappresenta il vero punto di forza del film, il soffio vitale che dona un'anima alla creatura di Jarmush ed evita che rimanga solo una superficiale speculazione intellettuale.
Solo gli amanti sopravvivono è un film d'autore con la "a" maiuscola, intriso della poetica e delle riflessioni che caratterizzano i film del regista statunitense. Il tocco delicato con cui ci accompagna nell'infinita notte delle esistenze di Adam ed Eve è unico e inconfondibile, e crea un armonico contrasto con la durezza delle immagini delle città e dell'umanità in rovina, rispecchiando il contrasto insito nella figura del vampiro tra morte del corpo e vitalità dell'anima.
**** 1/2
Pier
domenica 13 aprile 2014
Grand Budapest Hotel
Quando la favola sconfigge la decadenza
Monsieur Gustave è il concierge del Grand Budapest Hotel, un hotel di lusso in mezzo all'Europa. E' il migliore nel suo lavoro, che esegue con grande perizia e attenzione, e gode per questo della stima e della fiducia dei suoi facoltosi ospiti, soprattutto di quelli anziani e di sesso femminile. Quando una di esse, Madame D., passa a miglior vita in circostanze misteriose, egli eredita un prezioso dipinto, scatenando le ire della famiglia della facoltosa nobildonna. Successivamente accusato di omicidio, Monsieur Gustave si imbarcherà in una rocambolesca fuga per dimostrare la sua innocenza accompagnato dal suo fedele lobby boy Zero, mentre l'ombra del conflitto mondiale si allunga sull'Europa.
Sono pochi i registi che riescono ad avere uno stile immediatamente riconoscibile senza risultare ripetitivi e sempre uguali a se stessi. L'esercizio richiede abilità, inventiva, ma soprattutto la capacità di cambiare sempre generi e stilemi narrativi, applicando la propria estetica di volta in volta a tematiche e ambientazioni differenti. Wes Anderson è uno di questi registi, un maestro di stile ed estetica, senza eguali nella sua capacità di narrare visivamente una storia, utilizzando le immagini come strumento narrativo ed espressivo. Le immagini dei suoi film non svolgono mai una funzione meramente estetica, ma raccontano storie, personaggi e situazioni, con una forza e una capacità evocativa impareggiate nel cinema contemporaneo. Grand Budapest Hotel porta l'impronta di Wes Anderson in ogni elemento della scenografia, dei costumi, in ogni inquadratura o scelta musicale, applicandola però a un genere nuovo per il regista statunitense, una favola dalle forti connotazioni comiche e, a volte, grottesche.
L'arte del narrare è al centro del racconto, con ogni storia che viene raccontata dal protagonista di un'altra, in un gioco di scatole cinesi che esalta il contenuto emotivo e affettivo della storia, in un omaggio esplicito ed implicito ai libri di Stefan Zweig e al cinema di Lubitsch e Billy Wilder. Wes Anderson mette in scena una favola che dipinge l'eleganza e la classe degli hotel di una volta, dove tutto è perfetto e nulla è fuori posto, metafora di un'Europa splendente ma destinata per via della guerra a diventare una fatiscente rovina, memoria di un tempo glorioso che non sembra destinato a tornare. La storia di Monsieur Gustave e del suo delizioso lobby boy è quella di un lento disfacimento, in cui il razzismo e confini arbitrari diventano legacci cui sembra impossibile sfuggire. La libertà, tuttavia, è a portata di mano per chi ha spirito d'iniziativa e fantasia: i nostri eroi sperimenteranno rocambolesche fughe di prigione, amori romantici e contrastati, e continui tentativi di omicidio, alleati nella loro missione da alleanze di concierge quasi onnipotenti, amanti intraprendenti e una notevole faccia tosta, il tutto spruzzato di quel tanto di profumo necessario a fare buona figura in società.
Il film ha un gran ritmo e regala momenti di esilarante comicità verbale e visiva, sorretta da scenografia e fotografie superbe. A queste si accompagna un cast stellare, in cui spiccano lo strepitoso Ralph Fiennes, personificazione dello stile e del nobile contegno, il villain vampiresco di Adrien Brody, e l'esordiente Tony Revolori, la cui comicità a metà tra Buster Keaton e Charlie Chaplin lo rende un personaggio comico e drammatico al tempo stesso, che finisce per rappresentare tutti i popoli perseguitati della storia d'Europa.
Grand Budapest Hotel è un film delizioso, in cui il talento visivo di Wes Anderson racconta una storia che, in apparenza banale, rivela via via la sua profondità e i suoi diversi significati, offrendo tanti spunti interpretativi quanti sono i suoi piani narrativi, in un rocambolesco gioco di incastri e di rimandi che estasia gli occhi e alleggerisce il cuore.
****1/2
Pier
Monsieur Gustave è il concierge del Grand Budapest Hotel, un hotel di lusso in mezzo all'Europa. E' il migliore nel suo lavoro, che esegue con grande perizia e attenzione, e gode per questo della stima e della fiducia dei suoi facoltosi ospiti, soprattutto di quelli anziani e di sesso femminile. Quando una di esse, Madame D., passa a miglior vita in circostanze misteriose, egli eredita un prezioso dipinto, scatenando le ire della famiglia della facoltosa nobildonna. Successivamente accusato di omicidio, Monsieur Gustave si imbarcherà in una rocambolesca fuga per dimostrare la sua innocenza accompagnato dal suo fedele lobby boy Zero, mentre l'ombra del conflitto mondiale si allunga sull'Europa.
Sono pochi i registi che riescono ad avere uno stile immediatamente riconoscibile senza risultare ripetitivi e sempre uguali a se stessi. L'esercizio richiede abilità, inventiva, ma soprattutto la capacità di cambiare sempre generi e stilemi narrativi, applicando la propria estetica di volta in volta a tematiche e ambientazioni differenti. Wes Anderson è uno di questi registi, un maestro di stile ed estetica, senza eguali nella sua capacità di narrare visivamente una storia, utilizzando le immagini come strumento narrativo ed espressivo. Le immagini dei suoi film non svolgono mai una funzione meramente estetica, ma raccontano storie, personaggi e situazioni, con una forza e una capacità evocativa impareggiate nel cinema contemporaneo. Grand Budapest Hotel porta l'impronta di Wes Anderson in ogni elemento della scenografia, dei costumi, in ogni inquadratura o scelta musicale, applicandola però a un genere nuovo per il regista statunitense, una favola dalle forti connotazioni comiche e, a volte, grottesche.
L'arte del narrare è al centro del racconto, con ogni storia che viene raccontata dal protagonista di un'altra, in un gioco di scatole cinesi che esalta il contenuto emotivo e affettivo della storia, in un omaggio esplicito ed implicito ai libri di Stefan Zweig e al cinema di Lubitsch e Billy Wilder. Wes Anderson mette in scena una favola che dipinge l'eleganza e la classe degli hotel di una volta, dove tutto è perfetto e nulla è fuori posto, metafora di un'Europa splendente ma destinata per via della guerra a diventare una fatiscente rovina, memoria di un tempo glorioso che non sembra destinato a tornare. La storia di Monsieur Gustave e del suo delizioso lobby boy è quella di un lento disfacimento, in cui il razzismo e confini arbitrari diventano legacci cui sembra impossibile sfuggire. La libertà, tuttavia, è a portata di mano per chi ha spirito d'iniziativa e fantasia: i nostri eroi sperimenteranno rocambolesche fughe di prigione, amori romantici e contrastati, e continui tentativi di omicidio, alleati nella loro missione da alleanze di concierge quasi onnipotenti, amanti intraprendenti e una notevole faccia tosta, il tutto spruzzato di quel tanto di profumo necessario a fare buona figura in società.
Il film ha un gran ritmo e regala momenti di esilarante comicità verbale e visiva, sorretta da scenografia e fotografie superbe. A queste si accompagna un cast stellare, in cui spiccano lo strepitoso Ralph Fiennes, personificazione dello stile e del nobile contegno, il villain vampiresco di Adrien Brody, e l'esordiente Tony Revolori, la cui comicità a metà tra Buster Keaton e Charlie Chaplin lo rende un personaggio comico e drammatico al tempo stesso, che finisce per rappresentare tutti i popoli perseguitati della storia d'Europa.
Grand Budapest Hotel è un film delizioso, in cui il talento visivo di Wes Anderson racconta una storia che, in apparenza banale, rivela via via la sua profondità e i suoi diversi significati, offrendo tanti spunti interpretativi quanti sono i suoi piani narrativi, in un rocambolesco gioco di incastri e di rimandi che estasia gli occhi e alleggerisce il cuore.
****1/2
Pier
domenica 6 aprile 2014
Captain America - The Winter Soldier
Una spy story in salsa super
Dopo gli eventi narrati in The Avengers, Capitan America ha continuato a collaborare con lo S.H.I.E.L.D., l'agenzia segreta governativa guidata dal sempre più paranoico Nick Fury, per contrastare i piani di gruppi terroristici e criminali. Una di queste operazioni, tuttavia, rivela la possibile presenza di una falla di sicurezza nell'agenzia. Fury viene attaccato e ferito gravemente prima che possa compiere ulteriori indagini. Si reca così da Capitan America, rivelandogli i suoi sospetti ed affidandogli la chiavetta USB che contiene i dati sensibili di una delle più importanti operazioni militari sotto il controllo dello S.H.I.E.L.D. Quando la situazione precipiterà, Capitan America sarà costretto ad affrontare vecchi nemici e fantasmi, oltre che a capire chi è davvero dalla sua parte e chi invece sta facendo il doppio gioco.
Il secondo capitolo di Capitan America mantiene i pregi del primo - maggior realismo e rigore nella trama e nella messa in scena - unendoli però a una maggiore spettacolarità e a una trama più intrigante ed avvincente. Il film sembra più una spy story che un film di supereroi, una sorta di James Bond movie con Cap nella parte di 007. Il risultato è un film adrenalinico, senza un attimo di pausa nè un calo di tensione, alimentato da un circolo virtuoso in cui la storia cresce attraverso lo sviluppo dei personaggi, e viceversa. La Marvel realizza così un film "serio", privo di quelle derive comico-infantili ben rappresentate da Leo Ortolani che avevano invece gravato Iron Man 3. Capitan America acquista inoltre uno spessore del tutto nuovo, passando dall'essere un eroe monodimensionale, dedito al bene e ai "valori americani", all'essere un personaggio complesso e tormentato, il cui senso del dovere viene messo a dura prova dai continui tradimenti e colpi di scena che si trova ad affrontare.
La metamorfosi è soprattutto merito della sceneggiatura, dato che Chris Evans, pur non sfigurando, non brilla certo per espressività ed introspezione. In generale, tutti i personaggi sono scritti ottimamente, con la Vedova Nera che regala alcune freddure di spirito tipicamente russo, e Nick Fury, il cui ruolo sembra cucito dal sarto per Samuel L. Jackson, che con la sua freddezza e la sua paranoia è il vero motore dell'azione. Al loro fianco vengono introdotti con la giusta attenzione altri personaggi, la cui vera identità viene rivelata a film in corso, generando un piacevole effetto sorpresa per fan dei fumetti e non.
Captain America - The Winter Soldier è un film solido e con ritmo, in grado di mantenere alta la tensione e di regalare continui colpi di scena. Le scene d'azione sono altamente spettacolari, così come richiede il genere, e sono accompagnate da un approfondimento dei personaggi di alto livello e da una trama eccellente, che si ricollega al primo capitolo in modo efficace ma non ripetitivo, risultando così uno dei migliori film targati Marvel.
**** 1/2
Pier
Dopo gli eventi narrati in The Avengers, Capitan America ha continuato a collaborare con lo S.H.I.E.L.D., l'agenzia segreta governativa guidata dal sempre più paranoico Nick Fury, per contrastare i piani di gruppi terroristici e criminali. Una di queste operazioni, tuttavia, rivela la possibile presenza di una falla di sicurezza nell'agenzia. Fury viene attaccato e ferito gravemente prima che possa compiere ulteriori indagini. Si reca così da Capitan America, rivelandogli i suoi sospetti ed affidandogli la chiavetta USB che contiene i dati sensibili di una delle più importanti operazioni militari sotto il controllo dello S.H.I.E.L.D. Quando la situazione precipiterà, Capitan America sarà costretto ad affrontare vecchi nemici e fantasmi, oltre che a capire chi è davvero dalla sua parte e chi invece sta facendo il doppio gioco.
Il secondo capitolo di Capitan America mantiene i pregi del primo - maggior realismo e rigore nella trama e nella messa in scena - unendoli però a una maggiore spettacolarità e a una trama più intrigante ed avvincente. Il film sembra più una spy story che un film di supereroi, una sorta di James Bond movie con Cap nella parte di 007. Il risultato è un film adrenalinico, senza un attimo di pausa nè un calo di tensione, alimentato da un circolo virtuoso in cui la storia cresce attraverso lo sviluppo dei personaggi, e viceversa. La Marvel realizza così un film "serio", privo di quelle derive comico-infantili ben rappresentate da Leo Ortolani che avevano invece gravato Iron Man 3. Capitan America acquista inoltre uno spessore del tutto nuovo, passando dall'essere un eroe monodimensionale, dedito al bene e ai "valori americani", all'essere un personaggio complesso e tormentato, il cui senso del dovere viene messo a dura prova dai continui tradimenti e colpi di scena che si trova ad affrontare.
La metamorfosi è soprattutto merito della sceneggiatura, dato che Chris Evans, pur non sfigurando, non brilla certo per espressività ed introspezione. In generale, tutti i personaggi sono scritti ottimamente, con la Vedova Nera che regala alcune freddure di spirito tipicamente russo, e Nick Fury, il cui ruolo sembra cucito dal sarto per Samuel L. Jackson, che con la sua freddezza e la sua paranoia è il vero motore dell'azione. Al loro fianco vengono introdotti con la giusta attenzione altri personaggi, la cui vera identità viene rivelata a film in corso, generando un piacevole effetto sorpresa per fan dei fumetti e non.
Captain America - The Winter Soldier è un film solido e con ritmo, in grado di mantenere alta la tensione e di regalare continui colpi di scena. Le scene d'azione sono altamente spettacolari, così come richiede il genere, e sono accompagnate da un approfondimento dei personaggi di alto livello e da una trama eccellente, che si ricollega al primo capitolo in modo efficace ma non ripetitivo, risultando così uno dei migliori film targati Marvel.
**** 1/2
Pier
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